Oblio

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire. Gilles Deleuze – Conversazioni

Dopo aver fatto yoga prendo sempre il treno per tornare a casa, ma dopo una lezione come quella di ieri (le posizioni all’in piedi sono energizzanti) avevo voglia di camminare, se non fino a casa almeno fino alla stazione centrale. È bello camminare per la città sotto la pioggia, soprattutto quando la città in questione la pioggia la odia. Camminare sotto la pioggia allora mi dà l’impressione di farmi ritrovare faccia a faccia con la città, di seguire un mio percorso personale fatto di vicoli e scorciatoie e tettucci sotto i quali ripararsi, piuttosto che essere irreggimentato nella folla amorfa che mi sta un po’ antipatica. Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso. È per questo che solo retrospettivamente ho dato all’incontro con lei, sotto la pioggia, di fronte all’Università che un tempo frequentammo insieme, quel carico di inaspettato e magico al tempo stesso.

Un capolavoro è a volte una cosa che non si capisce molto bene, una cosa incerta, dai confini spuri. Non è questa una delle caratteristiche dei capolavori? Ma un capolavoro è anche una cosa riuscita alla perfezione, che non ha difetti. Come arrivare in fondo al sillogismo, dunque? Dobbiamo spiegarci la perfezione con il surrogato della nostra immaginazione, che va a colmare quel vuoto lasciato dai difetti connaturati in ogni cosa. C’è questo passaggio chiave in The Master, secondo film della mia personale serie commemorativa dell’attore appena scomparso: Seymour-Hoffman è il maestro, un ciarlatano imbonitore precursore dei venditori di verità che verranno, e nell’evoluzione della sua teoria c’è lo spostamento di focus dal ricordo all’immaginazione quale chiave di volta per scardinare ciò che si frappone tra l’uomo e la sua realizzazione.

So che è poco credibile, eppure a quella ragazza mi era capitato di ripensare di recente. L’avevo fatto perché notavo che di tutte le persone del mio passato, del passato più prossimo, mi è rimasto un ricordo che si contamina ogni volta nel parossismo del social network. Lei era l’unica, a ben vedere, dato che è una delle poche persone a non esserci su Facebook, il cui ricordo si annidava tra il chiaroscuro che c’è tra oblio e immaginazione. 

Sebbene avessi voluto vedere il film per la presenza dell’attore appena scomparso, è un’altra faccia quella che alla fine mi è rimasta impressa: la faccia di Joaquin Phoenix nei panni di Fred Quell, reduce di guerra in cui l’oblio degli orrori si innesta nell’immaginazione drogata dall’alcol e dalle nevrosi. Lui non è il maestro bensì il servo, il soccombente, colui che affida la sua salvezza alle mani di un altro. Non si può dire chi è che predomina in questa relazione tra l’imbonitore di successo e il reietto dalla camminata curva. Una cosa incerta, non definita, come la debolezza che alla fine si rivela come strumento di forza perché è dall’accettazione della debolezza che nasce la libertà. Fuori continuava a piovere ed io mi attardavo sui titoli di coda. Avevo avuto l’impressione di aver visto un capolavoro, una storia in cui niente va per il verso giusto, alchimia necessaria per raggiungere la perfezione.

Avevo poco sonno e mi ero attardato su Facebook. Scorrevano i video della vita dei miei amici: era tutto là, non si può dimenticare nulla, tutto è salvato dall’oblio ma non resta nulla da ricordare.Forse io e quella ragazza pensavamo le stesse cose quando ci siamo voltati indietro e guardati per un attimo sotto la pioggia. In fondo, durante quelle poche volte in cui ci eravamo parlati all’Università, mi era sempre parso che la mente dell’uno fosse un libro aperto per l’altro, in cui uno completava quel che l’altro non sapeva di voler dire. Io sostengo che le relazioni funzionano quando il silenzio funziona, ma attenzione, deve essere un silenzio che lascia presupporre non il vuoto, bensì una comunanza. È quindi sempre la parola a vincere, quella che sgorga senza costrizioni. Se c’è quella in comune allora si può anche tacere. Un po’ come lo scrittore che omette di dire: se egli sa ciò che omette allora crea mistero e stimola l’immaginazione del lettore, altrimenti sta barando, vuole tenerci incollato ad esso con un espediente non sapendo che così facendo finirà presto nell’oblio.

Tra me e quella ragazza avrebbe potuto funzionare. Eravamo entrambi fidanzati all’epoca, credo, e poi ci siamo persi di vista. Credevo sarebbe andata via, che avrebbe trovato altrove la sua realizzazione, e invece era là di fronte all’Università. Forse anche lei aveva pensato che non sarei più tornato. È una consolazione non poter rivedere il video della sua vita su Facebook: avrebbe tolto tutto all’immaginazione. A volte l’oblio è la cosa più giusta. Avrà pensato la stessa cosa quando, sotto la pioggia, entrambi senza ombrello, ci siamo guardati e sorriso per un attimo e poi ripreso la nostra strada verso casa senza parlare, con la sensazione di preferire un ricordo. Un ricordo salvato dall’oblio.

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Categorie: Diario notturno, Nàpolide | Tag: | 14 commenti

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14 pensieri su “Oblio

  1. Magnifico Ale. E, quasi inutile dirti quanto creda fortemente anche io in questa cosa: “Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso.” 🙂

  2. ¡Magnífica entrada, Alessandro! Las palabras fluyen y, además, nos has contado una historia. Me gusta que me cuenten historias, sobre todo, las que me hacen pensar y las que me emocionan. Has conseguido las dos cosas 🙂

    • Se non ho materiale per una storia che lasci qualcosa preferisco il silenzio, per questo scrivo poco, in fondo al lettore non importa nulla della nostra vita. Questo è scritto anche nel tuo manuale! A presto, chica.

  3. una volta quella cima del centravanti Altobelli ebbe a dire: “Sono completamente d’accordo a metà col mister”. Ecco, un po’ così io, sull’interpretazione del tuo pensiero che trapela da questo bel testo sensibile 🙂
    L’immaginazione è strumento così potente che è in grado di annullare qualsiasi “compromissione mediatica”, secondo me, e anche quando leggo ciò che (50% agree) dici sullo scrivere storie o non scrivere del tutto perchè al lettore interessa poco dei fatti privati, dipende sempre dal grado di elaborazione immaginale che riesci a produrre nelle cronache personali, come questa “storia” dimostra bene. .

  4. dimenticavo l’importante, uno splendido Joaquin in un film dedicato all’immaginazione e ai sentimenti, qui non è ancora uscito, sul link si vede bene in streaming
    http://www.cineblog01.net/her-lei-sub-ita-2013/

    • E allora grazie due volte, caro Alex. Del film avevo sentito parlare e non vedo l’ora di vederlo ma preferisco il grande schermo, sperando che qui a Napoli almeno un cinema lo metta in programmazione in lingua originale. E grazie per il tuo commento, sul quale sono parzialmente in completo accordo 😀 Scherzo, sono d’accordo del tutto, quel che volevo dire è che non sempre ho la forza di tirare fuori dal mio piccolo vissuto un qualcosa di più grande e che possa essere di interesse per gli amici virtuali che hanno la pazienza di leggermi. Altre volte, anche su questo blog, mi ero lasciato andare a delle scorribande diaristiche che però non interessavano nessuno tranne che me stesso. Per questo molte volte prima di scrivere mi do un pizzico sulla pancia e mi chiedo: è necessario? aggiunge davvero qualcosa? A volte la risposta è sì. E’ anche per questo che nonostante io segua molti blog, poi alla fine le interazioni si riducono con quelli dalla cui lettura posso trarre ispirazione, giovamento. Un saluto e alla prossima, e se passi da queste parti avvisa 🙂

      • Curioso come ci si rispecchi ormai da un po’, a cominciare dal nome. In effetti alcune volte non si può che scrivere per interessare noi stessi, è un po’ un lavorio alchemico che ritengo utilissimo, forse poco “commerciabile” fuori ma nemmeno troppo. Il Fuori, anche come presenza silenziosa di un blog, pare ci sia necessaria come umani, a molti livelli.
        Spero di tornare presto dalle tue parti, sono stato un “procidano adottivo”, talvolta, in anni passati, belle storie davvero. E se il mio piccolo editore un po’ travagliato si decide a stampare, voglio comunque cercare una libreria a napoli per presentare, anche per rimettere un po’ insieme, se mi riesce, qualche amico locale.

  5. Molto bello, mi ha fatto riflettere principalmente sulla “comunanza di silenzi” che trovo interessante 🙂 ciauz

    • Sì, questa è una mia teoria sulle relazioni in generale, tra amici o tra partner in amore. Trovo molto bello un certo tipo di silenzio, molto odioso quell’altro tipo. Ovviamente è una teoria tutta sgangherata ma che però a volte mi dice molto del tipo di relazione che ho con una persona. Ciao!

  6. questo post emana un languore dolcissimo. me lo ha detto il mio corpo, troppo stropicciato dall’insoddisfazione e dall’apatia plumbea degli ultimi tempi.
    sottoscrivo in pieno ciò che hai detto a proposito del valore del silenzio.

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