Archivi del mese: aprile 2012

Day X, London

E poi si arriva a Londra. La città al centro di tutto. Ogni cosa è a un tiro di schioppo da Londra, ogni posto non dista più di novanta miglia dal mare e ogni posto non è troppo lontano dalla sua capitale. L’Inghilterra è il giardino privato della city grigia e onnipresente e famelica, talvolta generosa, spesso fagocitante. L’avevo lasciata in una delle rare giornate di sole, dove ogni cosa illuminata sembra quasi invitante e umana. Quando vi faccio ritorno è il solito grigiore. A Tottenham non si bada alle feste di Pasqua. Si va a fare la spesa nei supermercati o nelle piccole oscure botteghe, tutti insieme sotto la pioggia, si cerca un modo per festeggiare e per stare insieme. Siamo tutti quanti qui, tutto il mondo è qui, maledizione, questo posto non ha più nulla di autentico. E quindi “vado a Londra” non si sa se è una minaccia o una promessa, un sogno o un fumetto disegnato male. La pioggia insiste e ricorda a tutti di non farsi illusioni. La fermata Seven Sisters era un tempo quella del glorioso Rainbow Theatre, dove si sono avvicendate le più grandi leggende del rock che allora non avevano che una vaga idea di quello che rappresentavano. Oggi quasi più nessuno viene al Rainbow. Dopo le rivolte della metà degli anni settanta, che trasformarono l’originario movimento skinhead nella sua versione nazista e violenta, Tottenham è quel posto al margine della città, senza fronzoli e povero.  Se ti fermi a Seven Sisters hai un appartamento non troppo costoso che ti permette di avvistare la città da lontano, puntando verso di essa, mischiandoti alla folla metropolitana per raggiungerla, confinandoti nottetempo a un esilio volontario e forzoso fatto di sguardi torvi, di incroci pericolosi, di mura ricoperte di messaggi minacciosi rivolti, spesso, a chi è percepito come il diverso di turno.

Se abiti nel quartiere forse non stai certo festeggiando alcunché, eppure il tentativo lo fanno tutti. Sorrisi forzati tentano di propiziare la giornata, di unirsi in una affettuosa comunione. Il ricordo delle rivolte dell’anno scorso si va affievolendo ma quel malessere e’ ancora vivo, soprattutto con le Olimpiadi alle porte. Questo posto sara’ una gabbia e non ci sara’ modo di scapparne. E’ paradossale che la nostra ennesima discussione sui motivi per cui siamo tutti qui avvenga proprio in questo quartiere. Quanto tempo ci vorrà per integrarci e se ne vale veramente la pena sono questioni che non coinvolgono una sola generazione: l’integrazione in un’altra cultura è un processo lungo e complesso, e molto spesso riguardava le generazioni successive per le quali c’era abbastanza energia e ottimismo in circolo da poter essere lungimiranti. Ma nel presente il tempo per guardare al futuro sembra irrimediabilmente perduto. Ci avevano detto che con un po’ di coraggio potevamo ottenere tutto quello che volevamo, che altrove la vita sarebbe stata magnifica, e ci rendiamo conto che la vita è proprio uguale dappertutto. Un posto con più regole non significa che la nostra vita prenderà a seguire quelle stesse regole prestabilite e andare avanti con passo regolare, conquista dopo conquista. Un posto con più regole è solo un posto come un altro, solo con più regole, e ogni conquista è un miraggio qui come altrove. Ci diciamo queste cose ma sappiamo che sono vere solo in parte: stiamo recitando, ci godiamo la drammaticità delle nostre parole, sperando tutti di non fare parte di nessuna statistica, di essere i soli attori delle nostre vite.

Si ricrea al chiuso di quattro mura un’atmosfera privata, che ricorda casa. Dopo tanto girovagare ritorno in contatto con chi capisce la mia lingua, con chi mi estorce parole che altrimenti non direi, e con chi mi invoglia a recriminare su ciò su cui davvero non ho più voglia di spendere una parola. Ma una tira l’altra, a un bicchiere segue l’altro, tutto questo weekend è stato un flusso ininterrotto di parole e di bicchieri, ponderando quasi mai nessuno dei due. Non rimane niente, c’è il solito bus da prendere durante il quale la città svetterà di nuovo indifferente a tutto, ci sarà qualcuno immobile alla fermata dei bus, giusto per ingannare il tempo, e ci sarà qualcuno su quel bus a ricordare o a immaginare o a dormire. Non fa differenza. E’ l’ultimo giorno che ci è concesso e ce lo viviamo fino in fondo. Le immagini delle tante persone incontrate e delle situazioni strane e bizzarre materializzatesi come d’incanto svaniscono nel nulla, nel torpore del bicchiere di troppo, e le parole lanciate come dei dardi vanno a cadere a terra pesantemente come fiocchi di neve stanchi del lungo viaggio da lassù e si dissolvono un istante dopo, come se nulla fosse successo. Era l’ultimo giorno di questa mia piccola avventura, vissuta per tre quarti in solitario e per l’altra pure, perché quando sei lontano non puoi mai dirti non interamente solo. Un giorno grigio e piovoso, non è così che era cominciato.

E allora ci riprovo, l’ultimo giorno a Londra è anche un altro, deve essere un altro. Ma è un giorno x indefinito e grigio, uno dei tanti. L’ultimo per davvero. Uno di quei giorni che te la fanno odiare, stà città, ancora di più. Tottenham è il buco nero e al tempo stesso la stella polare che mi attrae. Un Luna Park visto da lontano mi rende felice per qualche minuto. Ho bisogno di scappare dal circolo chiuso, ho bisogno di respirare arie diverse, ho bisogno di perdermi e uscire dalla mia zona di conforto, chissà se la traduzione in italiano rende l’idea. Ho bisogno di allontanarmi e vedere chi mi segue. Rimango solo. Ed è dura rincorrere il sole, fidarsi di quell’istinto che ti dice che, altrove, tornerà a splendere. Sento che è il mio ultimo giorno qui e voglio viverlo fino in fondo. Mi lascio cullare dalla folla e la osservo strabiliato. Camminare per questa città fa volare la mia fantasia. Prendere la metro è un’avventura fantastica che ogni volta tocca luoghi e sapori lontani. A stento riesco ad udire parole in inglese. Ai lati di Portobello c’è una stradina anonima, un ex tabernacolo è ora un laboratorio teatrale, un bar, una libreria e molto altro ancora. La comunità caraibica si prende cura del giardino comunitario: puoi chiederne le chiavi e una volta a settimana sarai tu a curarlo. La bottega di toelette per cani è anche un happy hour bar, il tizio dai capelli arancioni con la cintura di pailette ci invita ad entrare. Come la notte prima, orde di persone sciamano nei loro orpelli multicolore, lasciando all’immaginazione il compito di volare su trasgressioni e ribellioni. Ma durante la notte tutto ciò aveva un sapore agrodolce di tempo perduto, di irrimediabile vanità, una sorta di panacea alle asprezze e alle alienazioni della vita quotidiana. In questa domenica divenuta finalmente placida, non più. Tutto prende la forma di una inaspettata riconoscenza. E nella mia mente quegli stessi biasimi che, come tutti, rivolgevo a chi aveva fatto di questa città un luogo indistinto e senz’anima, ora mi parevano argomenti incontrovertibili a favore della strabiliante diversità culturale, terreno propizio per ogni sorta di meticciato, sperimentazioni, avanguardie, tolleranza e cosmopolitismo. Queste non sono parole vuote ma non si creano dal nulla. Devi essere nel posto giusto per farle prosperare.

Alla stazione dei bus ci torno con la Metro. C’erano pesanti disservizi ma il cittadino è misericordiosamente informato di tutto con largo anticipo. Sono tornato con la metro ma avrei voluto prendere una bicicletta. Il mio ultimo weekend era partito con una bicicletta, e anche il sole splendeva su Hyde Park, il vero motivo per cui io perdonerò sempre questa città. Avrei voluto urlare che con una bicicletta la città faceva meno paura, era anzi lei ad avere paura di te. Era più vulnerabile, si lasciava scoprire, e potevi fuggirne quando volevi. In un certo senso, con la bicicletta anche Londra era una citta’ romantica, anche se rimaneva grigia. Mi sono scoperto un inguaribile romantico. Ma alla stazione poi sono rimasto solo, con i miei piani di esplorazione rimasti un’utopia che lascerò a un altro me stesso realizzare. In attesa di un raggio di sole che non faccio in tempo a vedere ma che sono sicuro che c’è stato, un raggio verde brillante pieno di buoni presagi, penso che ora è il tempo di buttarsela alle spalle, di non pensare più a lei. Non riesco ad odiarla, questa citta’, perché sebbene mi abbia respinto più volte, mi ha fatto scoprire una parte di me che mi piace, verso la quale volevo andare da molto tempo. Si dissolve lentamente, osservata dal finestrino, la sua sagoma che avrei voluto avere l’opportunità di vivere fino in fondo.

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Day 2, Bristol

Bristol mi eccita e mi tranquillizza allo stesso tempo e per lo stesso motivo: un giorno verrò a vivere qua e mi piacerà. Adoro questi colpi di fulmine. Qui non ci sono High Street, non ci sono banalità, non è tutto piatto e prevedibile. C’è vita, arte, movimento, cultura, subcultura, vibrazioni, colori, acqua, storia, storie,  colline, suoni, spazio, dedizione, multiculturalità, mercati, libri, musica, salite, discese, street art, mongolfiere, erotismo, anarchia, ebbrezza, tecnologia, gioco.  Mi sento tranquillizzato al pensiero di tanta  disarmonica bellezza che mi attende. Questa città anticipa le tendenze, ne detta i ritmi. E’ giovane e influente ma non ha nessuna spocchia medio borghese, essendo anarchica in quel modo elegantemente inglese che qui non guasta. Anzi, questa città non potrebbe essere fiorita in nessun altra patria, ovunque nel mondo. Qui i capannoni e i dock e i binari abbandonati non sono diventati il simbolo del degrado ma una funzione valorizzatrice del passato proiettato al futuro. C’è tanta intelligenza, umiltà e talento dietro quest’allestimento, c’è prospettiva e senso estetico nonché la capacità di prevedere le cose, di far sì che le profezie si auto avverino.

Il bello di viaggiare da soli è che ti puoi far passare le sbronze vegetando per un’ora seduto a un caffè, mangiucchiando un dolce al cioccolato sotto un placido sole, bevendo un cappuccino, scribacchiando qualcosa. E quando ti sei stancato ti alzi e vai alla scoperta della città. Il quayside – questo nuovo termine che apprendo mi pare perfettamente adatto per il lungofiume di Bristol – si estende in maniera sinuosa, conducendomi per scale, moli, piazze e ponti e sopraelevate, passando per capannoni convertiti in gallerie d’arte. Pittori tatuati, con un basco poggiato indolentemente sul capo, dipingono nella pausa tra una sigaretta e l’altra: teschi verdi, volti reclinati di amanti che si guardano allo specchio, un vecchio pescatore, natura morta di bottiglie di birra. Hanno del talento e anche un discreto successo, e in questo senso Bristol è la loro propria città, la città dove nessuno – meno di tutti un pittore – è realmente punito o ricompensato; a Bristol, qualunque sia la tua arte, ti è lasciato fare. Sarà per questo, mi dico, che tutti vengono qui, tutti quelli che sono abbastanza ingenui o pazzi da pensare di poter sublimare i propri talenti con colori o parole o note: qui nessuno se ne frega, c’è un tacito accordo che confina l’ipocrisia alle porte della città, lì dove c’è il ponte sospeso che sembra quello di Brooklyn, e una volta qui ognuno diventa quello che vuole. Non vorrei spingermi troppo oltre con le mie fantasticherie, abdicando troppo alle tendenze – in fondo Bristol è una tendenza – e imputando come al solito il germinare della creatività a un luogo fisico piuttosto che a un luogo dell’anima, ma Bristol è l’eccezione. Bristol è cazzuta.

Il mio giro dura ore. Il sole va a nascondersi chissà dove e un vento freddo si alza strafottente. Sono affamato e ho bisogno di una doccia. Per strada inspiegabilmente non c’è più nessuno. Solo il suono attutito di mille amplificatori pare uscire fuori dai sotterranei, da qualche posto non meglio identificato. La città sta combattendo forse una guerra invisibile. Un’ora in ostello mi rigenera. Con Sergio il Cileno vado all’Old Duke. Ascoltiamo il riff tagliente di Chigago Line da lontano, ancor prima di entrare. In un sussulto di superpercezione noto la birra rimasta nei bicchieri appoggiati alla finestra tremolare al ritmo della batteria. Città come questa ti rendono conscio di tutto e al tempo stesso dimentico. La gente entra nel locale e gli occhiali si appannano, sorpresi dall’improvviso calore. Persone mi si avvicinano, scambiano commenti sul cantante novantenne che, a ragione, ha strappato il microfono di mano al più blasonato titolare del quartetto; mi chiedono da fumare, mi spiegano che non sono di là. Bristol è un posto figo, mi dicono, solo puzza un poco. Mi dicono di essere di Manchester, ora si spiegava tutto. Ho bisogno di mangiare e Sergio mi fa tagliare la città in due attraverso delle scalinate nascoste su cui si affacciano i murali di Bansky. Un uomo alto 4 piani ci versa addosso un secchio di pittura rossa. Sergio mi racconta di essere in viaggio e di non sapere perché, lui non ha un’opinione su tutto, nel suo paese c’è chi protesta contro le dighe in Patagonia e lui non riesce ad avere un’opinione perché la sua conoscenza dei fatti, mi dice, è limitata. Gli offro una birra.

Certe cose si sanno dal principio. Si finge di ignorarle, si crede di dover lottare con mostri invisibili per arrivare a una soluzione. Si fissa il muro e non si sa che cosa fare. Ci si ritrova avanti la solita persona e non si sa cosa dirle. Nella maggior parte dei casi, però, si sa cosa fare e lo si sa per intuito. Assurdo quanto la cosa più facile da fare – ascoltare la prima cosa che viene in mente – sia anche la più difficile. Ma io ho imparato. Bristol la saluto in un mattino piovoso. Al supermercato deserto compro due dolcetti che programmo di mangiare una volta in stazione, prima di salire sul bus che mi riporterà a Londra. Ma così come sapevo già che avrei placato la mia fame appena tornato sulla strada, così so che quel cielo grigio dell’ultima mattina a Bristol non è l’ultimo che ho visto in quella città.

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Day 1, Cardiff

Come sempre dopo una grande sbronza, mi pare che le facce che mi circondano qui, al festival della cioccolata in uno dei dock di Bristol, siano le stesse della notte appena trascorsa, stesse facce sconosciute con cui ho ballato, bevuto, fumato, chiacchierato, tutto con un sorriso dimentico stampato in faccia a suggellare la nostra vicinanza momentanea e che adesso, queste stesse facce, mi guardano con distanza e riprovazione, fingendo di dimenticare la loro connivenza nell’allegra spensieratezza della notte.

Non sapevo come avessi fatto a tirarmi fuori da casa di Neo. La sua coinquilina mi aveva tirato addosso tutti i componenti del mio necessaire dopo che io avevo provato a recuperarli con lei nuda in bagno. Il sonno di quattro ore mi era parso lunghissimo. Neo stava forse ancora parlando quando mi sono addormentato all’improvviso, come se svenissi. Stava sputando fuori tutto il rancore della vita quotidiana, tutte le circostanze che lo avevano condotto a vivere quella vita dimentica fatta di feste, alcol e viaggi, senza la complicazione di rapporti, lontano quattro anni dalla sua casa, un posto nel cuore dell’India il cui nome, ero certo mentre me ne parlava, aveva egli stesso dimenticato. E continuava ad elencarle queste cose, chiedendomi se volessi dormire, vai avanti, ti ascolto, gli rispondevo. Durante il pomeriggio mi aveva parlato delle sue aspirazioni, di come si facesse piacere Cardiff e il suo lavoro d’ufficio fintanto che non avesse trovato qualcosa di meglio, che si traduceva sempre in un altrove, esotico e lontano, da percorrere con uno zaino in spalla e con la macchina fotografica a tracolla. Non saremo mai felici in nessun luogo, buddy, la nostra felicità è nel tragitto da un posto all’altro, siamo felici finché ci muoviamo e non pensiamo che se ci fermiamo siamo perduti, e muovendoci siamo senza passato e senza futuro. Guarda quanti travellers, mi dice, riferendosi ai turisti che affollavano Cardiff durante la vigilia di Pasqua, e mi fa sorridere che usi quella parola a ripetizione, i suoi amici sono travellers, io che sono suo ospite lo sono e lo è lui stesso, stanziale in UK da tre anni ma con la testa chissà dove. C’è un qualcosa di malato in questa nostra smania, gli faccio, uso la parola sickness e lui mi pare capire, sembrava di trovarci al punto estremo e cieco di un discorso che avevamo affrontato entrambi interiormente numerose volte. Questo desiderio che arde incessantemente ce lo siamo impiantati da soli e rischia di bruciarci se non ci soffiamo sopra, ad occhi chiusi e con riconoscenza, come su una candelina sulla torta di un compleanno importante, grati della fatica che abbiamo fatto per arrivare fin lì, per diventare la promessa che dicevamo di voler mantenere, e pronti ora a goderne i frutti.

Sono sgattaiolato fuori che era immerso in soffici sogni. Era Pasqua e la casa era umida e fredda. A mente lucida attraverso al contrario il quartiere che nottetempo avevamo esplorato e che adesso era bagnato da una luce grigia. Sporco, degradato, con una miriade di off-licenses e una torma di facce scure che imboccavano i sottopassaggi. Nel mio tragitto noto lo stesso involucro di un tramezzino che giaceva lì dal giorno prima. Una grande tristezza si impossessa di me ma al tempo stesso anche la felicità di potermene andare, di poter archiviare la bellezza e lo squallore con cui ero entrato in contatto – la vita vera –  e guardare avanti. Lascio Cardiff con l’ultima immagine della notte prima, impressa poco prima di entrare nel taxi che ci avrebbe riportati a casa, preso in uno degli affollati incroci. Centinaia di persone che urlavano e cantavano ad ogni angolo, dance-goers affamati che prendevano d’assalto i vari Burger King. Neo mi aveva detto che la città vive più di notte che di giorno ma io non credevo fosse possibile trovare un’attitudine così latina nel vivere la strada in una qualunque città di questo algido Regno Unito. Lo stuolo di rifiuti sarebbe stato rimosso in tempo per le prime passeggiate mattutine con i cani, finalmente qui presenti e rumorosi, e le entrate delle gallerie erano chiuse, l’unico pezzo di città sottratto al trambusto della notte. Nomi altisonanti: Queen Arcade, Marlowe Gallery. Un tempo questi tragitti rappresentavano le rotte più rapide per il commercio, dal fiume e al mercato, e adesso sono il salotto della città, con i loro archi dai fregi dorati, e sono un micro-mondo con i propri ritmi e i propri suoni, il più antico negozio di dischi al mondo era stato costretto a trasferirsi lì dopo aver rischiato la chiusura. Ci sono andato, da Spillers Record, e nel taxi nel quale siamo impacchettati mi pare di ascoltare lo stesso ritmo dub che avvolgeva i due piani della bottega, è stata una notte lunga, non la ricordo che vagamente, chissà per quanto tempo Neo ha continuato a parlare prima di accorgersi che già ero ripartito.

to be continued

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Lost Control

Ho perso il conto dei giorni. Siamo forse all’inizio di Aprile. Il lato bello della lentezza, del silenzio. Il lato bello dell’incompletezza. D’un tratto mi perdo nelle conversazioni con i miei coinquilini che mi vedono tornare in giacca e cravatta dal lavoro. Una di loro mi chiede se sono un insegnante. Appena ventenni, inseguono il capolavoro della loro vita senza neppure saperlo, vivono in uno stato d’ebbrezza, non dormono e ridono sempre e programmano viaggi onirici in giro per il mondo. Anche io con loro mi attengo a questo ambizioso piano, ho in tasca un po’ di biglietti. Poca roba, chilometraggio limitato. Non tornerò a casa perché Pasqua con chi voglio, e anche se voglio la mia famiglia e miei amici e i miei libri e il mio cibo penso di volere più forte ancora quella sensazione di spaesamento quando si arriva in un posto nuovo, soli, senza conoscere nessuno. Che ci faccio qui. E si combatte la paura con la poesia, quella delle piccole cose che tutti amiamo ma che irrevocabilmente dimentichiamo nella porca abitudine, e un raggio di sole e il sorriso di un volto sconosciuto si tramutano in avventure senza tempo. Ho svuotato lo zaino capovolgendolo a testa in giù e ci ho ficcato dentro poche cose. Non c’è tutto quello di cui ho bisogno ma è proprio questo il punto: non ho bisogno di tutto. Il valore dell’incompletezza. Io mi sento sempre meno incompleto perché sto imparando ad essere io al momento presente, senza più proiettare le ombre delle mie convinzioni sulla realtà, l’unica cosa con la quale mi voglio confrontare. Mi sento meno incompleto perché ho smesso di cercare le cose che possano completarmi e ho cominciato a cercare le cose che io posso completare. La scintilla di vita dell’incompletezza e’ un mio personale valore solo fintanto che e’ destinata ad accendere un fuoco che, se non duraturo, sia almeno dotato di senso. Ma mi sono perso, volevo solo dire che non torno a casa, sto un altro po’ in giro.

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I was thirty…

…and before me stretched the portentous, menacing road of a new decade. It was seven o’clock when we got into the coupé with him and started for Long Island. Tom talked incessantly, exulting and laughing, but his voice was as remote from Jordan and me as the foreign clamor on the sidewalk or the tumult of the elevated overhead. Human sympathy had its limits, and we were content to let all their tragic arguments fade with the city lights behind. Thirty – the promise of a decade of loneliness, a thinning list of single men to know, a thinning brief-case of enthusiasm, thinning hair. But there was Jordan besides me, who, unlike Daisy, was too wise ever to carry well-forgotten dreams from age to age. As we passed over the dark bridge her wan face fell lazily against my coat’s shoulder and the formidable stroke of thirty died away with the reassuring pressure of her hand. So we drove on toward death through the cooling twilight. (F.S. Fitzgerald, The Great Gatsby)

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Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

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