Archivi del mese: maggio 2011

Quale consolazione

Quanto è difficile unire tutti i puntini, amalgamare tutte le sensazioni infisse nei ricordi e nei sogni e nelle aspettative e tradurle in vita. Quanto è difficile rincorrere il tempo e i propri sogni quando tempo e sogni sgocciolano giorno dopo giorno, e le notti sono ossessionate da quel lento ticchettio. Sto emozionandomi osservando la voglia di rivalsa, qualcuno dice che il vento è cambiato, che l’asse sociale va spostandosi nuovamente a sinistra, ed eppure quanto poco mi ci vuole per rendermi conto che niente e nessuno ci sta costringendo a confrontarci su una misera idea, su uno straccio di progetto politico che possa davvero far rinascere questo paese. E allora devo anche io, come tanti altri, accontentarmi di una sensazione, di una speranza. In questi giorni cammino per la città e sono ossessionato dai dettagli, vorrei liberarmene in un sol colpo, egoisticamente, ma non ci riesco, e osservo ciò che rimane ai margini mentre la mia vita assume i tratti di quel tedio leggero, evanescente, da borghese decaduto, da figlio di una generazione lontana che ne ha partorita un’altra che non sarà capace di mantenere quello stesso stile di vita. Una generazione va lentamente scomparendo sotto i nostri occhi, il futuro non c’è, il passato è dimenticato, il presente è un moto sussultorio di speranze e delusioni immediate. Sono ossessionato dai dettagli e vedo la scarpina logora della piccola mendicante, provo a lenire la mia coscienza con la carità ma mi sento ancora più male, ancora più ipocrita, io che come tanti altri ho creduto di avere bisogni che altri hanno fabbricato per me, come in una catena di montaggio. Siamo uccelli da gabbia e starnazziamo per reclamare le briciole. La frustrazione è quella invincibile di fare della propria vita un capolavoro unico e irripetibile, e invece sono un prodotto di serie, sono nel conteggio delle statistiche, sono ciò che la mia cultura ha partorito e non riesco a trovare altri colpevoli se non me stesso per non aver saputo ribellarmi. Diceva qualcuno che ogni persona è contemporaneamente un nessuno e il seme di una rivoluzione storica globale in attesa di nascere, e io aggiungerei che la credibilità di una società dipende dal peso che essa è in grado di dare ad uno di questi due estremi, dalla capacità di convogliare le migliori forze e non accartocciarsi su se stessa. L’unico ricambio generazionale è quello dei settantenni che, una volta in pensione, vengono contrattualizzati a peso d’oro per svolgere lo stesso incarico, l’unica consolazione è quella di non essere soli, l’unica consolazione, paradossalmente, è nelle fottute statistiche. Sono ossessionato dai dettagli perché sono quelli che, tutti incastonati, creano quel capolavoro che dovrebbe essere ogni vita e che invece in questa realtà sono pezzi sporchi e logori, e il mosaico che ne esce è sbiadito, una reliquia del passato inutile e anacronistico, ne sono ossessionato ma non ci credo, osservo ogni sorriso e succhio quell’ottimismo e quella speranza provando a farla mia, ascolto ogni urlo di rabbia e lo faccio risuonare dentro il mio silenzio. No, l’unica consolazione non sono le fottute statistiche, forse l’unica consolazione è un amico che sappia ascoltare i tuoi silenzi quando non hai voglia di parlare, forse la felicità più grande è quella che provo per gli altri, più che per me stesso, per coloro i quali scoprono il proprio talento e sono decisi ad inseguirlo. A chi devo dare la colpa se non mi decido a seguire il mio, di talento? Le statistiche dicono che è colpa di chi mi governa, mentre i dettagli che osservo e che roteano incessantemente attorno a me raccontano giornate sospese nel tempo, sudore e tedio in un immutabile ufficio, verrà il giorno in cui ritroveranno i resti di un antico edificio dove una volta veniva esercitato il pubblico servizio e il mio pronipote racconterà che un suo avo gli aveva raccontato che era tutto così, è rimasto tutto uguale negli anni e nei decenni. Il talento di cambiare la storia, che cosa grossa, ma almeno la propria, quella sì, voglio cambiarla, fosse solo in un sogno, unendo tutti i puntini e tutti i dettagli e rimirare per un attimo quel capolavoro che sempre mi sfugge.

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Ritratto di donna

A volte non rendo bene l’idea, credo di essere bravo con le parole ma invece vorrei che fossero le immagini a parlare al posto mio, a volte vorrei che tutti rinunciassero ad esprimersi con le parole e cominciassero ad abdicare alle immagini, come un fotografo o un pittore. Io non so spiegare bene come sia difficile vedere la bellezza delle cose, come ogni oggetto e forma contenga in sé la bellezza che è data da quell’unica e univoca combinazione di atomi, ma un pittore ve la può spiegare e io me ne faccio portavoce.

Ad una mostra di arte moderna grande rilievo era dato ad un ritratto che un grande pittore fece della sua bellissima moglie. La luce che era riuscito a creare era quel piccolo miracolo che avviene ogni giorno per cui ogni sguardo brilla del proprio peculiare colore. La donna era ritratta di fronte, nel fulgore della sua giovinezza, e indossava quelli che dovevano essere i suoi gioielli più belli. Era evidente che il pittore si era molto concentrato sul cobalto dell’anello che lei indossava con mano provocatoriamente protesa verso lo spettatore. Accanto al recinto vellutato in cui era tenuto il quadro, vi era una serie abbastanza lunga di ritratti eseguiti da autori coevi, nello stesso stile post-futurista, (se pure esiste un tale stile: non sono bravo con le parole né con le definizioni, se avessi percorso le sale della mostra in senso inverso vi avrei raccontato di uno stile pre-futurista). Uno mi colpì in maniera particolare: la donna in questione era matura, non più nel fiore degli anni, ed era ritratta di spalle mentre filava la maglia. Ella offriva allo spettatore poco più della metà del suo volto, e il suo sguardo era rivolto, per quello che se ne riusciva a capire, agli uncinetti che reggeva con mani che il pittore era riuscito a rendere tremule, come in realtà dovevano essere. L’unica luce che veniva in soccorso all’oscurità della stanza miseramente arredata era quella di un vecchio lume. I gomitoli di lana sparsi sul filatoio brillavano di luce propria.

Volsi di nuovo lo sguardo al ceruleo degli occhi del ben più famoso quadro, poi osservai la posizione curva della donna ritratta di fronte a me. Là ebbi quel tipo di visione e commozione proprie di un’epifania: volevo provare ad immaginare lo sconfinato amore che aveva indotto quel pittore sconosciuto a ritrarre la decadenza di sua moglie, ma non ci riuscivo, non potevo contenerlo tanto immaginavo dovesse essere enorme. Per un momento immaginai di star facendo un torto alla leggiadria della giovane sposa; in fondo, pensai, ogni amore così come ogni felicità si somiglia e nessuno è più grande di un altro. Ma l’attenzione della folla amorfa si riversava sui lustrini dell’opera d’arte più famosa, e capii che non tutti i tipi di bellezza sono da tutti comprensibili, che non tutti gli amori sono uguali perché ve ne sono alcuni che un ritratto lascia soltanto affiorare, come la punta di un iceberg, serbando in esso lo sguardo del pittore che, solo, aveva creato il proprio mondo di bellezza e felicità avvolto in una fantastica ombra.

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Brusio di tavola imbandita

Arrivammo trafelati e affamati. L’oste aveva conservato il solito tavolo, quello che nessuno vuole perché troppo vicino all’uscita di sicurezza. Lì potevamo anche fumare. Ci sedemmo e cominciammo a parlare come se i cinque anni che erano trascorsi senza vederci né sentirci non avevano fatto di noi persone completamente diverse.

Stavamo scegliendo il vino e così cominciammo a parlare del vino, di quale potesse essere quello peculiare della nostra serata e quale fosse, in ultimo, quello che meglio rappresentava la nostra terra. Parlammo della nostra terra. Parlammo del Vesuvio, delle scalinate nascoste che in città ti permettono di scalare le colline senza che uno se ne accorga, parlammo dei colori e degli odori, di come le cose cambiano pur non cambiando mai. Facemmo un primo sorso e parlammo dei riflessi rubini di quel vino rosso del Vesuvio e di quelli dorati del vino bianco che si beve nei ristoranti sul mare dove servono pesce fresco. Parlammo dei ristoranti, di quelli modesti nei quali ero stato io e di quelli dolorosamente lussuosi nei quali era stata lei. Parlammo degli ossimori e del potere della parola. Rimanemmo in silenzio e credo che all’unisono pensammo che anche il silenzio era bello, talvolta. Arrivò il pesce e levammo in alto i calici e parlammo della paranza di pesce, del miracolo della frittura che coglie impreparato il cibo e ne fa esplodere i sapori, lei disse che a volte ci vuole qualcosa di violento per cavare un po’ di poesia in questo mondo, io non capii ma sorrisi ugualmente e bevvi dal mio bicchiere mentre lei continuava a parlare, ad un tratto quello che udii fu troppo, stavo ascoltando una melodia ma sapevo che la partitura prevedeva un secondo strumento, una seconda voce, e così ricamai le risposte che lei pretendeva e sentivo che sgorgavano come acqua sorgiva, erano belle e pulite e io me ne meravigliai alquanto, parlavo e parlavo e di nuovo la melodia era quella di un’unica voce, adesso, la mia, mentre i suoi occhi mi seguivano con divertita curiosità.

Prendemmo fiato. Poi ricominciammo a parlare.

Parlammo del lavoro, di quello che c’era e di quello che non c’era, parlammo della solitudine e parlammo del primo film di quel regista spagnolo di cui non ricordavamo il nome, ad un tratto lei disse che era strano avere il futuro alle spalle, o forse lo dissi io, non ricordo, ma aleggiò in quel momento sulla nostra cena un’atmosfera irreale, i miei ricordi stavano diventando i suoi e i suoi mi parevano quei sogni che feci un po’ di tempo fa, lontano da tutto e da tutti, quei sogni che credevo di averle raccontato ma che invece, scoprii, tenni sempre per me. Parlammo di una vecchia fotografia in bianco e nero che credevamo di aver dimenticato, e poi parlammo di come fosse stato strano ricordarsene proprio in quel momento, all’unisono, come due giocolieri che si scambiano i birilli. Ci guardammo e ridemmo, parlammo del circo e parlammo di suo figlio, io la interruppi per raccontarle una barzelletta che non faceva ridere e anche lei fece lo stesso ed entrambi ridemmo.

Poi le cadde un’impercettibile goccia di vino sul vestito, ne approfittò per andare in bagno mentre io accesi una sigaretta. Al ritorno trovò un me sorridente e il dolce che avevamo ordinato, un dolce dai bellissimi colori e dalla bellissima e sinuosa forma che ero sicuro lei avrebbe fotografato, trovò tutte queste cose e trovò anche il biglietto che le avevo scritto in quei frangenti e che le avevo lasciato bene in mostra accanto al bicchiere ancora colmo di quel vino della nostra terra che avevamo lodato per sciogliere il ghiaccio all’inizio di quella surreale serata.

Si sedette e accese una sigaretta, la fumò in silenzio e quando fece per spegnerla lesse il biglietto che le avevo scritto. Mi guardò e disse che doveva andare. Non l’ho mai più rivista.

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Piazza d’Armi

Scriveva Lucrezio nel De Rerum Natura: “Bello, quando sul mare si scontrano i venti/e la cupa vastità delle acque si turba,/guardare da terra il naufragio lontano:/non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,/ma la distanza da una simile sorte”. Il poeta latino voleva esprimere il sentimento – contrastante – di orrore per il disastro che stava avvenendo a grande distanza dal punto di osservazione e il giubilo, profonda gioia di essere a distanza di sicurezza, sì che quelle grandi e onde e maestosi venti non avrebbero mai potuto raggiungerlo. E’ questa l’immagine che mi è passata per la testa dalla maestosa altezza del Castel Sant’Elmo, in una notte fosca ma che eppure metteva a disposizione l’intero immaginario di una Napoli distante, osservata in silenzio. Il silenzio e la distanza mi fanno osservare con distacco il turbinio di luci di una movida qualunque di un sabato come un altro. I cumuli di spazzatura non sono ancora visibili dall’alto, penso con malcelata ironia. Mulinelli di fumi grigi salgono indisturbati, non c’è vento ed è un’ascesa verticale. C’è speranza, mi dico prima di contraddirmi un attimo dopo. Mi godo il piacere di vivere la mia città come un turista.

La notte è fosca ma il linguaggio della propria città è un linguaggio nativo: così come, tra i parlanti di una stessa lingua, si è in grado di colmare quei silenzi e quelle imperfezioni delle parole che uno straniero non saprebbe come interpretare, finendo per perdere il significato ultimo della frase, allo stesso modo la vista della propria città nascosta dalla foschia di una notte di primavera è pari modo fulgida, di immediata comprensione, dato che quello sguardo che si posa sulle sagome conosciute, celate dalle nuvole in lontananza, è in grado a memoria di ricostruirne forme e limiti. Io non sono là per essere rapito dalla bellezza dell’ignoto ma per abbeverarmi alla fonte primigenia della terra: gli occhi vagano e indugiano sul mare e sui riflessi delle luci, si è in grado di abbracciare i due lati della cartolina e scoprirne persino di nuovi. Ancora aggrappandosi alla metafora del linguaggio: sono parole nuove, è un vecchio amico che ti parla in modo diverso, o è semplicemente l’accorgersi di un qualcuno che tentava di parlarti ma tu, per tanto tempo, non ne hai mai compreso le parole. Vista dall’alto quest’accozzaglia di case e colline e promontori acquisisce un senso, non solo dal punto di vista della propria conformazione fisica, ché su quella almeno vi è da tempo accordo unanime, ma persino da quello della umana convivenza: strade e grandi arterie, chiese arroccate e lungomare, palazzi signorili e quartieri popolari; le torri del centro direzionale, tristi nella penombra; la stazione marittima; il quadrato della Piazza più famosa, con lo spazio al centro incredibilmente piccolo che conferisce più maestosità al Palazzo Reale e alla Galleria e alla Chiesa; tutto, visto da quell’altezza, ha un senso, laddove la quotidiana fatica e il sempiterno arrabattarsi per le stesse strade finisce col farti credere che, tra tutti i posti del mondo, questo ne sia quello meno dotato.

Si sente il bisbiglio di un accento diverso: “la molteplicità dei piani prospettici”, e poi la voce continua ad elencare geografie e conformazioni a qualcuno che ne rimane estasiato. La mia considerazione è parimenti entusiasta, ma più rozza: “certo che è vero che quella strada spacca Napoli in due parti”. Spaccanapoli. Le due parti della città ai lati di questa strada forse sono state concepite per darle rilievo, per conferirle quell’importanza che altrimenti non avrebbe mai avuto. La Certosa di San Martino è lì sotto, stasera la città mi offre l’occasione di colmare la lacuna di averne ignorato per anni gli anfratti più suggestivi. Bisogna approfittarne, mi dico in un impeto parossistico, mentre con la solita malizia penso che più che eventi speciali qui abbiamo bisogno di normalità, che il museo e il Castello siano sempre a disposizione del cittadino e del turista e che questi non si vedano il solito cartello sbattuto in faccia mentre tentano di capire il lato misteriosamente bello di Napoli.

Ma queste sono considerazioni che in una serata come questa non è giusto fare. E’ più urgente osservare i volti delle persone che sono lì con me, quello dell’amica che mi accompagna in questo gioco infantile ma tremendamente serio del giro della Piazza d’Armi a vedetta della città. Il nemico è qui da anni, le sentinelle dovevano essersi addormentate.

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Come un’oliva

Se è vero quel che dice il Talmud, che gli esseri umani sono come le olive e danno il meglio di sé quando sono schiacciati, allora proverò a lasciare che le parole scorrano mentre il tempo mi rincorre, stasera è la notte dei musei aperti e bisogna approfittarne, bisogna far presto perché il tempo è tiranno anche se molti dicono non esista affatto, la luna è quasi piena o si sta sgonfiando, nei giorni e nelle notti scorse non ero molto attento, facevo finta di prestare attenzione e poi galleggiavo in un fluido indefinito di ricordi, sensazioni, aspettative, ma ora sono attento e centrato e mi godrò la notte in cui la mia città metterà a disposizione di tutti i suoi tesori, alzerà il sipario e con sapiente gioco di luci riverserà la cornucopia della sua bellezza in una notte tersa e immota, il vento non si alzerà perché, complice, non vorrà disturbare la notte di quiete portando i miasmi della realtà quotidiana, i poco salutari effluvi di una città vessata dalla spazzatura e… il mio tempo è già finito, sono sicuro che andando avanti sarei giunto al cuore della questione, avrei visto me nel mio tempo e il mio tempo nella mia vita, necessariamente intersecati e dipendenti l’uno dall’altra, il tempo è già finito ma stasera non voglio sentirmene schiacciato. to be continued

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Lessico familiare

“Era il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano di essere dei poeti, e tutti pensavano di essere dei politici; tutti si immaginavano che si potesse e si dovesse fare poesia di tutto… Ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l’illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera. Così molti si ritrassero presto sconfortati e scorati; e ripiombarono poi in un amaro digiuno e in un profondo silenzio.”

Natalia Ginzburg, Lessico Familiare

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Un tramonto a Tel Aviv

Quel giorno finii presto di lavorare, mi avevano permesso di uscire prima dall’ufficio, verso le 1630. Mi stavo dirigendo a casa quando ho visto il cielo: una giornata perfetta, tersa, con una di quelle luci che ti infondono coraggio. Ho guardato dietro di me e ho visto il mare luccicante, il sole che si avviava a spegnervisi dentro, e così ho attraversato la strada, raggiunto il bel lungomare e su una piccola collinetta, su una panchina di legno, ho aspettato per una mezzora che il sole tramontasse. Davanti a me avevo solo il mare, alla mia sinistra la città vecchia di Jaffa, uno dei porti più antichi del mondo, fusione riuscita tra arabi e giudei, la vecchia torre dell’orologio che svettava sulle case diroccate dei pescatori; il sole si avviava lentamente verso quella linea d’orizzonte che qui è rivolta verso l’Europa, e man mano che scendeva diventava più grande e rosso, ed io lo guardavo e sentivo il vento spirare, e sentivo il cigolio di vecchie biciclette che di tanto in tanto passavano sul selciato sotto di me, e sentivo le grida in lontananza di una famiglia araba, tanti bambini e una donna interamente coperta, il vento era forte e le svolazzavano i veli e i mantelli e lei li teneva stretti a sé e rideva, rideva anche il marito, e intanto il sole scendeva ed io fumavo una sigaretta. Col mare davanti, le onde che si susseguivano e ripetevano a vari livelli, come uno spartito invisibile di un’unica melodia, i riflessi arancioni e dorati in lontananza. Il mio pensiero cominciava lentamente a cullarsi, a fluttuare in uno stato indefinibile. Provavo a focalizzare qualcosa, a razionalizzare, ma il pensiero tornava dentro, al calduccio, e di nuovo era solo il rumore del mare e un grande disco di fuoco e l’orizzonte che si tingeva di rosa e di rosso. Il sole stava per sfiorare l’orizzonte sgombro da nuvole, sembrava toccare l’acqua ed ecco che contro di esso si stagliano delle sagome indefinite, che ad occhio nudo non si notavano: saranno state montagne, sarà stata una flotta di pirati, sarà stata un’isola deserta con poche palme a segnalarne l’esistenza. Non lo so, per me erano tutte queste cose, e il sole rosso la cornice ideale per poter immaginare un mondo lontano. Ho lasciato che l’ultimo spiraglio di luce sparisse, e con esso quelle sagome lontane. L’orizzonte ora è nuovamente spoglio, i colori si attardano ma io vado via, verso i grandi grattacieli luminosi del centro della città.
Ci sono cose che durano tanto da sembrare una vita, così tanto che poi per dimenticarle basta un attimo. Ci sono piaceri che durano il tempo di un libro, sono limitati ad esso ma l’anima ne esce fuori arricchita, sazia di un qualcosa di cui non sapeva potesse saziarsi. Ci sono tramonti in perfetta solitudine, così perfetta ed acuta da essere meravigliosa.


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Un valzer cittadino

Nel trambusto di un pomeriggio cittadino, tra carte sporche e motorini, sento questa melodia provenire da lontano. In quel momento l’afasia e l’indifferenza cittadina non mi sembrano più così pressanti, così scoraggianti, e mi abbandono al dolce pensiero che da qualche antro della mia città possa provenire tale melodia di un tempo e di un mondo lontano. Volgo gli occhi contro i riflessi del primo sole, cerco la gitana che con la sua fisarmonica lenisce la malinconia della distanza e dell’essere straniero, oppure cerco la finestra di un vecchio palazzo che lascia intravedere, tra rosse tende svolazzanti, il ballo solitario e languido di due amanti incuranti del tempo, e mentre cerco avidamente queste scene la città si trasforma sotto i miei occhi, mi sembra che le cartacce per terra stiano per essere sollevate e portate via da quello stesso vento che era salito improvviso come la musica, e anche il rumore di fondo del traffico ossessivo sembrava essersi ingentilito, mi pareva che le persone si affacciassero dai finestrini delle loro auto per incrociare anch’esse lo sguardo del misterioso suonatore, e nel farlo sorridevano e rinunciavano alla loro rabbia, un tempo avrebbero riconosciuto l’impeto dell’abbraccio e della danza ancestrale che adesso era risvegliato portentosamente da una sola, immemore melodia, e io ringraziavo in cuor mio, segretamente, quell’oscura fonte di ricchezza e comunione. Poi mi sono accorto che era la suoneria del mio telefono.

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Epitaffi virtuali

Queste nostre identità virtuali che sopravvivono alle nostre esistenze fisiche e concrete, con il loro carico simbolico di eterni epitaffi virtuali cominciano ad inquietarmi. Avevo usato a sproposito la parola “preoccupante” per definire questa naturale evoluzione dei rapporti tra reale e virtuale. Ma per una naturale inclinazione olistica, tendo ad allontanare da me ogni giudizio morale su quanto l’interazione tra l’uomo e i mezzi da esso creato è in grado di produrre: è nella naturale evoluzione delle cose, è nel nome del progresso che le macchine asimovianamente intese prescindono dai nostri ancestrali bisogni. Ci piaccia o no, è sempre con esso che dovremo confrontarci. E quindi la cronaca nera proietta nelle nostre vite drammi che assumono una portata più ampia, dai quali ci sentiamo asfissiati come se coinvolgessero direttamente le nostre esistenze. In precedenza, tutto ciò che riguardava l’intimo di una persona tragicamente scomparsa apparteneva alla sfera privata della famiglia, dell’intimità, e solo dopo uno scavare certosino si riusciva a fare emergere quei tratti di personalità che avrebbero contribuito a rendercela come umana in senso stretto. Adesso, il lavoro dell’intelligence giornalistica è reso superfluo dalla nostra volontaria condivisione di frammenti di identità. Frammenti labili, sempre in procinto di essere cancellati con la pressione di un tasto, ma pur sempre presenti.

Ma il mio giudizio distaccato non arriva a non farmi immaginare, in un futuro non molto remoto, gli sconvolgimenti nel modo di intendere l’identità di un essere umano, che sia o no ancora in vita. “Partì per un lungo viaggio e non se ne seppe più nulla di lui, potrebbe essere morto ma nessuno lo sa, e in quel caso è come se non fosse morto per davvero, il ricordo che è sepolto nelle persone è un ricordo della sua persona viva e non morta, e solo la prova contraria è più forte dello sbiadire del ricordo nel corso degli anni”. Così mi sembra di ricordare da un frammento di un film di cui non ricordo il titolo. Mi viene sempre in mente quando ripenso alla possibilità che ognuno ha di recuperare online gli ultimi frammenti di una vita che non sapeva ancora di andare incontro alla sua fine. Rileggere gli ultimi tweets di quel ciclista che, prima della tappa, andava dal parrucchiere per sistemare la sua acconciatura, è semplicemente inquietante perché dice molto più della caducità e dell’aleatorietà delle nostre misere vite di quanto non faceva la notizia nascosta in una delle pagine interne di un giornale.

Forse non c’è nessuno stravolgimento epocale all’orizzonte, i riti umani continueranno ad essere officiati come lo sono stati per millenni. Ma a me pare che non sia soltanto la vita ad essere entrata in una dimensione più leggera e distante, in una parola virtuale, ma anche la negazione di essa. Forse è per questo che infine penso che la paura del governo americano di non fornire ai fanatismi un corpo da adorare sia una paura che non rispecchi lo spirito del tempo: adunate di persone possono commemorare il loro morto attraverso quei sacrari virtuali che le nostre connessioni hanno creato, loro malgrado.

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Cupo cielo

In questo preciso momento avverto un’immobilità totale. Sono andato a cercare un vecchio quaderno dove ricordo di aver scritto qualcosa sul colore del cielo, un colore quel giorno così rosso e cupo che immaginavo che il giorno in cui il mondo finirà sarà tratteggiato dagli stessi spaventosi colori. Ora è un ceruleo dimentico che impallidisce man mano sotto il vorticare delle nuvole basse: sembra davvero un vortice, e star fermo qui mi è difficile. Difficile abdicare a questo cielo, scongiurare quel moto di inerzia che sembra essersi arrestato, preda di sensazioni più grandi di esso. E’ letteralmente disperante sapere di poter accedere alla parte più remota di noi stessi solo tramite uno sforzo enorme, come se i segreti e i meccanismi della nostra anima non fossero una cosa che ci spetta di diritto, in maniera non mediata, una spettanza che dovrebbe essere parte del patto che involontariamente abbiamo sottoscritto con la nostra vita. Invece no, deve sempre essere una nuvola bassa o una solitudine o una qualsiasi altra inquietudine a scuoterci, a dettarci la spartitura del tempo che verrà. Resto qui affamato di vita e di sguardi vitali, di persone che sappiano accendermi. Durante questa paziente attesa rivolgo a me stesso un autocritico urlo liberatorio e sciorino dei versi liberi per una preghiera laica, l’unica che sono in grado di recitare: fa’ che io sia sempre in grado di tenermi ben strette le persone amiche.

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