Articoli con tag: Italia

La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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Diario al termine di un viaggio

Cosa rimane di un viaggio? Tante immagini, istantanee tra le più belle perché quelle che la tua immaginazione non sapeva ancora come dar loro forma, totalmente inaspettate pur se attese da tempo. E tante parole, anche, se hai avuto la ventura di una buona compagnia o di estemporanee chiacchierate con degli sconosciuti. Ma a quest’ora della notte, con l’aria immobile e timide stelle, mentre riposo fuori al balconcino della mia tana in attesa di preparare una nuova valigia per l’imminente ricovero, ripenso alle parole del libro che mi ha accompagnato durante un estenuante viaggio in treno e a quelle dei pendolari incontrati, il classico viaggio di chi attraversa l’Italia e suda e maledice il destino cinico e baro che le cose siano così maledettamente difficili.

Ma se mi rimangono queste parole, se le riassaporo mentalmente cercando di trovarvi qualche significato che si adatti anche alla mia vita (perché è di quello che parliamo abitualmente: la nostra vita, le nostre ansie e le nostre aspettative) è perché queste sono state la trasposizione di tre giorni di chiacchierate con l’amico che sono andato a trovare a Siena. Noi avevamo scritto con i nostri discorsi un copione universale, quello di sempre eppure con mille variazioni impercettibili che man mano ci avvicina ad una verità o, se la parola può sembrare troppo altisonante, ad un’accettazione. Siamo stati dei buoni sceneggiatori: gli atteggiamenti e i tic mentali e le sempiterne battaglie per fare della propria vita quel capolavoro che crediamo di meritare erano tutte lì su quel treno, lo sferragliare e lo srotolarsi dell’Italia accompagnavano discorsi distratti e stanchi che io coglievo mentre le parole del libro entravano in me senza fine, piccoli soffi che producevano valanga.

Il libro è “Fuga senza fine” di Joseph Roth. In esso vi è il tipico antieroe della letteratura novecentesca: la vita scorre e le decisioni vengono prese senza un motivo apparente; l’inquietudine universale si condensa in un solo, epico individuo che ha il coraggio di fuggire e di estraniarsi dai meccanismi della società borghese. La prima guerra mondiale era appena finita, e dopo aver combattuto nell’armata rossa comincia la fuga di quest’uomo, dalla Siberia fino a Parigi, passando per la Germania dove risiedeva l’amato odiato fratello.

Le conversazioni che iniziavo con i miei compagni di viaggio raccontavano delle difficoltà delle scelte di vita, il faticare e sudare e vedere in cambio ben poche soddisfazioni, con una frustrazione che si scaricava sulle inefficienze delle ferrovie, le stesse che io con animo da viaggiatore tranquillo prendevo per simpatici diversivi. Ho ascoltato la storia di una giovane ragazza, 23 anni portati con il peso di una vita intera. Fa la parrucchiera e ama il suo lavoro, spende tutti i soldi che guadagna, non molti, per fare corsi e tenersi aggiornata. Il suo sogno è di trasferirsi al nord e aprire una bottega tutta sua. La settimana prossima ha un colloquio di lavoro, ci racconta mentre plachiamo la sete che l’arsura della giornata ci porta. Veniva da Venezia, era andata a trovare il fidanzato dopo un mese intero che non riuscivano a vedersi. Poi chiacchiero con una donna dallo spurio accento napoletano, di quelli che faticano a perdersi ma che eppure subiscono le prime influenze di una parlata connotata da una latitudine emiliana. Ferrara è bella, mi dice, si vive bene ma le opportunità per noi non più giovani non ci sono nemmeno lì, mio marito fa l’operaio ma ora è in cassa integrazione. Il bambino biondo che era con lei giocava e guardava ogni cosa con occhi sognanti, l’inflessione delle parole era di quelle non ha mai conosciuto la musicalità del dialetto napoletano, il suo strascicarsi indolente tra le pieghe della vita. Lui crescerà lontano dallo sfacelo della mia città, e probabilmente quella famiglia di operai vedrà finalmente il riscatto nella sua prole.

Gente che fugge e che sogna un futuro diverso, dunque. Gente che fugge senza aspettarsi alcunché. Decisioni che vengono prese e altre che si evita di prendere: è anche questa una decisione. Con il mio amico ricordo una chiacchierata sulla cima della fortezza medicea in quell’orario dell’imbrunire che a quelle altezze e a quelle latitudini è più dilatato, più consolatorio. Avvistando le colline del Chianti e fumando una sigaretta, mentre giovani dall’aspetto florido correvano i loro chilometri di footing, ci chiedevamo se fossimo “efficientisti” o “massimizzatori”, se cioè prendessimo le nostre decisioni dopo lunghe ponderazioni e prendendo quella che sembra la migliore, date le circostanze, o se invece agissimo d’istinto applicando la tendenza a cavare il meglio e non guardare più indietro. Ci raccontiamo i nostri rispettivi progetti di vita: lui termina la sua formazione con un master prestigioso, io mi appresto a perdere il lavoro e a ripartire di nuovo.

L’ultima notte c’è una festa alla Contrada della Chiocciola. Forti identità che si coagulano dietro un gonfalone, dei colori, dei motivi contagiosi ripetuti fino allo sfinimento, un rullare di tamburi altisonante che era anche un auspicio per il prossimo Palio. Mangiamo e beviamo, siamo satolli ma mangiamo e beviamo ancora di più perché sentiamo di meritarcelo. La notte è scesa all’improvviso e non ce ne siamo accorti, ridiamo e i nostri discorsi fanno parte di un altro copione, quello goliardico di due meridionali che con il loro sguardo osservano divertiti quel pezzo di Italia che è un pezzo di mondo totalmente diverso da quello natio. Vino e risate scorrono ma negli sguardi ci sono quei discorsi lì, quelli che portiamo avanti da un pezzo. Ma non sono sguardi tristi: la consapevolezza che c’è dietro i nostri gesti cresce sempre di più, e ognuno prova a trarre spunto da quella dell’altro.

Nella solitudine del ritorno a casa, ubriaco stavolta di parole e di immagini, penso a quello a cui pensano tutti: alla mia vita. Lo faccio con aria scanzonata perché alla fine, nonostante tutto, riflettere sulla propria vita non è decisivo. Diceva Vonnegut: “siamo venuti al mondo per perdere tempo; diffida di chiunque voglia convincerti del contrario”. Se sono contento delle mie scelte? Lo sono in quell’infelice modo che caratterizza tutte le decisioni prese con animo felice. C’è una forma di piacere anche nella sofferenza più estrema. Dice Roth nel libro di questa giornata: “le lacrime che hanno più sapore sono quelle che si piangono su se stessi”.

Ora devo smettere di scrivere. Quella poca lucidità che avevo l’ho usata per dare forma alla punta di questa massa di pensieri che aleggia in me, ora ancor di più nella solitudine della mia tana. Correrei il rischio di rivangare ricordi casuali e frasi lette chissà dove soltanto per tentare di scolpire con precisione ciò che invece è ancora spurio. Potrei descrivere ciò che ho visto ma mi viene in mente soltanto che, in ultima istanza, il paradosso del viaggio è che rende i confini della tua vita meno incerti e sfumati. Il capolavoro è di là da venire, abbiamo soltanto scritto la bozza. Mi rimangono le poche pagine del libro che ho centellinato durante il tragitto: l’eroe è a Parigi e cerca il fantasma della vecchia fidanzata, solo e senza soldi. Sente che l’esperienza che ha accumulato, le cose che ha visto, i mostri che ha combattuto, non basteranno per rendergli la dovuta salvezza perché la società è dimentica. Anzi, l’oblio primigenio proviene da noi stessi, rischiamo di dimenticarci prima di scoprirci.

La fine è imminente e io la presagisco, quell’epoca là ha partorito tragedie e gli eroi che la percorsero non ebbero diverso destino. Ogni fuga ha una fine, e l’unica consolazione al termine di un viaggio, in una notte calda e sola ed eppure piena di stelle, con le ultime pagine di un libro da bere in un gioioso solipsismo, è che noi in questa vita qua possiamo sempre scrivere un finale diverso.

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Era anche il primo maggio!

Bar Zanarini: alta borghesia e caffè annacquato. Seneca aveva torto: se non porti parte di te stesso nel viaggio allora questo è inconsapevole distrazione e non crescita interiore. La leggerezza viaggia in sella ad una bicicletta d’altri tempi. Le statue imbracciano libri, sembrano voler donare alla popolazione la consapevolezza che bisogna essere vigili e dotati di un cuore intelligente. Continua a leggere

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R(esisto)

Ci pensate che Robinson Crusoe si fece bastare i tre cicchetti di rum che aveva trovato tra i pochi bagagli superstiti del naufragio per più di un quarto di secolo? Non riesco a fermare la mia volontà su nulla, e leggendo di quest’aneddoto letterario mi è venuto uno strano senso di colpa. Diceva un amico un po’ più maturo di rimpiangere, nella sua vita, il suo non essersi mai fermato, non aver mai capito quali fossero i suoi istinti. O meglio, ha sempre creduto di capirlo per tempo ma rimpiangeva la mancanza di coraggio nel renderli concreti. Ci vuole troppo tempo, si diceva, e intanto gli anni sono passati e ogni volta che si è guardato indietro si è dato dello stupido. Il tempo è un concetto così relativo, così come relativa è la concezione su quanto e come lo si utilizzi, se lo si lasci scorrere passivamente o se si ha invece la sensazione di esserne parte integrante, di percorrere quelle strade che una combinazione di istinto e fortuna ti incoraggiano ad imboccare. Quanto appartiene al talento, e quanto invece alla pura determinazione?

Riflettevo su queste cose e non sapevo darvi forma, riflettere è una parola troppo grossa per una serie di giorni di festa mai così ottundenti come quest’anno, in questa giornata in cui non si è persa soltanto una festa quanto piuttosto l’occasione di un vero festeggiamento. Vedevo scagliarsi critiche e contumelie verso chi tenta la strada della riviviscenza simbolica del fascismo, con i suoi fasci littori e gli slogan storpiati, e pensavo che stavolta l’obiettivo è sbagliato, o poco sensibile. Esistenza e resistenza sono due parole quasi uguali e anche il loro significato è quasi uguale o complementare, in certi casi se non resisto non posso esistere, e lasciavo che queste due parole scorressero in parallelo e vedevo gli sgomberi dei campi nomadi nella nostra efficiente capitale, le ruspe che nottetempo vanno a sradicare delle persone che non oppongono, appunto, resistenza, rinunciando al loro diritto di esistere seppur ai margini della società. E ho pensato che queste erano osservazioni buoniste, ma ho dato loro il rilievo necessario vedendo l’indifferenza con la quale si tollera tutto questo, quasi come quella verso chi, nei cosiddetti centri di accoglienza temporanea, malmena selvaggiamente i migranti che provano ad esercitare un legittimo sciopero della fame. E’ qui, allora, che dico che dobbiamo svegliarci, di non portare avanti la nostra battaglia contro i meri simboli che troppo spesso sono soltanto aggregatori-di-polemiche-civetta, come i nostri mentitori di professione sanno perfettamente.

Si è persa l’occasione di un festeggiamento e io osservo tutto da lontano, non mi va di scendere e trascorrere questa giornata in modo inconsapevole tra avanzi di pastiere et similia e intanto i miei pensieri assumono forme diverse, si confondono e vanno a coesistere in un’unica sfumatura così come l’orizzonte che stamattina ho visto in lontananza nella città deserta, tutti a far festa e nessuno a festeggiare, e tutti e nessuno sono soltanto le stupide semplificazioni di cui ho bisogno per razionalizzare dei pensieri che forse nemmeno esistono ma son quelli allora cosa sono?

Poi mi sono visto allo specchio. Ho pensato alle mie esistenze e a quelle che consapevolmente ho rifiutato. Ho pensato al senso di estraneità che ho provato troppe volte e al senso di impotenza di chi quel sentimento l’ha provato per davvero. Ho visto una ruga sul mio viso e quelle della signora che dice di non voler morire sotto questo governo. Penso a quelli che non ci sono più, perché è la cosa più automatica da fare se sei solo, non pensi a quelli che ci sono ma a quelli che non ci sono, quelli che non possono più esserci. Le mie considerazioni sul tempo che passa invano prendono una piega diversa, la solitudine tanto cercata le amplifica a dismisura. Da domani, mi dico, combatterò non solo l’indifferenza verso le mie istanze ma anche quella verso chi è più debole e più invisibile di me. Penso di trovare consolazione in questa vana forma di resistenza, e anche se effimero è il mio modo di esistere, stasera.

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Le rovine di una città

L’Europa è vecchia, e l’Italia lo è di più. Rispetto alle nazioni più giovani è un handicap. Ma le città antiche hanno un aspetto e caratteristiche straordinarie. Gli americani non hanno una profonda percezione temporale delle cose, e pensano che tutto si possa rifare: è per questo che demoliscono così tanto. Non hanno una percezione della irripetibilità delle cose, e questo li porta a guardare il nostro patrimonio come una cosa simpatica, adatta per viaggiatori romantici impegnati in un safari in un mondo sopravvissuto. Penso a film come Vacanze romane, o a quello con Katharine Hepburn a Venezia..Tempo d’estate! ecco. Il fatto è però che il tempo non è così insignificante sulla vita degli uomini. Il tempo introduce un’idea di universalità che le realtà di recente formazione non hanno. Le cosiddette rovine sono l’espressione più vistosa dello scorrere del tempo, e che da noi non sono un fatto isolato, ma sono impastate nella vita dei centri storici. La compresenza di rovine e di edifici più recenti determina una situazione che ci fa percepire costantemente il valore universale delle cose. Una cosa è universale quando non serve più a nulla, ed è abitata da fantasmi. Pronta cioè a suggerire all’uomo altri valori. In questo senso, solo le rovine producono rinnovamento, e indicano la strada di nuove avventure per le quali non bisogna perdere di vista la componente di universalità che dovrebbe sempre esistere in ogni edificio. Una vera città è quella in cui tutto d’un fiato puoi leggere lo scorrere del tempo e la persistenza di valori ideali e materiali. Ma da 50-60 anni in qua abbiamo soltanto o la bieca conservazione in recinti governati dalla burocrazia o, fuori da quei recinti, il liberi tutti della speculazione che crea città del tutto insignificanti e prive di valori.

Francesco Venezia, Architetto

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Generazioni invisibili

Dove è finito il mio impegno? C’è mai stato? Un’amica mi chiedeva di partecipare alla manifestazione di oggi contro il precariato, fatta di sabato perché i precari non hanno forza contrattuale e quindi il giorno non lavorativo era effettivamente quello più logico. Mi son sorpreso a rispondere in modo sarcastico che il sabato è l’unico giorno della settimana che la mia pur fragile e precaria esistenza lavorativa mi lascia per dormire. Lei alla manifestazione non è andata, suppongo a causa di una mancata risposta entusiasta da parte dei suoi conoscenti (e ormai da soli non si fa più nulla, come se essere soli in mezzo agli altri ti rendesse più solo, o andare tra la gente in compagnia facesse di te una persona meno sola; ma questo è un altro discorso).

Sono stato tacciato di qualunquismo, e forse un po’ a ragione. Sostenevo che dopo le varie manifestazioni alle quali avevo partecipato nulla era cambiato, l’indifferenza era la stessa. La contrapposizione è sempre stata quella tra una classe sociale in lotta, persone accomunate da un’esigenza o un’identità o entrambe, ché a volte l’appartenenza identitaria genera esigenze per così dire ataviche, e una classe di potere alla quale spetta decidere (in nome di tutti e per tutti). Questa contrapposizione io la vedo sempre, le lotte politiche rispondono alla sequenza richiesta\risposta: i migranti tunisini non hanno nulla con sé, sbarcano in quell’Europa che si batte per i loro diritti, che mostra sincera partecipazione dinanzi alle loro sofferenza, inneggia a libertà rivoluzione diritti e poi litiga per accoglierli. Pochi uomini decidono in nome di tutti, pochi uomini hanno in mano il destino di migliaia di persone nella più totale indifferenza.

Quella dei precari è una generazione che si avvia letteralmente a scomparire, invisibile com’è nel crocevia di drammi e problemi che sembrano d’un tratto aumentati a dismisura, amplificati e recapitatici direttamente a casa dai nuovi media. Il paradosso di questo tipo di contrapposizione è, a mio parere, il fatto che in questo caso le singole persone nulla possono per invertire la tendenza, per dare una sterzata ad un sistema marcio. Con la mia amica la discussione si sposta sui candidati sindaci. Di fronte al mio scetticismo mi ha risposto: “meno male che non andrai a votare a Napoli”. Le dico che alla fine della giornata il mio senso di responsabilità di cittadino ha sempre prevalso, e che considero il meno peggio una soluzione, seppur non soddisfacente, ma pur sempre un’espressione di partecipazione alla quale ho diritto e che considero un dovere. Ma anche in questo caso, di fronte ad una classe politica che nella sua totalità mostra ogni giorno una totale incapacità a gestire la cosa pubblica, mi viene da pensare che il personaggio di turno, le cui parole possono infiammare temporaneamente gli animi di chi non s’arrende, si dimostrerà alla prova dei fatti inefficace, tarpato da quel cosiddetto sistema che è tanto brutto e retorico evocare ma la cui presenza è avvertibile nella quotidiana incuria in cui siamo immersi.

E allora non partecipo. La generazione invisibile che si batte contro un governo sordo è lo strepitare d’ali di un uccello morente, è un combattere contro i mulini a vento. Le manifestazioni e le istanze preferisco rivolgerle a chi ha orecchi per sentire. Attualmente, nessuno mi sembra in grado di esercitare l’attività che è la più difficile di tutte, specialmente in politica: ascoltare. Mi sto rassegnando all’idea che, oltre ad una generazione invisibile, l’Italia stia sperimentando su se stessa un lustro invisibile: cinque anni perduti che lasceranno una pesante eredità per chi avrà il coraggio e il talento di cambiare qualcosa.

Per strada leggo un manifesto contro la guerra. La spiegazione di corredo all’invito alla protesta della prossima settimana contro la guerra in Libia è che “noi crediamo all’autodeterminazione dei popoli, ripudiamo la guerra come strumento di offesa, che i fondi per gli armamenti debbano essere destinati piuttosto ad interventi che mirino al riequilibrio economico in casa nostra, contro precariato e disoccupazione”. Ecco, un movimento pacifista invisibile mi è sembrato la cosa più logica per concludere il filo dei miei pensieri. Resto a guardare, aspettando il momento di alzare la voce.

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Contachilometri

Il contachilometri della macchina segna chilometro dopo chilometro, numeretto dopo numeretto, i piccoli e grandi spostamenti della vita, i pellegrinaggi verso i tradizionali sacrari in cui la nostra vita si dipana. A guardarli saltuariamente, con aria distratta, non ci rendiamo conto del fatto che quei piccoli numeretti si sommano e un giorno diventano un dato di fatto che non si può più ignorare: è tanta la strada percorsa che abbiamo lasciato dietro in una celata indifferenza verso tutte le cose, quel tipo di atteggiamento di chi vorrebbe ricordare e focalizzare la sua attenzione sul momento che sta vivendo, sulla strada che sta percorrendo, mentre il più delle volte quello che facciamo è scivolare via, pigiare il piede sull’acceleratore e alzare il volume dello stereo per non ascoltare i nostri pensieri.

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