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Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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Bat&Ball

Il Bat&Ball è uno di quei pub inglesi che ci si aspetterebbe di trovare in un film degli anni ’80. Siamo fuori dal centro, Old Dover Road è l’antica strada che da Canterbury porta alla poetica città delle scogliere bianche, e il Bat&Ball sembra – a leggere gli annunci scritti in gessetto azzurro sulla lavagna esposta fuori, quasi a ridosso del semaforo – l’ultimo posto dove rifocillarsi prima di affacciarsi direttamente sulla Manica. In serate come questa, però, si beve soltanto. Anche il cuoco è fuori, appollaiato sul bancone a guardare la partita. Non che me ne freghi molto: il pub è per me un esercizio filosofico, quando frequentato da solo. Il problema – la fortuna! – è che solo non lo sei quasi mai. Per chi tifi, mi chiede in uno strano accento lo studente asiatico al cui tavolo mi unisco, e io rispondo che non lo so, forse per il City, giusto perché è l’underdog (ho finalmente l’occasione per usare questa parola) e perché deve recuperare i punti persi durante l’anno, e questo nonostante abbia quell’Italiano come allenatore, proprio non lo sopporto! e tu, per chi tifi? United. Come mai? Non lo so, è la mia squadra.

Due bionde laccate, dalla pancia gonfia per l’alcol, cominciano a parlare sommessamente, reprimendo la nenia di risa e gridolini, non appena i loro uomini si allontanano per una sigaretta. Quella di fronte a me si stringe nelle spalle come a dire all’altra che andrà tutto bene. L’altra si gira e si sforza di sgranare gli occhi per osservare la televisione. Il City ha segnato, ma in pochi esultano. Mi pare di vedere sempre le stesse facce, qui. E’ a due passi da casa, il Bat&Ball. Immagino mi piaccia tanto perché rappresenta un appiglio contro la casualità della vita nomade e incerta, perché è polveroso e perché dietro al bancone c’è ancora Bob, appesantito dagli anni e da molte altre cose, che spilla le sue birre artigianali i cui nomi evocano luoghi nascosti – non remoti ma intagliati in chissà quale angolo del giardino d’Inghilterra. Deve notare la mia presenza perché mi dà a parlare, vuole capire che ci faccio lì. Mi dice che i pub come il suo stanno chiudendo, la concorrenza dei supermercati e le nuove tasse sul prezzo unitario per l’alcol non si possono più sostenere, i giovani fanno il pieno prima di scendere e poi vanno direttamente a stordirsi in discoteca. Mentre lo ascolto mi rendo conto di aver già sentito questo discorso, probabilmente alla TV. Bob lo stava ripetendo uguale, senza considerare che nel suo locale ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione – qualche decennio fa – dove le statistiche sui giovani non attecchiscono.

Lo United prova ad attaccare, a far valere la forza del blasone. Un tempo i suoi tifosi erano presi in giro da quelli del City perché la loro squadra era controllata da una dirigenza straniera. Ora che anche l’altra parte di Manchester deve ringraziare uno sceicco arabo per i fuoriclasse e per le ambizioni pagate a peso d’oro, ci si limita a una sterile rivalità (le scritte fluorescenti che si alternano sui tabelloni elettronici a bordo campo pubblicizzano una compagnia di bandiera araba, un Gran Premio di Formula 1 in uno stato arabo e anche un’altra cosa, evidentemente riservata al pubblico mediorientale). Seicento i poliziotti dispiegati per placare possibili disordini, ma quello che si vede dall’inquadratura è una file di giubbe gialle impegnate a guardare la partita assieme ai tifosi.

Mi sono ormai alzato dal tavolo e mi godo gli ultimi dieci minuti seduto al bancone, da solo. Gli adesivi vintage attaccati alle pareti ripropongono vecchie glorie del cricket – in fondo il Kent County Cricket Stadium è proprio di fronte al pub. Guardandoli meglio, però, mi rendo conto che vintage non è la parola giusta. Quegli adesivi sono vecchi. Le stesse bottiglie messe a prendere polvere sullo scaffale sopra al bancone raccontano di breweries sconosciute, etichettate secondo il gusto del secolo scorso. Dalla mia nuova prospettiva noto che le mensole danno tutte l’impressione di cedere, semmai si spostasse l’equilibrio dei bicchieri. Finisco la mia seconda Masterbrew: il finale sa di lievito ed è spillata tiepida e senza troppo gas. Gli esperti dicono che le vere birre si bevono così. Saluto Bob e i ragazzi asiatici e mi avvio fuori, prima che il diluvio tropicale tipico di questi giorni si abbatta di nuovo sulla città. Mentre apro la porta noto un adesivo con la scritta: Support the real English pub.

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Lost Control

Ho perso il conto dei giorni. Siamo forse all’inizio di Aprile. Il lato bello della lentezza, del silenzio. Il lato bello dell’incompletezza. D’un tratto mi perdo nelle conversazioni con i miei coinquilini che mi vedono tornare in giacca e cravatta dal lavoro. Una di loro mi chiede se sono un insegnante. Appena ventenni, inseguono il capolavoro della loro vita senza neppure saperlo, vivono in uno stato d’ebbrezza, non dormono e ridono sempre e programmano viaggi onirici in giro per il mondo. Anche io con loro mi attengo a questo ambizioso piano, ho in tasca un po’ di biglietti. Poca roba, chilometraggio limitato. Non tornerò a casa perché Pasqua con chi voglio, e anche se voglio la mia famiglia e miei amici e i miei libri e il mio cibo penso di volere più forte ancora quella sensazione di spaesamento quando si arriva in un posto nuovo, soli, senza conoscere nessuno. Che ci faccio qui. E si combatte la paura con la poesia, quella delle piccole cose che tutti amiamo ma che irrevocabilmente dimentichiamo nella porca abitudine, e un raggio di sole e il sorriso di un volto sconosciuto si tramutano in avventure senza tempo. Ho svuotato lo zaino capovolgendolo a testa in giù e ci ho ficcato dentro poche cose. Non c’è tutto quello di cui ho bisogno ma è proprio questo il punto: non ho bisogno di tutto. Il valore dell’incompletezza. Io mi sento sempre meno incompleto perché sto imparando ad essere io al momento presente, senza più proiettare le ombre delle mie convinzioni sulla realtà, l’unica cosa con la quale mi voglio confrontare. Mi sento meno incompleto perché ho smesso di cercare le cose che possano completarmi e ho cominciato a cercare le cose che io posso completare. La scintilla di vita dell’incompletezza e’ un mio personale valore solo fintanto che e’ destinata ad accendere un fuoco che, se non duraturo, sia almeno dotato di senso. Ma mi sono perso, volevo solo dire che non torno a casa, sto un altro po’ in giro.

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Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

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Si sta facendo sempre più tardi

Se fossi a casa, adesso, prenderei dalla libreria un libro di Tabucchi. Non andrei a rileggermi Sostiene Pereira ma forse qualche racconto da Si sta facendo sempre più tardi. E’ un’economica Feltrinelli dalla costola gialla che si riconosce anche al buio. E poi mi ricorderei che il poeta è un fingitore perché finge di provare il dolore che prova davvero. Mi rigirerei questa frase di Pessoa tra le labbra e indugerei su quest’ultimo e sui suoi eteronimi, forse ci sarebbe stato qualcun altro a tradurli, forse meglio, ma quello che rimane è che Tabucchi non ha tradito Pessoa ma l’ha reso nobile in Italiano così come lo è in Portoghese. Sarei portato a leggere un estratto dal Libro dell’inquietudine, ma poi lo richiuderei subito perché appartenente a un’altra epoca, sono cresciuto un po’ grazie ad esso ma ora, in maniera riconoscente, lo riconsegnerei alla mia libreria.

Non ho quei libri con me ma appartengo pur sempre alla generazione digitale, non ho bisogno di possedere quello che posso trovare in una nuvola, questa cloud che diventerà sempre più grande fino ad inglobarci tutti e a fagocitare qualsiasi cosa, e il bello è che dal suo nome traspare un soffice candore e non quel garbuglio di dischi e di cavi che poco hanno di virtuale, ferraglia che è posseduta da qualcuno e che si può forzare con una semplice chiave inglese. Vado in giro per la rete, quindi, per placare la mia sete di poesia, poco importa che di prosa si tratti. Leggo: “le persone sono lontane quando sono vicine, figuriamoci quando sono lontane per davvero”. Davvero l’ha scritta Tabucchi, questa frase? Tabucchi non era un aforista, il romanzo breve era il suo respiro naturale e il racconto il figlio legittimo che lasciava vagare per il mondo letterario, le sue frasi rimanevano incollate alle sue storie, nessun significato universale. Lo scrivere per il piacere di scrivere. No, alcune persone possono essere vicine anche se lontane, ma io sono sicuro che se andassi a rileggermi il racconto dal quale è estratta la frase ad un certo punto il protagonista direbbe qualcosa come: siamo noi a decidere se essere lontani o meno. O forse sono soltanto io che in questa sera mi sento l’alter ego di un personaggio di Tabucchi, vivo e misero e umano proprio come lui.

Ma non sono a casa, e il web è una mela mozzicata. Sul web non c’è polvere, non ci sono note a matita, il web non si presta a qualcuno per farlo innamorare di un autore, una mail non ha l’effetto taumaturgico di un libro regalato con una dedica sulla prima pagina e il disegno di una faccina che ride. Il mio giro tra le parole per cercare conforto in una sera di solitudine rischia di finire subito perché sono così lontano, dalle mie persone e dai miei libri. E’ strano che l’inglese ci conceda una sottigliezza propria di una lingua calda ed elegante come solo una lingua latina può essere: loneliness e solitude sono concetti diversi, perché la prima presuppone i ricordi mentre la seconda è uno stato dell’anima. Con l’ultima non ti senti solo perché entri in contatto con una parte di te stesso e quel contatto è l’autocombustione con la quale riscaldarti, anche se fisicamente solo. Ma questo non c’entra perché non sono a casa e non posso rovistare tra i libri, scovarne qualcuno dimenticato, non posso accumularli sul letto e addormentarmi tra essi esausto, e lascio agli inglesi la parola adatta per questo.

E temo che la mia ricerca di scritti di Tabucchi, in mancanza di meglio, si fermerà qui, perché uno come lui non lo si cita ma lo si vive dalla prima all’ultima parola. E anche le mie parole finiranno qui, anche se sarei capace di andare avanti fino allo sfinimento, non so perché a volte accade così, o forse lo so, è lo stesso motivo per cui spegnerò il computer e fumerò una sigaretta affacciato alla finestra osservando il sorriso sbilenco della luna, ed è perché qui non ho una libreria da rovistare, la mia, e nessuno con cui parlare del fatto che mi dispiace sapere che non leggerò mai più nulla di Tabucchi, che qui sarà al massimo un nome sugli obituares del Sunday Times, uno dei giornali inglesi di qualità che non legge nessuno, tutti leggono la spazzatura del Daily Maily o del Sun, perché ogni società ha la sua pancia, ma non potrei parlare nemmeno di questo, qui, perché andare camminare lavorare, e nel frattempo si sta facendo sempre più tardi.

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Crisi di identità in uno Starbucks qualunque

Cosa sarebbe successo se Hemingway e altri scrittori della sua generazione avessero scritto le loro pagine seduti al tavolo di una grande multinazionale del caffè? La loro ispirazione si sarebbe fatta influenzare dall’apparenza del cliente tipo? Sarebbero stati essi stessi un “tipo”, indistinguibili dagli altri, avvolti negli stessi capi firmati o vestiti magari di quella semplicità minimale che si ottiene solo a caro prezzo?

Costa e Starbucks e tanti altri della loro specie ci conoscono bene: incorniciano i loro loghi nella stessa tonalità di colori, non troppo brillante, non troppo opaca, e spiegano i loro slogan usando gli stessi caratteri (in generale, provate a guardare gli annunci pubblicitari, i titoloni, e contate quante f vi sembrano simili a quella di Facebook) e noi ce ne sentiamo inconsapevolmente attratti. Forse in un luogo straniero rappresentano ciò che è più vicino al concetto di casa, perché essi sembrano non appartenere a nessun luogo, la loro geografia è indefinita e non si è interessati a scoprirla.

Io ci ho passato molto tempo seduto a uno di quei tavoli. Senza scrivere nulla, perché non sono Hemingway e perché non ne ho mai avuto voglia, tranne ora, ma anche perché mi rinchiudevo nella soffice bolla protettiva della compagnia dei miei connazionali. La città era per noi piccola. Effettivamente questa città è piccola, tanto che forse il termine città è sbagliato. Ma per noi lo era perché i nostri percorsi erano prestabiliti e decisi a livello primordiale, senza che ce ne potessimo rendere conto. Abbiamo evitato i luoghi più veri, dovessimo mangiare o bere un caffè, perché quando ci si immerge in un ambiente estraneo con il fine ultimo di integrarsi allora è il cibo l’unico valore in grado di restituire quell’identità perduta. Nel gruppo le singole identità però si annullano, ogni persona si identifica con i valori del gruppo, che sono più immediati e accessibili, e il linguaggio si uniforma e così le voglie e le propensioni. Abbiamo mangiato spesso da McDonald’s, ma ognuno di noi, preso singolarmente, si faceva vanto di odiare mangiare da McDonald’s!

Come si spiega? Non lo so, sono seduto a uno di questi tavolini tutti uguali e tutti come nuovi di zecca, sono solo e senza la compagnia di qualcuno che parli la mia lingua. Ai tavoli vicino si parla arabo, forse turco, sicuramente non inglese. La città è piccola ma ospita un campione rappresentativo di tutte le nazionalità immaginabili. Ma la mia impressione è che l’eterogeneità non riguarda anche la classe sociale di provenienza. Tutti quelli che incontro o che semplicemente scruto da lontano, in locali o uffici o per le strade principali di Canterbury, sono stranieri venuti qui per studiare e per apprendere l’unica cosa che questo paese può dare loro: la lingua inglese. E allora ecco che anche i loro vestiti e le loro abitudini si uniformano: essi sono qui, sono disposti ad integrarsi ma non se ne fregano poi tanto perché, alla fine, non ne hanno bisogno. Presto o tardi torneranno a casa, la vera casa.

Le facce straniere che si scorgono nei negozi, nei chioschetti, per la strada a spazzare e nei locali a servire porzioni sempre uguali di hamburger e tazze di caffè internazionale sono però diverse. Mi sembrano raccontare un’altra storia, o forse è solo la mia mente che la sta costruendo per decodificare una realtà diversa. Sarà stato un caso, ma tutte le volte in cui, da solo, ho interagito con queste persone e ho chiaramente rivelato il mio essere straniero come loro, ho percepito una sottile aria di scherno nei loro sguardi, mai sconfinante in maleducazione ma eppure presente. Forse quando ci si immerge in un ambiente estraneo con l’assoluta esigenza di integrarsi, affrontando tutte le difficoltà e le barriere del caso, non è più il cibo il valore simbolico consolatorio, bensì prendersi una sottile rivalsa verso chi in quel momento è più straniero di te, se così si può dire.

Il ragazzo polacco che mi ha servito impeccabilmente il caffè adesso è venuto a riprendersi la tazzina (lavoro leggero con noi italiani, tazzine piccole e leggere) e mi ha visto scrivere. Chissà se gli è passato per la mente che sono uguale a tutti gli altri. Forse vuole soltanto andare a casa e togliersi la divisa, o forse vuole rimanere lì più a lungo possibile perché, in fondo, quella divisa gli dà un’identità che altrimenti non saprebbe come reperire. Tra un po’ mi avvio anche io nella mia Babele incasinata, dove si parlano tutte le lingue e si fa finta di parlare l’inglese, o meglio, dove l’inglese si evolve verso qualcosa di indefinito e bizzarro. Ma questa è un’altra storia.

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Nine feet underground

Questa onnipresente finestra virtuale aperta sul mondo fagocita tutta la mia fantasia, il mio spirito critico, la mia voglia di stare con me stesso. Per paradossale che sia, anche se sei in solitudine ti senti sempre spiato, e a te stesso pare di spiare gli altri. Quando dico che la dimensione della mia scrittura è il viaggio in realtà forse intendo questo: sono propenso a scrivere quando il mio io è capace di guardare il mondo esterno o se stesso senza distrazioni, e il viaggio presuppone che tutte queste finestre virtuali siano serrate. L’interazione deve avvenire tra persone e non tra avatar, i sorrisi sono diversi l’uno dall’altro e un silenzio può significare tante cose. Nel mondo virtuale il silenzio significa solo una cosa: indifferenza. Relazioni liquide, le ha chiamate Bauman, relazioni cioè che possono essere interrotte a proprio piacimento, semplicemente facendo clic con il mouse.

Le relazioni. Qui in Inghilterra non ne sto stringendo molte, e quelle poche sono fusioni fredde. Forse è la lingua. Camminando per strada oggi (ebbene sì, anche io, come tutti qui, trincerato dietro spaventosi cuffioni) ho riascoltato del rock latino che ho scoperto in Sudamerica. Non voglio parlare qui dell’immediata e magica associazione con quell’esperienza fantastica e folle che è stata il mio viaggio, ma delle parole e della lingua. Hanno un bel dire coloro i quali propugnano la lingua inglese come standard internazionale per via della sua semplicità. Viaggiando in Sudamerica mi capitava di apprendere una parola e di fare passi avanti significativi nella comunicazione. Una parola per un concetto, andata. Appuntamento, paura, fame, rabbia, ballo. Ci si capiva con quell’unica parola. Le sfumature c’erano, ma era il linguaggio non verbale a sopperire. Ogni parola in più nel mio vocabolario era una possibilità in più di trovare un amico per la strada, in un bar, in un taxi. Qui no, qui è diverso. Una parola può significare tante cose; l’inglese ha nascoste dentro minuzie estenuanti. Una rigida costruzione sintattica ti impedisce di spostare una singola preposizione, pena l’assoluta mancanza di senso. Una parola può essere pronunciata in decine di modi diversi e questo senza un criterio o un perché. Ogni nuova parola appresa mi fa avanzare nelle interazioni alla stessa velocità di un pianeta distante anni luce. Con le persone è lo stesso: un giorno ti si avvicinano, ti fanno credere che tutte quelle tue teorie sulla tua invisibilità erano effettivamente frutto della troppa birra, ti fanno sentire un essere umano come loro! e poi l’indomani è come se nulla fosse successo. Le persone inglesi sono come le parole che esse adoperano per comunicare: possono significare tante cose, mai univoche, ed entrare in contatto con una di loro non significa padronarne in maniera definitiva l’idea.

Non ho usato la parola invisibilità per caso. L’altra sera sono andato da solo al concerto dei Caravan. Tra il gruppo di supporto e la loro esibizione hanno messo su un pezzo che conoscevo bene, il cui testo narra di un’ombra che si aggira per la città indifferente e bulimica che inghiottisce tutto e tutti. Io ballavo e non pensavo agli altri e gli altri forse non mi vedevano nemmeno. Ho visto però due donne bellissime: avevano forse più di 60 anni, capelli grigi raccolti in una coda e viso solcato da fiere rughe, senza trucco. Avevano lo sguardo furbo di due bambine cresciute insieme. Una di loro guarda l’altra e le fa cenno di andare in mezzo alla pista, come ai vecchi tempi. Un altro signore si aggira, armeggia con un dispositivo ultratecnologico e non balla e non sorride, solo è impegnato ad azionare il suo gadget quando i Caravan attaccano Nine Feet Underground, la classica suite progressive di venti minuti che manda tutti in estasi, e rimane fermo ed estasiato guardando il suo registratore, pregustando il piacere di poter riascoltare in cuffie, 44 anni dopo, quel fantastico pezzo sulle cui note chiudo gli occhi e mi perdo.

Questa è la prima cosa che scrivo da quando sono a Canterbury. Non volevo distrarmi dal lento e faticoso apprendimento del senso musicale della lingua inglese. Ma non ho resistito più. Forse è stata anche la paura di scoprire ciò che stavo provando, ciò che sto provando. Ma ho capito che è proprio l’inconsapevolezza a rendermi inquieto, e quindi torno con piacere all’unica cosa che è in grado di lenire questa sensazione. Mi è mancato scrivere mail agli amici o ai familiari. Questa è la prima cosa che scrivo, e la mando a me stesso, prima di chiudere la finestra che dà su un cielo inaspettatamente stellato.

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