Articoli con tag: Poesia

Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
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In difesa dell’allegria

Difendere l’allegria come in una trincea, difenderla dallo scandalo e dall’abitudine, dalla miseria e dai miserabili, dalle assenza transitorie e da quelle definitive, difendere l’allegria come un principio!

Difenderla dallo sbigottimento e dalle pesantezze, dai neutrali e dai neutroni, dalle dolce infamie e le gravi diagnosi, difendere l’allegria come una bandiera, difenderla dalla rabbia e dalla malinconia, dagli ingenui e dalle canaglie, dalla retorica e dalle accademie.

Difendere l’allegria come un destino, difenderla dal fuoco e dai pompieri, dai suicidi e dagli omicidi, dalle vacanze e dalla sopraffazione, dall’obbligo di essere allegri.

Difendere l’allegria come una certezza, difenderla dall’ossido e dalla rogna, dalla famosa patina del tempo, dalla rugiada e dall’opportunismo, dai prosseneti della risata.

Difendere l’allegria come un diritto, difenderla dagli dei e dall’inverno, dalle maiuscole e dalla morte, dai cognomi e dai dispiaceri…e anche dall’allegria.

(libera traduzione dallo spagnolo dalla poesia “Defensa de la alegrìa” di Mario Benedetti)  

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Il nome di Marta Fresu

E il nome di Maria Fresu

continua a scoppiare

all’ora dei pranzi

in ogni casseruola

in ogni pentola

in ogni boccone

in ogni rutto

scoppiato e dimenticato

in milioni di

dimenticanze, di comi,

bburp

Una poesia di Andrea Zanzotto dedicata a Marta Fresu, una delle vittime della strage della stazione di Bologna, 2 agosto 1980. 

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Lessico familiare

“Era il dopoguerra, un tempo in cui tutti pensavano di essere dei poeti, e tutti pensavano di essere dei politici; tutti si immaginavano che si potesse e si dovesse fare poesia di tutto… Ma poi avvenne che la realtà si rivelò complessa e segreta, indecifrabile e oscura non meno che il mondo dei sogni; e si rivelò ancora situata di là dal vetro, e l’illusione di aver spezzato quel vetro si rivelò effimera. Così molti si ritrassero presto sconfortati e scorati; e ripiombarono poi in un amaro digiuno e in un profondo silenzio.”

Natalia Ginzburg, Lessico Familiare

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