Canterbury tales

Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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The songlines

I had a presentiment that the “travelling” phase of my life might be passing. I felt, before the malaise of settlement crept over me, that I should reopen those notebooks. I should set down on paper a resumé of the ideas, quotations and encounters which had amused and obsessed me; and which I hoped would shed light on what is, for me, the question of questions: the nature of human restlessness.

Pascal, in one of his gloomier pensées, gave it as his opinion that all our miseries stemmed from a single cause: our inability to remain quietly in a room. Why, he asked, must a man with sufficient to live on fell drawn to divert himself on long sea voyages? To dwell in another town? To go off in search of a peppercorn? Or go off to war and break skulls?

Later, on further reflection, having discovered the cause of our misfortunes, he wished to understand the reason for them, he found one very good reason: namely, the natural unhappiness of our weak mortal condition; so unhappy that when we gave to it all our attention, nothing could console us.

One thing alone could alleviate our despair, and that was “distraction” (divertissement): yet this was the worst of our misfortunes, for in distraction we were prevented from thinking about ourselves and were gradually brought to ruin. Could it be, I wondered, that our need for distraction, our mania for the new, was, in essence, an instinctive migratory urge akin to that of birds in autumn?

All the Great Teachers have preached that Man, originally, was a “wanderer in the scorching and barren wilderness of this world” – the words are those of Dostoevsky’s Grand Inquisitor – and that to rediscover his humanity, he must slough off attachments and take to the road.

My two most recent notebooks were crammed with jottings taken in South Africa, where I had examined, at first hand, certain evidence on the origin of our species. What I learned there – together with what I now knew about the Songlines – seemed to confirm the conjecture I had toyed with for so long: that Natural Selection has designed us – from the structure of our brain-cells to the structure of our big toe – for a career of seasonal journeys on foot through a blistering land of thorn scrub or desert.

If this were so; if the desert were “home”; if our instincts were forged in the desert; to survive the rigours of the desert – then it is easier to understand why greener pastures pall on us; why possessions exhaust us, and why Pascal’s imaginary man found his comfortable lodgings a prison.

Bruce Chatwin, The Songlines.

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The Kingdom by the Sea

It was early in my trip but already I was curious about English people in their cars staring seawards, and elderly people in deck chairs all over the south coast watching waves, and now Mr Bowles, the old railwayman, saying, “I like this…the open sea.” What was going on here? There was an answer in Elias Canetti’s Crowds and Power, an unusual and brilliant – come critics have said eccentric – analysis of the world of men in terms of crowds. There are crowd symbols in nature, Canetti says – fire is one, and rain is another, and the sea is a distinct one. “The sea is multiple, it moves, and it is dense and cohesive” – like a crowd – “its multiplicity lies in its waves” – the waves are like men. The sea is strong, it has a voice, it is constant, it never sleeps, “it can soothe or threaten or break out in storms. But it is always there”. Its mystery lies in what it covers: “Its sublimity is enhanced by the thought of what it contains, the multitudes of plants and animals hidden within it.” It is universal and all-embracing, “it is an image of stilled humanity; all life flows into it and it contains all life.”

Later in his book, when he is dealing with nations, Canetti describes the crowd symbol of the English. It is the sea: all the triumphs and disasters of English history are bound up with the sea, and the sea has offered the Englishman transformation and danger. “His life at home is complementary to life at sea: security and monotony are its essential characteristics.” “The Englishman sees himself as a captain,” Canetti says: this is how his individualism relates to the sea.

So I came to see Mr. Bowles, and all those old south coast folk staring seawards, as sad captains fixing their attention upon the waves. The sea murmured back at them. The sea was a solace. It contained all life, of course, but it was also the way out of England – and it was the way to the grave, seawards, out there, offshore. The sea had the voice and embrace of a crowd,, but for this peculiar nation it was not only a comfort, representing vigour and strength. It was an end, too. Those people were looking in the direction of death.

(Paul Theroux, The Kingdom by the Sea)

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Bat&Ball

Il Bat&Ball è uno di quei pub inglesi che ci si aspetterebbe di trovare in un film degli anni ’80. Siamo fuori dal centro, Old Dover Road è l’antica strada che da Canterbury porta alla poetica città delle scogliere bianche, e il Bat&Ball sembra – a leggere gli annunci scritti in gessetto azzurro sulla lavagna esposta fuori, quasi a ridosso del semaforo – l’ultimo posto dove rifocillarsi prima di affacciarsi direttamente sulla Manica. In serate come questa, però, si beve soltanto. Anche il cuoco è fuori, appollaiato sul bancone a guardare la partita. Non che me ne freghi molto: il pub è per me un esercizio filosofico, quando frequentato da solo. Il problema – la fortuna! – è che solo non lo sei quasi mai. Per chi tifi, mi chiede in uno strano accento lo studente asiatico al cui tavolo mi unisco, e io rispondo che non lo so, forse per il City, giusto perché è l’underdog (ho finalmente l’occasione per usare questa parola) e perché deve recuperare i punti persi durante l’anno, e questo nonostante abbia quell’Italiano come allenatore, proprio non lo sopporto! e tu, per chi tifi? United. Come mai? Non lo so, è la mia squadra.

Due bionde laccate, dalla pancia gonfia per l’alcol, cominciano a parlare sommessamente, reprimendo la nenia di risa e gridolini, non appena i loro uomini si allontanano per una sigaretta. Quella di fronte a me si stringe nelle spalle come a dire all’altra che andrà tutto bene. L’altra si gira e si sforza di sgranare gli occhi per osservare la televisione. Il City ha segnato, ma in pochi esultano. Mi pare di vedere sempre le stesse facce, qui. E’ a due passi da casa, il Bat&Ball. Immagino mi piaccia tanto perché rappresenta un appiglio contro la casualità della vita nomade e incerta, perché è polveroso e perché dietro al bancone c’è ancora Bob, appesantito dagli anni e da molte altre cose, che spilla le sue birre artigianali i cui nomi evocano luoghi nascosti – non remoti ma intagliati in chissà quale angolo del giardino d’Inghilterra. Deve notare la mia presenza perché mi dà a parlare, vuole capire che ci faccio lì. Mi dice che i pub come il suo stanno chiudendo, la concorrenza dei supermercati e le nuove tasse sul prezzo unitario per l’alcol non si possono più sostenere, i giovani fanno il pieno prima di scendere e poi vanno direttamente a stordirsi in discoteca. Mentre lo ascolto mi rendo conto di aver già sentito questo discorso, probabilmente alla TV. Bob lo stava ripetendo uguale, senza considerare che nel suo locale ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione – qualche decennio fa – dove le statistiche sui giovani non attecchiscono.

Lo United prova ad attaccare, a far valere la forza del blasone. Un tempo i suoi tifosi erano presi in giro da quelli del City perché la loro squadra era controllata da una dirigenza straniera. Ora che anche l’altra parte di Manchester deve ringraziare uno sceicco arabo per i fuoriclasse e per le ambizioni pagate a peso d’oro, ci si limita a una sterile rivalità (le scritte fluorescenti che si alternano sui tabelloni elettronici a bordo campo pubblicizzano una compagnia di bandiera araba, un Gran Premio di Formula 1 in uno stato arabo e anche un’altra cosa, evidentemente riservata al pubblico mediorientale). Seicento i poliziotti dispiegati per placare possibili disordini, ma quello che si vede dall’inquadratura è una file di giubbe gialle impegnate a guardare la partita assieme ai tifosi.

Mi sono ormai alzato dal tavolo e mi godo gli ultimi dieci minuti seduto al bancone, da solo. Gli adesivi vintage attaccati alle pareti ripropongono vecchie glorie del cricket – in fondo il Kent County Cricket Stadium è proprio di fronte al pub. Guardandoli meglio, però, mi rendo conto che vintage non è la parola giusta. Quegli adesivi sono vecchi. Le stesse bottiglie messe a prendere polvere sullo scaffale sopra al bancone raccontano di breweries sconosciute, etichettate secondo il gusto del secolo scorso. Dalla mia nuova prospettiva noto che le mensole danno tutte l’impressione di cedere, semmai si spostasse l’equilibrio dei bicchieri. Finisco la mia seconda Masterbrew: il finale sa di lievito ed è spillata tiepida e senza troppo gas. Gli esperti dicono che le vere birre si bevono così. Saluto Bob e i ragazzi asiatici e mi avvio fuori, prima che il diluvio tropicale tipico di questi giorni si abbatta di nuovo sulla città. Mentre apro la porta noto un adesivo con la scritta: Support the real English pub.

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Day X, London

E poi si arriva a Londra. La città al centro di tutto. Ogni cosa è a un tiro di schioppo da Londra, ogni posto non dista più di novanta miglia dal mare e ogni posto non è troppo lontano dalla sua capitale. L’Inghilterra è il giardino privato della city grigia e onnipresente e famelica, talvolta generosa, spesso fagocitante. L’avevo lasciata in una delle rare giornate di sole, dove ogni cosa illuminata sembra quasi invitante e umana. Quando vi faccio ritorno è il solito grigiore. A Tottenham non si bada alle feste di Pasqua. Si va a fare la spesa nei supermercati o nelle piccole oscure botteghe, tutti insieme sotto la pioggia, si cerca un modo per festeggiare e per stare insieme. Siamo tutti quanti qui, tutto il mondo è qui, maledizione, questo posto non ha più nulla di autentico. E quindi “vado a Londra” non si sa se è una minaccia o una promessa, un sogno o un fumetto disegnato male. La pioggia insiste e ricorda a tutti di non farsi illusioni. La fermata Seven Sisters era un tempo quella del glorioso Rainbow Theatre, dove si sono avvicendate le più grandi leggende del rock che allora non avevano che una vaga idea di quello che rappresentavano. Oggi quasi più nessuno viene al Rainbow. Dopo le rivolte della metà degli anni settanta, che trasformarono l’originario movimento skinhead nella sua versione nazista e violenta, Tottenham è quel posto al margine della città, senza fronzoli e povero.  Se ti fermi a Seven Sisters hai un appartamento non troppo costoso che ti permette di avvistare la città da lontano, puntando verso di essa, mischiandoti alla folla metropolitana per raggiungerla, confinandoti nottetempo a un esilio volontario e forzoso fatto di sguardi torvi, di incroci pericolosi, di mura ricoperte di messaggi minacciosi rivolti, spesso, a chi è percepito come il diverso di turno.

Se abiti nel quartiere forse non stai certo festeggiando alcunché, eppure il tentativo lo fanno tutti. Sorrisi forzati tentano di propiziare la giornata, di unirsi in una affettuosa comunione. Il ricordo delle rivolte dell’anno scorso si va affievolendo ma quel malessere e’ ancora vivo, soprattutto con le Olimpiadi alle porte. Questo posto sara’ una gabbia e non ci sara’ modo di scapparne. E’ paradossale che la nostra ennesima discussione sui motivi per cui siamo tutti qui avvenga proprio in questo quartiere. Quanto tempo ci vorrà per integrarci e se ne vale veramente la pena sono questioni che non coinvolgono una sola generazione: l’integrazione in un’altra cultura è un processo lungo e complesso, e molto spesso riguardava le generazioni successive per le quali c’era abbastanza energia e ottimismo in circolo da poter essere lungimiranti. Ma nel presente il tempo per guardare al futuro sembra irrimediabilmente perduto. Ci avevano detto che con un po’ di coraggio potevamo ottenere tutto quello che volevamo, che altrove la vita sarebbe stata magnifica, e ci rendiamo conto che la vita è proprio uguale dappertutto. Un posto con più regole non significa che la nostra vita prenderà a seguire quelle stesse regole prestabilite e andare avanti con passo regolare, conquista dopo conquista. Un posto con più regole è solo un posto come un altro, solo con più regole, e ogni conquista è un miraggio qui come altrove. Ci diciamo queste cose ma sappiamo che sono vere solo in parte: stiamo recitando, ci godiamo la drammaticità delle nostre parole, sperando tutti di non fare parte di nessuna statistica, di essere i soli attori delle nostre vite.

Si ricrea al chiuso di quattro mura un’atmosfera privata, che ricorda casa. Dopo tanto girovagare ritorno in contatto con chi capisce la mia lingua, con chi mi estorce parole che altrimenti non direi, e con chi mi invoglia a recriminare su ciò su cui davvero non ho più voglia di spendere una parola. Ma una tira l’altra, a un bicchiere segue l’altro, tutto questo weekend è stato un flusso ininterrotto di parole e di bicchieri, ponderando quasi mai nessuno dei due. Non rimane niente, c’è il solito bus da prendere durante il quale la città svetterà di nuovo indifferente a tutto, ci sarà qualcuno immobile alla fermata dei bus, giusto per ingannare il tempo, e ci sarà qualcuno su quel bus a ricordare o a immaginare o a dormire. Non fa differenza. E’ l’ultimo giorno che ci è concesso e ce lo viviamo fino in fondo. Le immagini delle tante persone incontrate e delle situazioni strane e bizzarre materializzatesi come d’incanto svaniscono nel nulla, nel torpore del bicchiere di troppo, e le parole lanciate come dei dardi vanno a cadere a terra pesantemente come fiocchi di neve stanchi del lungo viaggio da lassù e si dissolvono un istante dopo, come se nulla fosse successo. Era l’ultimo giorno di questa mia piccola avventura, vissuta per tre quarti in solitario e per l’altra pure, perché quando sei lontano non puoi mai dirti non interamente solo. Un giorno grigio e piovoso, non è così che era cominciato.

E allora ci riprovo, l’ultimo giorno a Londra è anche un altro, deve essere un altro. Ma è un giorno x indefinito e grigio, uno dei tanti. L’ultimo per davvero. Uno di quei giorni che te la fanno odiare, stà città, ancora di più. Tottenham è il buco nero e al tempo stesso la stella polare che mi attrae. Un Luna Park visto da lontano mi rende felice per qualche minuto. Ho bisogno di scappare dal circolo chiuso, ho bisogno di respirare arie diverse, ho bisogno di perdermi e uscire dalla mia zona di conforto, chissà se la traduzione in italiano rende l’idea. Ho bisogno di allontanarmi e vedere chi mi segue. Rimango solo. Ed è dura rincorrere il sole, fidarsi di quell’istinto che ti dice che, altrove, tornerà a splendere. Sento che è il mio ultimo giorno qui e voglio viverlo fino in fondo. Mi lascio cullare dalla folla e la osservo strabiliato. Camminare per questa città fa volare la mia fantasia. Prendere la metro è un’avventura fantastica che ogni volta tocca luoghi e sapori lontani. A stento riesco ad udire parole in inglese. Ai lati di Portobello c’è una stradina anonima, un ex tabernacolo è ora un laboratorio teatrale, un bar, una libreria e molto altro ancora. La comunità caraibica si prende cura del giardino comunitario: puoi chiederne le chiavi e una volta a settimana sarai tu a curarlo. La bottega di toelette per cani è anche un happy hour bar, il tizio dai capelli arancioni con la cintura di pailette ci invita ad entrare. Come la notte prima, orde di persone sciamano nei loro orpelli multicolore, lasciando all’immaginazione il compito di volare su trasgressioni e ribellioni. Ma durante la notte tutto ciò aveva un sapore agrodolce di tempo perduto, di irrimediabile vanità, una sorta di panacea alle asprezze e alle alienazioni della vita quotidiana. In questa domenica divenuta finalmente placida, non più. Tutto prende la forma di una inaspettata riconoscenza. E nella mia mente quegli stessi biasimi che, come tutti, rivolgevo a chi aveva fatto di questa città un luogo indistinto e senz’anima, ora mi parevano argomenti incontrovertibili a favore della strabiliante diversità culturale, terreno propizio per ogni sorta di meticciato, sperimentazioni, avanguardie, tolleranza e cosmopolitismo. Queste non sono parole vuote ma non si creano dal nulla. Devi essere nel posto giusto per farle prosperare.

Alla stazione dei bus ci torno con la Metro. C’erano pesanti disservizi ma il cittadino è misericordiosamente informato di tutto con largo anticipo. Sono tornato con la metro ma avrei voluto prendere una bicicletta. Il mio ultimo weekend era partito con una bicicletta, e anche il sole splendeva su Hyde Park, il vero motivo per cui io perdonerò sempre questa città. Avrei voluto urlare che con una bicicletta la città faceva meno paura, era anzi lei ad avere paura di te. Era più vulnerabile, si lasciava scoprire, e potevi fuggirne quando volevi. In un certo senso, con la bicicletta anche Londra era una citta’ romantica, anche se rimaneva grigia. Mi sono scoperto un inguaribile romantico. Ma alla stazione poi sono rimasto solo, con i miei piani di esplorazione rimasti un’utopia che lascerò a un altro me stesso realizzare. In attesa di un raggio di sole che non faccio in tempo a vedere ma che sono sicuro che c’è stato, un raggio verde brillante pieno di buoni presagi, penso che ora è il tempo di buttarsela alle spalle, di non pensare più a lei. Non riesco ad odiarla, questa citta’, perché sebbene mi abbia respinto più volte, mi ha fatto scoprire una parte di me che mi piace, verso la quale volevo andare da molto tempo. Si dissolve lentamente, osservata dal finestrino, la sua sagoma che avrei voluto avere l’opportunità di vivere fino in fondo.

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Day 2, Bristol

Bristol mi eccita e mi tranquillizza allo stesso tempo e per lo stesso motivo: un giorno verrò a vivere qua e mi piacerà. Adoro questi colpi di fulmine. Qui non ci sono High Street, non ci sono banalità, non è tutto piatto e prevedibile. C’è vita, arte, movimento, cultura, subcultura, vibrazioni, colori, acqua, storia, storie,  colline, suoni, spazio, dedizione, multiculturalità, mercati, libri, musica, salite, discese, street art, mongolfiere, erotismo, anarchia, ebbrezza, tecnologia, gioco.  Mi sento tranquillizzato al pensiero di tanta  disarmonica bellezza che mi attende. Questa città anticipa le tendenze, ne detta i ritmi. E’ giovane e influente ma non ha nessuna spocchia medio borghese, essendo anarchica in quel modo elegantemente inglese che qui non guasta. Anzi, questa città non potrebbe essere fiorita in nessun altra patria, ovunque nel mondo. Qui i capannoni e i dock e i binari abbandonati non sono diventati il simbolo del degrado ma una funzione valorizzatrice del passato proiettato al futuro. C’è tanta intelligenza, umiltà e talento dietro quest’allestimento, c’è prospettiva e senso estetico nonché la capacità di prevedere le cose, di far sì che le profezie si auto avverino.

Il bello di viaggiare da soli è che ti puoi far passare le sbronze vegetando per un’ora seduto a un caffè, mangiucchiando un dolce al cioccolato sotto un placido sole, bevendo un cappuccino, scribacchiando qualcosa. E quando ti sei stancato ti alzi e vai alla scoperta della città. Il quayside – questo nuovo termine che apprendo mi pare perfettamente adatto per il lungofiume di Bristol – si estende in maniera sinuosa, conducendomi per scale, moli, piazze e ponti e sopraelevate, passando per capannoni convertiti in gallerie d’arte. Pittori tatuati, con un basco poggiato indolentemente sul capo, dipingono nella pausa tra una sigaretta e l’altra: teschi verdi, volti reclinati di amanti che si guardano allo specchio, un vecchio pescatore, natura morta di bottiglie di birra. Hanno del talento e anche un discreto successo, e in questo senso Bristol è la loro propria città, la città dove nessuno – meno di tutti un pittore – è realmente punito o ricompensato; a Bristol, qualunque sia la tua arte, ti è lasciato fare. Sarà per questo, mi dico, che tutti vengono qui, tutti quelli che sono abbastanza ingenui o pazzi da pensare di poter sublimare i propri talenti con colori o parole o note: qui nessuno se ne frega, c’è un tacito accordo che confina l’ipocrisia alle porte della città, lì dove c’è il ponte sospeso che sembra quello di Brooklyn, e una volta qui ognuno diventa quello che vuole. Non vorrei spingermi troppo oltre con le mie fantasticherie, abdicando troppo alle tendenze – in fondo Bristol è una tendenza – e imputando come al solito il germinare della creatività a un luogo fisico piuttosto che a un luogo dell’anima, ma Bristol è l’eccezione. Bristol è cazzuta.

Il mio giro dura ore. Il sole va a nascondersi chissà dove e un vento freddo si alza strafottente. Sono affamato e ho bisogno di una doccia. Per strada inspiegabilmente non c’è più nessuno. Solo il suono attutito di mille amplificatori pare uscire fuori dai sotterranei, da qualche posto non meglio identificato. La città sta combattendo forse una guerra invisibile. Un’ora in ostello mi rigenera. Con Sergio il Cileno vado all’Old Duke. Ascoltiamo il riff tagliente di Chigago Line da lontano, ancor prima di entrare. In un sussulto di superpercezione noto la birra rimasta nei bicchieri appoggiati alla finestra tremolare al ritmo della batteria. Città come questa ti rendono conscio di tutto e al tempo stesso dimentico. La gente entra nel locale e gli occhiali si appannano, sorpresi dall’improvviso calore. Persone mi si avvicinano, scambiano commenti sul cantante novantenne che, a ragione, ha strappato il microfono di mano al più blasonato titolare del quartetto; mi chiedono da fumare, mi spiegano che non sono di là. Bristol è un posto figo, mi dicono, solo puzza un poco. Mi dicono di essere di Manchester, ora si spiegava tutto. Ho bisogno di mangiare e Sergio mi fa tagliare la città in due attraverso delle scalinate nascoste su cui si affacciano i murali di Bansky. Un uomo alto 4 piani ci versa addosso un secchio di pittura rossa. Sergio mi racconta di essere in viaggio e di non sapere perché, lui non ha un’opinione su tutto, nel suo paese c’è chi protesta contro le dighe in Patagonia e lui non riesce ad avere un’opinione perché la sua conoscenza dei fatti, mi dice, è limitata. Gli offro una birra.

Certe cose si sanno dal principio. Si finge di ignorarle, si crede di dover lottare con mostri invisibili per arrivare a una soluzione. Si fissa il muro e non si sa che cosa fare. Ci si ritrova avanti la solita persona e non si sa cosa dirle. Nella maggior parte dei casi, però, si sa cosa fare e lo si sa per intuito. Assurdo quanto la cosa più facile da fare – ascoltare la prima cosa che viene in mente – sia anche la più difficile. Ma io ho imparato. Bristol la saluto in un mattino piovoso. Al supermercato deserto compro due dolcetti che programmo di mangiare una volta in stazione, prima di salire sul bus che mi riporterà a Londra. Ma così come sapevo già che avrei placato la mia fame appena tornato sulla strada, così so che quel cielo grigio dell’ultima mattina a Bristol non è l’ultimo che ho visto in quella città.

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Day 1, Cardiff

Come sempre dopo una grande sbronza, mi pare che le facce che mi circondano qui, al festival della cioccolata in uno dei dock di Bristol, siano le stesse della notte appena trascorsa, stesse facce sconosciute con cui ho ballato, bevuto, fumato, chiacchierato, tutto con un sorriso dimentico stampato in faccia a suggellare la nostra vicinanza momentanea e che adesso, queste stesse facce, mi guardano con distanza e riprovazione, fingendo di dimenticare la loro connivenza nell’allegra spensieratezza della notte.

Non sapevo come avessi fatto a tirarmi fuori da casa di Neo. La sua coinquilina mi aveva tirato addosso tutti i componenti del mio necessaire dopo che io avevo provato a recuperarli con lei nuda in bagno. Il sonno di quattro ore mi era parso lunghissimo. Neo stava forse ancora parlando quando mi sono addormentato all’improvviso, come se svenissi. Stava sputando fuori tutto il rancore della vita quotidiana, tutte le circostanze che lo avevano condotto a vivere quella vita dimentica fatta di feste, alcol e viaggi, senza la complicazione di rapporti, lontano quattro anni dalla sua casa, un posto nel cuore dell’India il cui nome, ero certo mentre me ne parlava, aveva egli stesso dimenticato. E continuava ad elencarle queste cose, chiedendomi se volessi dormire, vai avanti, ti ascolto, gli rispondevo. Durante il pomeriggio mi aveva parlato delle sue aspirazioni, di come si facesse piacere Cardiff e il suo lavoro d’ufficio fintanto che non avesse trovato qualcosa di meglio, che si traduceva sempre in un altrove, esotico e lontano, da percorrere con uno zaino in spalla e con la macchina fotografica a tracolla. Non saremo mai felici in nessun luogo, buddy, la nostra felicità è nel tragitto da un posto all’altro, siamo felici finché ci muoviamo e non pensiamo che se ci fermiamo siamo perduti, e muovendoci siamo senza passato e senza futuro. Guarda quanti travellers, mi dice, riferendosi ai turisti che affollavano Cardiff durante la vigilia di Pasqua, e mi fa sorridere che usi quella parola a ripetizione, i suoi amici sono travellers, io che sono suo ospite lo sono e lo è lui stesso, stanziale in UK da tre anni ma con la testa chissà dove. C’è un qualcosa di malato in questa nostra smania, gli faccio, uso la parola sickness e lui mi pare capire, sembrava di trovarci al punto estremo e cieco di un discorso che avevamo affrontato entrambi interiormente numerose volte. Questo desiderio che arde incessantemente ce lo siamo impiantati da soli e rischia di bruciarci se non ci soffiamo sopra, ad occhi chiusi e con riconoscenza, come su una candelina sulla torta di un compleanno importante, grati della fatica che abbiamo fatto per arrivare fin lì, per diventare la promessa che dicevamo di voler mantenere, e pronti ora a goderne i frutti.

Sono sgattaiolato fuori che era immerso in soffici sogni. Era Pasqua e la casa era umida e fredda. A mente lucida attraverso al contrario il quartiere che nottetempo avevamo esplorato e che adesso era bagnato da una luce grigia. Sporco, degradato, con una miriade di off-licenses e una torma di facce scure che imboccavano i sottopassaggi. Nel mio tragitto noto lo stesso involucro di un tramezzino che giaceva lì dal giorno prima. Una grande tristezza si impossessa di me ma al tempo stesso anche la felicità di potermene andare, di poter archiviare la bellezza e lo squallore con cui ero entrato in contatto – la vita vera –  e guardare avanti. Lascio Cardiff con l’ultima immagine della notte prima, impressa poco prima di entrare nel taxi che ci avrebbe riportati a casa, preso in uno degli affollati incroci. Centinaia di persone che urlavano e cantavano ad ogni angolo, dance-goers affamati che prendevano d’assalto i vari Burger King. Neo mi aveva detto che la città vive più di notte che di giorno ma io non credevo fosse possibile trovare un’attitudine così latina nel vivere la strada in una qualunque città di questo algido Regno Unito. Lo stuolo di rifiuti sarebbe stato rimosso in tempo per le prime passeggiate mattutine con i cani, finalmente qui presenti e rumorosi, e le entrate delle gallerie erano chiuse, l’unico pezzo di città sottratto al trambusto della notte. Nomi altisonanti: Queen Arcade, Marlowe Gallery. Un tempo questi tragitti rappresentavano le rotte più rapide per il commercio, dal fiume e al mercato, e adesso sono il salotto della città, con i loro archi dai fregi dorati, e sono un micro-mondo con i propri ritmi e i propri suoni, il più antico negozio di dischi al mondo era stato costretto a trasferirsi lì dopo aver rischiato la chiusura. Ci sono andato, da Spillers Record, e nel taxi nel quale siamo impacchettati mi pare di ascoltare lo stesso ritmo dub che avvolgeva i due piani della bottega, è stata una notte lunga, non la ricordo che vagamente, chissà per quanto tempo Neo ha continuato a parlare prima di accorgersi che già ero ripartito.

to be continued

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Lost Control

Ho perso il conto dei giorni. Siamo forse all’inizio di Aprile. Il lato bello della lentezza, del silenzio. Il lato bello dell’incompletezza. D’un tratto mi perdo nelle conversazioni con i miei coinquilini che mi vedono tornare in giacca e cravatta dal lavoro. Una di loro mi chiede se sono un insegnante. Appena ventenni, inseguono il capolavoro della loro vita senza neppure saperlo, vivono in uno stato d’ebbrezza, non dormono e ridono sempre e programmano viaggi onirici in giro per il mondo. Anche io con loro mi attengo a questo ambizioso piano, ho in tasca un po’ di biglietti. Poca roba, chilometraggio limitato. Non tornerò a casa perché Pasqua con chi voglio, e anche se voglio la mia famiglia e miei amici e i miei libri e il mio cibo penso di volere più forte ancora quella sensazione di spaesamento quando si arriva in un posto nuovo, soli, senza conoscere nessuno. Che ci faccio qui. E si combatte la paura con la poesia, quella delle piccole cose che tutti amiamo ma che irrevocabilmente dimentichiamo nella porca abitudine, e un raggio di sole e il sorriso di un volto sconosciuto si tramutano in avventure senza tempo. Ho svuotato lo zaino capovolgendolo a testa in giù e ci ho ficcato dentro poche cose. Non c’è tutto quello di cui ho bisogno ma è proprio questo il punto: non ho bisogno di tutto. Il valore dell’incompletezza. Io mi sento sempre meno incompleto perché sto imparando ad essere io al momento presente, senza più proiettare le ombre delle mie convinzioni sulla realtà, l’unica cosa con la quale mi voglio confrontare. Mi sento meno incompleto perché ho smesso di cercare le cose che possano completarmi e ho cominciato a cercare le cose che io posso completare. La scintilla di vita dell’incompletezza e’ un mio personale valore solo fintanto che e’ destinata ad accendere un fuoco che, se non duraturo, sia almeno dotato di senso. Ma mi sono perso, volevo solo dire che non torno a casa, sto un altro po’ in giro.

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I was thirty…

…and before me stretched the portentous, menacing road of a new decade. It was seven o’clock when we got into the coupé with him and started for Long Island. Tom talked incessantly, exulting and laughing, but his voice was as remote from Jordan and me as the foreign clamor on the sidewalk or the tumult of the elevated overhead. Human sympathy had its limits, and we were content to let all their tragic arguments fade with the city lights behind. Thirty – the promise of a decade of loneliness, a thinning list of single men to know, a thinning brief-case of enthusiasm, thinning hair. But there was Jordan besides me, who, unlike Daisy, was too wise ever to carry well-forgotten dreams from age to age. As we passed over the dark bridge her wan face fell lazily against my coat’s shoulder and the formidable stroke of thirty died away with the reassuring pressure of her hand. So we drove on toward death through the cooling twilight. (F.S. Fitzgerald, The Great Gatsby)

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