Articoli con tag: Lavoro

Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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Preferivo l’odore del mare

È trascorso molto tempo dall’ultima cosa che ho scritto. Anche durante i momenti di silenzio virtuale, ho sempre avuto l’abitudine di scribacchiare su un taccuino, forse per mantenere il contatto con una parte di me che rimaneva sopita durante il giorno (ho sempre considerato lo scrivere come un atto notturno). Negli ultimi tre mesi non ho avuto voglia di scrivere nulla. Non ne ho sentito l’esigenza. Un’eternità mi pare trascorsa, e lo stesso atto di pigiare su questi tasti mi sembra ora ridicolo, affettato. Non ricordo come si fa.

Riprendo cose vecchie che non ho mai finito, che ho lasciato sonnecchiare nascostamente in una cartella. Parlavo di lavoro. Non era la prima volta che lo facevo: ho sempre danzato intorno all’argomento con fare un po’ fanciullesco. Quei girotondi mi aiutavano a lenire un senso di colpa.

Ho trovato su internet Lavorare Offline, una galleria di immagini che offre una panoramica di tutti quei lavori – raccontati attraverso uno scatto che immortala la misera vita di un misero essere umano – che escludono l’utilizzo del computer, e di internet. La nostra società terziarizzata e informatizzata continua ad avvalersi della parte fondamentale della catena di montaggio primordiale: ad ogni nuova tecnologia corrisponde un lavoro manuale che la rende possibile, e dietro l’impalcatura delle professioni c’è la rete di operai che mette l’olio negli ingranaggi affinché non si inceppino.

In rete trovai anche le parole di Erri De Luca, che in un intervento su Repubblica parlava dell’attività letteraria. Sapevo che quelle parole avevano un senso, anche se non sapevo cosa farmene. “Non posso chia­marla lavoro nel mio caso. Quello è stato ese­guito dal corpo che ha ven­duto il suo ser­vi­zio in cam­bio di sala­rio. Ho del verbo lavo­rare una noti­zia ristretta e manuale. Non le ho lasciate in pace, le mie mani, non le ho tenute in tasca o nel fodero dei guanti. Quando le uso per tenere aperto un qua­derno sopra le ginoc­chia e scri­verci qual­cosa, stanno riposando. Per me scri­vere è tempo festivo, oppo­sto al verbo lavo­rare. Il 1900 è stato il secolo degli ope­rai e del riscatto del lavoro manuale. Sca­duto quel tempo, dal riscatto si torna al ricatto del lavoro manuale: o si piega ser­vile, senza dignità e diritti o viene espulso.” Non ricordo più il sito dove lessi l’intervista.

Avevo lasciato decantare queste immagini e parole in attesa che trovassero una congruenza in me. Mi è tornata la voglia di scrivere perché ho lenito il mio senso di colpa. Mi si chiederà: e dovevi andare in Australia, in luoghi sperduti di poche anime, a lavorare la terra e dar da mangiare agli animali, a lavar piatti e a costruire cessi, a fare le pizze e a verniciare bungalow per far sì che non ti sentissi più in colpa al pronunciare la sola parola “lavoro”? La risposta è sì.

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La luna e sei soldi

Ieri sera volevo prendere una birra dal frigo prima di infilarmi nel treno che mi avrebbe portato in città, avevo trangugiato in fretta ciò che restava della frittata di cipolle e una birra ci stava proprio bene, quando mi sono ricordato che, se l’avessi fatto, avrei commesso un reato. In Australia è illegale bere in pubblico, al di fuori dei posti autorizzati – licensed – ed è passabile di multa. Che succede, mi dico, dove sono capitato, che posto illiberale e bigotto è mai questo. Lo stesso malumore che mi prende quando penso che lavorare 50 e più ore alla settimana ti svuota di ogni energia e non ti lascia nemmeno il tempo di farti un amico. Vado alla festa d’addio di C. e lo dico a tutti, che cazzo. Il posto si chiama Moon ed è là che ci ritroviamo per l’ultima volta.

Gina Rinehart è la più ricca donna australiana, erede di una grande fortuna nel settore minerario che ora vale 20 miliardi di dollari. Ieri aveva detto che l’Australia rischia di perdere la sua posizione dominante per l’alto costo del lavoro. I manovali dall’Africa sarebbero disposti a lavorare nelle miniere per 2 dollari all’ora. E gli Australiani, ha continuato, dovrebbero impegnarsi di più, bere e fumare e socializzare di meno, se vogliono raggiungere il successo. Il successo, ma cos’è il successo, ci pensavo in giornata dopo aver guardato il video di Michelle Obama alla convention democratica mentre stiravo la camicia che avrei utilizzato l’indomani al lavoro. Lei diceva che il successo si misura dalla capacità che ha un uomo di migliorare la vita di altri uomini. Gli Australiani, a quanto pare (almeno quelli la cui voce è filtrata attraverso il campione delle interviste televisive) non hanno preso bene le parole della magnate australiana, che invece lo misura in soldi, in status sociali: hanno detto che un barbecue e qualche birra dopo il lavoro sono un loro diritto, quasi come se fossero il corrispettivo della felicità costituzionalmente garantita negli Stati Uniti.

Qualche birra dopo il lavoro. E andiamo a berne un paio, mi dico, anche se non costan pochi soldi. È evidente che qui hanno un problema: i giovani aborigeni del Nord del Western Australia si suicidano a un tasso quadruplo rispetto a quello normale, spesso sono in preda all’alcol quando scelgono un albero a cui impiccarsi. Sarà per questo che la politica di accesso all’alcol è così restrittiva. Mi viene da pensare che proibire l’alcol in pubblico sia la cosa più facile da fare, e anche la più inutile: i giovani aborigeni portano dentro una ferita la cui origine non conoscono, portano un peso doloroso sulle spalle e non sanno il perché.  Sì, sono d’accordo con chi dice che il successo è la capacità di vivere migliorando la vita di altri uomini. Le comunità di recupero stanno però chiudendo, i soldi che arrivano si disperdono in spese burocratiche e poco trasparenti, e così l’unico modo con il quale si crede di poterli aiutare è proibire l’alcol.

Meno male che ci sono i pub, meno male che stasera non lavoro e posso concedermi una birra con C. e con gli altri. Il pub è di stile inglese e l’odore degli interni, in questo poco affollato mercoledì sera, mi ricorda l’Inghilterra. Strano che a mancare sia più il posto dove ho trascorso questo strano anno che la madrepatria dove ho trascorso una vita. Gli schermi trasmettono le partite inglesi che i pochi avventori guardano con attenzione. In realtà il posto si chiama The Moon and the Sixpence. Nessuno ha letto il libro tranne C. La serata scorre via ed è il tempo di prendere l’ultimo treno per tornare a casa. Con la testa tra le nuvole australi, pensando a tutte queste cose, perdo la mia fermata. Indietro tornano solo stanchi treni con la scritta sorryimnotinservice. Un altoparlante mi chiama, mi avvicino al citofono: il prossimo treno si sarebbe fermato solo per me, autorizzazione speciale. L’autista mi sorride e mi dice no worries. Che posto strano è mai questo, mi dico. Domani lo racconto a C., penso, ma poi mi ricordo che domani sarà già in viaggio per il Nord, curioso quanto me di visitare le comunità aborigene. Peccato che se ne va, era un buon amico.

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Giosuè

Oggi ho conosciuto un ragazzo di nome Giosuè. È un ragazzo sulla ventina, forse poco più, alto e con un paio di spalle da nuotatore. Vuole fare il duro ma gli si legge nello sguardo un animo gentile. Non mi ha raccontato molto della sua infanzia, ma ho avuto l’impressione che sia stata abbastanza travagliata. Può anche darsi che tutte le impressioni che ho avuto nel corso della nostra breve chiacchierata siano infondate. D’altronde, quando entriamo in contatto con una persona abbiamo bisogno di schemi, non possiamo permetterci il lusso di resettare la nostra mente e annullare pregiudizi, scorciatoie mentali, supposizioni. Quindi le darò tutte per buone, con la consapevolezza che, in un altro momento, avrei potuto averne di diverse. Magari lo incontrerò ancora e lui sarà allegro, sarà contento per una quisquilia che gli è successa e riguarda solo la sua piccola vita, ma che è in grado di farlo sorridere un po’ di più, e allora la mia impressione si plasmerà grazie a quest’altro elemento. Ma non voglio divagare.

Giosuè è un ragazzo ambizioso e volenteroso, uno di quelli che si prodigano per migliorare le cose, senza però l’arroganza di chi crede di avere tutte le soluzioni in tasca. Mi ha detto di essere laureato, anche se da come si esprimeva avrei faticato a dirlo. Impressioni. Mi raccontava che nel paese dov’è nato non ci sono tante possibilità. Un paese dove bisogna lottare duramente per conquistare un posto nella società, e lui all’inizio aveva anche intenzione di farlo, ma poi le cose si sono fatte troppo difficili. Volevo saperne di più, continuavo a fargli domande ma lui glissava, preferendo parlare d’altro. Superando la sua diffidenza, chiedeva di me, della mia vita e delle mie aspirazioni. Anche io tagliavo corto, in realtà. Forse volevo dargli un’impressione diversa, volevo scappare per un po’ da quel me stesso in cui sono rimasto imbrigliato. Cosa c’è di meglio che una nuova conoscenza per resettare un po’ la nostra mente e trovare conforto in un’altra identità? Ma sto divagando.

Ho pochi elementi per tratteggiare ulteriormente la sua personalità. Non abbiamo parlato per molto, in fondo. Mi mostra una foto della madre, a cui è molto affezionato. Dei fratelli non sa più nulla, ormai da un bel po’. Una lontana tristezza gli vela lo sguardo per un attimo, ma poi con una gran risata mi dice che la vita è bella. Mi dice che da un po’ di tempo ha una donna. Hanno anche un figlio, non esattamente in programma ma che lui ha accettato con spensierata incoscienza. La sua donna si accontenterebbe di un po’ di soldi per tirare avanti, mentre lui vorrebbe essere presente nella sua vita. Forse pensava a questo quando l’ho visto assorto, da lontano, prima che mi avvicinassi e avessimo l’occasione di parlare. Gli ultimi scambi li abbiamo avuti sul ciglio della strada, quando guardando dall’altra parte abbiamo osservato le macchine incolonnate per fare benzina: macchine di tutti i tipi, arroganti e di grande cilindrata, che per questo credevano di avere il diritto di saltare la fila, e altre più umili che se ne stavano in silenzio e polverose aspettando il loro turno. Tutto pur di risparmiare i dieci centesimi dello sconto domenicale sul pieno. “Anche qui non state messi granché, ma ti assicuro che a me va bene”, mi dice infine. Giosuè mi restituisce le chiavi della macchina, posa l’erogatore della benzina e mi augura una splendida serata. Chissà qual è il suo nome, penso mentre dallo specchietto retrovisore lo osservo che si prepara a una notte solitaria, di nuovo assorto sulla sua sedia di plastica bianca: nel distributore di benzina in cui l’hanno messo oggi non si pratica nessuno sconto.

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Il lavoro logora in ogni caso

Dove abbiamo sbagliato? Volevamo diventare creativi e artisti, volevamo esercitare la pratica forense e quella medica, volevamo diventare professionisti affermati. Abbiamo studiato lettere, comunicazione, politica. E non sappiamo fare nulla. Con le nostre mani, dico. Nulla. Non siamo scappati di casa appena la legge ce lo consentiva, abbiamo temporeggiato in attesa dell’indeterminato, ma di indeterminato c’è rimasto solo il futuro. Il tempo passa, guardandolo da qui i campi prospettici sono lunghi, tante eternità ci bloccano la visione e paiono insormontabili. Poi ad un tratto ci accorgiamo che il tempo è davvero passato, in città non è rimasto più nessuno, e abbiamo confuso le nostre aspettative con quelle di qualcun altro. Vogliamo scappare, ci dimeniamo, ma più passa il tempo e più sentiamo la presa forte della città. Società arcaiche le nostre. Il progresso e il benessere economico non è mai stato raggiunto dagli stanziali, quelli che hanno sovvertito l’ordine delle cose sono sempre stati quelli che sono andati, quelli che si sono impiantati in un luogo e hanno avuto fede di costruire dal nulla quello che in casa loro risultava inedificabile. Ma ci sono quelli che vogliono rimanere, quelli che lo considerano un dovere e quelli che lo considerano un diritto. Quelli che pensano che, ad andarsene, non si ha più diritto ad avere nostalgia, e quelli che restano e sognano sempre un altrove, chimerico e lontano. La città non cambia ma non le si può fare una colpa per questo: non è lei a dover cambiare.

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Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

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Quale consolazione

Quanto è difficile unire tutti i puntini, amalgamare tutte le sensazioni infisse nei ricordi e nei sogni e nelle aspettative e tradurle in vita. Quanto è difficile rincorrere il tempo e i propri sogni quando tempo e sogni sgocciolano giorno dopo giorno, e le notti sono ossessionate da quel lento ticchettio. Sto emozionandomi osservando la voglia di rivalsa, qualcuno dice che il vento è cambiato, che l’asse sociale va spostandosi nuovamente a sinistra, ed eppure quanto poco mi ci vuole per rendermi conto che niente e nessuno ci sta costringendo a confrontarci su una misera idea, su uno straccio di progetto politico che possa davvero far rinascere questo paese. E allora devo anche io, come tanti altri, accontentarmi di una sensazione, di una speranza. In questi giorni cammino per la città e sono ossessionato dai dettagli, vorrei liberarmene in un sol colpo, egoisticamente, ma non ci riesco, e osservo ciò che rimane ai margini mentre la mia vita assume i tratti di quel tedio leggero, evanescente, da borghese decaduto, da figlio di una generazione lontana che ne ha partorita un’altra che non sarà capace di mantenere quello stesso stile di vita. Una generazione va lentamente scomparendo sotto i nostri occhi, il futuro non c’è, il passato è dimenticato, il presente è un moto sussultorio di speranze e delusioni immediate. Sono ossessionato dai dettagli e vedo la scarpina logora della piccola mendicante, provo a lenire la mia coscienza con la carità ma mi sento ancora più male, ancora più ipocrita, io che come tanti altri ho creduto di avere bisogni che altri hanno fabbricato per me, come in una catena di montaggio. Siamo uccelli da gabbia e starnazziamo per reclamare le briciole. La frustrazione è quella invincibile di fare della propria vita un capolavoro unico e irripetibile, e invece sono un prodotto di serie, sono nel conteggio delle statistiche, sono ciò che la mia cultura ha partorito e non riesco a trovare altri colpevoli se non me stesso per non aver saputo ribellarmi. Diceva qualcuno che ogni persona è contemporaneamente un nessuno e il seme di una rivoluzione storica globale in attesa di nascere, e io aggiungerei che la credibilità di una società dipende dal peso che essa è in grado di dare ad uno di questi due estremi, dalla capacità di convogliare le migliori forze e non accartocciarsi su se stessa. L’unico ricambio generazionale è quello dei settantenni che, una volta in pensione, vengono contrattualizzati a peso d’oro per svolgere lo stesso incarico, l’unica consolazione è quella di non essere soli, l’unica consolazione, paradossalmente, è nelle fottute statistiche. Sono ossessionato dai dettagli perché sono quelli che, tutti incastonati, creano quel capolavoro che dovrebbe essere ogni vita e che invece in questa realtà sono pezzi sporchi e logori, e il mosaico che ne esce è sbiadito, una reliquia del passato inutile e anacronistico, ne sono ossessionato ma non ci credo, osservo ogni sorriso e succhio quell’ottimismo e quella speranza provando a farla mia, ascolto ogni urlo di rabbia e lo faccio risuonare dentro il mio silenzio. No, l’unica consolazione non sono le fottute statistiche, forse l’unica consolazione è un amico che sappia ascoltare i tuoi silenzi quando non hai voglia di parlare, forse la felicità più grande è quella che provo per gli altri, più che per me stesso, per coloro i quali scoprono il proprio talento e sono decisi ad inseguirlo. A chi devo dare la colpa se non mi decido a seguire il mio, di talento? Le statistiche dicono che è colpa di chi mi governa, mentre i dettagli che osservo e che roteano incessantemente attorno a me raccontano giornate sospese nel tempo, sudore e tedio in un immutabile ufficio, verrà il giorno in cui ritroveranno i resti di un antico edificio dove una volta veniva esercitato il pubblico servizio e il mio pronipote racconterà che un suo avo gli aveva raccontato che era tutto così, è rimasto tutto uguale negli anni e nei decenni. Il talento di cambiare la storia, che cosa grossa, ma almeno la propria, quella sì, voglio cambiarla, fosse solo in un sogno, unendo tutti i puntini e tutti i dettagli e rimirare per un attimo quel capolavoro che sempre mi sfugge.

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Era anche il primo maggio!

Bar Zanarini: alta borghesia e caffè annacquato. Seneca aveva torto: se non porti parte di te stesso nel viaggio allora questo è inconsapevole distrazione e non crescita interiore. La leggerezza viaggia in sella ad una bicicletta d’altri tempi. Le statue imbracciano libri, sembrano voler donare alla popolazione la consapevolezza che bisogna essere vigili e dotati di un cuore intelligente. Continua a leggere

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Generazioni invisibili

Dove è finito il mio impegno? C’è mai stato? Un’amica mi chiedeva di partecipare alla manifestazione di oggi contro il precariato, fatta di sabato perché i precari non hanno forza contrattuale e quindi il giorno non lavorativo era effettivamente quello più logico. Mi son sorpreso a rispondere in modo sarcastico che il sabato è l’unico giorno della settimana che la mia pur fragile e precaria esistenza lavorativa mi lascia per dormire. Lei alla manifestazione non è andata, suppongo a causa di una mancata risposta entusiasta da parte dei suoi conoscenti (e ormai da soli non si fa più nulla, come se essere soli in mezzo agli altri ti rendesse più solo, o andare tra la gente in compagnia facesse di te una persona meno sola; ma questo è un altro discorso).

Sono stato tacciato di qualunquismo, e forse un po’ a ragione. Sostenevo che dopo le varie manifestazioni alle quali avevo partecipato nulla era cambiato, l’indifferenza era la stessa. La contrapposizione è sempre stata quella tra una classe sociale in lotta, persone accomunate da un’esigenza o un’identità o entrambe, ché a volte l’appartenenza identitaria genera esigenze per così dire ataviche, e una classe di potere alla quale spetta decidere (in nome di tutti e per tutti). Questa contrapposizione io la vedo sempre, le lotte politiche rispondono alla sequenza richiesta\risposta: i migranti tunisini non hanno nulla con sé, sbarcano in quell’Europa che si batte per i loro diritti, che mostra sincera partecipazione dinanzi alle loro sofferenza, inneggia a libertà rivoluzione diritti e poi litiga per accoglierli. Pochi uomini decidono in nome di tutti, pochi uomini hanno in mano il destino di migliaia di persone nella più totale indifferenza.

Quella dei precari è una generazione che si avvia letteralmente a scomparire, invisibile com’è nel crocevia di drammi e problemi che sembrano d’un tratto aumentati a dismisura, amplificati e recapitatici direttamente a casa dai nuovi media. Il paradosso di questo tipo di contrapposizione è, a mio parere, il fatto che in questo caso le singole persone nulla possono per invertire la tendenza, per dare una sterzata ad un sistema marcio. Con la mia amica la discussione si sposta sui candidati sindaci. Di fronte al mio scetticismo mi ha risposto: “meno male che non andrai a votare a Napoli”. Le dico che alla fine della giornata il mio senso di responsabilità di cittadino ha sempre prevalso, e che considero il meno peggio una soluzione, seppur non soddisfacente, ma pur sempre un’espressione di partecipazione alla quale ho diritto e che considero un dovere. Ma anche in questo caso, di fronte ad una classe politica che nella sua totalità mostra ogni giorno una totale incapacità a gestire la cosa pubblica, mi viene da pensare che il personaggio di turno, le cui parole possono infiammare temporaneamente gli animi di chi non s’arrende, si dimostrerà alla prova dei fatti inefficace, tarpato da quel cosiddetto sistema che è tanto brutto e retorico evocare ma la cui presenza è avvertibile nella quotidiana incuria in cui siamo immersi.

E allora non partecipo. La generazione invisibile che si batte contro un governo sordo è lo strepitare d’ali di un uccello morente, è un combattere contro i mulini a vento. Le manifestazioni e le istanze preferisco rivolgerle a chi ha orecchi per sentire. Attualmente, nessuno mi sembra in grado di esercitare l’attività che è la più difficile di tutte, specialmente in politica: ascoltare. Mi sto rassegnando all’idea che, oltre ad una generazione invisibile, l’Italia stia sperimentando su se stessa un lustro invisibile: cinque anni perduti che lasceranno una pesante eredità per chi avrà il coraggio e il talento di cambiare qualcosa.

Per strada leggo un manifesto contro la guerra. La spiegazione di corredo all’invito alla protesta della prossima settimana contro la guerra in Libia è che “noi crediamo all’autodeterminazione dei popoli, ripudiamo la guerra come strumento di offesa, che i fondi per gli armamenti debbano essere destinati piuttosto ad interventi che mirino al riequilibrio economico in casa nostra, contro precariato e disoccupazione”. Ecco, un movimento pacifista invisibile mi è sembrato la cosa più logica per concludere il filo dei miei pensieri. Resto a guardare, aspettando il momento di alzare la voce.

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Contachilometri

Il contachilometri della macchina segna chilometro dopo chilometro, numeretto dopo numeretto, i piccoli e grandi spostamenti della vita, i pellegrinaggi verso i tradizionali sacrari in cui la nostra vita si dipana. A guardarli saltuariamente, con aria distratta, non ci rendiamo conto del fatto che quei piccoli numeretti si sommano e un giorno diventano un dato di fatto che non si può più ignorare: è tanta la strada percorsa che abbiamo lasciato dietro in una celata indifferenza verso tutte le cose, quel tipo di atteggiamento di chi vorrebbe ricordare e focalizzare la sua attenzione sul momento che sta vivendo, sulla strada che sta percorrendo, mentre il più delle volte quello che facciamo è scivolare via, pigiare il piede sull’acceleratore e alzare il volume dello stereo per non ascoltare i nostri pensieri.

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