Archivi del mese: luglio 2012

La grave malattia del pensare

Papalagi è il resoconto sugli usi e i costumi dell’uomo bianco (il papalagi, appunto), fatto da Tuiavii, capo indigeno delle isole della Samoa, dopo un suo viaggio in Europa agli inizi dello scorso secolo. Qui sotto il capitolo sulla “grave malattia del pensare”.

QUANDO il Papalagi pronuncia la parola «spirito», i suoi occhi si fanno grandi, rotondi e fissi; gonfia il petto, respira profondamente e si erge come un guerriero che ha battuto il nemico. Perché è particolarmente orgoglioso di questo «spìrito». Qui non si tratta dello spirito grande e potente che il missionario chiama «Dio», di cui noi tutti non siamo che una povera immagine, ma del piccolo spirito, quello che appartiene all’uomo e che fa i suoi pensieri. Se da qui vedo l’albero di mango dietro lachiesa della missione, non entra in azione lo spirito, perché lo vedo soltanto. Ma se riconosco che è più grande della chiesa della missione, allora ciò è spirito. Quindi non devo solo vedere qualcosa, devo anche sapere qualcosa. Il Papalagi esercita questo sapere dall’alba al tramonto. Il suo spirito è sempre come un tubo di fuoco carico o come un amo gettato. E perciò prova compassione per noi, popoli delle molte isole, perché non adoperiamo nessuna conoscenza. Secondo lui siamo poveri di spirito e stupidi come l’animale della giungla.

È certamente vero che adoperiamo poco la conoscenza, quel che il Papalagi chiama «pensare». Ma c’è da chiedersi se stupido è chi non pensa molto, o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione. La mia capanna è più piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La tempesta parla con voce grossa. Così pensa: naturalmente a suo modo. Pensa però anche a se stesso. Sono cresciuto poco. Il mio cuore è sempre felice alla vista di una fanciulla. Amo molto viaggiare. Eccetera.

Ciò è divertente e buono, e può essere che abbia anche una qualche utilità nascosta per chi ama fare questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così tanto che pensare per lui è diventata un’abitudine, una necessità, addirittura un obbligo. Riesce solo con difficoltà a non pensare e a vivere con tutte le sua membra insieme.

Spesso vive solo con la testa, mentre tutti i suoi sensi sono profondamente addormentati. Anche se va in giro, parla, mangia e ride. Il pensare, i pensieri, che sono i frutti del pensare, lo tengono prigioniero. È una specie di ubriacatura dei suoi pensieri. Quando il sole splende bene nel cielo, pensa subito: «Come splende bene!». E sta sempre lì a pensare come splende bene. Ciò è sbagliato. Sbagliatissimo. Folle. Perché quando splende è meglio non pensare affatto. Un abitante delle Samoa intelligente

distende le sue membra alla calda luce e non sta a pensare niente. Accoglie in sé il sole non solo con la testa, ma anche con le mani, i piedi, le gambe, la pancia, con tutte le membra. Lascia che la pelle e le membra pensino da sole. E queste da parte loro pensano, anche se in modo diverso dalla testa. Il pensare sbarra il cammino al Papalagi in molti modi, come un blocco di lava che non si può scansare. Pensa lietamente, ma poi non ride; pensa cose tristi, ma non piange. Ha fame, ma non coglie frutti di taro. È per lo più un uomo con i sensi che vivono in inimicizia con lo spirito: una persona che è divisa in due parti.

La vita del Papalagi somiglia molto alla situazione di un uomo che fa un viaggio in barca alla volta di Savaii e che quando ha appena lasciato il porto pensa: quanto mi ci vorrà per arrivare a Savaii? Pensa, ma non vede il piacevole paesaggio che attraversa con il suo viaggio. Ora gli si presenta sulla sinistra il dorso di una montagna. E non appena il suo occhio lo coglie, non può fare a meno di pensare: «Cosa ci sarà dietro la montagna? Ci sarà una baia profonda o stretta?» Preso da questi pensieri dimentica di cantare insieme agli altri le canzoni del mare; non sente neanche gli allegri scherzi delle fanciulle. Si è appena lasciato alle spalle il dorso della montagna e la baia, quando lo tormenta un nuovo pensiero: ci sarà una tempesta entro sera? Proprio così, se entro sera ci sarà una tempesta.

Cerca nel cielo chiaro scure nuvole. Pensa sempre alla tempesta che si potrebbe abbattere su di lui. La tempesta non arriva e raggiunge Savaii senza danni. Però è come se non avesse compiuto il viaggio, perché i suoi pensieri erano sempre lontani dal suo corpo e fuori dalla barca. Sarebbe potuto benissimo rimanere nella sua capanna a Upolu.

Uno spirito che tanto ci tormenta è un demone, e non capisco perché dovrei amarlo tanto. Il Papalagi ama e ammira il suo spirito e lo nutre con i pensieri della sua testa. Non gli fa mai soffrire la fame, e quando i pensieri si divorano tra loro non lo rimprovera neanche tanto. Fa molto rumore con i suoi pensieri, e li fa diventare chiassosi come bambini maleducati. Si comporta come se i suoi pensieri fossero preziosi come i fiori, le montagne e le foreste. Parla dei suoi pensieri come se al confronto il valore di un uomo o l’umore lieto di una fanciulla non contassero niente. Agisce come se ci fosse da qualche parte un comandamento che obbliga a pensare molto. Come se questo comandamento venisse da Dio. Quando le palme e le montagne pensano, non fanno molto rumore. E sicuramente se le palme pensassero con tanto chiasso e intensità come il Papalagi, non avrebbero belle foglie verdi e frutti dorati (perché è un dato di fatto, il pensare rende velocemente vecchi e brutti). Cadrebbero prima di maturarsi. Ma credo proprio che pensino molto poco.

E ci sono ancora molti modi per pensare e tanti bersagli per la freccia dello spirito. Triste è il destino del pensatori, che vanno lontano con il pensiero. Cosa accadrà alla prossima aurora? Cosa avrà in mente per me il Grande Spirito quando arriverò nel mondo di là? Dove ero quando i messaggeri del più grande di tutti gli spiriti mi donarono l’anima? Questo pensare è tanto inutile quanto voler vedere il sole a occhi chiusi. Non va. E non è neanche possibile pensare fino in fondo l’inizio e la fine delle cose. Se ne accorgono coloro che ci provano. Stanno accovacciati sempre nello stesso punto come un martin pescatore, dalla giovinezza fino all’età adulta. Non vedono più il sole, il vasto mare, le care fanciulle, nessuna gioia, niente di niente, e ancora niente. La kava stessa non ha più nessun sapore per loro, e alle danze nella piazza del villaggio se ne stanno in disparte e guardano per terra. Non vivono, anche se non sono morti. Sono stati colpiti dalla grave malattia del pensare.

Questo pensare dovrebbe far grande ed elevata la testa. Quando uno pensa molto e velocemente, in Europa si dice che ha una gran testa. E anziché avere compassione di queste grandi teste, le ammirano molto. I villaggi ne fanno i loro capi, e una gran testa ovunque arrivi deve pensare pubblicamente, il che suscita in tutti un gran piacere e ammirazione. Quando una gran testa muore tutto il paese è in lutto e si levano molti lamenti per quel che è andato perduto. Si fa una riproduzione in pietra della grande testa morta e la si mette davanti agli occhi di tutti sulla piazza del mercato. Proprio così, si fanno queste teste di pietra molto più grandi di quanto lo erano in vita, in modo che il popolo le possa ben ammirare e ricordarsi della propria piccola testa.

Se si chiede a un Papalagi: «Perché pensi tanto?» questi risponde: «Perché non voglio e non mi piace rimanere sciocco». È sciocco ogni Papalagi che non pensa; anche se invece è saggio chi non pensa e tuttavia trova la sua strada.

Credo però che questa sia solo una scusa e che il Papalagi sia spinto da un desiderio cattivo. Penso che il vero scopo del suo pensare sia scoprire l’origine dei poteri del Grande Spirito. Cosa che egli chiama in modo altisonante «comprendere». Comprendere significa avere una cosa così vicina davanti agli occhi da ficcarci dentro il naso. Questo ficcare il naso e frugare in tutte le cose è una brama volgare e spregevole dell’uomo. Prende la scolopendra, vi ficca una piccola lancia, le strappa una gamba. Che aspetto ha una zampa divìsa dal suo corpo? Come era fissata al corpo? Rompe la zampa per misurarne lo spessore. È importante, è essenziale. Stacca un pezzetto di carne grande quanto un granello di sabbia e lo mette sotto un lungo tubo che ha un potere misterioso e fa vedere molto meglio. Con quest’occhio grande e potente guarda dentro ogni cosa, che siano lacrime, un brandello di pelle, un capello, assolutamente tutto. Taglia tutte queste cose finché non è più possibile romperle e tagliarle.

Anche se questo punto è senz’altro il più piccolo, è anche il più essenziale di tutti, perché è l’accesso alla conoscenza suprema, quella che possiede solo il Grande Spirito. Questo accesso è vietato anche al Papalagi, e i suoi migliori occhi magici non ci hanno ancora guardato dentro. Il Grande Spirito non si fa carpire mai i suoi segreti.

Nessuno si è mai arrampicato più in alto della palma che si stringeva tra le gambe. Una volta giunti in cima si deve tornare indietro: viene a mancare il tronco per arrampicarsi ancora più in alto. Il Grande Spirito non ama neanche la curiosità degli uomini, per questo ha steso grandi liane senza inizio e senza fine su tutte le cose. Per questo chiunque segua il pensare fino in fondo si accorgerà sicuramente che alla fine rimane sempre come uno stupido, e deve lasciare al Grande Spirito le risposte che non può dare lui stesso. Lo ammettono anche i Papalagi più valorosi e saggi. Tuttavia la maggior parte degli ammalati di pensiero non riescono a staccarsi dalla fonte del loro godimento, e a furia di percorrere le vie del pensiero l’uomo perde l’orientamento, proprio come se andasse per la foresta vergine senza seguire nessun sentiero. Si perdono nei loro pensieri finché improvvisamente i loro sensi non riescono più a distinguere un uomo da un animale. Affermano che l’uomo è un animale e che l’animale è umano.

È male e pericoloso quindi che tutti i pensieri, che siano buoni o cattivi, vengano gettati immediatamente su sottili stuoie bianche. «Vengono stampati» dice il Papalagi. Il che vuoi dire che quel che quei malati pensano viene trascritto con una macchina misteriosa e prodigiosa, che ha mille mani e la forte volontà di molti grandi capi. E non solo per una o due volte, ma molte, infinite volte, sempre gli stessi pensieri. Si pressano poi insieme, in fasci, molte stuoie di pensieri – «libri» li chiama il Papalagi – che poi vengono inviate in tutte le parti del grande Paese. Tutti quelli che ricevono questi pensieri vengono subito contagiati. Divorano queste stuoie di pensieri come fossero dolci banane; si trovano in ogni capanna, se ne riempiono casse intere, e vecchi e giovani stanno a rosicchiarli come topi la canna da zucchero. È per questo motivo che in così pochi riescono ancora a pensare ragionevolmente, con pensieri naturali come quelli di qualsiasi onesto abitante delle Samoa.

Allo stesso modo vengono ficcati nella testa dei bambini tanti pensieri quanti ce ne entrano. Ogni giorno devono per forza ingoiare la loro dose di stuoie di pensieri. Solo i più sani si sbarazzano di questi pensieri o li lasciano passare attraverso il loro spirito come attraverso una rete. I più però sovraccaricano la loro testa con così tanti pensieri che non avanza più spazio e non vi penetra più nessun raggio di luce. Questo si chiama: «formare lo spirito» e lo stato permanente di tale confusione: «cultura», cosa ampiamente diffusa.

Cultura significa: riempire la propria testa con le conoscenze fino all’orlo estremo. L’uomo colto conosce la lunghezza della palma, il peso della noce di cocco, i nomi di tutti i suoi grandi capi e la data delle loro guerre. Conosce la grandezza della luna, delle stelle e di tutti i Paesi. Conosce per nome ogni fiume, e ogni animale e pianta. Conosce tutto, proprio tutto. Poni una domanda a una persona colta, e ti spara addosso la risposta ancor prima che tu chiuda bocca. La sua testa è sempre carica di munizioni, è sempre pronta a sparare. Ogni Europeo dedica la più bella età della vita a fare della sua testa la canna da fuoco più veloce. Chi non vuole partecipare, viene obbligato.

Ogni Papalagi deve conoscere, deve pensare. L’oblio – disfarsi dei pensieri – non viene esercitato, quando invece sarebbe l’unica cosa che potrebbe guarire tutti gli ammalati di pensiero; e quindi sono in pochissimi a sapervi ricorrere. I più si portano dietro, nella testa, un carico che affatica il corpo per quanto è pesante, lo indebolisce e fa appassire prima del tempo.

Dobbiamo quindi, cari fratelli non pensanti – dopo quello che vi ho annunciato in tutta onestà – emulare davvero il Papalagi e imparare a pensare come lui? lo dico: «No!». Perché non dobbiamo e non possiamo fare niente che non ci fortifichi il corpo e non renda migliori e più lieti i nostri sensi. Ci dobbiamo guardare da tutto quel che ci vorrebbe togliere la gioia di vivere, da tutto quello che mette in lite la nostra testa con il nostro corpo. Il Papalagi ci dimostra con il suo esempio che il pensare è una grave malattia, una malattia che diminuisce di molto il valore di un uomo.

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Deja-deja-vù

Ci sono cose che ci accompagneranno per sempre. Parlo di fatti e accadimenti che i media ci vomitano addosso, circostanze che percepiamo come immutabili, pietre miliari della nostra generazione e di quella successiva e di quella successiva ancora. Ogni volta sembra che sia la prima, e ogni volta stiamo là a parlarne come degli indemoniati, valutando tutti gli aspetti e argomentando, discutendo, incazzandoci o professando indifferenza.

Qualche esempio: i 50 anni di carriera di Peppino di Capri. Quante volte li abbiamo festeggiati? Quante feste di piazza ci sono state in suo onore, generosamente trasmesse dal servizio pubblico? E ancora: l’anticiclone. Ogni volta questo strano fenomeno ci ricorda una cosa che credevamo di aver dimenticato, che addirittura non abbiamo mai saputo: che dove abitiamo noi fa caldo, soprattutto in estate. Potrei citarne altri, di esempi, che in qualche modo fungono da supporto a quell’idea così consolatoria che per quanto le cose possano cambiare, ci sarà sempre una notizia che ci riporterà coi piedi per terra, ci rassicurerà che il nostro mondo è sempre lo stesso e non cambierà mai.

Ecco, ogni volta che la stampa, o la società in generale, lo so che sto usando termini generici e qualunquisti, ma rendono l’idea,ogni volta che mi viene vomitata addosso una notizia del genere (e continuo a usare lo stesso verbo perché mi sembra il più appropriato e fanculo i sinonimi), io sento che la mia intelligenza è svilita. E’ svilita perché sono costretto a parlarne, perché sono cose fuori discussione per le quali non vale la pena sprecare la mia attività neurale. Parlo proprio in termini strettamente biologici: ogni volta che ciò accade io sento che qualche neurone mi abbandona, per manifesta stanchezza.

E’ questo, e non altro, ciò che mi fa pensare che questo paese non cambierà mai. Berlusconi scende in campo e i miei neuroni si buttano tutti giù dall’ipotetico balcone dal quale il mio cervello si affaccia quando si viene a fare una vacanza nel paese più bello del mondo.

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Giosuè

Oggi ho conosciuto un ragazzo di nome Giosuè. È un ragazzo sulla ventina, forse poco più, alto e con un paio di spalle da nuotatore. Vuole fare il duro ma gli si legge nello sguardo un animo gentile. Non mi ha raccontato molto della sua infanzia, ma ho avuto l’impressione che sia stata abbastanza travagliata. Può anche darsi che tutte le impressioni che ho avuto nel corso della nostra breve chiacchierata siano infondate. D’altronde, quando entriamo in contatto con una persona abbiamo bisogno di schemi, non possiamo permetterci il lusso di resettare la nostra mente e annullare pregiudizi, scorciatoie mentali, supposizioni. Quindi le darò tutte per buone, con la consapevolezza che, in un altro momento, avrei potuto averne di diverse. Magari lo incontrerò ancora e lui sarà allegro, sarà contento per una quisquilia che gli è successa e riguarda solo la sua piccola vita, ma che è in grado di farlo sorridere un po’ di più, e allora la mia impressione si plasmerà grazie a quest’altro elemento. Ma non voglio divagare.

Giosuè è un ragazzo ambizioso e volenteroso, uno di quelli che si prodigano per migliorare le cose, senza però l’arroganza di chi crede di avere tutte le soluzioni in tasca. Mi ha detto di essere laureato, anche se da come si esprimeva avrei faticato a dirlo. Impressioni. Mi raccontava che nel paese dov’è nato non ci sono tante possibilità. Un paese dove bisogna lottare duramente per conquistare un posto nella società, e lui all’inizio aveva anche intenzione di farlo, ma poi le cose si sono fatte troppo difficili. Volevo saperne di più, continuavo a fargli domande ma lui glissava, preferendo parlare d’altro. Superando la sua diffidenza, chiedeva di me, della mia vita e delle mie aspirazioni. Anche io tagliavo corto, in realtà. Forse volevo dargli un’impressione diversa, volevo scappare per un po’ da quel me stesso in cui sono rimasto imbrigliato. Cosa c’è di meglio che una nuova conoscenza per resettare un po’ la nostra mente e trovare conforto in un’altra identità? Ma sto divagando.

Ho pochi elementi per tratteggiare ulteriormente la sua personalità. Non abbiamo parlato per molto, in fondo. Mi mostra una foto della madre, a cui è molto affezionato. Dei fratelli non sa più nulla, ormai da un bel po’. Una lontana tristezza gli vela lo sguardo per un attimo, ma poi con una gran risata mi dice che la vita è bella. Mi dice che da un po’ di tempo ha una donna. Hanno anche un figlio, non esattamente in programma ma che lui ha accettato con spensierata incoscienza. La sua donna si accontenterebbe di un po’ di soldi per tirare avanti, mentre lui vorrebbe essere presente nella sua vita. Forse pensava a questo quando l’ho visto assorto, da lontano, prima che mi avvicinassi e avessimo l’occasione di parlare. Gli ultimi scambi li abbiamo avuti sul ciglio della strada, quando guardando dall’altra parte abbiamo osservato le macchine incolonnate per fare benzina: macchine di tutti i tipi, arroganti e di grande cilindrata, che per questo credevano di avere il diritto di saltare la fila, e altre più umili che se ne stavano in silenzio e polverose aspettando il loro turno. Tutto pur di risparmiare i dieci centesimi dello sconto domenicale sul pieno. “Anche qui non state messi granché, ma ti assicuro che a me va bene”, mi dice infine. Giosuè mi restituisce le chiavi della macchina, posa l’erogatore della benzina e mi augura una splendida serata. Chissà qual è il suo nome, penso mentre dallo specchietto retrovisore lo osservo che si prepara a una notte solitaria, di nuovo assorto sulla sua sedia di plastica bianca: nel distributore di benzina in cui l’hanno messo oggi non si pratica nessuno sconto.

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Il bosone di Cortàzar

Forse esiste una vita d’uscita, però questa via d’uscita dovrebbe essere un’entrata. Esiste forse un regno millenario, però non è scappando da una carica del nemico che si prende d’assalto una fortezza. Fino ad ora questo secolo è scappato da un mucchio di cose, cerca le porte e qualche volta le sfonda. Quel che accade dopo non si sa, alcuni saranno riusciti a vedere e sono periti, cancellati immediatamente dal grande e fosco oblio, altri si sono acconciati alla piccola scappatoia, alla casetta fuori città, alla specializzazione letteraria o scientifica, al turismo. Si pianificano le scappatoie, le si tecnologizza, le si organizza con il Modulor o con la Regola del Nylon. Esistono degli imbecilli che continuano a credere che ubriacarsi possa essere un metodo, o la mescalina o la omosessualità, qualsiasi cosa, magnifica o inane in sé, ma stupidamente esaltata a sistema, a chiave del regno. Può darsi che esista un altro mondo dentro questo, ma non lo troveremo ricavandone il profilo dal tumulto favoloso dei giorni e delle vite, non lo troveremo né nella atrofia né nell’ipertrofia. Quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice. Quel mondo esiste in questo come l’acqua esiste nell’ossigeno e nell’idrogeno, o come nelle pagine 78, 457, 3, 271, 688, 75 e 456 del Dizionario dell’Accademia Spagnola c’è quanto occorre per scrivere un certo endecasillabo di Garsilaso. Diciamo che il mondo è una figura, occorre saperla leggere. Leggerla, ovvero generarla. A chi importa un dizionario per il dizionario stesso? Se da delicate alchimie, osmosi e mescolanze di semplici sorge finalmente Beatrice sulle rive del fiume, come non sospettare con somma meraviglia quel che a sua volta potrebbe sorgere da lei? quale inutile compito è quello dell’uomo, parrucchiere di se stesso, che ripete fino alla nausea il taglio ogni quindici giorni, apparecchia il medesimo tavolo, rifà la medesima cosa, compra il medesimo giornale, applica i medesimi principi alle medesime congiunture. Può darsi che esista un regno millenario, ma se per caso vi giungessimo, essendo noi esso stesso, non si chiamerà più così. Finché non toglieremo al tempo la sferza della storia, finché non riusciremo a distruggere il bubbone di tanti finché, continueremo a considerare la bellezza un fine, la pace un desideratum, sempre da questo lato della porta, dove a dir la verità non si sta poi tanto male, dove molti trovano una vita soddisfacente, profumi piacevoli, buoni stipendi, letteratura d’alto livello, suoni stereofonici, e perché allora allarmarci se con ogni probabilità il mondo è finito, la storia si sta avvicinando all’optimum, la razza umana esce dal medioevo ed entra nell’era cibernetica. Tout va très bien, Madame la Marquise, tout va très bien.

In quanto al resto, bisogna essere un imbecille, bisogna essere un poeta, bisogna essere rimasti con un palmo di naso per perdere più di cinque minuti in queste nostalgie perfettamente liquidabili in brevissimo tempo. Ogni convegno di direttori internazionali, di uomini-di-scienza, ogni nuovo satellite artificiale, ormone o reattore atomico schiacciano sempre un po’ di più queste fallaci speranze. Il regno sarà di materia plastica, è evidente. E non che il mondo si converta in un incubo orwelliano o huxleyano; sarà molto peggio, sarà un mondo delizioso, su misura dei suoi abitanti, senza nessuna zanzara, senza nessun analfabeta, con galline enormi probabilmente a diciotto zampe, tutte squisite, con bagni telecomandati, acqua a colori diversi secondo il giorno della settimana, una squisita cortesia dell’istituto nazionale di igiene, con televisione in ogni stanza, per esempio grandi paesaggi tropicali per gli abitanti di Reykjavik, vista di Igloo per quelli dell’Habana, compensazioni sottili che pianificheranno tutte le ribellioni, eccetera.

Ovvero un mondo soddisfacente per gente ragionevole.

E resterà in esso qualcuno, uno solo, che non sia ragionevole?

In qualche angolo, una traccia del regno dimenticato. In qualche morte violenta, il castigo di essersi ricordati di quel regno. In qualche risata, in qualche lacrima, la sopravvivenza del regno. In fondo, non sembra che l’uomo finisca per uccidere l’uomo. Gli sfugge, gli strappa di mano il timone della macchina elettronica, del razzo sidereo, gli sta per fare lo sgambetto e poi acchiappalo pure se sei capace. Si può uccidere tutto meno la nostalgia per il regno, la portiamo nel colore degli occhi, in ogni amore, in tutto ciò che profondamente tormenta e libera e inganna. Wishful thinking, forse; però questa è una delle possibili definizioni del bipede implume.

Julio Cortàzar, Rayuela

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Il lavoro logora in ogni caso

Dove abbiamo sbagliato? Volevamo diventare creativi e artisti, volevamo esercitare la pratica forense e quella medica, volevamo diventare professionisti affermati. Abbiamo studiato lettere, comunicazione, politica. E non sappiamo fare nulla. Con le nostre mani, dico. Nulla. Non siamo scappati di casa appena la legge ce lo consentiva, abbiamo temporeggiato in attesa dell’indeterminato, ma di indeterminato c’è rimasto solo il futuro. Il tempo passa, guardandolo da qui i campi prospettici sono lunghi, tante eternità ci bloccano la visione e paiono insormontabili. Poi ad un tratto ci accorgiamo che il tempo è davvero passato, in città non è rimasto più nessuno, e abbiamo confuso le nostre aspettative con quelle di qualcun altro. Vogliamo scappare, ci dimeniamo, ma più passa il tempo e più sentiamo la presa forte della città. Società arcaiche le nostre. Il progresso e il benessere economico non è mai stato raggiunto dagli stanziali, quelli che hanno sovvertito l’ordine delle cose sono sempre stati quelli che sono andati, quelli che si sono impiantati in un luogo e hanno avuto fede di costruire dal nulla quello che in casa loro risultava inedificabile. Ma ci sono quelli che vogliono rimanere, quelli che lo considerano un dovere e quelli che lo considerano un diritto. Quelli che pensano che, ad andarsene, non si ha più diritto ad avere nostalgia, e quelli che restano e sognano sempre un altrove, chimerico e lontano. La città non cambia ma non le si può fare una colpa per questo: non è lei a dover cambiare.

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