Articoli con tag: Scrittori

Un’idea fissa

Li ho visti andare e venire, attraverso continenti e oceani, ma ho nascosto le tracce dei loro passi. Dove soffio io, non resta più nulla. Sono io che dico l’ultima parola. E poi verrà il silenzio. Un giorno bisogna spogliarsi anche della menzogna legata all’identità che ci siamo portati dietro dalla nostra patria. Nel farlo proviamo un grande sollievo, ma in quella complessa nudità, in quell’impudicizia avvertiamo poi un che di spaventoso. Un giorno sentiamo che la nostra identità vacilla, inizia a sgretolarsi. Ce ne ricordiamo ormai come di un’idea fissa.

Sándor Márai – Il sangue di san Gennaro
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Città aperta

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Non dovreste lasciarvi sfuggire Città Aperta: un giorno Teju Cole sarà un grande scrittore, e voi potrete dire di conoscerne persino l’esordio, quella storia frammentata e incerta che ancor più incerti e a pezzi vi aveva ridotto quando l’avevate letta. Potrete dire che è passato del tempo da quando vi identificaste con quel flaneur urbano un po’ atipico, origini nigeriane inzuppate nel calderone cosmopolita della città, la città per eccellenza, l’unica che ha uno state of mind tutto suo. Magari anche voi eravate soliti camminare per la città in orari improbabili, notandone le suggestioni che i colori e le persone le conferivano ad orari diversi del giorno e della notte, unendo i puntini di quelle storie così solitarie e rimbalzando malinconicamente su quella tela che la vostra sensibilità un po’ eccentrica aveva saputo costruire.

La solitudine di questo maratoneta urbano è del tutto peculiare. La New York nella quale è finito a vivere e ad esercitare la professione di shrink – strizzacervelli – è la sublimazione visiva e culturale delle questioni che gli sono rimaste naturalmente in mano dopo il trapianto, così fortemente voluto, negli agognati States. Gli si perdona il cinismo nei confronti delle altre persone dalla pelle nera, perché il comune denominatore della marginalità, di pensiero e di vita, bisogna trovarlo ovunque: negli incontri con un vecchio professore universitario immerso nelle sue memorie; con il messicano che torna a casa, solo e zoppicante, dopo la maratona; con donne che non fanno troppe domande e con altre che invece pretendono risposte; e con i brothers, come con il tassista con il quale Julius, il nostro antieroe, rifiuta di scambiare quel cenno a significare la comune appartenenza a un mondo diverso, e con quegli altri due, appena quindicenni, con il quale il cenno c’era sì stato, e che aveva forse esso stesso costituito il lasciapassare a una facile e inaspettata aggressione.

Più che la storia – a suo modo lineare, anche se dobbiamo intagliarla con l’aiuto dei flashback – è quello scarto tra come la realtà è e come dovrebbe essere, come ce la immaginiamo, che dipana il filo conduttore che mi ha inchiodato a queste pagine. “I told the story to Nedege on our way back into Manhattan that day. Pehaps she fell in love with the idea of myself that I presented in that story. I was the listener, the compassionate African who paid attention to the details of someone else’s life and struggle. I had fallen in love with that idea myself”. Impariamo ad identificarci con Julius perché le sue riflessioni sulla città, puzzle di monumenti e musei e musica e parole, ci rendono intellettualmente onesti facendoci a pezzi. Ci fanno pensare in maniera netta alla storia che ci stiamo raccontando, quella che ci è necessaria per mantenere intera la nostra integrità, salvo poi scoprire che la stessa storia ha angolazioni diverse alle quali non avevamo pensato.

Se dopo i primi vagabondaggi per la città abbiamo imparato a conoscere un poco il protagonista di questa non-storia, ci aspetteremo un fallimento completo dal suo viaggio a Bruxelles, tentativo volutamente disperato di mettere insieme i pezzi della sua storia. Ma avremo anche capito che ciò poco importerà, perché la sua voce sarà sempre ferma anche se non farà che porre domande su domande. Il marocchino Farouq, che gestisce un call center e studia filosofia morale, fa da contrappasso alla vena dubitativa di Julius e alla sua visione relativizzante della vita e dei suoi conflitti. Entrambi sono stranieri in terra straniera, e si ritrovano nel mezzo di discussioni di letteratura e politica che leniscono la solitudine del piovoso inverno europeo. L’America e le sue contraddizioni, il suo spirito di sinistra diluito nel mainstream dei Democratici che paiono a Farouq la faccia di una stessa medaglia, sono lì ad attendere Julius dopo la sua fuga europea. Il nuovo amico, al quale non rivolgerà un ultimo saluto, sarà ancora lì a ponderare una rivoluzione islamica che aborre la violenza, e ce lo immaginiamo che con l’ultimo sorso tenta anche di buttare giù il dubbio sul perché ogni destino diverso sia in fondo diverso a modo suo.

Ciò che resta è la storia di una vocazione, quella per la psicoanalisi, che Julius è capace di far evolvere dal nucleo puro delle teorie freudiane in una scienza gentile, compassionevole, come solo un immigrato che ha deciso di non compiangersi poteva fare. Restano storie di attaccamento e indifferenza e le riflessioni crudeli su di esse. Resta la musica classica, sulle cui note si apre e chiude il romanzo, così come inizio e fine sono segnati dalla riflessione sulla migrazione degli uccelli, metafora forse di quegli spostamenti di storie umane, non meno faticosi, al termine dei quali un nuovo senso è difficile trovarlo perché al termine della strada ci si ritrova sempre con in mano quello proprio, di senso. E una manciata di altre cose, amalgamate in quella maniera un po’ acerba che si può amare oppure odiare, senza riserve. Alla fine siamo sopraffatti e ci viene da pregare la sua preghiera laica: “Prayer was, I had long settled in my mind, no kind of promise, no device for getting what one wanted out of life; it was the mere practice of presence, that was all, a therapy of being present, of living a name to the heart’s destre, the fully formed ones, the as yet formless ones”.

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Il viaggiatore immorale

Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto.

Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazie di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita.

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o l’incapacità di amare e costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.

C’è un’altra immoralità del viaggio, la chiusura dinanzi alla diversità del mondo. Il viaggiatore mitteleuropeo è facilmente un Ulisse in veste da camera, come ha scritto Giorgio Bergamini, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona e una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde; uno per il quale l’infinito è il segno matematico dell’infinito. Chi viaggia sulla carta si disabitua impercettibilmente alla vita e rivolge le proprie passioni al grafico della vita, alle curve statistiche dei suoi fenomeni; diviene un uomo senza qualità per il quale, scrive Musil, la verdura in scatola diventa il vero senso della verdura fresca.

Anche quando viaggia nel mondo, il viaggiatore conserva tale tendenza ad abbottonarsi bene il pastrano e ad alzare il bavero, quasi a porre una difesa fra sé e le cose. Per fortuna pure i viaggiatori danubiani amano il mare e forse, come quelli del mio Danubio, attraversano le grandi pianure della Mitteleuropa sotto cieli pesanti soprattutto per raggiungere il mare. È sulle rive del mare “inesplicabile”, come lo chiamava Camoes, che s’incontra il respiro largo della vita, che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male; il mare pone a confronto con l’ambiguità, invita a sfidarla – sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti. Anche questa è la salvezza del viaggiatore, il quale pure sul lastricato delle città o sulle montagne si sente sulla traballante tolda una nave sbattuta dai marosi, arca precaria o salvifica.

Crudeltà del viaggio, ammonisce Canetti: il viaggiatore guarda al mondo con curiosità ed è in qualche modo propenso ad accettare ciò che vede, anche il male e l’ingiustizia, a conoscerli e a capirli piuttosto che a combatterli e a respingerli. Il viaggio nei paesi totalitari, ad esempio, è sempre un po’ colpevole, una complicità o almeno neutralità di fatto nei confronti delle violenze e delle infamie celate dietro i villaggi Potemkin che si attraversano e dove si trova ospitalità. Eppure, a poco a poco, il viaggiatore scopre, è costretto a scoprire la fraternità e il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento rende vero il suo amore per la casa lasciata al suo paese, che altrimenti sarebbe un orrido e regressivo feticismo.

Come per il vagabondo buonannulla di Eichendorff, amore delle lontananze e amore del focolare coincidono, perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Dante diceva che bevendo l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare – ognuna delle due acque, da sola, è insufficiente e inquinata. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere straniero fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini: non si va in Spagna o in Germania ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi. “Legga letteratura di viaggio” diceva a un teologo Kant, che pure non voleva muoversi da Konigsberg.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

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Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

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Saggio sulla giornata riuscita

“In effetti esiste una canzone che potrebbe avere questo titolo. La canta Van Morrison, “il mio cantante” o uno di loro, e in realtà non si chiama così, prende il nome da una piccola località dell’America, peraltro insignificante, e racconta, sì, immagini di un viaggio in macchina fatto una domenica, giorno in cui la riuscita della giornata sembra ancora più difficile che in tutti gli altri giorni. Si tratta di una gita in due, con una donna probabilmente, narrata nella forma del Noi (dove la riuscita della giornata è un avvenimento ancor più grande che da soli): pescano sui monti, poi continuano il viaggio, comprano il giornale della domenica, poi continuano il viaggio, uno spuntino, poi continuano il viaggio, lo splendore dei tuoi capelli, l’arrivo della sera, e l’ultima riga, suppergiù così: “perché una giornata qualsiasi non può essere come quella?”. È una canzone brevissima, forse la ballata più breve che sia mai esistita, dura appena un minuto, e chi la canta è un uomo già quasi anziano, con qualche ultimo ciuffo di capelli, e di quella giornata si racconta più parlando che cantando, per così dire senza canto, suono, tono, un mormorare come di passata ma a petto tutt’aperto, che nel momento della massima apertura s’interrompe di colpo.
E forse la linea della bellezza e della grazia non può più prendere, al giorno d’oggi, una dolce sinuosità come al tempo di Hogarth, quel XVIII secolo che era inteso come una pienezza tutta terrena propria dell’epoca. Non corrisponde forse a uno come noi, adesso, il fatto che una forma come quella si frantumi in continuazione, finendo per incespicare, balbettare, ammutolire e zittirsi, per poi ricominciare e prendere vie traverse, pur se alla fine tende come sempre a un’unità, a qualcosa che sia un tutto? E non è altrettanto conforme a noi, adesso, alla fine del XX secolo, il fatto che siano operanti più le idee di una singola giornata riuscita che quelle di qualsivoglia eternità o di un’intera vita riuscita, purché non solo nel senso dell’ “Adesso è adesso” (inteso non certo come un “vivi alla giornata”) ma anche con la speranza – no, il desiderio – no, il bisogno – di immaginare, indagando gli elementi dell’intervallo di un giorno, pure un modello per uno spazio di tempo più grande, uno ancor più grande, il più grande possibile? Sì, perché il mio vivacchiare di adesso, da un giorno all’altro, dopo che sono sfumate tutte le precedenti idee sul tempo, senza alcuna conformità a una legge (sia pure lasciando essere ciò che serve per vivere), senz’alcuna relazione (con te, con quel passante), senza la minima certezza (che il momento di gioia di oggi si ripeterò domani o un giorno): un vivacchiare del genere, sopportabile in gioventù e a volte accompagnato (guidato?) perfino da una certa spensieratezza, ora si ribalta sempre più spesso in un grave disagio e con gli anni si fa per giunta rabbiosa irritazione.
Ma siccome questa rabbia non riesce a rivolgersi, com’era invece in gioventù, né contro il cielo né contro l’attuale situazione della terra né contro un terzo qualsiasi, mi rivolto io contro di me. Dannato, perché non vedo più noi insieme? Maledetto, perché già alle tre del pomeriggio la luce giù nel sentiero o il battere dei treni sui binari o il tuo viso non è più quell’evento valido per il più lontano futuro che ancora stamattina contava così tanto? Dannato, perché meno che mai riesco, in netto contrasto con l’immagine consueta dell’invecchiare, a trattenere, a capire, ad apprezzare i momenti della giornata e della vita? Maledetto, perché sono, nel vero senso della parola, così dispersivo? Dannato, maledetto, dannato. (Ma guarda, là fuori ad asciugare, sul davanzale dell’abbaino della casa a timpano, le scarpe da ginnastica del figlio del vicino, quel ragazzo che ieri sera, sotto la luce dei riflettori del campo qui in periferia, vedevamo pizzicare la cucitura della maglietta mentre aspettava che gli passassero la palla).”

 

Saggio sulla giornata riuscita, Peter Handke

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Preferivo l’odore del mare

È trascorso molto tempo dall’ultima cosa che ho scritto. Anche durante i momenti di silenzio virtuale, ho sempre avuto l’abitudine di scribacchiare su un taccuino, forse per mantenere il contatto con una parte di me che rimaneva sopita durante il giorno (ho sempre considerato lo scrivere come un atto notturno). Negli ultimi tre mesi non ho avuto voglia di scrivere nulla. Non ne ho sentito l’esigenza. Un’eternità mi pare trascorsa, e lo stesso atto di pigiare su questi tasti mi sembra ora ridicolo, affettato. Non ricordo come si fa.

Riprendo cose vecchie che non ho mai finito, che ho lasciato sonnecchiare nascostamente in una cartella. Parlavo di lavoro. Non era la prima volta che lo facevo: ho sempre danzato intorno all’argomento con fare un po’ fanciullesco. Quei girotondi mi aiutavano a lenire un senso di colpa.

Ho trovato su internet Lavorare Offline, una galleria di immagini che offre una panoramica di tutti quei lavori – raccontati attraverso uno scatto che immortala la misera vita di un misero essere umano – che escludono l’utilizzo del computer, e di internet. La nostra società terziarizzata e informatizzata continua ad avvalersi della parte fondamentale della catena di montaggio primordiale: ad ogni nuova tecnologia corrisponde un lavoro manuale che la rende possibile, e dietro l’impalcatura delle professioni c’è la rete di operai che mette l’olio negli ingranaggi affinché non si inceppino.

In rete trovai anche le parole di Erri De Luca, che in un intervento su Repubblica parlava dell’attività letteraria. Sapevo che quelle parole avevano un senso, anche se non sapevo cosa farmene. “Non posso chia­marla lavoro nel mio caso. Quello è stato ese­guito dal corpo che ha ven­duto il suo ser­vi­zio in cam­bio di sala­rio. Ho del verbo lavo­rare una noti­zia ristretta e manuale. Non le ho lasciate in pace, le mie mani, non le ho tenute in tasca o nel fodero dei guanti. Quando le uso per tenere aperto un qua­derno sopra le ginoc­chia e scri­verci qual­cosa, stanno riposando. Per me scri­vere è tempo festivo, oppo­sto al verbo lavo­rare. Il 1900 è stato il secolo degli ope­rai e del riscatto del lavoro manuale. Sca­duto quel tempo, dal riscatto si torna al ricatto del lavoro manuale: o si piega ser­vile, senza dignità e diritti o viene espulso.” Non ricordo più il sito dove lessi l’intervista.

Avevo lasciato decantare queste immagini e parole in attesa che trovassero una congruenza in me. Mi è tornata la voglia di scrivere perché ho lenito il mio senso di colpa. Mi si chiederà: e dovevi andare in Australia, in luoghi sperduti di poche anime, a lavorare la terra e dar da mangiare agli animali, a lavar piatti e a costruire cessi, a fare le pizze e a verniciare bungalow per far sì che non ti sentissi più in colpa al pronunciare la sola parola “lavoro”? La risposta è sì.

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Il bosone di Cortàzar

Forse esiste una vita d’uscita, però questa via d’uscita dovrebbe essere un’entrata. Esiste forse un regno millenario, però non è scappando da una carica del nemico che si prende d’assalto una fortezza. Fino ad ora questo secolo è scappato da un mucchio di cose, cerca le porte e qualche volta le sfonda. Quel che accade dopo non si sa, alcuni saranno riusciti a vedere e sono periti, cancellati immediatamente dal grande e fosco oblio, altri si sono acconciati alla piccola scappatoia, alla casetta fuori città, alla specializzazione letteraria o scientifica, al turismo. Si pianificano le scappatoie, le si tecnologizza, le si organizza con il Modulor o con la Regola del Nylon. Esistono degli imbecilli che continuano a credere che ubriacarsi possa essere un metodo, o la mescalina o la omosessualità, qualsiasi cosa, magnifica o inane in sé, ma stupidamente esaltata a sistema, a chiave del regno. Può darsi che esista un altro mondo dentro questo, ma non lo troveremo ricavandone il profilo dal tumulto favoloso dei giorni e delle vite, non lo troveremo né nella atrofia né nell’ipertrofia. Quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice. Quel mondo esiste in questo come l’acqua esiste nell’ossigeno e nell’idrogeno, o come nelle pagine 78, 457, 3, 271, 688, 75 e 456 del Dizionario dell’Accademia Spagnola c’è quanto occorre per scrivere un certo endecasillabo di Garsilaso. Diciamo che il mondo è una figura, occorre saperla leggere. Leggerla, ovvero generarla. A chi importa un dizionario per il dizionario stesso? Se da delicate alchimie, osmosi e mescolanze di semplici sorge finalmente Beatrice sulle rive del fiume, come non sospettare con somma meraviglia quel che a sua volta potrebbe sorgere da lei? quale inutile compito è quello dell’uomo, parrucchiere di se stesso, che ripete fino alla nausea il taglio ogni quindici giorni, apparecchia il medesimo tavolo, rifà la medesima cosa, compra il medesimo giornale, applica i medesimi principi alle medesime congiunture. Può darsi che esista un regno millenario, ma se per caso vi giungessimo, essendo noi esso stesso, non si chiamerà più così. Finché non toglieremo al tempo la sferza della storia, finché non riusciremo a distruggere il bubbone di tanti finché, continueremo a considerare la bellezza un fine, la pace un desideratum, sempre da questo lato della porta, dove a dir la verità non si sta poi tanto male, dove molti trovano una vita soddisfacente, profumi piacevoli, buoni stipendi, letteratura d’alto livello, suoni stereofonici, e perché allora allarmarci se con ogni probabilità il mondo è finito, la storia si sta avvicinando all’optimum, la razza umana esce dal medioevo ed entra nell’era cibernetica. Tout va très bien, Madame la Marquise, tout va très bien.

In quanto al resto, bisogna essere un imbecille, bisogna essere un poeta, bisogna essere rimasti con un palmo di naso per perdere più di cinque minuti in queste nostalgie perfettamente liquidabili in brevissimo tempo. Ogni convegno di direttori internazionali, di uomini-di-scienza, ogni nuovo satellite artificiale, ormone o reattore atomico schiacciano sempre un po’ di più queste fallaci speranze. Il regno sarà di materia plastica, è evidente. E non che il mondo si converta in un incubo orwelliano o huxleyano; sarà molto peggio, sarà un mondo delizioso, su misura dei suoi abitanti, senza nessuna zanzara, senza nessun analfabeta, con galline enormi probabilmente a diciotto zampe, tutte squisite, con bagni telecomandati, acqua a colori diversi secondo il giorno della settimana, una squisita cortesia dell’istituto nazionale di igiene, con televisione in ogni stanza, per esempio grandi paesaggi tropicali per gli abitanti di Reykjavik, vista di Igloo per quelli dell’Habana, compensazioni sottili che pianificheranno tutte le ribellioni, eccetera.

Ovvero un mondo soddisfacente per gente ragionevole.

E resterà in esso qualcuno, uno solo, che non sia ragionevole?

In qualche angolo, una traccia del regno dimenticato. In qualche morte violenta, il castigo di essersi ricordati di quel regno. In qualche risata, in qualche lacrima, la sopravvivenza del regno. In fondo, non sembra che l’uomo finisca per uccidere l’uomo. Gli sfugge, gli strappa di mano il timone della macchina elettronica, del razzo sidereo, gli sta per fare lo sgambetto e poi acchiappalo pure se sei capace. Si può uccidere tutto meno la nostalgia per il regno, la portiamo nel colore degli occhi, in ogni amore, in tutto ciò che profondamente tormenta e libera e inganna. Wishful thinking, forse; però questa è una delle possibili definizioni del bipede implume.

Julio Cortàzar, Rayuela

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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The songlines

I had a presentiment that the “travelling” phase of my life might be passing. I felt, before the malaise of settlement crept over me, that I should reopen those notebooks. I should set down on paper a resumé of the ideas, quotations and encounters which had amused and obsessed me; and which I hoped would shed light on what is, for me, the question of questions: the nature of human restlessness.

Pascal, in one of his gloomier pensées, gave it as his opinion that all our miseries stemmed from a single cause: our inability to remain quietly in a room. Why, he asked, must a man with sufficient to live on fell drawn to divert himself on long sea voyages? To dwell in another town? To go off in search of a peppercorn? Or go off to war and break skulls?

Later, on further reflection, having discovered the cause of our misfortunes, he wished to understand the reason for them, he found one very good reason: namely, the natural unhappiness of our weak mortal condition; so unhappy that when we gave to it all our attention, nothing could console us.

One thing alone could alleviate our despair, and that was “distraction” (divertissement): yet this was the worst of our misfortunes, for in distraction we were prevented from thinking about ourselves and were gradually brought to ruin. Could it be, I wondered, that our need for distraction, our mania for the new, was, in essence, an instinctive migratory urge akin to that of birds in autumn?

All the Great Teachers have preached that Man, originally, was a “wanderer in the scorching and barren wilderness of this world” – the words are those of Dostoevsky’s Grand Inquisitor – and that to rediscover his humanity, he must slough off attachments and take to the road.

My two most recent notebooks were crammed with jottings taken in South Africa, where I had examined, at first hand, certain evidence on the origin of our species. What I learned there – together with what I now knew about the Songlines – seemed to confirm the conjecture I had toyed with for so long: that Natural Selection has designed us – from the structure of our brain-cells to the structure of our big toe – for a career of seasonal journeys on foot through a blistering land of thorn scrub or desert.

If this were so; if the desert were “home”; if our instincts were forged in the desert; to survive the rigours of the desert – then it is easier to understand why greener pastures pall on us; why possessions exhaust us, and why Pascal’s imaginary man found his comfortable lodgings a prison.

Bruce Chatwin, The Songlines.

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