Articoli con tag: Libri

Se questo è un libro

Sono passati tre anni da quando mi espressi sulla Giornata della Memoria su questo blog. Tre anni, un tempo lunghissimo. Ora non mi azzarderei mai a scrivere una cosa del genere. All’epoca feci le mie ricerche, cercai di risolvere un dilemma morale, di contribuire al dibattito. Ora vi rinuncio. Ci sono troppe voci in giro, rinunciare ad aggiungerne un’altra è un atto di pudore. Non rinuncio alla vanità di segnalarvi quel testo, mi direte. Al contrario: ve lo segnalo perché non mi appartiene più.

Se scrivo questo post è invece per segnalarvi delle testimonianze letterarie sull’Olocausto che non siano la citatissima opera di Primo Levi (che tra l’altro mette in secondo piano altri libri di rilievo di questo scrittore dei quali prima o poi bisognerà parlare: Il sistema periodico e La chiave a stella).

La prima è un capolavoro a fumetti che lessi tanto tempo fa e che ora non trovo più: Maus di Art Spiegelman

La seconda è un libro fuori catalogo che non ho mai letto ma di cui ho sentito parlare oggi su Rai Storia: Il grande viaggio di George Semprùn.

Infine, il libro che ho attualmente sotto mano e di cui mi accingo a tentarne la lettura per la seconda volta: Le benevole di Jonathan Littel. C’è un tempo per ogni libro, dicono. O meglio, bisogna che un certo tipo di letteratura tocchi le tue attuali corde, dico io. Ora che mi trovo in questo stato dubitativo, in cui un non lo so è la risposta migliore, in un momento in cui sono così inflessibile nel condannare la mia e vostra ipocrisia, sono sicuro di riuscire a finire un romanzo la cui introduzione termina così:

There were always reasons for what I did. Good reasons or bad reasons, I don’t know, in any case human reasons. Those who kill are humans, just like those who are killed, that’s what’s terrible. You can never say: I shall never kill, that’s impossible; the most you can say is: I hope I shall never kill. I too hoped so, I too wanted to live a good and useful life, to be a man among men, equal to others, I too wanted to add my brick to our common house. But my hopes were dashed, and my sincerity was betrayed and placed at the services of an ultimately evil and corrupt work, and I crossed over to the dark shores, and all this evil entered my own life, and none of all this can be made whole, ever. There words are of no use either, they disappear like water in the sand, this wet sand that fills my mouth. I live, I do what can be done, it’s the same for everyone, I am a man like other men, I am a man like you. I tell you I am just like you!

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Città aperta

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Non dovreste lasciarvi sfuggire Città Aperta: un giorno Teju Cole sarà un grande scrittore, e voi potrete dire di conoscerne persino l’esordio, quella storia frammentata e incerta che ancor più incerti e a pezzi vi aveva ridotto quando l’avevate letta. Potrete dire che è passato del tempo da quando vi identificaste con quel flaneur urbano un po’ atipico, origini nigeriane inzuppate nel calderone cosmopolita della città, la città per eccellenza, l’unica che ha uno state of mind tutto suo. Magari anche voi eravate soliti camminare per la città in orari improbabili, notandone le suggestioni che i colori e le persone le conferivano ad orari diversi del giorno e della notte, unendo i puntini di quelle storie così solitarie e rimbalzando malinconicamente su quella tela che la vostra sensibilità un po’ eccentrica aveva saputo costruire.

La solitudine di questo maratoneta urbano è del tutto peculiare. La New York nella quale è finito a vivere e ad esercitare la professione di shrink – strizzacervelli – è la sublimazione visiva e culturale delle questioni che gli sono rimaste naturalmente in mano dopo il trapianto, così fortemente voluto, negli agognati States. Gli si perdona il cinismo nei confronti delle altre persone dalla pelle nera, perché il comune denominatore della marginalità, di pensiero e di vita, bisogna trovarlo ovunque: negli incontri con un vecchio professore universitario immerso nelle sue memorie; con il messicano che torna a casa, solo e zoppicante, dopo la maratona; con donne che non fanno troppe domande e con altre che invece pretendono risposte; e con i brothers, come con il tassista con il quale Julius, il nostro antieroe, rifiuta di scambiare quel cenno a significare la comune appartenenza a un mondo diverso, e con quegli altri due, appena quindicenni, con il quale il cenno c’era sì stato, e che aveva forse esso stesso costituito il lasciapassare a una facile e inaspettata aggressione.

Più che la storia – a suo modo lineare, anche se dobbiamo intagliarla con l’aiuto dei flashback – è quello scarto tra come la realtà è e come dovrebbe essere, come ce la immaginiamo, che dipana il filo conduttore che mi ha inchiodato a queste pagine. “I told the story to Nedege on our way back into Manhattan that day. Pehaps she fell in love with the idea of myself that I presented in that story. I was the listener, the compassionate African who paid attention to the details of someone else’s life and struggle. I had fallen in love with that idea myself”. Impariamo ad identificarci con Julius perché le sue riflessioni sulla città, puzzle di monumenti e musei e musica e parole, ci rendono intellettualmente onesti facendoci a pezzi. Ci fanno pensare in maniera netta alla storia che ci stiamo raccontando, quella che ci è necessaria per mantenere intera la nostra integrità, salvo poi scoprire che la stessa storia ha angolazioni diverse alle quali non avevamo pensato.

Se dopo i primi vagabondaggi per la città abbiamo imparato a conoscere un poco il protagonista di questa non-storia, ci aspetteremo un fallimento completo dal suo viaggio a Bruxelles, tentativo volutamente disperato di mettere insieme i pezzi della sua storia. Ma avremo anche capito che ciò poco importerà, perché la sua voce sarà sempre ferma anche se non farà che porre domande su domande. Il marocchino Farouq, che gestisce un call center e studia filosofia morale, fa da contrappasso alla vena dubitativa di Julius e alla sua visione relativizzante della vita e dei suoi conflitti. Entrambi sono stranieri in terra straniera, e si ritrovano nel mezzo di discussioni di letteratura e politica che leniscono la solitudine del piovoso inverno europeo. L’America e le sue contraddizioni, il suo spirito di sinistra diluito nel mainstream dei Democratici che paiono a Farouq la faccia di una stessa medaglia, sono lì ad attendere Julius dopo la sua fuga europea. Il nuovo amico, al quale non rivolgerà un ultimo saluto, sarà ancora lì a ponderare una rivoluzione islamica che aborre la violenza, e ce lo immaginiamo che con l’ultimo sorso tenta anche di buttare giù il dubbio sul perché ogni destino diverso sia in fondo diverso a modo suo.

Ciò che resta è la storia di una vocazione, quella per la psicoanalisi, che Julius è capace di far evolvere dal nucleo puro delle teorie freudiane in una scienza gentile, compassionevole, come solo un immigrato che ha deciso di non compiangersi poteva fare. Restano storie di attaccamento e indifferenza e le riflessioni crudeli su di esse. Resta la musica classica, sulle cui note si apre e chiude il romanzo, così come inizio e fine sono segnati dalla riflessione sulla migrazione degli uccelli, metafora forse di quegli spostamenti di storie umane, non meno faticosi, al termine dei quali un nuovo senso è difficile trovarlo perché al termine della strada ci si ritrova sempre con in mano quello proprio, di senso. E una manciata di altre cose, amalgamate in quella maniera un po’ acerba che si può amare oppure odiare, senza riserve. Alla fine siamo sopraffatti e ci viene da pregare la sua preghiera laica: “Prayer was, I had long settled in my mind, no kind of promise, no device for getting what one wanted out of life; it was the mere practice of presence, that was all, a therapy of being present, of living a name to the heart’s destre, the fully formed ones, the as yet formless ones”.

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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