Articoli con tag: Palestina

Molto forte, incredibilmente vicino

Lo sherrut n. 18 che da Gerusalemme porta a Ramallah si regge in piedi per uno strano miracolo. La pioggia picchietta sul tetto in maniera furiosa, e ad ogni scossone cui la strada dissestata lo obbliga si teme che possa andare in mille pezzi. Non è la giornata ideale per andare in giro. L’unico colore è il grigio, e il campo visivo si arresta dopo pochi metri. Le mura della città vecchia di Gerusalemme sembrano provenire da un vecchio libro ammuffito, e sotto i tendoni delle bancarelle si raduna una folla vociante.

Le due città non distano molto, un cartello indica 15 km, ma per raggiungere la capitale temporanea dell’Autorità Nazionale Palestinese bisogna superare il checkpoint Israeliano. Con mia grande sorpresa il piccolo trabiccolo passa indisturbato, mentre una litania continua a scorrere in sottofondo nell’abitacolo (l’umore e le suggestioni della musica cambiano al variare di quelli del paesaggio: dalla spensieratezza relativa e l’ordine dal quale provengo ad un pugno nello stomaco: queste due potrebbero essere usate per descrivere insieme musica e paesaggio). Mi chiedo: che ci faccio qui? E non so darmi una risposta, sapevo che qui non avrei trovato posti da visitare, nessun monumento verso il quale volgere lo sguardo, nessuno scenario di cui rimanere estasiato. Eppure. La voglia di mettere la testa oltre la cortina e vedere cosa c’è in quest’altra parte di mondo è stata più forte di ogni considerazione razionale. D’altronde, la mia condizione è privilegiata: tutti sanno cosa c’è dall’altra parte, ma se hai avuto la fortuna o la sfortuna di nascere nell’una o nell’altra, allora tutto il resto ti sarà precluso. Io sono inoffensivo, pittoresco: chi ti ha detto di venire a Ramallah, mi chiede il tizio a cui chiedo informazioni, non lo so, nessuno, ero solo curioso, rispondo io, e la sua alzata di spalle vale più di mille parole. Continuiamo a camminare insieme. Il suo sguardo gentile stona con la bruschezza delle sue parole. Com’è la vita qui, chiedo, e lui mi risponde che è l’unica possibile. Mi sento in dovere di chiedergli qualche altra cosa, forse lui saprà dove si trova la tomba di Arafat, e se è possibile raggiungerla a piedi o con un economico sherrut. Non siamo mica a Tel Aviv, qui, mi risponde.

E in effetti la differenza non potrebbe essere più grande. La cosa che mi colpisce di più è la grande confusione che c’è in giro per le strade. Le persone camminano in maniera disordinata per la carreggiata, le macchine suonano mentre tuoni minacciosi incombono. Ma forse un motivo per tale trambusto c’è: in Manara Square saranno almeno in 1000 a dimostrare contro il recente veto degli Stati Uniti ad una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani in quello che è supposto essere il futuro Stato Palestinese. Il tono della musica e degli slogan e le foto del Presidente non lasciano spazio a dubbi: sebbene si alzino al vento le bandiere di Egitto e Tunisia, questo popolo supporta le decisioni dei suoi leader, più che volerne la fine. Non si possono fare paralleli, eccetto quello della uguale e comprensibile voglia di libertà. D’un tratto passa una macchina con appeso allo specchietto retrovisore un arbre magique con i colori della bandiera americana. Cerco di scrutare lo sguardo dei miei vicini, anch’essi attirati da quell’oggetto così piccolo, e fantastico sull’identità di quell’uomo, un soldato probabilmente.

Dopo un po’ sento il bisogno di allontanarmi. Giro senza meta per la città, come spesso mi è capitato, ma l’atmosfera è irreale. Un vento sferzante fa tremare le vecchie insegne di una famosa catena di pizza express, i palazzi sono scrostati e tutti sembrano correre da qualche parte, facendo attenzione a non mettere i piedi in un fosso, nel dedalo delle strade che sembrano dovere essere riasfaltate ma che invece sono lasciate così, terra e pietre e nessun cartello, e allora penso al senso di precarietà e penso al fatto che l’arredo urbano non è proprio una delle priorità, da queste parti. Ma sono pensieri superficiali che si arrestano non appena avverto l’odore di falafel dai chioschetti affollati. Ne chiedo uno e rimango estasiato dalla velocità con la quale il mio pranzo è preparato. Stavolta dentro vi sono pezzetti di limone e strane verdure sott’olio. Non ho mai mangiato una cosa così buona, da quando son qui.

Mi avvio verso la tomba del vecchio Presidente. Sul muro di cinta scorgo una targa che suggella il gemellaggio tra Ramallah e Rio de Janeiro. Vedere accostati i nomi di Abbas e di Lula mi fa uno strano effetto. Il monumento tombale è ancora più desolante, visto nella prospettiva di una giornata come questa. Due guardie a fare picchetto, nessuno in giro. Se dovessi giudicare la memoria storica, il lascito anche visivo ed empirico all’interno della città che funse da quartier generale dell’Autorità Palestinese, direi che questo è di poco effetto, capace di una presa blanda. Tutt’altra storia in Rabin Square a Tel Aviv, enorme e ariosa, con la sua nuova fontana che di notte si illumina. A due personaggi così distanti (ma avvicinatisi poi inaspettatamente, con quella famosa stretta di mano e quel Nobel infruttuoso) corrispondono due luoghi altrettanto diversi. Scatto le mie fotografie di rito, lancio uno sguardo alla valle. Non è necessario rimanere il quel luogo un minuto di più.

Ritorno nella piazza principale e vedo le stesse scene di prima. Le stesse persone, forse solo raddoppiate in numero, gli stessi carri che girano intorno alle sculture dei leoni al centro della piazza. Girano in tondo, tornano al punto di partenza, nulla di più, non si muovono da lì. Mi passa per la mente che non potrebbe essere altrimenti, che il parallelo con la situazione politica è ovvio ma preoccupante. Ad un tratto la folla si dirada e tutti iniziano a correre. Comincio a temere il peggio, ma è solo la pioggia che si abbatte violentemente sulla città.

Sono stanco, cerco un bus per tornare a Gerusalemme. Un ragazzo abbandona il suo chioschetto, visto che non è in grado di parlare inglese, e mi accompagna attraverso il mercato per raggiungere la stazione-parcheggio. Ma il bus che vuole farmi prendere è diretto a Jericho. Sono tentato dall’idea di farmi trasportare dagli eventi, ma il freddo e la stanchezza prendono il sopravvento. D’altronde, non bisogna sempre lasciare qualcosa di intentato, mentre si viaggia, allo scopo di lasciare spazio ad un ritorno venturo?

 

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Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


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Addio alle armi – part I

Mi è stato detto che non posso non avere una idea mia . Che il mio tentativo di essere imparziale, di mettere a fuoco gli eventi considerando entrambe le parti – scevro da ideologie, sfruttando la mia condizione di osservatore esterno – non può condurmi a non maturare una mia propria personale opinione sulle cose che racconto. In realtà io credevo che la mia posizione riflettesse in realtà un’opinione, e cioè che il peso di 60 anni e oltre di storia, l’essere accecati da ideologie religiose – in ultimo la naturale ed intrinseca conflittualità tra esseri umani, tra popoli – non abbia potuto che portare alla tragica realtà del presente. Mi si dirà: che opinione è? Provo ad arrivarci.

Io parlo del presente, ché degli eventi storici ne hanno parlato persone ben più titolate di me, e ciononostante il quadro non è chiaro. Le ultime rivelazioni dei Palestine Papers (i documenti riservati delle trattative di pace che coprono l’arco di 10 anni, divulgati da Al Jazeera) non hanno fatto che peggiorare le cose: è stato Israele a rifiutare le proposte di pace, oppure quelle proposte non erano razionalmente accettabili? La minoranza araba è sufficientemente tutelata, come chi dice chi ricorda che questo è l’unico Stato del Medioriente dove una minoranza siede in Parlamento, oppure la violazione dei diritti umani è palese ed esecrabile? La mia opinione è: entrambe le cose. Questa conta dei torti è un gioco a somma zero, la storia parla per sé, quando non è mistificata, e ai posteri l’ardua sentenza. L’unica cosa veramente esecrabile è che non esista nessuno in grado di imporsi evitando di strumentalizzare le rispettive battaglie per le libertà dell’uomo sotto la maschera della religione. E questo vale per entrambe le parti: ieri ad una piccola manifestazione ho parlato con un manifestante, il quale non ha esitato ad ammettere le colpe dell’Autorità Palestinese durante il processo di pace. Fin quando ci saranno Hamas e Fatah che si fanno la guerra tra di loro le voci di coloro che protestano, che si indignano – giustamente – sono destinate a perdersi nel vuoto. A questo punto non deve suonare paradossale che la maggioranza dei cittadini arabi di Gerusalemme Est, secondo un recente sondaggio, preferirebbe la cittadinanza Israeliana ad una Palestinese.

D’altro canto le cose non vanno meglio nello Stato ebraico. Dopo il susseguirsi di attentati suicida durante la Seconda Intifada, quando le mamme, mi raccontano, mandavano a scuola i figli in due bus diversi, per le ragioni che facilmente si immaginano, fu deciso di erigere un muro capace di mettere al sicuro la cittadinanza. A Tel Aviv ci furono centinaia di morti, la stessa città dove ora l’unico caos che si nota è quello fuori alle discoteche. Da quel momento non ci sono stati più cittadini israeliani morti per questo tipo di attentati. Ma a quale prezzo? I racconti sono agghiaccianti: famiglie smembrate, intrappolate nel loro ghetto, una sorta di legge marziale vigente che consente sistematiche annessioni illegali di territori, negando sostanzialmente accesso a servizi fondamentali e strozzando quella parvenza di economia. E’ un prezzo troppo alto, e penso che il più forte abbia l’onere di non pretenderlo. Esso non è nato dal nulla, e andando a ritroso ci si ritrova sempre a mordersi la coda.

Ma non volevo parlare di questo, o meglio questa era la premessa. Gli spazi si son dilatati mio malgrado. Nel trambusto della rivoluzione che si propaga negli stati arabi, dalla Tunisia all’Egitto alla Giordania, con le possibili ripercussioni che arrivano ad intimorire gli abitanti di questa terra, volevo parlare di una battaglia silenziosa, strisciante, di cui probabilmente non avrete avvertito l’eco. Volevo parlare di una cantante, e volevo capire se una sua controversa decisione fosse stata giusta o meno. Ma nel mio tentativo di chiarirmi le idee, trovo che queste siano ora ancora più confuse. Ci tornerò, nel poco tempo che mi resta.

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Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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La storia siamo noi. O loro?

Capire le cose, formarsi un giudizio su di esse e poi agire di conseguenza, creare su questa base i propri convincimenti, vedere la propria vita e le relazioni con il mondo come una semplice reazione a questo stimolo primigenio. Certo il discorso cambia se allarghiamo la visione dal particolare al generale: nel giudicare le opinioni e il modus vivendi di un individuo possiamo ben mettere in conto fattori strettamente personali come il carattere, la sua storia particolare, le sue paure e desideri che nessun altro può far propri, se non provando ad immaginarli. Ma quando parliamo di una società, o di parte di essa, o addirittura di un popolo o di una nazione, allora il discorso assume tratti diversi. Sono abituato a considerare l’informazione, il suo grado di indipendenza e di obiettività, il suo essere strettamente fedele ai fatti e lucida ed onesta nell’analizzarli come un parametro fondamentale per misurare la libertà di cui godiamo, e di conseguenza anche i confini del nostro pensiero. Libertà non intesa come un qualcosa di statico, da misurare nel momento presente come un qualunque fenomeno fisico di cui si facciano esperimenti empirici, ma vista con un occhio rivolto all’indietro, retrospettivamente, che ci dica da dove veniamo, e con un altro a scrutare la strada, in prospettiva, che ci indichi dove andremo.

Non so quale di queste due visioni sia maggiormente in pericolo nell’epoca che stiamo vivendo, ma non tornerò con la mente in Italia, non ora. Ciò che già sapevo è che un pensiero collettivo animato  da ideali puri può formarsi solo con una visione condivisa delle proprie origini, della propria storia. Ma la storia è di solito scritta dai vincitori: sono quelli che hanno il controllo della narrazione della storia ad avere man forte, in senso politico ed in senso meno figurato, sul presente e sul futuro di una nazione. Ciò che non cessa mai di stupirmi è la vigliaccheria di una classe politica che decide quale versione dei fatti offrire alle giovani menti che vanno formandosi, con la presunzione di mentire sapendo di mentire, o almeno di mentire sapendo che potrebbero essere in errore, e che il loro errore potrebbe essere tanto più rilevante e biasimabile quanto lo sia quello della parte che avversano.

Perché non offrire ai propri figli una visione condivisa e rispettosa? Perché non si ha la lungimiranza di comprendere che un seme d’odio e di distanza tra due mondi è maturato nel giro di poco più di metà secolo, dopo essere stato incubato per secoli, e che se si vuole evitare che metta radici eterne è necessario affidarsi a chi è ancora scevro da astio e pregiudizio? Ciò che allora potrebbe sorprendere è la reazione di queste giovani menti: secolarizzazione, assuefazione, quel naturale spirito critico intrinseco alla giovinezza. Mi viene da pensare questo quando leggo della reazione degli studenti di una scuola di Sderot alla decisione del Ministero dell’Istruzione di proibire l’uso di un libro di testo – l’unico – che si proponeva di offrire una visione condivisa della storia, ebraica (o ebrea) e araba (o palestinese). Ad esempio, agli studenti israeliani veniva spiegata la Nabka, o il disastro, sofferto dai Palestinesi quando nel 1948, durante quella che è conosciuta come la guerra di indipendenza israeliana, 750.000 di loro furono sradicati dalla terra in cui vivevano. Mentre gli studenti palestinesi potevano apprendere la connessione che gli ebrei sentono con la terra, e il modo in cui l’antisemitismo e l’Olocausto hanno influenzato il pensiero sionista.

Trovo importante dire questo per raccontare quanto sia ampio il divario tra una classe politica reazionaria ed una generazione cosmopolita che va affrancandosi dai quei retaggi di cui parlavo. In uno stato che impone il giuramento di lealtà a coloro che vogliono diventare cittadini israeliani, imponendo loro di riconoscere Israele come uno stato democratico ebreo, è possibile riconoscere – finalmente – quella che Amos Oz ha definito “una cultura del dubbio e dell’argomentazione, un gioco senza limiti di interpretazioni e di contro interpretazioni” in una terra in cui “dal principio dell’esistenza della civilizzazione ebrea, è stata sempre riconosciuta la capacità di argomentare”. Probabilmente tale forza e coraggio vengono filtrate e assimilate con forza, nella percezione che si ha di questo popolo dall’esterno, in un’unica immagine distorta. Messa davanti allo specchio, parte di questa terra riflette il barlume dell’unica, piccola e possibile speranza.

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