Articoli con tag: Concerti

Nine feet underground

Questa onnipresente finestra virtuale aperta sul mondo fagocita tutta la mia fantasia, il mio spirito critico, la mia voglia di stare con me stesso. Per paradossale che sia, anche se sei in solitudine ti senti sempre spiato, e a te stesso pare di spiare gli altri. Quando dico che la dimensione della mia scrittura è il viaggio in realtà forse intendo questo: sono propenso a scrivere quando il mio io è capace di guardare il mondo esterno o se stesso senza distrazioni, e il viaggio presuppone che tutte queste finestre virtuali siano serrate. L’interazione deve avvenire tra persone e non tra avatar, i sorrisi sono diversi l’uno dall’altro e un silenzio può significare tante cose. Nel mondo virtuale il silenzio significa solo una cosa: indifferenza. Relazioni liquide, le ha chiamate Bauman, relazioni cioè che possono essere interrotte a proprio piacimento, semplicemente facendo clic con il mouse.

Le relazioni. Qui in Inghilterra non ne sto stringendo molte, e quelle poche sono fusioni fredde. Forse è la lingua. Camminando per strada oggi (ebbene sì, anche io, come tutti qui, trincerato dietro spaventosi cuffioni) ho riascoltato del rock latino che ho scoperto in Sudamerica. Non voglio parlare qui dell’immediata e magica associazione con quell’esperienza fantastica e folle che è stata il mio viaggio, ma delle parole e della lingua. Hanno un bel dire coloro i quali propugnano la lingua inglese come standard internazionale per via della sua semplicità. Viaggiando in Sudamerica mi capitava di apprendere una parola e di fare passi avanti significativi nella comunicazione. Una parola per un concetto, andata. Appuntamento, paura, fame, rabbia, ballo. Ci si capiva con quell’unica parola. Le sfumature c’erano, ma era il linguaggio non verbale a sopperire. Ogni parola in più nel mio vocabolario era una possibilità in più di trovare un amico per la strada, in un bar, in un taxi. Qui no, qui è diverso. Una parola può significare tante cose; l’inglese ha nascoste dentro minuzie estenuanti. Una rigida costruzione sintattica ti impedisce di spostare una singola preposizione, pena l’assoluta mancanza di senso. Una parola può essere pronunciata in decine di modi diversi e questo senza un criterio o un perché. Ogni nuova parola appresa mi fa avanzare nelle interazioni alla stessa velocità di un pianeta distante anni luce. Con le persone è lo stesso: un giorno ti si avvicinano, ti fanno credere che tutte quelle tue teorie sulla tua invisibilità erano effettivamente frutto della troppa birra, ti fanno sentire un essere umano come loro! e poi l’indomani è come se nulla fosse successo. Le persone inglesi sono come le parole che esse adoperano per comunicare: possono significare tante cose, mai univoche, ed entrare in contatto con una di loro non significa padronarne in maniera definitiva l’idea.

Non ho usato la parola invisibilità per caso. L’altra sera sono andato da solo al concerto dei Caravan. Tra il gruppo di supporto e la loro esibizione hanno messo su un pezzo che conoscevo bene, il cui testo narra di un’ombra che si aggira per la città indifferente e bulimica che inghiottisce tutto e tutti. Io ballavo e non pensavo agli altri e gli altri forse non mi vedevano nemmeno. Ho visto però due donne bellissime: avevano forse più di 60 anni, capelli grigi raccolti in una coda e viso solcato da fiere rughe, senza trucco. Avevano lo sguardo furbo di due bambine cresciute insieme. Una di loro guarda l’altra e le fa cenno di andare in mezzo alla pista, come ai vecchi tempi. Un altro signore si aggira, armeggia con un dispositivo ultratecnologico e non balla e non sorride, solo è impegnato ad azionare il suo gadget quando i Caravan attaccano Nine Feet Underground, la classica suite progressive di venti minuti che manda tutti in estasi, e rimane fermo ed estasiato guardando il suo registratore, pregustando il piacere di poter riascoltare in cuffie, 44 anni dopo, quel fantastico pezzo sulle cui note chiudo gli occhi e mi perdo.

Questa è la prima cosa che scrivo da quando sono a Canterbury. Non volevo distrarmi dal lento e faticoso apprendimento del senso musicale della lingua inglese. Ma non ho resistito più. Forse è stata anche la paura di scoprire ciò che stavo provando, ciò che sto provando. Ma ho capito che è proprio l’inconsapevolezza a rendermi inquieto, e quindi torno con piacere all’unica cosa che è in grado di lenire questa sensazione. Mi è mancato scrivere mail agli amici o ai familiari. Questa è la prima cosa che scrivo, e la mando a me stesso, prima di chiudere la finestra che dà su un cielo inaspettatamente stellato.

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La lingua salvata

Un alfabeto diverso è un universo diverso. Non è soltanto una questione di linguaggio ma di simboli. Le parole, anche quando espresse in una lingua che non conosciamo, sono appigli per la nostra immaginazione, attirano il concetto che vogliono intendere, e dopo un po’ diventano un tutt’uno, entrando a far parte del nostro sfocato vocabolario. Di fatto, simboli così lontani dalla mia cultura mi obbligano a valutare l’ebraico in quanto suono più che linguaggio. E fin ora l’ho captato nelle più diverse sfumature: intime e confidenziali, accese o irate, talvolta sentimentali. L’ho scambiato per francese quando ho ascoltato una voce femminile alla radio, mi è sembrato russo avendolo sentito urlare in lontananza, mentre ogni giorno mi pare di percepire un’intonazione arabica nelle parole del mio coinquilino. Non mi era mai capitato di sentirlo cantato, non dal vivo almeno.

Il locale si raggiunge percorrendo un pezzo di strada diroccata e male illuminata: due o tre incroci a veloce percorrenza, pompe di benzina che paiono abbandonate, una periferia dall’aspetto pericoloso che stona un po’ con l’anima Bauhaus della città. Non conosciamo la strada ma abbiamo la percezione di dover seguire le persone che sbucano fuori dalle buie stradine, tutti presi alla sprovvista dall’improvviso freddo e dalla pioggia imminente – la prima dopo mesi di un estate che sembrava non dovesse finir mai. Camminare insieme a loro mi rende felice, mi sento parte di un flusso vibrante che scuote le notti di questa città, ogni notte. All’ingresso troviamo una folla inaspettata, calda, impaziente di entrare. Dopo la perquisizione di rito, che ci fa sempre un po’ ridere, riusciamo a strappare due biglietti al sold out iniziale. Mentre sono stretto nella calca continuo a sperare che quello che sto per ascoltare sia un gruppo strumentale, in cui chitarre e batteria abbiano la meglio su quelle parole che non sono in grado di capire. Entriamo dal retro, avanti non c’è più posto, e strette scaline ci portano al piano superiore del locale. In una luce gialla e fumosa, facciamo in tempo ad ascoltare il boato della folla che accoglie la band, che si sta presentando al pubblico in quello che sarà uno tra tanti intermezzi parlati. Lunghi, incomprensibili intermezzi parlati.

La storia dell’ebraico moderno è abbastanza stupefacente: dopo millenni in cui è sopravvissuto soltanto nei testi sacri, ancorato ad una vetusta terminologia biblica, esso è rinato grazie alla determinazione di un ebreo russo nato in quel punto sperduto dell’Impero che ora è chiamato Bielorussia, tal Ben Yehuda, un lessicografo ed editor di giornali. Suo figlio fu il primo parlante ebraico nativo della storia. Era il 1882 e il suo nome era Ben Zion, figlio di Zion. Fu infatti l’ideologia sionista  il catalizzatore principale della rivivescenza della lingua: il melting pot della diaspora avrebbe creato lo stato d’Israele, una lingua comune sarebbe stata necessaria. Furono inventati nuovi termini per descrivere una realtà affatto diversa da quella millenaria, e furono prese in prestito parole dall’arabo e dall’inglese.

Si spengono le luci degli assurdi lampadari retrò del locale, che sembrano arrivare direttamente dal salone di una residenza reale del Rinascimento, e le Girafot iniziano a cantare. La loro è una storia comune tra i ragazzi qui: vengono da un lungo viaggio itinerante in India, e col loro furgoncino hippie  hanno assorbito le influenze della musica indiana cantando ogni volta con artisti locali, suonando e improvvisando insieme a loro. Sembra che il loro primo intento fu quello di raggiungere l’uditorio israeliano, sparpagliato lungo l’intero sub-continente indiano, subito dopo gli attacchi terroristici a Mumbai. L’idea del viaggio nasce in questo modo, e così la loro musica assume nuove sembianze: il nucleo folk-rock figlio della cultura ebraica si mescola ad influenze indiane, e il risultato è strabiliante.

Tutti conoscono le parole, tutti cantano, la folla e la band sono un’unica entità. Mi dicono che ogni loro concerto è diverso da ogni altro per i monologhi e le improvvisazioni del carismatico cantante; l’attualità è declinata secondo i ritmi dell’assurdo e del non senso, una verità forse si cela dietro quelle parole. Riesco a percepirne poche: quelle essenziali della sopravvivenza e quelle ibride. In un monologo particolarmente acceso colgo un superfuckyou che era rivolto al governo di Netanyahu, e un superthankyou che era invece dedicato agli elicotteri americani che sono venuti in soccorso per domare le fiamme del monte Carmel nell’incendio che ha devastato il nord del paese un paio di settimane fa. Il pubblico è interamente assorto. Mi guardo intorno e vedo facce sorridenti, ci si scambiano segni di approvazione, si cantano quelle parole in un modo dolce, inusitato per una lingua con tante lettere aspirate, e si balla sui momenti più psichedelici di alcuni brani. Mai come questa volta, provo un enorme dispiacere nel non comprendere le parole – anche se la gran parte dei concetti ci viene tradotta da una piacevole compagnia – e questa volta il dispiacere non deriva dalla sensazione di stare perdendo qualcosa di essenziale, quella comunicazione primaria con la quale entriamo in contatto con le persone in prima istanza, ma un qualcosa di più profondo, che scava la superficie delle frasi di rito che scandiscono la convivenza comune e i rapporti formali. Due ore e oltre passano velocemente, il concerto è finito e tutti aspettano il bis. Dopo un po’ i 5 componenti rientrano, e il cantante inizia a dialogare con il pubblico: mi dicono che vuole captare l’umore della platea e decidere insieme agli spettatori gli encores. Le luci si spengono di nuovo, tutti tornano in silenzio in attesa di intonare la prima strofa. Io resto in silenzio, ovviamente, ma paradossalmente vicino a quell’universo così lontano.

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