Articoli con tag: Identità

Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
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Extraviados

Gli extraviados sono i persi in giro per il mondo,quelli colti dalla febbre di vedere e toccare con mano i pezzi di umanità che li circondano. Sono quelli che si trovano in capo al mondo per scelta, perché fare quella scelta è una necessità. Sono solitari che amano le persone, le amano a tal punto che poi sono costrette ad abbandonarle. Per loro non è importante possedere oggetti ed eppure, anche senza di questi, hanno una loro propria identità. “La mia patria è il mondo intero”, direbbero, e conoscendoli si capirebbe che fanno sul serio. Non si preoccupano del futuro perché troppo impegnati a vivere il presente. Hanno anche un buon rapporto con il passato perché non lo rinnegano. Sono quelli che non spariscono ma si confondono tra la gente, e se non li si trova è perché li si cerca nel posto sbagliato. Degli extraviados la società è solita preoccuparsi. Per loro non c’è un posto preciso, non rientrano in nessuna categoria o forse rientrano in troppe. Loro talvolta ci pensano, si fanno prendere dalla nostalgia e dal senso di colpa, se sia giusto essere nostalgici di un luogo che si abbandona per scelta, di un ruolo che non hanno mai davvero ricoperto, e per un attimo viene loro in mente di tornare, eleggere un domicilio, pagare le bollette e comprare un nuovo televisore. Ma poi si affacciano dal finestrino e non ci pensano più.

Nella versione aggiornata della pagina about un piccolo retroscena su come questa parola è finita nel mio immaginario.

 

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Giosuè

Oggi ho conosciuto un ragazzo di nome Giosuè. È un ragazzo sulla ventina, forse poco più, alto e con un paio di spalle da nuotatore. Vuole fare il duro ma gli si legge nello sguardo un animo gentile. Non mi ha raccontato molto della sua infanzia, ma ho avuto l’impressione che sia stata abbastanza travagliata. Può anche darsi che tutte le impressioni che ho avuto nel corso della nostra breve chiacchierata siano infondate. D’altronde, quando entriamo in contatto con una persona abbiamo bisogno di schemi, non possiamo permetterci il lusso di resettare la nostra mente e annullare pregiudizi, scorciatoie mentali, supposizioni. Quindi le darò tutte per buone, con la consapevolezza che, in un altro momento, avrei potuto averne di diverse. Magari lo incontrerò ancora e lui sarà allegro, sarà contento per una quisquilia che gli è successa e riguarda solo la sua piccola vita, ma che è in grado di farlo sorridere un po’ di più, e allora la mia impressione si plasmerà grazie a quest’altro elemento. Ma non voglio divagare.

Giosuè è un ragazzo ambizioso e volenteroso, uno di quelli che si prodigano per migliorare le cose, senza però l’arroganza di chi crede di avere tutte le soluzioni in tasca. Mi ha detto di essere laureato, anche se da come si esprimeva avrei faticato a dirlo. Impressioni. Mi raccontava che nel paese dov’è nato non ci sono tante possibilità. Un paese dove bisogna lottare duramente per conquistare un posto nella società, e lui all’inizio aveva anche intenzione di farlo, ma poi le cose si sono fatte troppo difficili. Volevo saperne di più, continuavo a fargli domande ma lui glissava, preferendo parlare d’altro. Superando la sua diffidenza, chiedeva di me, della mia vita e delle mie aspirazioni. Anche io tagliavo corto, in realtà. Forse volevo dargli un’impressione diversa, volevo scappare per un po’ da quel me stesso in cui sono rimasto imbrigliato. Cosa c’è di meglio che una nuova conoscenza per resettare un po’ la nostra mente e trovare conforto in un’altra identità? Ma sto divagando.

Ho pochi elementi per tratteggiare ulteriormente la sua personalità. Non abbiamo parlato per molto, in fondo. Mi mostra una foto della madre, a cui è molto affezionato. Dei fratelli non sa più nulla, ormai da un bel po’. Una lontana tristezza gli vela lo sguardo per un attimo, ma poi con una gran risata mi dice che la vita è bella. Mi dice che da un po’ di tempo ha una donna. Hanno anche un figlio, non esattamente in programma ma che lui ha accettato con spensierata incoscienza. La sua donna si accontenterebbe di un po’ di soldi per tirare avanti, mentre lui vorrebbe essere presente nella sua vita. Forse pensava a questo quando l’ho visto assorto, da lontano, prima che mi avvicinassi e avessimo l’occasione di parlare. Gli ultimi scambi li abbiamo avuti sul ciglio della strada, quando guardando dall’altra parte abbiamo osservato le macchine incolonnate per fare benzina: macchine di tutti i tipi, arroganti e di grande cilindrata, che per questo credevano di avere il diritto di saltare la fila, e altre più umili che se ne stavano in silenzio e polverose aspettando il loro turno. Tutto pur di risparmiare i dieci centesimi dello sconto domenicale sul pieno. “Anche qui non state messi granché, ma ti assicuro che a me va bene”, mi dice infine. Giosuè mi restituisce le chiavi della macchina, posa l’erogatore della benzina e mi augura una splendida serata. Chissà qual è il suo nome, penso mentre dallo specchietto retrovisore lo osservo che si prepara a una notte solitaria, di nuovo assorto sulla sua sedia di plastica bianca: nel distributore di benzina in cui l’hanno messo oggi non si pratica nessuno sconto.

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Il lavoro logora in ogni caso

Dove abbiamo sbagliato? Volevamo diventare creativi e artisti, volevamo esercitare la pratica forense e quella medica, volevamo diventare professionisti affermati. Abbiamo studiato lettere, comunicazione, politica. E non sappiamo fare nulla. Con le nostre mani, dico. Nulla. Non siamo scappati di casa appena la legge ce lo consentiva, abbiamo temporeggiato in attesa dell’indeterminato, ma di indeterminato c’è rimasto solo il futuro. Il tempo passa, guardandolo da qui i campi prospettici sono lunghi, tante eternità ci bloccano la visione e paiono insormontabili. Poi ad un tratto ci accorgiamo che il tempo è davvero passato, in città non è rimasto più nessuno, e abbiamo confuso le nostre aspettative con quelle di qualcun altro. Vogliamo scappare, ci dimeniamo, ma più passa il tempo e più sentiamo la presa forte della città. Società arcaiche le nostre. Il progresso e il benessere economico non è mai stato raggiunto dagli stanziali, quelli che hanno sovvertito l’ordine delle cose sono sempre stati quelli che sono andati, quelli che si sono impiantati in un luogo e hanno avuto fede di costruire dal nulla quello che in casa loro risultava inedificabile. Ma ci sono quelli che vogliono rimanere, quelli che lo considerano un dovere e quelli che lo considerano un diritto. Quelli che pensano che, ad andarsene, non si ha più diritto ad avere nostalgia, e quelli che restano e sognano sempre un altrove, chimerico e lontano. La città non cambia ma non le si può fare una colpa per questo: non è lei a dover cambiare.

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Crisi di identità in uno Starbucks qualunque

Cosa sarebbe successo se Hemingway e altri scrittori della sua generazione avessero scritto le loro pagine seduti al tavolo di una grande multinazionale del caffè? La loro ispirazione si sarebbe fatta influenzare dall’apparenza del cliente tipo? Sarebbero stati essi stessi un “tipo”, indistinguibili dagli altri, avvolti negli stessi capi firmati o vestiti magari di quella semplicità minimale che si ottiene solo a caro prezzo?

Costa e Starbucks e tanti altri della loro specie ci conoscono bene: incorniciano i loro loghi nella stessa tonalità di colori, non troppo brillante, non troppo opaca, e spiegano i loro slogan usando gli stessi caratteri (in generale, provate a guardare gli annunci pubblicitari, i titoloni, e contate quante f vi sembrano simili a quella di Facebook) e noi ce ne sentiamo inconsapevolmente attratti. Forse in un luogo straniero rappresentano ciò che è più vicino al concetto di casa, perché essi sembrano non appartenere a nessun luogo, la loro geografia è indefinita e non si è interessati a scoprirla.

Io ci ho passato molto tempo seduto a uno di quei tavoli. Senza scrivere nulla, perché non sono Hemingway e perché non ne ho mai avuto voglia, tranne ora, ma anche perché mi rinchiudevo nella soffice bolla protettiva della compagnia dei miei connazionali. La città era per noi piccola. Effettivamente questa città è piccola, tanto che forse il termine città è sbagliato. Ma per noi lo era perché i nostri percorsi erano prestabiliti e decisi a livello primordiale, senza che ce ne potessimo rendere conto. Abbiamo evitato i luoghi più veri, dovessimo mangiare o bere un caffè, perché quando ci si immerge in un ambiente estraneo con il fine ultimo di integrarsi allora è il cibo l’unico valore in grado di restituire quell’identità perduta. Nel gruppo le singole identità però si annullano, ogni persona si identifica con i valori del gruppo, che sono più immediati e accessibili, e il linguaggio si uniforma e così le voglie e le propensioni. Abbiamo mangiato spesso da McDonald’s, ma ognuno di noi, preso singolarmente, si faceva vanto di odiare mangiare da McDonald’s!

Come si spiega? Non lo so, sono seduto a uno di questi tavolini tutti uguali e tutti come nuovi di zecca, sono solo e senza la compagnia di qualcuno che parli la mia lingua. Ai tavoli vicino si parla arabo, forse turco, sicuramente non inglese. La città è piccola ma ospita un campione rappresentativo di tutte le nazionalità immaginabili. Ma la mia impressione è che l’eterogeneità non riguarda anche la classe sociale di provenienza. Tutti quelli che incontro o che semplicemente scruto da lontano, in locali o uffici o per le strade principali di Canterbury, sono stranieri venuti qui per studiare e per apprendere l’unica cosa che questo paese può dare loro: la lingua inglese. E allora ecco che anche i loro vestiti e le loro abitudini si uniformano: essi sono qui, sono disposti ad integrarsi ma non se ne fregano poi tanto perché, alla fine, non ne hanno bisogno. Presto o tardi torneranno a casa, la vera casa.

Le facce straniere che si scorgono nei negozi, nei chioschetti, per la strada a spazzare e nei locali a servire porzioni sempre uguali di hamburger e tazze di caffè internazionale sono però diverse. Mi sembrano raccontare un’altra storia, o forse è solo la mia mente che la sta costruendo per decodificare una realtà diversa. Sarà stato un caso, ma tutte le volte in cui, da solo, ho interagito con queste persone e ho chiaramente rivelato il mio essere straniero come loro, ho percepito una sottile aria di scherno nei loro sguardi, mai sconfinante in maleducazione ma eppure presente. Forse quando ci si immerge in un ambiente estraneo con l’assoluta esigenza di integrarsi, affrontando tutte le difficoltà e le barriere del caso, non è più il cibo il valore simbolico consolatorio, bensì prendersi una sottile rivalsa verso chi in quel momento è più straniero di te, se così si può dire.

Il ragazzo polacco che mi ha servito impeccabilmente il caffè adesso è venuto a riprendersi la tazzina (lavoro leggero con noi italiani, tazzine piccole e leggere) e mi ha visto scrivere. Chissà se gli è passato per la mente che sono uguale a tutti gli altri. Forse vuole soltanto andare a casa e togliersi la divisa, o forse vuole rimanere lì più a lungo possibile perché, in fondo, quella divisa gli dà un’identità che altrimenti non saprebbe come reperire. Tra un po’ mi avvio anche io nella mia Babele incasinata, dove si parlano tutte le lingue e si fa finta di parlare l’inglese, o meglio, dove l’inglese si evolve verso qualcosa di indefinito e bizzarro. Ma questa è un’altra storia.

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Nuove identità

Mondi virtuali divorano la mia attenzione. Mondi di parole non dette ma solo immaginate. Non riesco a tenere la mia mente ferma. Immagino il futuro e ne sono sopraffatto. Forse il coraggio è un talento, e come tutti i talenti anch’esso si irrobustisce con la pratica. Questa nuova grafia incerta è sempre la mia, riconosco anche la mia voce. Questo incedere cauto delle frasi, il timore iniziale che qualcosa possa davvero risvegliarsi in me. Flusso di coscienza che si finge incosciente, ma che in realtà veglia incessantemente e mi fa parlare e mi fa dire cose che non vorrei, me le fa appuntare su questa pagina.

La capacità di dare un senso a una miriade di piccoli, mostruosi sforzi. Come la invidio, come la bramo! Scrivere, per me, è un tentativo in questa direzione: allontanare le visioni di mondi remoti per riportarmi alla realtà, parola dopo parola. Riconosco la mia voce che man mano prende confidenza con se stessa e con l’immaginario ascoltatore, molto spesso è il medesimo soggetto che parla e ascolta e ride e piange, e riconosco quella tensione a prendere sempre più spazio, conquistare forse è la parola giusta, vanificando il tentativo di chiudere in un senso il caos inspiegato che ho scoperto aver dentro.

Punto, fermati. Non andare avanti prima di avere ben ponderato. E’ quello che dicono tutti. Fai una checklist, spunta le voci ad una ad una, eccoteli qua i tuoi sensi, tutti concatenati, e attendi poi la fine della tua pagina per osservare il tuo pezzetto di storia dall’alto, distaccato e felice come solo chi si libra in volo può esserlo.

No, io non voglio perdere la mia identità solo perché non ho più un lavoro, questa è l’autobiografia di un uomo comune, talmente comune da essere speciale, come quella di tutti, del resto. Perdere un’identità per acquistarne un’altra, non c’è per caso un rivenditore autorizzato di identità? Non vorrei ricorrere al mercato clandestino. Sarebbe semplice: un’estensione da installare che ci faccia diventare quel che vorremmo essere, se solo non fossimo così sfacciatamente pigri. E invece no. Quand’è che i prodotti dell’uomo, frutto di un progresso onnivoro, hanno cominciato a distaccarsi dal senso dei cicli della natura, che le civiltà arcaiche avevano invece ben in mente, per superarla e infine eliderla? Tanto tempo fa, quando cioè l’uomo ha capito di potere usare la sua immaginazione.

Ecco la fine della pagina, ecco la tua risposta: la tua nuova identità, d’ora in avanti, sarà la tua immaginazione.

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Speranze e ottimismo

Ad un certo punto della tua vita i ricordi cominciano a confondersi, a mescolarsi. I rapporti diventano delle idee, degli idealtipi anzi, e le cose che sai nel momento presente sembra che siano state una costante di tutta la tua vita e non il frutto di una travagliata acquisizione che dura da anni e che non è certo finita (e questo nel momento presente, in cui dai per scontato che il più è stato fatto, che la forma attuale che occupi nel tempo e nello spazio sia la massima possibile, tralasciando le siderali distanze che dovrai ancora percorrere per arrivare alla consapevolezza che forse una vera forma non la raggiungerai mai). Le situazioni si ripetono perché, per la maggior parte di noi, è la stessa vita ad esser fatta di ripetizioni, di situazioni archetipiche il cui contenuto dobbiamo essere abili a cambiare ogni volta. E ogni volta sei in grado di sussumere quella piccola sfumatura, di percorrere una curva con un’angolatura leggermente modificata rispetto al passato in modo che il motore non ne perda in potenza e fluidità.

Alcune cose non sai se siano il frutto del tuo ricordo o del tuo inguaribile ottimismo: una crisi devastante si aggira sotto forma di un languido spettro per il vecchio continente e per quelli nuovi, i numeri che non sono mai un’opinione ti dicono che la tua aspettativa di vita, in termini di qualità, peggiorerà notevolmente rispetto a quella delle generazioni passate (i numeri in pratica ti dicono che devi inventarti un nuovo sessantotto, ma dimenticano che il sessantotto aveva dato in termini di furore quanto aveva tolto in termini di aspettativa media, di speranza di rivalsa; la realtà ora non ti dà le basi di nessun nuovo fermento perché non si può sottrarre nulla da qualcosa che non c’è); ma il tuo ottimismo è sempre lì con quel sorriso ebete, e ti dice in tono ammiccante che il tuo matrimonio andrà a gonfie vele, che non perderai il lavoro o forse lo troverai, che nessuna sciagura si abbatterà su di te e sui tuoi cari. L’ottimismo addirittura ti porta a valutare sotto una diversa luce il passato, adattandolo alle nuove circostanze.

Senza speranza “pubblica” ma con un inguaribile “privato” ottimismo. I numeri non sono un’opinione e non si confondono come i miei ricordi, i primi sono spietati così come lo sono i secondi: due o tre anni fa, con questa o quelle persone, io ero quel me stesso che non sapevo di essere. La consapevolezza arriva sempre troppo tardi, e se dovessi provare a darle un volto questo sarebbe quello di una ragazza cresciuta troppo in fretta, con i tratti del volto segnati da asperità troppo precoci ma che eppure, nei momenti di inconsapevolezza, appunto, rivelano quello che nascondono, la delusione di essere cresciuta troppo presto e di non essersene potuta accorgere.

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Quale consolazione

Quanto è difficile unire tutti i puntini, amalgamare tutte le sensazioni infisse nei ricordi e nei sogni e nelle aspettative e tradurle in vita. Quanto è difficile rincorrere il tempo e i propri sogni quando tempo e sogni sgocciolano giorno dopo giorno, e le notti sono ossessionate da quel lento ticchettio. Sto emozionandomi osservando la voglia di rivalsa, qualcuno dice che il vento è cambiato, che l’asse sociale va spostandosi nuovamente a sinistra, ed eppure quanto poco mi ci vuole per rendermi conto che niente e nessuno ci sta costringendo a confrontarci su una misera idea, su uno straccio di progetto politico che possa davvero far rinascere questo paese. E allora devo anche io, come tanti altri, accontentarmi di una sensazione, di una speranza. In questi giorni cammino per la città e sono ossessionato dai dettagli, vorrei liberarmene in un sol colpo, egoisticamente, ma non ci riesco, e osservo ciò che rimane ai margini mentre la mia vita assume i tratti di quel tedio leggero, evanescente, da borghese decaduto, da figlio di una generazione lontana che ne ha partorita un’altra che non sarà capace di mantenere quello stesso stile di vita. Una generazione va lentamente scomparendo sotto i nostri occhi, il futuro non c’è, il passato è dimenticato, il presente è un moto sussultorio di speranze e delusioni immediate. Sono ossessionato dai dettagli e vedo la scarpina logora della piccola mendicante, provo a lenire la mia coscienza con la carità ma mi sento ancora più male, ancora più ipocrita, io che come tanti altri ho creduto di avere bisogni che altri hanno fabbricato per me, come in una catena di montaggio. Siamo uccelli da gabbia e starnazziamo per reclamare le briciole. La frustrazione è quella invincibile di fare della propria vita un capolavoro unico e irripetibile, e invece sono un prodotto di serie, sono nel conteggio delle statistiche, sono ciò che la mia cultura ha partorito e non riesco a trovare altri colpevoli se non me stesso per non aver saputo ribellarmi. Diceva qualcuno che ogni persona è contemporaneamente un nessuno e il seme di una rivoluzione storica globale in attesa di nascere, e io aggiungerei che la credibilità di una società dipende dal peso che essa è in grado di dare ad uno di questi due estremi, dalla capacità di convogliare le migliori forze e non accartocciarsi su se stessa. L’unico ricambio generazionale è quello dei settantenni che, una volta in pensione, vengono contrattualizzati a peso d’oro per svolgere lo stesso incarico, l’unica consolazione è quella di non essere soli, l’unica consolazione, paradossalmente, è nelle fottute statistiche. Sono ossessionato dai dettagli perché sono quelli che, tutti incastonati, creano quel capolavoro che dovrebbe essere ogni vita e che invece in questa realtà sono pezzi sporchi e logori, e il mosaico che ne esce è sbiadito, una reliquia del passato inutile e anacronistico, ne sono ossessionato ma non ci credo, osservo ogni sorriso e succhio quell’ottimismo e quella speranza provando a farla mia, ascolto ogni urlo di rabbia e lo faccio risuonare dentro il mio silenzio. No, l’unica consolazione non sono le fottute statistiche, forse l’unica consolazione è un amico che sappia ascoltare i tuoi silenzi quando non hai voglia di parlare, forse la felicità più grande è quella che provo per gli altri, più che per me stesso, per coloro i quali scoprono il proprio talento e sono decisi ad inseguirlo. A chi devo dare la colpa se non mi decido a seguire il mio, di talento? Le statistiche dicono che è colpa di chi mi governa, mentre i dettagli che osservo e che roteano incessantemente attorno a me raccontano giornate sospese nel tempo, sudore e tedio in un immutabile ufficio, verrà il giorno in cui ritroveranno i resti di un antico edificio dove una volta veniva esercitato il pubblico servizio e il mio pronipote racconterà che un suo avo gli aveva raccontato che era tutto così, è rimasto tutto uguale negli anni e nei decenni. Il talento di cambiare la storia, che cosa grossa, ma almeno la propria, quella sì, voglio cambiarla, fosse solo in un sogno, unendo tutti i puntini e tutti i dettagli e rimirare per un attimo quel capolavoro che sempre mi sfugge.

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Generazioni invisibili

Dove è finito il mio impegno? C’è mai stato? Un’amica mi chiedeva di partecipare alla manifestazione di oggi contro il precariato, fatta di sabato perché i precari non hanno forza contrattuale e quindi il giorno non lavorativo era effettivamente quello più logico. Mi son sorpreso a rispondere in modo sarcastico che il sabato è l’unico giorno della settimana che la mia pur fragile e precaria esistenza lavorativa mi lascia per dormire. Lei alla manifestazione non è andata, suppongo a causa di una mancata risposta entusiasta da parte dei suoi conoscenti (e ormai da soli non si fa più nulla, come se essere soli in mezzo agli altri ti rendesse più solo, o andare tra la gente in compagnia facesse di te una persona meno sola; ma questo è un altro discorso).

Sono stato tacciato di qualunquismo, e forse un po’ a ragione. Sostenevo che dopo le varie manifestazioni alle quali avevo partecipato nulla era cambiato, l’indifferenza era la stessa. La contrapposizione è sempre stata quella tra una classe sociale in lotta, persone accomunate da un’esigenza o un’identità o entrambe, ché a volte l’appartenenza identitaria genera esigenze per così dire ataviche, e una classe di potere alla quale spetta decidere (in nome di tutti e per tutti). Questa contrapposizione io la vedo sempre, le lotte politiche rispondono alla sequenza richiesta\risposta: i migranti tunisini non hanno nulla con sé, sbarcano in quell’Europa che si batte per i loro diritti, che mostra sincera partecipazione dinanzi alle loro sofferenza, inneggia a libertà rivoluzione diritti e poi litiga per accoglierli. Pochi uomini decidono in nome di tutti, pochi uomini hanno in mano il destino di migliaia di persone nella più totale indifferenza.

Quella dei precari è una generazione che si avvia letteralmente a scomparire, invisibile com’è nel crocevia di drammi e problemi che sembrano d’un tratto aumentati a dismisura, amplificati e recapitatici direttamente a casa dai nuovi media. Il paradosso di questo tipo di contrapposizione è, a mio parere, il fatto che in questo caso le singole persone nulla possono per invertire la tendenza, per dare una sterzata ad un sistema marcio. Con la mia amica la discussione si sposta sui candidati sindaci. Di fronte al mio scetticismo mi ha risposto: “meno male che non andrai a votare a Napoli”. Le dico che alla fine della giornata il mio senso di responsabilità di cittadino ha sempre prevalso, e che considero il meno peggio una soluzione, seppur non soddisfacente, ma pur sempre un’espressione di partecipazione alla quale ho diritto e che considero un dovere. Ma anche in questo caso, di fronte ad una classe politica che nella sua totalità mostra ogni giorno una totale incapacità a gestire la cosa pubblica, mi viene da pensare che il personaggio di turno, le cui parole possono infiammare temporaneamente gli animi di chi non s’arrende, si dimostrerà alla prova dei fatti inefficace, tarpato da quel cosiddetto sistema che è tanto brutto e retorico evocare ma la cui presenza è avvertibile nella quotidiana incuria in cui siamo immersi.

E allora non partecipo. La generazione invisibile che si batte contro un governo sordo è lo strepitare d’ali di un uccello morente, è un combattere contro i mulini a vento. Le manifestazioni e le istanze preferisco rivolgerle a chi ha orecchi per sentire. Attualmente, nessuno mi sembra in grado di esercitare l’attività che è la più difficile di tutte, specialmente in politica: ascoltare. Mi sto rassegnando all’idea che, oltre ad una generazione invisibile, l’Italia stia sperimentando su se stessa un lustro invisibile: cinque anni perduti che lasceranno una pesante eredità per chi avrà il coraggio e il talento di cambiare qualcosa.

Per strada leggo un manifesto contro la guerra. La spiegazione di corredo all’invito alla protesta della prossima settimana contro la guerra in Libia è che “noi crediamo all’autodeterminazione dei popoli, ripudiamo la guerra come strumento di offesa, che i fondi per gli armamenti debbano essere destinati piuttosto ad interventi che mirino al riequilibrio economico in casa nostra, contro precariato e disoccupazione”. Ecco, un movimento pacifista invisibile mi è sembrato la cosa più logica per concludere il filo dei miei pensieri. Resto a guardare, aspettando il momento di alzare la voce.

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Contachilometri

Il contachilometri della macchina segna chilometro dopo chilometro, numeretto dopo numeretto, i piccoli e grandi spostamenti della vita, i pellegrinaggi verso i tradizionali sacrari in cui la nostra vita si dipana. A guardarli saltuariamente, con aria distratta, non ci rendiamo conto del fatto che quei piccoli numeretti si sommano e un giorno diventano un dato di fatto che non si può più ignorare: è tanta la strada percorsa che abbiamo lasciato dietro in una celata indifferenza verso tutte le cose, quel tipo di atteggiamento di chi vorrebbe ricordare e focalizzare la sua attenzione sul momento che sta vivendo, sulla strada che sta percorrendo, mentre il più delle volte quello che facciamo è scivolare via, pigiare il piede sull’acceleratore e alzare il volume dello stereo per non ascoltare i nostri pensieri.

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