Nàpolide

Oblio

Il grande segreto si dà quando uno non ha più niente da nascondere e nessuno allora lo può più afferrare. Da ogni parte il segreto, e niente da dire. Gilles Deleuze – Conversazioni

Dopo aver fatto yoga prendo sempre il treno per tornare a casa, ma dopo una lezione come quella di ieri (le posizioni all’in piedi sono energizzanti) avevo voglia di camminare, se non fino a casa almeno fino alla stazione centrale. È bello camminare per la città sotto la pioggia, soprattutto quando la città in questione la pioggia la odia. Camminare sotto la pioggia allora mi dà l’impressione di farmi ritrovare faccia a faccia con la città, di seguire un mio percorso personale fatto di vicoli e scorciatoie e tettucci sotto i quali ripararsi, piuttosto che essere irreggimentato nella folla amorfa che mi sta un po’ antipatica. Quando devio dall’ordinario mi aspetto sempre che qualcosa di straordinario accada. Se perdo il treno perché mi sono attardato a vedere la vetrina della libreria, ciò vuol dire che nel treno successivo succederà qualcosa, oppure significa che devo tornare indietro e comprare quel libro il cui titolo mi aveva colpito. Non so se rendo l’idea. Ma il giochino funziona se non si è troppo coscienti di esso. È per questo che solo retrospettivamente ho dato all’incontro con lei, sotto la pioggia, di fronte all’Università che un tempo frequentammo insieme, quel carico di inaspettato e magico al tempo stesso.

Un capolavoro è a volte una cosa che non si capisce molto bene, una cosa incerta, dai confini spuri. Non è questa una delle caratteristiche dei capolavori? Ma un capolavoro è anche una cosa riuscita alla perfezione, che non ha difetti. Come arrivare in fondo al sillogismo, dunque? Dobbiamo spiegarci la perfezione con il surrogato della nostra immaginazione, che va a colmare quel vuoto lasciato dai difetti connaturati in ogni cosa. C’è questo passaggio chiave in The Master, secondo film della mia personale serie commemorativa dell’attore appena scomparso: Seymour-Hoffman è il maestro, un ciarlatano imbonitore precursore dei venditori di verità che verranno, e nell’evoluzione della sua teoria c’è lo spostamento di focus dal ricordo all’immaginazione quale chiave di volta per scardinare ciò che si frappone tra l’uomo e la sua realizzazione.

So che è poco credibile, eppure a quella ragazza mi era capitato di ripensare di recente. L’avevo fatto perché notavo che di tutte le persone del mio passato, del passato più prossimo, mi è rimasto un ricordo che si contamina ogni volta nel parossismo del social network. Lei era l’unica, a ben vedere, dato che è una delle poche persone a non esserci su Facebook, il cui ricordo si annidava tra il chiaroscuro che c’è tra oblio e immaginazione. 

Sebbene avessi voluto vedere il film per la presenza dell’attore appena scomparso, è un’altra faccia quella che alla fine mi è rimasta impressa: la faccia di Joaquin Phoenix nei panni di Fred Quell, reduce di guerra in cui l’oblio degli orrori si innesta nell’immaginazione drogata dall’alcol e dalle nevrosi. Lui non è il maestro bensì il servo, il soccombente, colui che affida la sua salvezza alle mani di un altro. Non si può dire chi è che predomina in questa relazione tra l’imbonitore di successo e il reietto dalla camminata curva. Una cosa incerta, non definita, come la debolezza che alla fine si rivela come strumento di forza perché è dall’accettazione della debolezza che nasce la libertà. Fuori continuava a piovere ed io mi attardavo sui titoli di coda. Avevo avuto l’impressione di aver visto un capolavoro, una storia in cui niente va per il verso giusto, alchimia necessaria per raggiungere la perfezione.

Avevo poco sonno e mi ero attardato su Facebook. Scorrevano i video della vita dei miei amici: era tutto là, non si può dimenticare nulla, tutto è salvato dall’oblio ma non resta nulla da ricordare.Forse io e quella ragazza pensavamo le stesse cose quando ci siamo voltati indietro e guardati per un attimo sotto la pioggia. In fondo, durante quelle poche volte in cui ci eravamo parlati all’Università, mi era sempre parso che la mente dell’uno fosse un libro aperto per l’altro, in cui uno completava quel che l’altro non sapeva di voler dire. Io sostengo che le relazioni funzionano quando il silenzio funziona, ma attenzione, deve essere un silenzio che lascia presupporre non il vuoto, bensì una comunanza. È quindi sempre la parola a vincere, quella che sgorga senza costrizioni. Se c’è quella in comune allora si può anche tacere. Un po’ come lo scrittore che omette di dire: se egli sa ciò che omette allora crea mistero e stimola l’immaginazione del lettore, altrimenti sta barando, vuole tenerci incollato ad esso con un espediente non sapendo che così facendo finirà presto nell’oblio.

Tra me e quella ragazza avrebbe potuto funzionare. Eravamo entrambi fidanzati all’epoca, credo, e poi ci siamo persi di vista. Credevo sarebbe andata via, che avrebbe trovato altrove la sua realizzazione, e invece era là di fronte all’Università. Forse anche lei aveva pensato che non sarei più tornato. È una consolazione non poter rivedere il video della sua vita su Facebook: avrebbe tolto tutto all’immaginazione. A volte l’oblio è la cosa più giusta. Avrà pensato la stessa cosa quando, sotto la pioggia, entrambi senza ombrello, ci siamo guardati e sorriso per un attimo e poi ripreso la nostra strada verso casa senza parlare, con la sensazione di preferire un ricordo. Un ricordo salvato dall’oblio.

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Un’idea fissa

Li ho visti andare e venire, attraverso continenti e oceani, ma ho nascosto le tracce dei loro passi. Dove soffio io, non resta più nulla. Sono io che dico l’ultima parola. E poi verrà il silenzio. Un giorno bisogna spogliarsi anche della menzogna legata all’identità che ci siamo portati dietro dalla nostra patria. Nel farlo proviamo un grande sollievo, ma in quella complessa nudità, in quell’impudicizia avvertiamo poi un che di spaventoso. Un giorno sentiamo che la nostra identità vacilla, inizia a sgretolarsi. Ce ne ricordiamo ormai come di un’idea fissa.

Sándor Márai – Il sangue di san Gennaro
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The suburbs

Probabilmente gli artefici dell’edilizia popolare, architetti e ingegneri e politici e chissà chi altri, non avevano ben presente l’effetto devastante che chilometri e chilometri di bruttezza affiancati orizzontalmente e verticalmente in materiali scadenti e colori opachi avrebbero prodotto, seppure a livello inconscio, su quella fetta affatto trascurabile di popolazione o popolo che ivi sarebbe stata destinata a vivere. Oppure sì, avevano preventivato che da qualunque angolazione, in qualsiasi evento climatico, in ogni cosiddetta stagione della vita, insomma, che si voglia intenderla come la finitissima esistenza di un individuo oppure la leggermente più lunga e significativa estensione di un ciclo socio-economico di una data società, quella bruttezza sarebbe stata così evidente e scontata che avevano respinto al mittente quelle critiche che, chissà, erano state proferite dallo stesso mittente per atto dovuto e non perché si credesse che la critica di quella bruttezza avrebbe potuto sortire un qualche effetto benefico, stante che tutti i parametri di efficienza-costo-opportunità erano stati rispettati in pieno.

Dando quindi per scontata l’oggettiva irrecuperabilità di una sensazione estetica positiva, bisogna ricondurre l’estasi che ho provato alla visione, ieri sera, di una serie di palazzoni tutti identici visti da una stazione della periferia di Napoli, esclusivamente a uno stato d’animo.  Certo, c’era una luce crepuscolare molto favorevole, l’aria era pulita anche se in quella periferia si condensano i fumi dell’industrializzazione cittadina residua e made in china, aveva piovuto durante la mattinata e forse, complice quell’acqua, l’ocra sbiadito aveva avuto gioco facile nel conservare gli ultimi riflessi del sole, serbandone il rosso. Un astro non identificato, poi, faceva capolino (nei quadretti estatici c’è sempre un astro a far da capolino).

Lo stato d’animo è quello di una persona che torna nella sua città e le tende una mano, e nel farlo si accorge che bisogna andare in quei luoghi là. Per dirlo meglio, se si intende avvicinarsi ai margini della società (per una qualsiasi ragione, anche la più utilitaristica) intesa come conglomerato di misere esistenze umane, bisogna anche cercare di comprendere quei luoghi dove quell’esistenza si svolge e perdonarne la bruttezza, dato che ad altri non è stata data altra scelta. Ma vi prego di non pensare ai buoni sentimenti, quelli ora non c’entrano proprio. E che non mi si dia del volenteroso, nemmeno: se davvero lo fossi imbraccerei una macchina fotografica, anche la più scadente dato che – come noto – per fare una buona fotografia non occorre nessuna apparecchiatura di rilievo, e girerei per le periferie di questa città e proverei a sorprenderle nei momenti di luce crepuscolare e nelle epifanie di vite parallele invisibili a più ma eppure presenti, congenite, nonostante gli artefici dell’edilizia popolare.

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Una cosa semplice

Che poi, al rischio dell’autocompiacimento non sfugge nemmeno chi invoca la semplicità. Men che mai il sottoscritto, che ieri per inveire contro le derive della lingua italiana ha dimenticato di dire quel che voleva dire, che era una cosa molto semplice invero. Io sono un non credente. Il che è cosa diversa dal dire io non sono credente. Non sto negando di esserlo ma sto affermando il contrario. Questa è una cosa molto semplice da dire, e però quando ho sentito parlare di non credenti che si avvicinano, secondo il loro modo e i loro tempi, al mondo della fede, mi è sempre parsa una cosa molto complicata. Non è complicata. Io stesso l’altra sera sono capitato in chiesa, e non uno il verbo capitare a sproposito. Ero entrato nel chiostro della Basilica di Santa Chiara perché volevo osservare l’opera di un famoso artista, forse francese, che l’anno scorso pare abbia tappezzato la città con le sue opere “neo-rinascimentali”. Purtroppo, dell’angelica figura in questione rimaneva soltanto una testa mozzata e scritte volgari. Il classico refolo di vento e alcuni cani inquieti mi avevano convinto poi ad entrare nella chiesa, nella quale non mettevo piede da molto tempo. L’interno della Basilica è molto semplice: un’unica navata, soffitto a travi di legno incrociate, piuttosto alto, e cappelle laterali nelle quali timidi dipinti di santo risiedono. Era in corso una messa, e mi sono accomodato sulle lunghe panche. All’inizio osservavo gli altri avventori. Quelli che erano dietro, come me, non avevano nessuno con cui scambiare il segno della pace. Avevo provato poi a prestare attenzione alle parole del prete, sperando che egli fosse davvero una guida e non un semplice intermediario. Difficile, per chi non ha fede, ritrovare nei riti liturgici, recitati da tempo immemore immutati, una qualche verità. Forse mi sentivo semplicemente solo, fatto sta che riassaporavo tra me e me quel dubbio che mi porto dietro da un po’ di tempo, il fatto cioè che a volte temo che la ricerca della felicità per come la intendiamo noi, esseri umani nati dalla fine degli anni ’70 in poi in questa parte fortunata di mondo, leggasi odierna società occidentale consumista (ed edonista), sia un po’ immorale. Questa vorrei spiegarla meglio, ma a cosa servirebbe? Mi dilungherei inutilmente e a voi non interesserebbe. Vi basti sapere che all’uscita della chiesa ho conosciuto due donne della comunità di S. Egidio, e ho chiesto loro informazioni su come fare per servire da volontario durante la cena di Natale. Mi avviavo così con spirito felice verso il luogo dell’appuntamento di quella sera, appuntamento al quale guardavo ora con benevolenza perché mi avrebbe permesso di scrollarmi di dosso quell’eccesso di introspezione, quando mi sono sorpreso ad ignorare vari questuanti che chiedevano la carità. Volevo tornare indietro per cercare di riparare, per capire, e poi mi sono reso conto che ho tante domande e non so a chi farle.

 

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Senza immagini e senza finale

La bellezza non te l’aspetti all’inizio della giornata, proprio no, dovrebbe piuttosto essere il culmine di una ricerca che dovrebbe essere attiva e volitiva, e non invece sbattuta tra un ritardo del treno e una pioggia inaspettata. Nella mattina del tuo primo giorno di lavoro. Quindi forse sono giustificato se non ho scattato una fotografia, ma il fatto è che non ci avevo nemmeno pensato. Il panorama che si ammira dalla stazione di Portici è ormai ben radicato nel mio immaginario visivo, e poi c’era quel vento e la pioggerellina, insomma, non fosse stato per la ragazza che diceva all’amica che prevedeva fitte piogge perché le barche non erano uscite, io forse nemmeno me ne sarei accorto che stavano effettivamente tutte lì rannicchiate dietro agli scogli. La bellezza stava tutta lì, peccato non potervelo spiegare meglio. Poi c’era quella storia dell’umore un po’ sballottato per il riuscire a fare tardi la mattina del primo giorno di lavoro, ma anche quella storia che avevo letto la sera prima di addormentarmi (dato che mi ero ricordato che usavo fare così quando avevo delle abitudini regolari, quando non ero social, quando non uscivo per lenire una solitudine che non sapevo di avere: andavo a letto presto e leggevo), ed era una storia letta su Internazionale della scorsa settimana, una storia cruda e nuda sull’inutilità del lavoro, cioè della moltiplicazione, nell’epoca moderna, di attività lavorative che non apportano nessun beneficio alla società, che potrebbero tranquillamente non esistere, posizioni molto spesso ben remunerate e per questo motivo, per lo stridente contrasto con l’infima considerazione e modesta soddisfazione economica che ricevono lavori umili ma essenziali, ancora più inutili. Davvero, non c’era nulla da eccepire in quella storia, c’è da meravigliarsi come sia riuscito ad addormentarmi subito, e stamattina me la trascinavo un po’ dietro insieme a quei trenta minuti di ritardo diventati poi quaranta, senza contare l’emozione che alla fatidica penultima fermata si è finalmente mostrata, solo per un po’, soppiantata da una respirazione lunga e controllata, un’emozione compassionevole per un giovane trentenne che come un ragazzino si presenta sbarbatello e ripulito il primo giorno di lavoro. Lo sapevo che andava a finire a sentimento, mò una bella foto delle barchetelle di stamattina ci starebbe proprio bene. C’era un’illustrazione a corredo di quella storia del e sul lavoro, o in realtà accompagnava l’articolo seguente che continuava però sullo stesso tono: un’invettiva contro la cravatta. Mostra in ripetizione il volto di uno stesso uomo e diverse fasi del nodo della cravatta, il viso che invecchia e il cranio che perde i capelli e che al momento del nodo diventa teschio. L’invettiva contro la cravatta qualche volta ve la ritaglio qui, però dato che nel nuovo ufficio la cravatta non bisogna portarla concludo qui, senza immagini e senza finale.

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Ricomincio da tre

Di ritorno da un viaggio accade al viaggiatore napoletano di trovarsi in uno stato di acuita sensibilità nei confronti della propria città che si manifesta sin dai primi passi in aeroporto. La fermata del bus, gli orari. La fila che si distorce e contorce perché le regole non scritte fanno sentire la propria presenza. I volti dei figuranti in questo sogno di ritorno. A volte accade che l’ipersensibilità sia compassionevole: guardatela, povera città, non è colpa sua, ci sta provando con tutte le sue forze. L’autista del bus che chiede conferma ai turisti se i biglietti fossero proprio ciù e non uan; le bottiglie di vetro messe tutte nei sacchi neri, e pazienza se di colori diversi, già è tanto; due ubriachi che nella Piazza Capuana tentano di trovare un equilibrio duraturo in una danza sbilenca sotto il marmo annerito della porta aragonese; e poi lui, quel volto che all’estero lo riconosci subito, trasandato nonostante l’aspetto curato, una stanchezza e una sollecitudine nello sguardo, che si fa largo nel traffico dopo aver caricato sul tetto della macchina la sua bancarella. Tutta quella roba ammonticchiata avvolta in buste azzurre, mio dio. Riesco a scorgere un cartello tutto a tre euro che si affaccia al finestrino posteriore. E niente, in realtà dall’Aragòn ci sono appena tornato, solo che una notifica mi ha segnalato che sono tre anni che facciamo questo gioco del blog e mi son ricordato che tutto è cominciato dopo un ritorno a Napoli. Ricomincio da qui.

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Sovversivo

Insomma l’hai visto il sottopassaggio?

Ci sono sottopassato due volte. Sono sbucato tra Piazza San Ferdinando e piazza Plebiscito, poi in quelle tre o quattro vie di rappresentanza, col San Carlo la Galleria eccetera come i mobili nel salotto buono delle famiglie decadute: nelle altre stanze meglio non gettare lo sguardo altrimenti dicono denigri il buon nome. Ma qui un po’ di belletto e il buon nome è salvo, restaurato con poca spesa e qualche brutto neo il volto borbonico dei bei tempi. Bei tempi per chi? Nostalgie non mie, ancora troppo giovane, non capisco la poesia di queste cose, ci vuol altro per impressionarli i giovani d’oggi!

E il grattacielo col ristorante all’ultimo piano?

L’ho visto, l’ho visto, come si fa a non vederlo? Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportamatore. E c’è il grattacielo e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito.

Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera. Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo.

E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.

 

Raffaele La Capria – Ferito a morte

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Giosuè

Oggi ho conosciuto un ragazzo di nome Giosuè. È un ragazzo sulla ventina, forse poco più, alto e con un paio di spalle da nuotatore. Vuole fare il duro ma gli si legge nello sguardo un animo gentile. Non mi ha raccontato molto della sua infanzia, ma ho avuto l’impressione che sia stata abbastanza travagliata. Può anche darsi che tutte le impressioni che ho avuto nel corso della nostra breve chiacchierata siano infondate. D’altronde, quando entriamo in contatto con una persona abbiamo bisogno di schemi, non possiamo permetterci il lusso di resettare la nostra mente e annullare pregiudizi, scorciatoie mentali, supposizioni. Quindi le darò tutte per buone, con la consapevolezza che, in un altro momento, avrei potuto averne di diverse. Magari lo incontrerò ancora e lui sarà allegro, sarà contento per una quisquilia che gli è successa e riguarda solo la sua piccola vita, ma che è in grado di farlo sorridere un po’ di più, e allora la mia impressione si plasmerà grazie a quest’altro elemento. Ma non voglio divagare.

Giosuè è un ragazzo ambizioso e volenteroso, uno di quelli che si prodigano per migliorare le cose, senza però l’arroganza di chi crede di avere tutte le soluzioni in tasca. Mi ha detto di essere laureato, anche se da come si esprimeva avrei faticato a dirlo. Impressioni. Mi raccontava che nel paese dov’è nato non ci sono tante possibilità. Un paese dove bisogna lottare duramente per conquistare un posto nella società, e lui all’inizio aveva anche intenzione di farlo, ma poi le cose si sono fatte troppo difficili. Volevo saperne di più, continuavo a fargli domande ma lui glissava, preferendo parlare d’altro. Superando la sua diffidenza, chiedeva di me, della mia vita e delle mie aspirazioni. Anche io tagliavo corto, in realtà. Forse volevo dargli un’impressione diversa, volevo scappare per un po’ da quel me stesso in cui sono rimasto imbrigliato. Cosa c’è di meglio che una nuova conoscenza per resettare un po’ la nostra mente e trovare conforto in un’altra identità? Ma sto divagando.

Ho pochi elementi per tratteggiare ulteriormente la sua personalità. Non abbiamo parlato per molto, in fondo. Mi mostra una foto della madre, a cui è molto affezionato. Dei fratelli non sa più nulla, ormai da un bel po’. Una lontana tristezza gli vela lo sguardo per un attimo, ma poi con una gran risata mi dice che la vita è bella. Mi dice che da un po’ di tempo ha una donna. Hanno anche un figlio, non esattamente in programma ma che lui ha accettato con spensierata incoscienza. La sua donna si accontenterebbe di un po’ di soldi per tirare avanti, mentre lui vorrebbe essere presente nella sua vita. Forse pensava a questo quando l’ho visto assorto, da lontano, prima che mi avvicinassi e avessimo l’occasione di parlare. Gli ultimi scambi li abbiamo avuti sul ciglio della strada, quando guardando dall’altra parte abbiamo osservato le macchine incolonnate per fare benzina: macchine di tutti i tipi, arroganti e di grande cilindrata, che per questo credevano di avere il diritto di saltare la fila, e altre più umili che se ne stavano in silenzio e polverose aspettando il loro turno. Tutto pur di risparmiare i dieci centesimi dello sconto domenicale sul pieno. “Anche qui non state messi granché, ma ti assicuro che a me va bene”, mi dice infine. Giosuè mi restituisce le chiavi della macchina, posa l’erogatore della benzina e mi augura una splendida serata. Chissà qual è il suo nome, penso mentre dallo specchietto retrovisore lo osservo che si prepara a una notte solitaria, di nuovo assorto sulla sua sedia di plastica bianca: nel distributore di benzina in cui l’hanno messo oggi non si pratica nessuno sconto.

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Il lavoro logora in ogni caso

Dove abbiamo sbagliato? Volevamo diventare creativi e artisti, volevamo esercitare la pratica forense e quella medica, volevamo diventare professionisti affermati. Abbiamo studiato lettere, comunicazione, politica. E non sappiamo fare nulla. Con le nostre mani, dico. Nulla. Non siamo scappati di casa appena la legge ce lo consentiva, abbiamo temporeggiato in attesa dell’indeterminato, ma di indeterminato c’è rimasto solo il futuro. Il tempo passa, guardandolo da qui i campi prospettici sono lunghi, tante eternità ci bloccano la visione e paiono insormontabili. Poi ad un tratto ci accorgiamo che il tempo è davvero passato, in città non è rimasto più nessuno, e abbiamo confuso le nostre aspettative con quelle di qualcun altro. Vogliamo scappare, ci dimeniamo, ma più passa il tempo e più sentiamo la presa forte della città. Società arcaiche le nostre. Il progresso e il benessere economico non è mai stato raggiunto dagli stanziali, quelli che hanno sovvertito l’ordine delle cose sono sempre stati quelli che sono andati, quelli che si sono impiantati in un luogo e hanno avuto fede di costruire dal nulla quello che in casa loro risultava inedificabile. Ma ci sono quelli che vogliono rimanere, quelli che lo considerano un dovere e quelli che lo considerano un diritto. Quelli che pensano che, ad andarsene, non si ha più diritto ad avere nostalgia, e quelli che restano e sognano sempre un altrove, chimerico e lontano. La città non cambia ma non le si può fare una colpa per questo: non è lei a dover cambiare.

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Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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