Politica

Un politico senza cravatta

Alla fine del precedente post vi parlavo di una bella tiritera contro la cravatta che avevo letto da qualche parte, e allora voglio cominciare riportandovene un pezzettino:

“La cravatta è, secondo il dizionario, una striscia sagomata e modellata, di seta o d’altro tessuto, che viene annodata attorno al collo facendola passare sotto il rovescio del colletto della camicia. È strano pensare che tutte le mattine (mattine lunghe 24 ore, perché sono distribuite su tutto il pianeta) milioni e milioni di signori si annodano una striscia di stoffa colorata attorno al collo. Qualcuno a un certo punto ci penserà e si dirà che è proprio strano. La cravatta è l’invenzione di un reggimento di croati (da cui il nome) che combattevano per Luigi XIII, re di Francia nel seicento, e da allora va avanti così. La cravatta è una striscia o un pezzo di stoffa vecchio più di trecento anni che è cambiato un po’ ma da cent’anni è sempre uguale a se stesso, identico a se stesso, e identifica la gente. Perché la cravatta è, soprattutto, una cosa che assolve meglio di qualunque altra la funzione delle cose in questi i nostri tempi: definire il loro proprietario. Possediamo interi battaglioni di cose perché senza di loro non sapremmo chi siamo. Nessuna di queste cose è così facile da portare e dice tanto quanto

Avevo messo questo stralcio da parte e atteso un momento più propizio nel quale ritagliarlo su questo spazio. E il momento propizio è arrivato quando leggo del politico di cui al titolo, che non è quello a cui state pensando. Il vero protagonista di queste mie riflessioni è José Mujica, 78enne presidente dell’Uruguay. Per coloro i quali non ne avessero mai sentito parlare, ecco una breve biografia: nei primi anni 60 fa parte del movimento rivoluzionario dei Tupamaros, viene arrestato sparato internato, poi evade, poi lo rimettono dentro e poi lui per 14 anni studia testi di agraria e matematica in un carcere (che adesso è un centro commerciale a Montevideo) bevendo il suo piscio, poi esce ed è il primo ex rivoluzionario ad essere eletto in Parlamento. E poi diventa presidente. È in carica dal 2010, e forse alcuni di voi avranno visto il suo famoso discorso alle Nazioni Unite, oppure sentito parlare del fatto che devolve nove decimi del suo stipendio a ONG e vive con l’equivalente di 800 euro al mese in una casa che usa acqua piovana come approvvigionamento idrico principale.

Mi sembra questo un buon momento storico per imparare qualcosa dal suo messaggio, in un tempo in cui l’elite intellettuale di questo paese ci ricorda la tendenziale deriva populista del popolo italiano, il quale ama le ricette semplici e si lascia ammaliare dalle sirene. Mi dico però che esistono effettivamente uomini straordinari che sono in grado di rispondere alle aspettative che ingenerano, e il presidente Mujica è uno di questi: “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito a guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e che ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono tempo per vivere.” Pare questa essere la traduzione in termini politici del concetto di Eudaimonia, parola che aveva dato il titolo a un post che risale al mio passato australiano, parola che presuppone e spiega la ricerca della felicità come esito di un comportamento morale (non edonistico, quindi): “Chi non è felice con poco non sarà felice con niente”.

E che altro c’è da aggiungere?

 

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Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Deja-deja-vù

Ci sono cose che ci accompagneranno per sempre. Parlo di fatti e accadimenti che i media ci vomitano addosso, circostanze che percepiamo come immutabili, pietre miliari della nostra generazione e di quella successiva e di quella successiva ancora. Ogni volta sembra che sia la prima, e ogni volta stiamo là a parlarne come degli indemoniati, valutando tutti gli aspetti e argomentando, discutendo, incazzandoci o professando indifferenza.

Qualche esempio: i 50 anni di carriera di Peppino di Capri. Quante volte li abbiamo festeggiati? Quante feste di piazza ci sono state in suo onore, generosamente trasmesse dal servizio pubblico? E ancora: l’anticiclone. Ogni volta questo strano fenomeno ci ricorda una cosa che credevamo di aver dimenticato, che addirittura non abbiamo mai saputo: che dove abitiamo noi fa caldo, soprattutto in estate. Potrei citarne altri, di esempi, che in qualche modo fungono da supporto a quell’idea così consolatoria che per quanto le cose possano cambiare, ci sarà sempre una notizia che ci riporterà coi piedi per terra, ci rassicurerà che il nostro mondo è sempre lo stesso e non cambierà mai.

Ecco, ogni volta che la stampa, o la società in generale, lo so che sto usando termini generici e qualunquisti, ma rendono l’idea,ogni volta che mi viene vomitata addosso una notizia del genere (e continuo a usare lo stesso verbo perché mi sembra il più appropriato e fanculo i sinonimi), io sento che la mia intelligenza è svilita. E’ svilita perché sono costretto a parlarne, perché sono cose fuori discussione per le quali non vale la pena sprecare la mia attività neurale. Parlo proprio in termini strettamente biologici: ogni volta che ciò accade io sento che qualche neurone mi abbandona, per manifesta stanchezza.

E’ questo, e non altro, ciò che mi fa pensare che questo paese non cambierà mai. Berlusconi scende in campo e i miei neuroni si buttano tutti giù dall’ipotetico balcone dal quale il mio cervello si affaccia quando si viene a fare una vacanza nel paese più bello del mondo.

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Il nome di Marta Fresu

E il nome di Maria Fresu

continua a scoppiare

all’ora dei pranzi

in ogni casseruola

in ogni pentola

in ogni boccone

in ogni rutto

scoppiato e dimenticato

in milioni di

dimenticanze, di comi,

bburp

Una poesia di Andrea Zanzotto dedicata a Marta Fresu, una delle vittime della strage della stazione di Bologna, 2 agosto 1980. 

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Le parole della Politica

Le parole permettono alla Politica di essere politica: esse interpretano il nostro tempo e offrono una soluzione, perché non si dà tempo che non sia problematico, pervaso da conflitti, ingiustizie, ardori. Le parole fanno sì che la Politica sia compresa dai cittadini, dagli umili, mi si lasci dire, da coloro per i quali l’unica attività politica consiste nel trovare, giorno dopo giorno, mezzi di sostentamento sufficienti per l’agognata felicità. Non sarà un diritto costituzionale, quest’ultima, ma resta un anelito primordiale.

Di questi tempi si parla di “macelleria sociale”, di come cioè una classe politica stia prendendo delle decisioni assurde sulla politica economica del paese: la responsabilità ricade ancora su di loro, sugli umili, tra i quali mi iscrivo anch’io, non fosse altro perché do il mio minimo contributo in termini di balzelli, come tutti coloro i quali sono facilmente rintracciabili dalla mano fiscale dello Stato. E lo si fa in nome di un presunto spirito egalitario, per cui tutti i cittadini debbono dare il loro contributo, attraverso un indefesso sacrificio, al risanamento dei conti dello Stato. La massima perizia politica di chi ci governa, per farla breve, è consistita in questo: prendere un righello, piazzarlo in maniera perpendicolare alle colonnine dei costi di questo nostro allegro paese, e tirare infine una linea retta, quel che è al di sotto di essa è tagliato. Indiscriminatamente. Come se tutti i costi fossero uguali e come se tutte le classi sociali possano sopportarne in egual modo le conseguenze. Ma non voglio parlare di questo, di come la Politica non sia più effettivamente “arte politica” ma semplice operazione commercialistica da quattro soldi.

Io vorrei dire delle parole che descrivono tutto questo. In questi giorni di forzata convalescenza casalinga, mi è capitato di osservare più attentamente le parole che vengono usate dai governanti, da coloro che ci conducono. Sono spesso risuonati vocaboli altisonanti, dalla retorica acuminata e scintillante, quasi che fossero presi a prestito direttamente da un poema epico in cui siano narrate le sorti di popolo valoroso. I tiggì nazionali, nessuno escluso, danno di solito grande rilievo a questi paroloni. Essi provano a spiegarli, a chiedere anzi seconde e terze argomentazioni, durante le quali i paroloni si sdoppiano, si triplicano, una scissione quasi cellulare, e davanti agli occhi dello spettatore, sempre umile, pare quasi che codeste parole si materializzino: libertà giustizia eguaglianza ottimismo successo volontà eroi diritti lotta privilegio sacrificio.

Quello che poi succede va suddiviso in due fasi, o almeno questa è la catena causale dei miei pensieri e la riporto pari pari.

Per prima cosa si osservano i volti. La fisiognomica non sarà una scienza esatta, e quel tal Lombroso aveva certamente torto quando riportava quella sua ipotesi per cui ad un determinato soma corrispondesse un carattere più o meno fraudolento. Epperò. Il primo dramma nel quale ci hanno costretti a sguazzare è quello di averci costretto a camminare rasentando il muro della banalità, indistruttibile e possente: sono davvero tutti uguali. Le carrellate di volti che si affacciano ai nostri televisori non fanno che confermare questo semplice dato. Sono là in nome nostro, per rappresentarci, ma quel volto non mi rappresenta, quei lineamenti grevi e astiosi non possono essere i miei. Lo rifiuto con tutte le mie forze. Lo schifo è subitaneo, il ribrezzo impulsivo.

Poi si viene alle parole. Le si lascia fluttuare per aria, dove si erano appunto materializzate, e chi ha la fortuna di essere vecchio (altro dramma: la fortuna, ora, è a essere vecchi) le associa a volti, battaglie, Politiche diverse. Non tutte giuste, non tutti i tratti somatici piacevoli in egual modo. Ma alti, porca puttana, altri e ben più consistenti. Con quali ideali cresce il giovane che ascolta i discorsi infervorati di leader politici che si battono affinché alcuni di essi evitino la galera? Perché non c’è nient’altro, da vent’anni. Null’altro. E allora quelle parole, ripenso a quelle parole, che le si lasci stare, sono morte e sepolte, forse verranno riesumate, ma non usatele come fantasmi smorti per coprire le vostre vigliaccherie. Chiamatele per quello che sono, ché tanto ce ne siamo accorti.

E vedi un po’. Sono finito a parlare dei giovani d’oggi, io che adulto non sono, vittima della stessa rabbia figlia di questo nostro tempo certo non avaro in quanto a conflitti, ingiustizie, ardori, costretto anch’io a camminare rasente a quel muro possente e incrollabile della demagogia, anch’io in cerca di quel mio diritto costituzionale. In attesa che l’esistenza diventi libera, che almeno le parole siano dignitose.

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La banalità del male

La Memoria di questa giornata non si sottrae all’essenza di ciò che la memoria è e non è: non è storia né verità assoluta, ma un atto individuale che presuppone selezione e insieme oblio, in quanto ritagliata su una identità singola, seppur di massa o istituzionalizzata. L’Italia e l’Europa ricordano: cosa ricordano? Quel lontano 27 gennaio del 1945 in cui i soldati russi aprirono i cancelli di Auschwitz e videro l’orrore. Un simbolo che per alcuni non è più sufficiente, in un epoca in cui continuano a venire ai disonori delle cronache ridicole, ma pericolose, liste di proscrizione da parte dei gruppi neonazisti che sguazzano nella rete. Non sufficiente forse, ma necessario.

E’ pur vero che la giornata della memoria così come la intendiamo – da dieci anni a questa parte – lascia ai margini il ricordo di altri nomi, nomi di campi sui quali la nostra fantasia non è in grado di speculare: Belzec (tra le 500 e le 700 mila vittime), Jasenovac (700 mila sterminati) e Chelmno (200 mila uccisi), e ignora quasi del tutto le vittime della prima fase del genocidio, i moltissimi ammazzati nei luoghi dove vivevano. Soprattutto sembra mettere a fuoco un particolare periodo storico (la fine della seconda guerra mondiale) e  un movimento politico (nazi-fascismo). Quello che sembra mettere nell’ombra è la profonda, radicata connivenza da parte di larghi strati delle popolazioni europee e dei cosiddetti intellettuali con quell’ideologia xenofoba antisemita che dall’Europa di mezzo si diffuse fino in Italia. Inoltre, riduce ad un unico momento storico quella discriminazione atavica che gli ebrei hanno sempre subìto, e che non si è modificata con l’avvento dei lumi: clero, borghesia, addirittura frange del movimento operaio internazionale. La banalità del male, quella che ha permesso al comune cittadino di indicare, di collaborare, di dire ad un altro essere umano di preparare la propria valigia e vederlo poi allontanare su un treno. La nostra mente, in questa giornata, va lì ad Auschwitz, questo nome è il catalizzatore della nostra coscienza di cittadino del terzo millennio. Ed è un bene, sia chiaro. Ma forse non basta. Questa data non appartiene alla storia dell’Italia,  non ricorda ciò che dovrebbe e cioè che la Shoà è stato un delitto anche italiano.

Ed è anche vero che il ricordo della Shoà in questa terra non è legato a questa data. In primo luogo, vi sono delle separate festività religiose ebraiche. Più di tutto, però, vi è lo straordinario e quotidiano attaccamento ad una patria di cui si è sempre stati deprivati, nonostante la cui esistenza non è ancora possibile per questa gente considerare vivere all’interno dei propri confini come un diritto acquisito e definitivo. L’esercizio della memoria è qui un implicito atto quotidiano che permea ogni gesto, anche il più stupido.  Per questo la polemica sul moltiplicarsi delle parole e commemorazioni – e il chiedersi che senso abbiano – suona un po’ sterile vista da questa prospettiva. Ricordare è quanto mai necessario, ancor di più se il ricordo non si riduce ad un carosello mediatico quanto piuttosto costituisce il motivo di fondo da cui ricostruire le proprie esistenze di esseri umani.

Ancora una volta questa prospettiva può guardarsi da posizioni speculari: c’è chi prende questa memoria e ne fa un monito universale per le crudeltà che si perpetrano al giorno d’oggi e chi invece ne fa la base per la necessità di uno stato ebraico. La prima è inevitabile: dopo tutti questi anni, ricordare il passato non può avere più senso se il ricordo non è anche una lezione sul presente e un monito sul futuro. In poche parole, ricordare per non voltare più lo sguardo, e questo vale per tutti, anche per chi una volta ha visto gli altri sguardi voltarsi. Ma anche la seconda, me ne rendo conto, è una reazione così istintiva e naturale che non faccio fatica a comprenderla. Dopo aver vissuto quegli orrori è inevitabile sviluppare una combattività per difendere la vita e identità di una terra che può finalmente dirsi propria, di cui si è sovrani. Speriamo solo che la compensazione che la storia ha da offrire non diventi cieca come la tragedia che ora la rende così necessaria.

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Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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La storia siamo noi. O loro?

Capire le cose, formarsi un giudizio su di esse e poi agire di conseguenza, creare su questa base i propri convincimenti, vedere la propria vita e le relazioni con il mondo come una semplice reazione a questo stimolo primigenio. Certo il discorso cambia se allarghiamo la visione dal particolare al generale: nel giudicare le opinioni e il modus vivendi di un individuo possiamo ben mettere in conto fattori strettamente personali come il carattere, la sua storia particolare, le sue paure e desideri che nessun altro può far propri, se non provando ad immaginarli. Ma quando parliamo di una società, o di parte di essa, o addirittura di un popolo o di una nazione, allora il discorso assume tratti diversi. Sono abituato a considerare l’informazione, il suo grado di indipendenza e di obiettività, il suo essere strettamente fedele ai fatti e lucida ed onesta nell’analizzarli come un parametro fondamentale per misurare la libertà di cui godiamo, e di conseguenza anche i confini del nostro pensiero. Libertà non intesa come un qualcosa di statico, da misurare nel momento presente come un qualunque fenomeno fisico di cui si facciano esperimenti empirici, ma vista con un occhio rivolto all’indietro, retrospettivamente, che ci dica da dove veniamo, e con un altro a scrutare la strada, in prospettiva, che ci indichi dove andremo.

Non so quale di queste due visioni sia maggiormente in pericolo nell’epoca che stiamo vivendo, ma non tornerò con la mente in Italia, non ora. Ciò che già sapevo è che un pensiero collettivo animato  da ideali puri può formarsi solo con una visione condivisa delle proprie origini, della propria storia. Ma la storia è di solito scritta dai vincitori: sono quelli che hanno il controllo della narrazione della storia ad avere man forte, in senso politico ed in senso meno figurato, sul presente e sul futuro di una nazione. Ciò che non cessa mai di stupirmi è la vigliaccheria di una classe politica che decide quale versione dei fatti offrire alle giovani menti che vanno formandosi, con la presunzione di mentire sapendo di mentire, o almeno di mentire sapendo che potrebbero essere in errore, e che il loro errore potrebbe essere tanto più rilevante e biasimabile quanto lo sia quello della parte che avversano.

Perché non offrire ai propri figli una visione condivisa e rispettosa? Perché non si ha la lungimiranza di comprendere che un seme d’odio e di distanza tra due mondi è maturato nel giro di poco più di metà secolo, dopo essere stato incubato per secoli, e che se si vuole evitare che metta radici eterne è necessario affidarsi a chi è ancora scevro da astio e pregiudizio? Ciò che allora potrebbe sorprendere è la reazione di queste giovani menti: secolarizzazione, assuefazione, quel naturale spirito critico intrinseco alla giovinezza. Mi viene da pensare questo quando leggo della reazione degli studenti di una scuola di Sderot alla decisione del Ministero dell’Istruzione di proibire l’uso di un libro di testo – l’unico – che si proponeva di offrire una visione condivisa della storia, ebraica (o ebrea) e araba (o palestinese). Ad esempio, agli studenti israeliani veniva spiegata la Nabka, o il disastro, sofferto dai Palestinesi quando nel 1948, durante quella che è conosciuta come la guerra di indipendenza israeliana, 750.000 di loro furono sradicati dalla terra in cui vivevano. Mentre gli studenti palestinesi potevano apprendere la connessione che gli ebrei sentono con la terra, e il modo in cui l’antisemitismo e l’Olocausto hanno influenzato il pensiero sionista.

Trovo importante dire questo per raccontare quanto sia ampio il divario tra una classe politica reazionaria ed una generazione cosmopolita che va affrancandosi dai quei retaggi di cui parlavo. In uno stato che impone il giuramento di lealtà a coloro che vogliono diventare cittadini israeliani, imponendo loro di riconoscere Israele come uno stato democratico ebreo, è possibile riconoscere – finalmente – quella che Amos Oz ha definito “una cultura del dubbio e dell’argomentazione, un gioco senza limiti di interpretazioni e di contro interpretazioni” in una terra in cui “dal principio dell’esistenza della civilizzazione ebrea, è stata sempre riconosciuta la capacità di argomentare”. Probabilmente tale forza e coraggio vengono filtrate e assimilate con forza, nella percezione che si ha di questo popolo dall’esterno, in un’unica immagine distorta. Messa davanti allo specchio, parte di questa terra riflette il barlume dell’unica, piccola e possibile speranza.

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