Epitaffi virtuali

Queste nostre identità virtuali che sopravvivono alle nostre esistenze fisiche e concrete, con il loro carico simbolico di eterni epitaffi virtuali cominciano ad inquietarmi. Avevo usato a sproposito la parola “preoccupante” per definire questa naturale evoluzione dei rapporti tra reale e virtuale. Ma per una naturale inclinazione olistica, tendo ad allontanare da me ogni giudizio morale su quanto l’interazione tra l’uomo e i mezzi da esso creato è in grado di produrre: è nella naturale evoluzione delle cose, è nel nome del progresso che le macchine asimovianamente intese prescindono dai nostri ancestrali bisogni. Ci piaccia o no, è sempre con esso che dovremo confrontarci. E quindi la cronaca nera proietta nelle nostre vite drammi che assumono una portata più ampia, dai quali ci sentiamo asfissiati come se coinvolgessero direttamente le nostre esistenze. In precedenza, tutto ciò che riguardava l’intimo di una persona tragicamente scomparsa apparteneva alla sfera privata della famiglia, dell’intimità, e solo dopo uno scavare certosino si riusciva a fare emergere quei tratti di personalità che avrebbero contribuito a rendercela come umana in senso stretto. Adesso, il lavoro dell’intelligence giornalistica è reso superfluo dalla nostra volontaria condivisione di frammenti di identità. Frammenti labili, sempre in procinto di essere cancellati con la pressione di un tasto, ma pur sempre presenti.

Ma il mio giudizio distaccato non arriva a non farmi immaginare, in un futuro non molto remoto, gli sconvolgimenti nel modo di intendere l’identità di un essere umano, che sia o no ancora in vita. “Partì per un lungo viaggio e non se ne seppe più nulla di lui, potrebbe essere morto ma nessuno lo sa, e in quel caso è come se non fosse morto per davvero, il ricordo che è sepolto nelle persone è un ricordo della sua persona viva e non morta, e solo la prova contraria è più forte dello sbiadire del ricordo nel corso degli anni”. Così mi sembra di ricordare da un frammento di un film di cui non ricordo il titolo. Mi viene sempre in mente quando ripenso alla possibilità che ognuno ha di recuperare online gli ultimi frammenti di una vita che non sapeva ancora di andare incontro alla sua fine. Rileggere gli ultimi tweets di quel ciclista che, prima della tappa, andava dal parrucchiere per sistemare la sua acconciatura, è semplicemente inquietante perché dice molto più della caducità e dell’aleatorietà delle nostre misere vite di quanto non faceva la notizia nascosta in una delle pagine interne di un giornale.

Forse non c’è nessuno stravolgimento epocale all’orizzonte, i riti umani continueranno ad essere officiati come lo sono stati per millenni. Ma a me pare che non sia soltanto la vita ad essere entrata in una dimensione più leggera e distante, in una parola virtuale, ma anche la negazione di essa. Forse è per questo che infine penso che la paura del governo americano di non fornire ai fanatismi un corpo da adorare sia una paura che non rispecchi lo spirito del tempo: adunate di persone possono commemorare il loro morto attraverso quei sacrari virtuali che le nostre connessioni hanno creato, loro malgrado.

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Categorie: Riflessioni | Tag: | Lascia un commento

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