Archivi del mese: aprile 2013

Anzac Day, il 25 Aprile australiano

Ogni tanto mi ricordo che il portale ANordestdiche mi dà l’occasione di pubblicare qualche articolo da questo pezzo di terra sottosopra nel quale sono da quasi un anno, ormai. Quale migliore occasione di questa giornata per provare a raccontare cosa significa il 25 Aprile in Australia? Per chi fosse interessato, quindi, è possibile leggere l’articolo qui.

In questo spazio più personale voglio invece aggiungere le sensazioni che ho provato questa mattina, quando all’alba ho partecipato al Dawn Service. Era ancora buio quando le prime parole dell’inno australiano risuonavano sul Five Rivers Lookout, punto di confluenza dei grandi fiumi che si incontrano nel Cambrige Gulf. Siamo nel Kimberley, a ridosso del Northern Territory. Lo scenario era drammatico, e la stessa transizione dal buio alla luce conferiva a quella che dopotutto è una normale cerimonia di alzabandiera l’aura di un accadimento.

Non mi dilungo molto, e per una volta lascio parlare poche, sfocate immagini. Quello che voglio dire è che nonostante la tristezza di non potere essere in madrepatria e festeggiare la ricorrenza che sento più mia, in quanto Italiano, ho avvertito una sensazione di pace nel notare i volti delle persone che seguivano attente una cerimonia che non è strumentalizzata da nessuna fazione politica, sulla quale c’è una memoria condivisa e che, soprattutto, serve da monito alle future generazioni per far sì che tali orrori non accadano più. Ho potuto constatare, seppur in minima parte e con l’ausilio di racconti e testimonianze, quello che mi era stato raccontato: che qui il 25 Aprile è la festa di tutti.

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La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Saggio sulla giornata riuscita

“In effetti esiste una canzone che potrebbe avere questo titolo. La canta Van Morrison, “il mio cantante” o uno di loro, e in realtà non si chiama così, prende il nome da una piccola località dell’America, peraltro insignificante, e racconta, sì, immagini di un viaggio in macchina fatto una domenica, giorno in cui la riuscita della giornata sembra ancora più difficile che in tutti gli altri giorni. Si tratta di una gita in due, con una donna probabilmente, narrata nella forma del Noi (dove la riuscita della giornata è un avvenimento ancor più grande che da soli): pescano sui monti, poi continuano il viaggio, comprano il giornale della domenica, poi continuano il viaggio, uno spuntino, poi continuano il viaggio, lo splendore dei tuoi capelli, l’arrivo della sera, e l’ultima riga, suppergiù così: “perché una giornata qualsiasi non può essere come quella?”. È una canzone brevissima, forse la ballata più breve che sia mai esistita, dura appena un minuto, e chi la canta è un uomo già quasi anziano, con qualche ultimo ciuffo di capelli, e di quella giornata si racconta più parlando che cantando, per così dire senza canto, suono, tono, un mormorare come di passata ma a petto tutt’aperto, che nel momento della massima apertura s’interrompe di colpo.
E forse la linea della bellezza e della grazia non può più prendere, al giorno d’oggi, una dolce sinuosità come al tempo di Hogarth, quel XVIII secolo che era inteso come una pienezza tutta terrena propria dell’epoca. Non corrisponde forse a uno come noi, adesso, il fatto che una forma come quella si frantumi in continuazione, finendo per incespicare, balbettare, ammutolire e zittirsi, per poi ricominciare e prendere vie traverse, pur se alla fine tende come sempre a un’unità, a qualcosa che sia un tutto? E non è altrettanto conforme a noi, adesso, alla fine del XX secolo, il fatto che siano operanti più le idee di una singola giornata riuscita che quelle di qualsivoglia eternità o di un’intera vita riuscita, purché non solo nel senso dell’ “Adesso è adesso” (inteso non certo come un “vivi alla giornata”) ma anche con la speranza – no, il desiderio – no, il bisogno – di immaginare, indagando gli elementi dell’intervallo di un giorno, pure un modello per uno spazio di tempo più grande, uno ancor più grande, il più grande possibile? Sì, perché il mio vivacchiare di adesso, da un giorno all’altro, dopo che sono sfumate tutte le precedenti idee sul tempo, senza alcuna conformità a una legge (sia pure lasciando essere ciò che serve per vivere), senz’alcuna relazione (con te, con quel passante), senza la minima certezza (che il momento di gioia di oggi si ripeterò domani o un giorno): un vivacchiare del genere, sopportabile in gioventù e a volte accompagnato (guidato?) perfino da una certa spensieratezza, ora si ribalta sempre più spesso in un grave disagio e con gli anni si fa per giunta rabbiosa irritazione.
Ma siccome questa rabbia non riesce a rivolgersi, com’era invece in gioventù, né contro il cielo né contro l’attuale situazione della terra né contro un terzo qualsiasi, mi rivolto io contro di me. Dannato, perché non vedo più noi insieme? Maledetto, perché già alle tre del pomeriggio la luce giù nel sentiero o il battere dei treni sui binari o il tuo viso non è più quell’evento valido per il più lontano futuro che ancora stamattina contava così tanto? Dannato, perché meno che mai riesco, in netto contrasto con l’immagine consueta dell’invecchiare, a trattenere, a capire, ad apprezzare i momenti della giornata e della vita? Maledetto, perché sono, nel vero senso della parola, così dispersivo? Dannato, maledetto, dannato. (Ma guarda, là fuori ad asciugare, sul davanzale dell’abbaino della casa a timpano, le scarpe da ginnastica del figlio del vicino, quel ragazzo che ieri sera, sotto la luce dei riflettori del campo qui in periferia, vedevamo pizzicare la cucitura della maglietta mentre aspettava che gli passassero la palla).”

 

Saggio sulla giornata riuscita, Peter Handke

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