Storytelling

Contatti di solidarietà

Un coniglio di giada made in China viaggiò fino alla Luna per dire la sua verità. All’unisono gli uomini distolsero lo sguardo dall’astro, e videro che non avevano nessuno da guardare negli occhi. Bisognava rilanciare il consumo, qualcuno aveva detto. Altri invece dissero che era la produzione a dovere essere spostata. Qualche folle aveva sostenuto che bisognava decrescere. Oltre a diventare poveri, questi individui furono i primi a sentirsi soli. Per loro furono creati i contatti di solidarietà: con un piccolo contributo mensile si sarebbe potuto accedere al capitale umano rimasto inutilizzato. Il coniglio di giada era made in China ed aveva già esalato i suoi ultimi bip, che con l’aiuto di un interprete fasullo vennero tradotti pressappoco così: “buonanotte, umanità”.

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La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Brusio di tavola imbandita

Arrivammo trafelati e affamati. L’oste aveva conservato il solito tavolo, quello che nessuno vuole perché troppo vicino all’uscita di sicurezza. Lì potevamo anche fumare. Ci sedemmo e cominciammo a parlare come se i cinque anni che erano trascorsi senza vederci né sentirci non avevano fatto di noi persone completamente diverse.

Stavamo scegliendo il vino e così cominciammo a parlare del vino, di quale potesse essere quello peculiare della nostra serata e quale fosse, in ultimo, quello che meglio rappresentava la nostra terra. Parlammo della nostra terra. Parlammo del Vesuvio, delle scalinate nascoste che in città ti permettono di scalare le colline senza che uno se ne accorga, parlammo dei colori e degli odori, di come le cose cambiano pur non cambiando mai. Facemmo un primo sorso e parlammo dei riflessi rubini di quel vino rosso del Vesuvio e di quelli dorati del vino bianco che si beve nei ristoranti sul mare dove servono pesce fresco. Parlammo dei ristoranti, di quelli modesti nei quali ero stato io e di quelli dolorosamente lussuosi nei quali era stata lei. Parlammo degli ossimori e del potere della parola. Rimanemmo in silenzio e credo che all’unisono pensammo che anche il silenzio era bello, talvolta. Arrivò il pesce e levammo in alto i calici e parlammo della paranza di pesce, del miracolo della frittura che coglie impreparato il cibo e ne fa esplodere i sapori, lei disse che a volte ci vuole qualcosa di violento per cavare un po’ di poesia in questo mondo, io non capii ma sorrisi ugualmente e bevvi dal mio bicchiere mentre lei continuava a parlare, ad un tratto quello che udii fu troppo, stavo ascoltando una melodia ma sapevo che la partitura prevedeva un secondo strumento, una seconda voce, e così ricamai le risposte che lei pretendeva e sentivo che sgorgavano come acqua sorgiva, erano belle e pulite e io me ne meravigliai alquanto, parlavo e parlavo e di nuovo la melodia era quella di un’unica voce, adesso, la mia, mentre i suoi occhi mi seguivano con divertita curiosità.

Prendemmo fiato. Poi ricominciammo a parlare.

Parlammo del lavoro, di quello che c’era e di quello che non c’era, parlammo della solitudine e parlammo del primo film di quel regista spagnolo di cui non ricordavamo il nome, ad un tratto lei disse che era strano avere il futuro alle spalle, o forse lo dissi io, non ricordo, ma aleggiò in quel momento sulla nostra cena un’atmosfera irreale, i miei ricordi stavano diventando i suoi e i suoi mi parevano quei sogni che feci un po’ di tempo fa, lontano da tutto e da tutti, quei sogni che credevo di averle raccontato ma che invece, scoprii, tenni sempre per me. Parlammo di una vecchia fotografia in bianco e nero che credevamo di aver dimenticato, e poi parlammo di come fosse stato strano ricordarsene proprio in quel momento, all’unisono, come due giocolieri che si scambiano i birilli. Ci guardammo e ridemmo, parlammo del circo e parlammo di suo figlio, io la interruppi per raccontarle una barzelletta che non faceva ridere e anche lei fece lo stesso ed entrambi ridemmo.

Poi le cadde un’impercettibile goccia di vino sul vestito, ne approfittò per andare in bagno mentre io accesi una sigaretta. Al ritorno trovò un me sorridente e il dolce che avevamo ordinato, un dolce dai bellissimi colori e dalla bellissima e sinuosa forma che ero sicuro lei avrebbe fotografato, trovò tutte queste cose e trovò anche il biglietto che le avevo scritto in quei frangenti e che le avevo lasciato bene in mostra accanto al bicchiere ancora colmo di quel vino della nostra terra che avevamo lodato per sciogliere il ghiaccio all’inizio di quella surreale serata.

Si sedette e accese una sigaretta, la fumò in silenzio e quando fece per spegnerla lesse il biglietto che le avevo scritto. Mi guardò e disse che doveva andare. Non l’ho mai più rivista.

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Visione fanta-pop

Un giorno un intero immaginario pop-fantascientifico verrà costruito sui nostri tempi. In un’aula di tribunale deserta troneggerà una statua del Dio Priapo con un occhio elettronico sul pene, una bilancia che pende da un solo lato simboleggerà il nuovo concetto di eguaglianza, e le uniche comparse di questo film muto saranno ragazze svestite e silenti, unico appiglio, questo, alla concreta realtà. Fuori dall’aula, vecchi lucidati in doppiopetto agiteranno tra le mani i titoli azionari della felicità, diventata merce di scambio al pari dell’acqua. Il concetto di progresso come un lento avanzare verso nuove conquiste verrà deriso, essendo l’unico significato compreso quello di essere riusciti ad evitare il baratro, ancora una volta, chiudendo gli occhi sul domani che verrà.

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E morì con un falafel in mano

Non seppi più cosa dire. Rimasi a guardarli mentre si allontanavano ridendo, e con le mani in tasca mi avviai verso casa. Cominciava a piovere e un tizio mi chiese da accendere. Non fumo, gli dissi toccando con le dita l’accendino nella mia tasca. Mi guardò in modo strano, ma non osò di più. Presi il telefono per fare una telefonata, ma l’unica cosa che feci fu fissare la sveglia per il giorno dopo: ore 12. La suoneria era quella della marcia di Radeztky. Chiusi il telefono e mi chiamarono i ragazzi: forse faresti bene a venire con noi, no, sta piovendo, dissi io, e la loro risposta si perse in una strana cantilena. È incredibile quello che si fa per non accontentare se stessi, pensai senza essere sicuro del significato. Il telefono squillò, era il tizio della lavanderia, andavano bene le camicie per quello stesso pomeriggio? Mi venne da ridere al pensiero che effettivamente non lo sapevo, dovevo pensarci. Passanti con cani al guinzaglio bisbigliavano ad alta voce, che si stavano dicendo? Appartengono alla dimensione del loro linguaggio, mi dissi soddisfatto mentre mi accendevo la sigaretta. Contai le monete che mi rimanevano facendo i conti sommando le teste e le colonne e le stelle, e mi venne in mente che forse quella era la vita di un altro. Se non ora, quando? Mi piaceva ripeterlo tra me e me, il sempiterno tentativo di ripartire, di azzerare tutto, di indossare una nuova maschera. Sì, ballo il tango e ho abbandonato la chitarra dopo inenarrabili sofferenze d’amore, dissi ad una donna conosciuta al supermercato. Nel salutarla, immaginai un motivetto inesistente e mi inventai una danza in punta di piedi. Riconobbi una manciata di stereotipi in un gruppetto di americani, o meglio in un gruppo di persone che mi parevano americane, o forse in quel momento l’associazione non era ancora nata e mi avvicinai a loro soltanto perché avevo visto volti simili nel film dell’altra sera, un film dove un pastore protestante perdona l’assassino di sua figlia ma che alla fine dà di matto. Accennai un saluto e loro mi dissero: si sta proprio bene qui, ed io dissi che sì, si stava molto bene, e me ne andai. Feci per sedermi su una panchina non ancora bagnata, e Il ricordo del suo sorriso mi richiamò alla mente un’epoca intera. Un’associazione immediata e non spiegabile: lei sorrideva, ed io mi rendevo conto dei momenti che si susseguivano in quel luogo, istante dopo istante, ed io che non ero null’altro che felice. Credo che all’epoca non me ne rendessi conto, che fosse un meccanismo così interiorizzato che solo a posteriori se ne potesse percepire l’efficacia. Quel sorriso che io tentavo di ricambiare voleva dire molte cose: che capivamo i nostri stati d’animo e i nostri cambiamenti d’umore, che sapevamo che più o meno nello stesso istante stavamo pensando la stessa cosa (ma dire la stessa cosa è riduttivo: ci stavamo pensando con lo stesso ritmo, con la stessa intensità). Avevamo fatto al mondo le stesse promesse, e ci sentimmo costretti a mantenerle: fu questo che ci allontanò, pensai in un attimo di lucidità. Diceva una volta un tizio che conoscevo e che non ho più rivisto che è necessario sempre attingere dalle proprie paure. Io lo faccio ogni giorno, ogni istante, non mi lascio sfuggire nemmeno un attimo di follia e perversione. Sembra che la gente apprezzi. Io tengo molto ai giudizi della gente. La guardo camminare per le strade confuse della città, la lascio andar via ma poi rimpiango il dialogo mancato con il bambino che mi chiede qualcosa del cane con cui giocavo: non so di che razza è, non sono esperto di questo genere di cose, però so capire se ha paura o se vuole giocare o se ha fame. Il più delle volte ha fame, una specie di dipendenza. Nessuno parla mai volentieri delle proprie dipendenze. Se lo fa, è sempre in termini goliardici, sicuro di trovare nell’ascoltatore un orecchio compassionevole e comprensivo, perché ad ognuno appartengono le debolezze, alzi la mano chi non ne ha. Ma continuo a vivere senza fottermene, senza grossi turbamenti. Chi ha bisogno di una religione? Siamo quello che siamo sulla base della dose di fortuna che ci ha accompagnati nella nostra esistenza da formiche. C’è chi rimane fermamente convinto della redenzione, della rivalsa postuma, trascurando di fare il possibile per ottenerla in vita, la rivalsa, durante quell’unico pezzetto risicato di tempo che ci è concesso, nostro malgrado, foss’anche solo nella nostra mera intima convinzione. Sembra sia tutto inutile, forse lo è davvero, ma per una volta mi concedo il beneficio del dubbio. Dopo, niente sarà uguale.

 

 

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Stella distante

Un urlo lancinante squarciava l’aria fredda di novembre. Pioveva e nella stazione si trascinavano i passi stanchi di una giornata intera. Un nugolo di persone si era fermato sotto al porticato, al centro un uomo gridava. Le persone guardavano quell’uomo, e quell’uomo cantava il suo canto disperato, contorcendosi, agitando le mani al cielo e intonando una nenia afflitta, sgomenta. Yusuf serrava i pugni, lo sguardo perso nell’orizzonte non più ostruito dai decrepiti palazzi delle fabbriche di ceramica, e tutte le persone che parlavano la sua lingua avrebbero faticato a dirsi “connazionali”: non lo era più nessuno, connazionale. Non si era di una paese né di un altro, si era della stazione, la stazione li possedeva tutti e nessuno voleva fuggire, pur essendone disperatamente nauseati. Dove altro c’era da andare?. Guardava lontano, non capivo dove.

Tutto questo è insulso. Non mi importa nulla di me, della mia stupida vita. Ci sarebbe da camminare sotto la pioggia e guardare gli uomini, offrir loro un riparo, chieder loro da dove vengano, quanta strada hanno fatto. Risponderebbero che non è affar nostro, ma in cuor loro sentirebbero un calore che nessuno è in grado di dargli. Al mondo non esistono più fortune di quante oasi non esistano in tutti i deserti del mondo. Solo che le persone vagano al freddo, credendo ad ogni miraggio, non fermandosi davanti all’evidenza. La forza degli emigranti è la forza del viandante nel deserto del mondo. Passi stanchi, mani affamate. Ci si sfama con le mani, toccando quel cibo che si compra con monete spicciole. Lo si porta poi alla bocca, ma il senso più importante da appagare è il tatto, significa che quel cibo ci appartiene, che ne abbiamo diritto.

Yusuf era fermo sotto al porticato, e anche se tutti lo ritenevano un poco di buono lui continuava a cantare. Le persone riassumevano in un sorriso il giudizio che se ne erano fatte, e continuavano per la loro strada dopo essersi strette nei loro cappottini pettinati luccicanti. Sono rimasto lì, volevo capire. Yusuf aveva in mano una bottiglia ma non era ubriaco. I suoi sensi erano vigili, la sua anima cosciente. A tutta prima quei suoni mi avevano disturbato, avevano invaso la rigida schematicità del mio modo di ascoltare e di classificare ciò che ascolto. Se uno ci pensa, trova piacevoli soltanto le cose che gli sono familiari. Feci uno sforzo tremendo, maledicendo l’unta opulenza che appanna vista, udito, anima. Ad un tratto capii da dove provenisse quella melodia. Non era più fastidiosa, ne avvertivo distintamente il significato anche se non conosco l’arabo o quale altra cazzo di lingua fosse. L’ubriaco era il cittadino, assuefatto e sbronzo della fortuna che non sa di possedere. Il senso di colpa mi aveva fatto rimanere lì? Può darsi, ma ho altro di cui vergognarmi, mi son detto mentre chiudevo il mio ombrello comprato per pochi soldi.

Osservavo l’uomo che urlava, e pian piano son rimasto ipnotizzato dall’urlo cantilenante. Egli cantava per rievocare in quello squallido scorcio di una città straniera, in cui lui sarebbe sempre rimasto uno straniero, la sua patria e suoi dei. Non conoscevo la lingua ma mi son sorpreso ad annuire, a infondere mentalmente coraggio a quell’uomo, il cui canto raccontava la sua generazione ormai perduta, la sua speranza tradita. Siamo tutti nello stesso deserto, ma in troppi sono costretti ad una attraversata solitaria.

 

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La vita è altrove

Una notte ho sognato la rivoluzione. Era giovane e bella e cantava poesie. Poi mi sono svegliato e ho trovato una sua vecchia foto che non credevo di avere. Ricordo di aver pensato: chissà come sarà invecchiata. Ho avuto l’istinto di riaprire il libro di poesie e ho trovato un verso che diceva: la vita è altrove. Ho impiegato anni a cercare l’altrove, ma era indefinito e lontano. Sono tornato a casa, non tra le mie vecchie quattro mura ma da qualche parte dentro di me dove un me esisteva ancora, e ho capito che l’altrove poteva esistere solo in quel verso. Ho provato a spiegarlo al mondo: l’ho scritto in rima e cantato, ho ciclostilato manifesti e li ho appesi ai muri, ho messo messaggi in bottiglia, ho mandato telegrammi e dipinto quadri, l’ho urlato da altezze improbabili e da oscuri sottoscala. A nulla è servito. Il mondo non voleva capirlo. Una grande malinconia si impossessò di me, la notte non sognavo più e non trovavo più i miei pennelli per colorare il mondo. Solo una notte sognai, e vidi la rivoluzione. Era vecchia e cadente, e mi diceva: la vita è ora. Allora presi ad uscire di nuovo, e urlavo ad ogni persona o cosa che incontravo: perché non me l’hai detto, perché non mi hai corretto? Ma nessuno rispondeva. Ripresi a dipingere, ripresi a sognare, ma sentivo un astio che mi covava dentro, e nessun passo era possibile senza che prima o poi risultasse falso. Poi un giorno ho riaperto quel libro, quasi per gioco. L’ho spolverato e l’ho sfogliato senza convinzione. A margine di un verso c’era una nota a matita, chissà di chi era. Diceva: la vita è tua.

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