Diario notturno

Chi non salta bianco è

Qualche regista ogni tanto ci azzecca a prendere un brandello delle quotidiane interazioni tra membri di una data società/comunità e riproporlo caricaturizzato fino all’estremo in un film. Nell’Italia di oggi, e nella Napoli che dell’Italia è in fondo sia specchio frantumato che fiorente laboratorio di variegato capitale umano, mi pare di vivere in una scena di uno di quei film di Spike Lee dove i negri si parlano addosso sovrapponendo voci e gesti senza mai arrivare a nulla, in un vorticoso effetto loop dal quale non c’è scampo. Utilizzo l’appellativo negri e non neri o persone di colore perché è il medesimo appellativo utilizzato dagli stessi negri per richiamarsi alla loro comunità. Ovviamente so benissimo che è permesso soltanto a loro chiamarsi tali, e né mai io mi sognerei, nel mio schifoso buonismo, di rivolgermi a loro con tale appellativo. Ma qui parliamo dei film di Spike Lee e in questo caso quindi mi è concesso.

Anche per manifestare il proprio disinteresse si prende perversamente parte, però, a quella giostra impazzita la cui prossima corsa si vuole saltare. Parlare di un oggetto senza mai nominarlo, giungere a conclusioni senza mai formularne le ipotesi. Se per descrivere il nulla si può fare un film, altrettanto valido è il tentativo di prendere le distanze da quella realizzazione artistica senza mai nominarla, senza nemmeno evocare degli indizi che potrebbero materializzarla dinanzi ai vostri occhi. Ma voi avete già capito, voi come me avete le vostre opinioni e ci tenete a farle sapere, voi state sul pezzo, voi come me appartenete a una fazione, fosse soltanto quella degli indifferenti e siete pronti a divulgarne il rispettivo verbo, e come me vi schierate dalla parte dei neri (il film è finito), dalla parte delle donne o dalla parte degli uomini. Ma poi, dopo tanto parlarci addosso come nei film, si arriverà a un (risolvimento) finale, a un giudizio condiviso? Insomma, se la Storia è finita è la storiografia ad essere infinita? Quel ministro donna a quelle opportunità sempre un po’ dispari, ministro per giunta di colore, è stato un buon ministro oppure uno che meritava di essere sostituito, con il rispettivo ministero destituito? Esiste poi un valore la cui superiorità morale possa sempre farcelo preferire ad altri, giudicati unanimemente di rango qualitativamente inferiore? A parità di merito è preferito il candidato più giovane, ci viene detto a noi giovani e meno giovani, e chissà cosa avrà pensato quella donna che compiva bene il suo lavoro al Ministero degli Esteri quando le è stata preferita una candidata più giovane, nonostante il fatto che di merito vi fosse una palese sproporzione a favore della prima piuttosto che la seconda. Non fare nomi e cognomi non serve a nulla, me ne rendo conto, sono buonista ma non stupido, ma vorrei astrarre queste due semplificazioni per vomitare un po’ del mio disgusto per quelle opportunità che pari – eguali – non sono e saranno mai, perché c’è sempre uno un po’ più in pari dell’altro.

Ma ciò che esiste si ha il diritto a raccontarlo, anche se non racconta di me e di te in modo veritiero, e si ha anche il diritto di farne un’opera d’arte attraverso lo sberleffo, tramite l’attivazione nello spettatore/osservatore dei sensori dell’empatia/senso di ingiustizia. Una donna di colore vince l’Oscar mentre un uomo di colore viene ammazzato senza motivo da un poliziotto bianco nel paese dove per la prima volta è stato eletto un presidente nero. Le impari opportunità sono in tal senso molto equanimi, arrivano dappertutto, liquide e tentacolari, ancestrali e recondite, a quanto pare inestirpabili.

Allora all’arte bisognerebbe concedere il beneficio del dubbio, perché ogni tanto ci azzecca e noi, nel migliore dei casi, non capiamo un cazzo e avremmo il dovere di stare zitti. Che cosa siamo se non una scena di un film di Spike Lee, cosa siamo se non una fattoria degli animali o dei grandi fratelli? Ma non è che lo dico io, eh, sono i numeri che lo provano: le pelli di colore diverso sono discriminate (e se ci si fa un giro nelle comunità cinesi ci si rende conto che l’assunto è valido in entrambi i sensi, questo giusto per dissipare quell’etichetta di buonista che sono sicuro mi avrete già affibbiato), i selfie-made-men sono in continuo aumento e anche i valori di pari opportunità e giovane età non stanno tanto bene.

Eppure, se mi conosceste dal vivo capireste che di solito non la faccio tanto lunga, volevo solo dire che le uniche donne che mi ispirano poca fiducia sono quelle che vedo al tiggì sedute tra gli scranni a scannarsi, mentre tutte le altre donne che conosco, che frequento e che – sono sicuro – continuerò ad incontrare, sono donne cazzutissime, e mi scuso per il secondo termine sconveniente e vagamente maschilista del post, ma lo dico in buona fede: ho conosciuto tanti uomini di merda ma di donne di siffatta risma no, veramente poche. E poi, più che Spike Lee avevo in mente Woody Allen, che spesso fa terminare i suoi film in modo improvviso e senza senso alcuno.

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Oblio

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire. Gilles Deleuze – Conversazioni

Dopo aver fatto yoga prendo sempre il treno per tornare a casa, ma dopo una lezione come quella di ieri (le posizioni all’in piedi sono energizzanti) avevo voglia di camminare, se non fino a casa almeno fino alla stazione centrale. È bello camminare per la città sotto la pioggia, soprattutto quando la città in questione la pioggia la odia. Camminare sotto la pioggia allora mi dà l’impressione di farmi ritrovare faccia a faccia con la città, di seguire un mio percorso personale fatto di vicoli e scorciatoie e tettucci sotto i quali ripararsi, piuttosto che essere irreggimentato nella folla amorfa che mi sta un po’ antipatica. Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso. È per questo che solo retrospettivamente ho dato all’incontro con lei, sotto la pioggia, di fronte all’Università che un tempo frequentammo insieme, quel carico di inaspettato e magico al tempo stesso.

Un capolavoro è a volte una cosa che non si capisce molto bene, una cosa incerta, dai confini spuri. Non è questa una delle caratteristiche dei capolavori? Ma un capolavoro è anche una cosa riuscita alla perfezione, che non ha difetti. Come arrivare in fondo al sillogismo, dunque? Dobbiamo spiegarci la perfezione con il surrogato della nostra immaginazione, che va a colmare quel vuoto lasciato dai difetti connaturati in ogni cosa. C’è questo passaggio chiave in The Master, secondo film della mia personale serie commemorativa dell’attore appena scomparso: Seymour-Hoffman è il maestro, un ciarlatano imbonitore precursore dei venditori di verità che verranno, e nell’evoluzione della sua teoria c’è lo spostamento di focus dal ricordo all’immaginazione quale chiave di volta per scardinare ciò che si frappone tra l’uomo e la sua realizzazione.

So che è poco credibile, eppure a quella ragazza mi era capitato di ripensare di recente. L’avevo fatto perché notavo che di tutte le persone del mio passato, del passato più prossimo, mi è rimasto un ricordo che si contamina ogni volta nel parossismo del social network. Lei era l’unica, a ben vedere, dato che è una delle poche persone a non esserci su Facebook, il cui ricordo si annidava tra il chiaroscuro che c’è tra oblio e immaginazione. 

Sebbene avessi voluto vedere il film per la presenza dell’attore appena scomparso, è un’altra faccia quella che alla fine mi è rimasta impressa: la faccia di Joaquin Phoenix nei panni di Fred Quell, reduce di guerra in cui l’oblio degli orrori si innesta nell’immaginazione drogata dall’alcol e dalle nevrosi. Lui non è il maestro bensì il servo, il soccombente, colui che affida la sua salvezza alle mani di un altro. Non si può dire chi è che predomina in questa relazione tra l’imbonitore di successo e il reietto dalla camminata curva. Una cosa incerta, non definita, come la debolezza che alla fine si rivela come strumento di forza perché è dall’accettazione della debolezza che nasce la libertà. Fuori continuava a piovere ed io mi attardavo sui titoli di coda. Avevo avuto l’impressione di aver visto un capolavoro, una storia in cui niente va per il verso giusto, alchimia necessaria per raggiungere la perfezione.

Avevo poco sonno e mi ero attardato su Facebook. Scorrevano i video della vita dei miei amici: era tutto là, non si può dimenticare nulla, tutto è salvato dall’oblio ma non resta nulla da ricordare.Forse io e quella ragazza pensavamo le stesse cose quando ci siamo voltati indietro e guardati per un attimo sotto la pioggia. In fondo, durante quelle poche volte in cui ci eravamo parlati all’Università, mi era sempre parso che la mente dell’uno fosse un libro aperto per l’altro, in cui uno completava quel che l’altro non sapeva di voler dire. Io sostengo che le relazioni funzionano quando il silenzio funziona, ma attenzione, deve essere un silenzio che lascia presupporre non il vuoto, bensì una comunanza. È quindi sempre la parola a vincere, quella che sgorga senza costrizioni. Se c’è quella in comune allora si può anche tacere. Un po’ come lo scrittore che omette di dire: se egli sa ciò che omette allora crea mistero e stimola l’immaginazione del lettore, altrimenti sta barando, vuole tenerci incollato ad esso con un espediente non sapendo che così facendo finirà presto nell’oblio.

Tra me e quella ragazza avrebbe potuto funzionare. Eravamo entrambi fidanzati all’epoca, credo, e poi ci siamo persi di vista. Credevo sarebbe andata via, che avrebbe trovato altrove la sua realizzazione, e invece era là di fronte all’Università. Forse anche lei aveva pensato che non sarei più tornato. È una consolazione non poter rivedere il video della sua vita su Facebook: avrebbe tolto tutto all’immaginazione. A volte l’oblio è la cosa più giusta. Avrà pensato la stessa cosa quando, sotto la pioggia, entrambi senza ombrello, ci siamo guardati e sorriso per un attimo e poi ripreso la nostra strada verso casa senza parlare, con la sensazione di preferire un ricordo. Un ricordo salvato dall’oblio.

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Lingue dei paesi tuoi

L’Italiano è la lingua che abito. Non l’ho detto io, l’ha detto La Capria, scrittore napoletano. Parlare italiano mi era mancato, e quando sono tornato mi era parso strano dovermi abituare all’idea di ritornare a parlarlo ogni giorno, esprimere con esso bisogni primari e desideri astratti. All’inizio mi è stato difficile. Sia chiaro, non ero diventato come uno di quelli che, dopo una lunga permanenza all’estero, affettano un vago accento straniero e forme totalmente sgrammaticate. Eppure facevo fatica a ritrovare la fluidità. E ora che ho riabbracciato la mia lingua, ora che con essa rileggo libri e ritento scritture, ora che posso riapprezzare la semplicità di un Calvino o di un Tabucchi o dello stesso La Capria, mi adiro quando leggo le complicanze retoriche delle quali la nostra lingua è afflitta. Il burocratese, le parole difficili, i gerghi, i periodi lunghissimi, le subordinate nascoste, i verbi obsoleti. Ma non solo: pericolose e subdole derive sono il linguaggio pubblicitario, i sentimentalismi a buon mercato, i dizionari dei luoghi comuni. Tutto ciò non affligge solo la parola scritta ma tanto linguaggio di uso comune che ci viene propinato nella sua forma più ributtante, che ci viene vomitato addosso dai media. Ricordo di aver letto da qualche parte che il bilinguismo porta allo sviluppo di due personalità distinte, una per ogni idioma parlato a livello madrelingua. Ebbene io sostengo, senza alcuna possibilità di probazione scientifica, che tanta inefficienza e lassismo nella politica e nell’amministrazione – e a volte anche nel buon senso, buon senso di cui il cittadino medio, facciamocene una ragione (lo so che tu che mi leggi non ti consideri cittadino medio, tutti pensano di essere eccezioni alle statistiche), è sprovvisto – che anzi molti dei problemi che abitano questo paese siano figli dell’uso di una lingua così permissiva, che permette di dire tutto e il contrario di tutto senza dire poi niente.

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Senza immagini e senza finale

La bellezza non te l’aspetti all’inizio della giornata, proprio no, dovrebbe piuttosto essere il culmine di una ricerca che dovrebbe essere attiva e volitiva, e non invece sbattuta tra un ritardo del treno e una pioggia inaspettata. Nella mattina del tuo primo giorno di lavoro. Quindi forse sono giustificato se non ho scattato una fotografia, ma il fatto è che non ci avevo nemmeno pensato. Il panorama che si ammira dalla stazione di Portici è ormai ben radicato nel mio immaginario visivo, e poi c’era quel vento e la pioggerellina, insomma, non fosse stato per la ragazza che diceva all’amica che prevedeva fitte piogge perché le barche non erano uscite, io forse nemmeno me ne sarei accorto che stavano effettivamente tutte lì rannicchiate dietro agli scogli. La bellezza stava tutta lì, peccato non potervelo spiegare meglio. Poi c’era quella storia dell’umore un po’ sballottato per il riuscire a fare tardi la mattina del primo giorno di lavoro, ma anche quella storia che avevo letto la sera prima di addormentarmi (dato che mi ero ricordato che usavo fare così quando avevo delle abitudini regolari, quando non ero social, quando non uscivo per lenire una solitudine che non sapevo di avere: andavo a letto presto e leggevo), ed era una storia letta su Internazionale della scorsa settimana, una storia cruda e nuda sull’inutilità del lavoro, cioè della moltiplicazione, nell’epoca moderna, di attività lavorative che non apportano nessun beneficio alla società, che potrebbero tranquillamente non esistere, posizioni molto spesso ben remunerate e per questo motivo, per lo stridente contrasto con l’infima considerazione e modesta soddisfazione economica che ricevono lavori umili ma essenziali, ancora più inutili. Davvero, non c’era nulla da eccepire in quella storia, c’è da meravigliarsi come sia riuscito ad addormentarmi subito, e stamattina me la trascinavo un po’ dietro insieme a quei trenta minuti di ritardo diventati poi quaranta, senza contare l’emozione che alla fatidica penultima fermata si è finalmente mostrata, solo per un po’, soppiantata da una respirazione lunga e controllata, un’emozione compassionevole per un giovane trentenne che come un ragazzino si presenta sbarbatello e ripulito il primo giorno di lavoro. Lo sapevo che andava a finire a sentimento, mò una bella foto delle barchetelle di stamattina ci starebbe proprio bene. C’era un’illustrazione a corredo di quella storia del e sul lavoro, o in realtà accompagnava l’articolo seguente che continuava però sullo stesso tono: un’invettiva contro la cravatta. Mostra in ripetizione il volto di uno stesso uomo e diverse fasi del nodo della cravatta, il viso che invecchia e il cranio che perde i capelli e che al momento del nodo diventa teschio. L’invettiva contro la cravatta qualche volta ve la ritaglio qui, però dato che nel nuovo ufficio la cravatta non bisogna portarla concludo qui, senza immagini e senza finale.

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La lentezza e altre scoperte

Mi sto liberando del germe del multitasking. Percepivo a livello intuitivo di doverlo fare, ma non avevo mai fatto nulla per prenderne le distanze. Non sono nato figlio del multitasking ma ne ho ben presto abbracciato le premesse. Il multitasking mi generava ansie: credevo di potere e dovere fare tutto, in contemporanea. In quel modo gettavo le fondamenta per un’infelicità subdola.

Sto rileggendo, sto riascoltando, sto riflettendo, ma senza fare null’altro allo stesso tempo. Quando rastrello le foglie nel giardino non porto più con me le cuffiette. Quando corro il perimetro della fattoria alzo la testa, noto i Baobab che stanno lì da mille anni e i canguri che battono la coda sul terreno per avvertire tutti del pericolo. Ma farlo in paradiso è facile: gli elementi ti invitano a metterti in connessione con loro. Più difficile è farlo dove la prossimità tra le persone è così elevata che induce a creare barriere, a mettere su una colonna sonora nel quale sentirsi al sicuro. Dove le distanze fisiche si accorciano ecco che cresce la distanza emotiva. Prendi strade secondarie, dimenticati del tempo ed ecco che senti vicino a te un calore diverso.

Il multitasking ci abbaglia con la promessa di poter ottimizzare i tempi; il nostro cervello avalla l’inganno comunicandoci che, certo, lui è in grado di guidare e parlare al telefono allo stesso momento. Singletasking allora non è semplicemente disconnettersi dalle email e da Facebook. Non è solo fare una cosa per volta, e farla bene. È anche non fare niente, è anche attivare le gambe e le mani come attività propedeutica al processo creativo, è anche essere connessi con quello che si fa, con le motivazioni più profonde. È continuare a fare una cosa anche se non sta riuscendo bene, se riteniamo abbia un valore. Per fare questo non c’è bisogno di disconnettersi: ritengo che la dimensione social abbia aggiunto, piuttosto che tolto. C’è il rischio però che questa abbia l’effetto di una giostra: può divertirci ma anche farci sentire un po’ confusi, alla fine. C’è bisogno di dare il giusto peso all’interconnessione, e capire che non ne abbiamo sempre bisogno.

 

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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A day in the life

Mattino

Dalla mia finestra noto che un vento caldo spira forte e spazza via le nuvole anomale di questa primavera australe. È il mio compleanno e decido che mi concederò tanti piccoli festeggiamenti. Vado a far colazione in quel caffè art-decò dove si suonano cover jazz e funky di classici rock. Il barista ha l’aria di uno che non ha dormito la notte, e mi dice che una buona cover non dovrebbe mai essere troppo fedele all’originale bensì svelarne gli aspetti nascosti, soffermandosi su una sezione ritmica e/o melodica ed esaltarla, o renderla meno pervasiva. Ancora assonnato, leggo dei numerosi eventi culturali in atto in questo territorio – e non dico solo Perth perché qui si è in qualche modo consapevoli di quelle radici che si estendono per tutto il Western Australia, risalenti a un tempo in cui l’umanità “occidentale”, per come la conosciamo noi, ancora non esisteva. Mi viene in mente che forse è strano che ci sia questa consapevole e benefica apertura verso l’arte Aborigena e una discrepanza così evidente nelle vite quotidiane di due gruppi di persone o etnie evidentemente autonome e autoreferenziali, che non si incrociano mai, nemmeno per sbaglio. Eppure ieri sera, quando avevo deciso di festeggiare in anticipo offrendo una cena alle persone che mi avevano accolto nei miei primi giorni australiani, mi sono reso conto che questi schemi che funzionano a livello mediatico, come categorie informative, non sono sempre applicabili alla vita reale. Colei che mi ha ospitato per tre settimane, in nome dell’universale spirito di fratellanza di Couchsurfing (il motivo ispiratore di tutti i miei viaggi, inesauribile fonte di storie e persone per chi, come me, è talvolta troppo timido per lasciarsi andare all’incontro imprevisto), è ella stessa per metà di razza Aborigena. I miei sensi resi fluidi e senza veli da un indomito Shiraz potevano ora distinguere nella fisionomia del volto della mia amica la tipica asimmetria di un volto nativo, o meglio, la sua inusuale – per una mente occidentale – simmetria che andava a convergere nella forma del naso. Due mesi fa mi ero fermato al colore della pelle e all’accento bogan. E ancora, un mio amico gay mi diceva che una volta è uscito con un ragazzo Aborigeno, persona colta e adorabile, e che le sue ultime relazioni con WASP erano state tutte con personalità di tipo border-line, con il contributo di numerose dipendenze, non ultima la dipendenza dagli stereotipi culturali. E in generale mi pare che l’esperienza personale sia molto limitata, e che per pigrizia si plasma la propria opinione su un palinsesto culturale previamente costruito. I miei amici improvvisano una gara a Jenga, e la serata si è conclusa con noi che ci divertivamo come matti quando qualcuno faceva cadere la torre. I vini australiani sono molto buoni.

Pomeriggio

Nonostante trascorra molto tempo in solitudine, non mi sento affatto solo. Ho imparato a condividere quel che ho con le persone che, di volta in volta, reputo importanti. Sto capendo che in qualsiasi luogo possiamo realizzare il nostro sogno, se restiamo fedeli all’idea di noi stessi, se un’idea di noi stessi siamo arrivati non dico a possederla, ma ad immaginarla. Mi concedo un altro regalo, in questa giornata di sole così straordinariamente ricca seppur solitaria.  Ho comprato la mia adesione al Woofing Australia. Già immagino i miei futuri vagabondaggi per organic farms e comunità aborigene. Ma non voglio idealizzare, la realtà sarà necessariamente diversa da come la immagino in questo preciso istante. Imparare a pensare è un po’ come essere in grado di apprezzare il grado di vicinanza e lontananza da una ricostruzione oggettiva dei fatti, senza che il nostro uterino temperamento se ne senta coinvolto. La giusta distanza, e dunque il mito di ciò che verrà dopo è da allontanare. Quel che è certo però è che questa vita di città mi sembrerà uno strano sogno plastificato, la vita notturna popolata da esseri scalzi e disinibiti, il rapporto strano e a volte doloroso che hanno a volte gli australiani con l’alcol. Le strade bagnate: come avevo potuto non collegare l’aria eccessivamente calda dei giorni appena trascorsi e la serie di temporali in coda alle porte della città? Non andrò lontano nell’outback se i miei istinti e conoscenze primordiali e recondite non si riattivano. Eppure sarò via, e scriverò ai miei nuovi amici cartoline virtuali e già nostalgiche. Il poco tempo che il viaggiatore ha a disposizione acuisce la sua propensione al rapporto, che diventa fulmineamente passionale e altrettanto caduco. L’isola dei musei è per me l’epicentro magico di questa città, con i suoi muri parlanti, con le sue installazioni audio-visive, musei e scalinate colorate nella cui lunghezza è vergato un poema che prima o poi mi ricorderò di leggere, e con il suo spettacolo per bambini al quale, oggi, ho fatto troppo tardi per assistere. Sì, perché dopo la cena di ieri sera mi pareva che assistere a una piece teatrale dove si raccontava del Dreamtime aborigeno, del tempo della creazione del mondo dal punto di vista dei Nongaar, fosse un altro piccolo lusso prima di cominciare l’implacabile turno al ristorante. Ma sono arrivato tardi, le risate dei bambini già risuonavano nel villaggio costruito nel bel mezzo del polo museale, ed io non me la sono sentita di forzare gli eventi. Leggo la scritta reading helps kids fly. Mi ricordo che in fondo la suggestione non è troppo dissimile da quella italiana, il cui librarsi evoca l’eterea condizione di chi è immerso in una lettura appagante. Stasera, dopo il turno, offrirò una birra a chi si sarà attardato. Ho scoperto di recente che allo staff le birre costano due dollari e cinquanta. Potrò quindi fare una bella figura senza troppe dispersioni di valuta.

Sera

Questa città è così piccola. Chi arriva qui e non conosce null’altro di questo continente, la odia con tutto il cuore, mentre  a chi ha girato in lungo e largo questo presunto equilibrio perfetto non sembra vero. Attorno al chioschetto di Devis gravitano italiani. A prima vista non li si riconosce, quando si cammina per la strada. L’aneddoto che va per la maggiore è quando uno di loro commenta una ragazza con qualcosa del tipo ammazzachefregna!, e la risposta è stata un secco sò de Roma! A volte provo il piacere di andare più a fondo coi ragionamenti, come quando ho detto alla francese che forse gli orientali non ci ringraziano non perché sono rudi o ineducati, probabilmente la loro cultura non prevede un atteggiamento deferente verso il servitore, se loro fossero al nostro posto non si aspetterebbero nessun ringraziamento. Ogni occasione in cui il nostro ego è braccato dalla routine e dallo stress e dalla frustrazione è un’occasione per provare a divergere da quella modalità di default sulla quale siamo tutti settati: quella dello sfogo rancoroso ed egocentrico, quella dello sguardo cieco rivolto a chi ci circonda, appigliandoci agli elementi più facili per poter costruire quel giudizio che, nel nostro mondo, e solo nel nostro, avrà funzione assolutoria nei nostri riguardi. Scegliere cosa pensare. Cosa pensare allora della mia gelosia, del mio amor proprio ferito nel notare attenzioni non ricambiate? Provo a razionalizzare: troppi occhi ammalianti e troppe mani sottili e misteriose e troppe risate contagiose e ingenue e troppi gesti timidi eppur sensuali si possono trovare in giro per questo mappamondo per potere soffermarsi solo su quelli di lei. E poi mi sembra di non essere andato tanto a fondo, perché razionalizzando ancora mi accorgo che di occhi e di mani e di timidi gesti voglio solo quelli di lei. Ma ce ne andremo, non sempre le partenze nell’aria danno corpo alle scintille, qualche fuoco è destinato a rimanere fatuo. Javier, il cuoco argentino, insiste nel reclamare 50 dollari per vendermi la sua ricetta delle empanadas. Gli propongo allora una birra, a lui e alla sua ragazza, e l’affare è fatto. Finisce però che la birra andiamo a prendercela in un locale che stava per chiudere, dietro il cui bancone del bar si estende uno specchio che riflette le nostre stanchezze. Finisce però anche che la compagnia è stata più piacevole del previsto, anche perché c’è lei, finisce che, retrospettivamente, l’unico modo per festeggiare questa giornata non poteva che essere noi quattro, in quel luogo, a raccontare di pellegrinaggi e nostalgie di casa.

Notte

Ho felicemente ripreso a fumare. Non capisco chi dice che smettere è difficilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte. Forse ciò che mi mancava era una scusa per affacciarmi di notte fuori al mio giardino e guardare il cielo. Mi ripeto che quando tutto questo finirà non ci sarà nessuna commemorazione tardiva, nessuna retrospettiva delle solitarie camminate verso casa dopo il lavoro, guardando il cielo e provando senza successo a nominare le stelle che puntano a sud, e nessuno struggimento per quelle risate che erano spontanee e che a volerle ricreare ci sarebbe sempre un qualcosa che andrebbe storto. Perth mi sta dando qualcosa e altro si sta prendendo. Quando sarà alle mie spalle, la celebrazione della magia che ho raccattato, spesso per caso, nelle sue strade e nei suoi locali, e lo spauracchio e la frustrazione di giornate senza sapere cosa fare o senza voglia di fare, avverrà così, alla giusta distanza. La tradizione yogica si e’ concentrata sul saluto al sole, nelle ore dell’alba ancora non troppo calde e luminose, quasi a suggellare l’ottimismo e l’apertura ad una giornata ancora da venire , il prologo all’ennesima danza del nostro astro attorno alla fonte di vita primigenia. Salutare la luna significherebbe invece abdicare alle tenebre che irrevocabilmente sono tornate, contro cui il nostro satellite è l’unico baluardo. Significa farlo quando il nostro corpo e’ spossato e quando probabilmente le promesse della mattina si sono diluite in qualcosa di diverso, non necessariamente peggiore ma aventi un’altra fisionomia. Nonostante tutto, salutare la luna sarebbe un atto di profonda gratitudine e di accettazione per quello che la giornata ci ha regalato, un momento di raccoglimento che guarda verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Ripenso a tutti i sorrisi che potevo dare e che non ho dato, a tutto il conforto che potevo ricevere e che non ho accettato. Salutare il sole ti carica dell’aspettativa positiva di riuscire ad essere la persona che vorresti. Salutare la luna significherebbe accettare il fatto che, da qualche parte, potremmo aver fallito, e questo è il primo passo consistente che faremmo verso il più grande e utopistico proposito. Aggiungere ora che prima di andare a letto il mio sguardo incrocia una stella cadente potrebbe suonare come un happyending un po’ forzato, ma è quello che è successo. Non so voi, ma i desideri che ho espresso in passato quando mi imbattevo nella magia del cielo erano tutti incentrati su di me. Questa volta ho fatto mio l’augurio che i miei amici mi hanno recapitato dall’altra parte del mondo: sono felice se le persone che amo sono felici. Perché alla fine questo è stato un giorno come un altro, però ho capito che crescere significa condividere quello che hai con le persone che reputi di volta in volta importanti.

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Extraviados

Gli extraviados sono i persi in giro per il mondo,quelli colti dalla febbre di vedere e toccare con mano i pezzi di umanità che li circondano. Sono quelli che si trovano in capo al mondo per scelta, perché fare quella scelta è una necessità. Sono solitari che amano le persone, le amano a tal punto che poi sono costrette ad abbandonarle. Per loro non è importante possedere oggetti ed eppure, anche senza di questi, hanno una loro propria identità. “La mia patria è il mondo intero”, direbbero, e conoscendoli si capirebbe che fanno sul serio. Non si preoccupano del futuro perché troppo impegnati a vivere il presente. Hanno anche un buon rapporto con il passato perché non lo rinnegano. Sono quelli che non spariscono ma si confondono tra la gente, e se non li si trova è perché li si cerca nel posto sbagliato. Degli extraviados la società è solita preoccuparsi. Per loro non c’è un posto preciso, non rientrano in nessuna categoria o forse rientrano in troppe. Loro talvolta ci pensano, si fanno prendere dalla nostalgia e dal senso di colpa, se sia giusto essere nostalgici di un luogo che si abbandona per scelta, di un ruolo che non hanno mai davvero ricoperto, e per un attimo viene loro in mente di tornare, eleggere un domicilio, pagare le bollette e comprare un nuovo televisore. Ma poi si affacciano dal finestrino e non ci pensano più.

Nella versione aggiornata della pagina about un piccolo retroscena su come questa parola è finita nel mio immaginario.

 

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Lost Control

Ho perso il conto dei giorni. Siamo forse all’inizio di Aprile. Il lato bello della lentezza, del silenzio. Il lato bello dell’incompletezza. D’un tratto mi perdo nelle conversazioni con i miei coinquilini che mi vedono tornare in giacca e cravatta dal lavoro. Una di loro mi chiede se sono un insegnante. Appena ventenni, inseguono il capolavoro della loro vita senza neppure saperlo, vivono in uno stato d’ebbrezza, non dormono e ridono sempre e programmano viaggi onirici in giro per il mondo. Anche io con loro mi attengo a questo ambizioso piano, ho in tasca un po’ di biglietti. Poca roba, chilometraggio limitato. Non tornerò a casa perché Pasqua con chi voglio, e anche se voglio la mia famiglia e miei amici e i miei libri e il mio cibo penso di volere più forte ancora quella sensazione di spaesamento quando si arriva in un posto nuovo, soli, senza conoscere nessuno. Che ci faccio qui. E si combatte la paura con la poesia, quella delle piccole cose che tutti amiamo ma che irrevocabilmente dimentichiamo nella porca abitudine, e un raggio di sole e il sorriso di un volto sconosciuto si tramutano in avventure senza tempo. Ho svuotato lo zaino capovolgendolo a testa in giù e ci ho ficcato dentro poche cose. Non c’è tutto quello di cui ho bisogno ma è proprio questo il punto: non ho bisogno di tutto. Il valore dell’incompletezza. Io mi sento sempre meno incompleto perché sto imparando ad essere io al momento presente, senza più proiettare le ombre delle mie convinzioni sulla realtà, l’unica cosa con la quale mi voglio confrontare. Mi sento meno incompleto perché ho smesso di cercare le cose che possano completarmi e ho cominciato a cercare le cose che io posso completare. La scintilla di vita dell’incompletezza e’ un mio personale valore solo fintanto che e’ destinata ad accendere un fuoco che, se non duraturo, sia almeno dotato di senso. Ma mi sono perso, volevo solo dire che non torno a casa, sto un altro po’ in giro.

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