Archivi del mese: gennaio 2014

Contatti di solidarietà

Un coniglio di giada made in China viaggiò fino alla Luna per dire la sua verità. All’unisono gli uomini distolsero lo sguardo dall’astro, e videro che non avevano nessuno da guardare negli occhi. Bisognava rilanciare il consumo, qualcuno aveva detto. Altri invece dissero che era la produzione a dovere essere spostata. Qualche folle aveva sostenuto che bisognava decrescere. Oltre a diventare poveri, questi individui furono i primi a sentirsi soli. Per loro furono creati i contatti di solidarietà: con un piccolo contributo mensile si sarebbe potuto accedere al capitale umano rimasto inutilizzato. Il coniglio di giada era made in China ed aveva già esalato i suoi ultimi bip, che con l’aiuto di un interprete fasullo vennero tradotti pressappoco così: “buonanotte, umanità”.

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Categorie: Storytelling | 3 commenti

Se questo è un libro

Sono passati tre anni da quando mi espressi sulla Giornata della Memoria su questo blog. Tre anni, un tempo lunghissimo. Ora non mi azzarderei mai a scrivere una cosa del genere. All’epoca feci le mie ricerche, cercai di risolvere un dilemma morale, di contribuire al dibattito. Ora vi rinuncio. Ci sono troppe voci in giro, rinunciare ad aggiungerne un’altra è un atto di pudore. Non rinuncio alla vanità di segnalarvi quel testo, mi direte. Al contrario: ve lo segnalo perché non mi appartiene più.

Se scrivo questo post è invece per segnalarvi delle testimonianze letterarie sull’Olocausto che non siano la citatissima opera di Primo Levi (che tra l’altro mette in secondo piano altri libri di rilievo di questo scrittore dei quali prima o poi bisognerà parlare: Il sistema periodico e La chiave a stella).

La prima è un capolavoro a fumetti che lessi tanto tempo fa e che ora non trovo più: Maus di Art Spiegelman

La seconda è un libro fuori catalogo che non ho mai letto ma di cui ho sentito parlare oggi su Rai Storia: Il grande viaggio di George Semprùn.

Infine, il libro che ho attualmente sotto mano e di cui mi accingo a tentarne la lettura per la seconda volta: Le benevole di Jonathan Littel. C’è un tempo per ogni libro, dicono. O meglio, bisogna che un certo tipo di letteratura tocchi le tue attuali corde, dico io. Ora che mi trovo in questo stato dubitativo, in cui un non lo so è la risposta migliore, in un momento in cui sono così inflessibile nel condannare la mia e vostra ipocrisia, sono sicuro di riuscire a finire un romanzo la cui introduzione termina così:

There were always reasons for what I did. Good reasons or bad reasons, I don’t know, in any case human reasons. Those who kill are humans, just like those who are killed, that’s what’s terrible. You can never say: I shall never kill, that’s impossible; the most you can say is: I hope I shall never kill. I too hoped so, I too wanted to live a good and useful life, to be a man among men, equal to others, I too wanted to add my brick to our common house. But my hopes were dashed, and my sincerity was betrayed and placed at the services of an ultimately evil and corrupt work, and I crossed over to the dark shores, and all this evil entered my own life, and none of all this can be made whole, ever. There words are of no use either, they disappear like water in the sand, this wet sand that fills my mouth. I live, I do what can be done, it’s the same for everyone, I am a man like other men, I am a man like you. I tell you I am just like you!

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The suburbs

Probabilmente gli artefici dell’edilizia popolare, architetti e ingegneri e politici e chissà chi altri, non avevano ben presente l’effetto devastante che chilometri e chilometri di bruttezza affiancati orizzontalmente e verticalmente in materiali scadenti e colori opachi avrebbero prodotto, seppure a livello inconscio, su quella fetta affatto trascurabile di popolazione o popolo che ivi sarebbe stata destinata a vivere. Oppure sì, avevano preventivato che da qualunque angolazione, in qualsiasi evento climatico, in ogni cosiddetta stagione della vita, insomma, che si voglia intenderla come la finitissima esistenza di un individuo oppure la leggermente più lunga e significativa estensione di un ciclo socio-economico di una data società, quella bruttezza sarebbe stata così evidente e scontata che avevano respinto al mittente quelle critiche che, chissà, erano state proferite dallo stesso mittente per atto dovuto e non perché si credesse che la critica di quella bruttezza avrebbe potuto sortire un qualche effetto benefico, stante che tutti i parametri di efficienza-costo-opportunità erano stati rispettati in pieno.

Dando quindi per scontata l’oggettiva irrecuperabilità di una sensazione estetica positiva, bisogna ricondurre l’estasi che ho provato alla visione, ieri sera, di una serie di palazzoni tutti identici visti da una stazione della periferia di Napoli, esclusivamente a uno stato d’animo.  Certo, c’era una luce crepuscolare molto favorevole, l’aria era pulita anche se in quella periferia si condensano i fumi dell’industrializzazione cittadina residua e made in china, aveva piovuto durante la mattinata e forse, complice quell’acqua, l’ocra sbiadito aveva avuto gioco facile nel conservare gli ultimi riflessi del sole, serbandone il rosso. Un astro non identificato, poi, faceva capolino (nei quadretti estatici c’è sempre un astro a far da capolino).

Lo stato d’animo è quello di una persona che torna nella sua città e le tende una mano, e nel farlo si accorge che bisogna andare in quei luoghi là. Per dirlo meglio, se si intende avvicinarsi ai margini della società (per una qualsiasi ragione, anche la più utilitaristica) intesa come conglomerato di misere esistenze umane, bisogna anche cercare di comprendere quei luoghi dove quell’esistenza si svolge e perdonarne la bruttezza, dato che ad altri non è stata data altra scelta. Ma vi prego di non pensare ai buoni sentimenti, quelli ora non c’entrano proprio. E che non mi si dia del volenteroso, nemmeno: se davvero lo fossi imbraccerei una macchina fotografica, anche la più scadente dato che – come noto – per fare una buona fotografia non occorre nessuna apparecchiatura di rilievo, e girerei per le periferie di questa città e proverei a sorprenderle nei momenti di luce crepuscolare e nelle epifanie di vite parallele invisibili a più ma eppure presenti, congenite, nonostante gli artefici dell’edilizia popolare.

Categorie: Nàpolide | 7 commenti

Krishna’s Arrow

“What about Krishna’s arrow?” I asked. McGinnis stirred slightly. He had it all prepared in his mind. “It’s that scene in the Bhagavad Gita. Krishna is explaining to Arjuna what his attitude to action must be. Arjuna is about to lead his army against the evil Kauravas on the battlefiled of Kuru. The kauravas are the tundre sons of the blind king Dhritarashtra. But they are also Arjuna’s cousins, his blood, so to speak. He asks Krishna if it is moralo to shoot his bow in anger at them. It is curious, because everyone thinks Hinduism is all about inaction, passivity, renunciation. But not at all. Krishna says, in effect, “by all means, shoot your bow.” It is in fact moral to act, to be decisive. But it is not moral to attach yourself to the fruit of that action. When you no longer care where the arrow strikes, or if it strikes, you shoot with unerring determination and accuracy. You become the unattached arrow, liberated from its purpose and effect – but you also become pure action. I wonder if this idea made its way across the centuries to China, so that Lao-Tzu could say, “The highest man is at rest if dead, and in movement he is like a machine. He knows neither why he is at rest, now why he is not. Nor does he know why he is in movete and why he is not.” So freedom, you see, is like being a machine – or a dog.”

Lawrence Osborne, Bangkok Days

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