Un tramonto a Tel Aviv

Quel giorno finii presto di lavorare, mi avevano permesso di uscire prima dall’ufficio, verso le 1630. Mi stavo dirigendo a casa quando ho visto il cielo: una giornata perfetta, tersa, con una di quelle luci che ti infondono coraggio. Ho guardato dietro di me e ho visto il mare luccicante, il sole che si avviava a spegnervisi dentro, e così ho attraversato la strada, raggiunto il bel lungomare e su una piccola collinetta, su una panchina di legno, ho aspettato per una mezzora che il sole tramontasse. Davanti a me avevo solo il mare, alla mia sinistra la città vecchia di Jaffa, uno dei porti più antichi del mondo, fusione riuscita tra arabi e giudei, la vecchia torre dell’orologio che svettava sulle case diroccate dei pescatori; il sole si avviava lentamente verso quella linea d’orizzonte che qui è rivolta verso l’Europa, e man mano che scendeva diventava più grande e rosso, ed io lo guardavo e sentivo il vento spirare, e sentivo il cigolio di vecchie biciclette che di tanto in tanto passavano sul selciato sotto di me, e sentivo le grida in lontananza di una famiglia araba, tanti bambini e una donna interamente coperta, il vento era forte e le svolazzavano i veli e i mantelli e lei li teneva stretti a sé e rideva, rideva anche il marito, e intanto il sole scendeva ed io fumavo una sigaretta. Col mare davanti, le onde che si susseguivano e ripetevano a vari livelli, come uno spartito invisibile di un’unica melodia, i riflessi arancioni e dorati in lontananza. Il mio pensiero cominciava lentamente a cullarsi, a fluttuare in uno stato indefinibile. Provavo a focalizzare qualcosa, a razionalizzare, ma il pensiero tornava dentro, al calduccio, e di nuovo era solo il rumore del mare e un grande disco di fuoco e l’orizzonte che si tingeva di rosa e di rosso. Il sole stava per sfiorare l’orizzonte sgombro da nuvole, sembrava toccare l’acqua ed ecco che contro di esso si stagliano delle sagome indefinite, che ad occhio nudo non si notavano: saranno state montagne, sarà stata una flotta di pirati, sarà stata un’isola deserta con poche palme a segnalarne l’esistenza. Non lo so, per me erano tutte queste cose, e il sole rosso la cornice ideale per poter immaginare un mondo lontano. Ho lasciato che l’ultimo spiraglio di luce sparisse, e con esso quelle sagome lontane. L’orizzonte ora è nuovamente spoglio, i colori si attardano ma io vado via, verso i grandi grattacieli luminosi del centro della città.
Ci sono cose che durano tanto da sembrare una vita, così tanto che poi per dimenticarle basta un attimo. Ci sono piaceri che durano il tempo di un libro, sono limitati ad esso ma l’anima ne esce fuori arricchita, sazia di un qualcosa di cui non sapeva potesse saziarsi. Ci sono tramonti in perfetta solitudine, così perfetta ed acuta da essere meravigliosa.


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Categorie: Diario notturno, Travelling | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Un tramonto a Tel Aviv

  1. nitida mi è parsa l’immagine di te seduto su quella panchina di legno..e si confonde con quella che ho di me quando faccio altrettanto. sono momenti in cui mi abbandono ai pensieri e mi lascio cullare dall’odore e il suono che solo il mare è in grado di produrre. sono tentata a chiudere gli occhi, ma la bellezza dei colori mi costringe a tenerli spalancati..e mi lascio vincere dalla meravigliosa malinconia che il tutto provoca..

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