Archivi del mese: giugno 2011

Diario al termine di un viaggio

Cosa rimane di un viaggio? Tante immagini, istantanee tra le più belle perché quelle che la tua immaginazione non sapeva ancora come dar loro forma, totalmente inaspettate pur se attese da tempo. E tante parole, anche, se hai avuto la ventura di una buona compagnia o di estemporanee chiacchierate con degli sconosciuti. Ma a quest’ora della notte, con l’aria immobile e timide stelle, mentre riposo fuori al balconcino della mia tana in attesa di preparare una nuova valigia per l’imminente ricovero, ripenso alle parole del libro che mi ha accompagnato durante un estenuante viaggio in treno e a quelle dei pendolari incontrati, il classico viaggio di chi attraversa l’Italia e suda e maledice il destino cinico e baro che le cose siano così maledettamente difficili.

Ma se mi rimangono queste parole, se le riassaporo mentalmente cercando di trovarvi qualche significato che si adatti anche alla mia vita (perché è di quello che parliamo abitualmente: la nostra vita, le nostre ansie e le nostre aspettative) è perché queste sono state la trasposizione di tre giorni di chiacchierate con l’amico che sono andato a trovare a Siena. Noi avevamo scritto con i nostri discorsi un copione universale, quello di sempre eppure con mille variazioni impercettibili che man mano ci avvicina ad una verità o, se la parola può sembrare troppo altisonante, ad un’accettazione. Siamo stati dei buoni sceneggiatori: gli atteggiamenti e i tic mentali e le sempiterne battaglie per fare della propria vita quel capolavoro che crediamo di meritare erano tutte lì su quel treno, lo sferragliare e lo srotolarsi dell’Italia accompagnavano discorsi distratti e stanchi che io coglievo mentre le parole del libro entravano in me senza fine, piccoli soffi che producevano valanga.

Il libro è “Fuga senza fine” di Joseph Roth. In esso vi è il tipico antieroe della letteratura novecentesca: la vita scorre e le decisioni vengono prese senza un motivo apparente; l’inquietudine universale si condensa in un solo, epico individuo che ha il coraggio di fuggire e di estraniarsi dai meccanismi della società borghese. La prima guerra mondiale era appena finita, e dopo aver combattuto nell’armata rossa comincia la fuga di quest’uomo, dalla Siberia fino a Parigi, passando per la Germania dove risiedeva l’amato odiato fratello.

Le conversazioni che iniziavo con i miei compagni di viaggio raccontavano delle difficoltà delle scelte di vita, il faticare e sudare e vedere in cambio ben poche soddisfazioni, con una frustrazione che si scaricava sulle inefficienze delle ferrovie, le stesse che io con animo da viaggiatore tranquillo prendevo per simpatici diversivi. Ho ascoltato la storia di una giovane ragazza, 23 anni portati con il peso di una vita intera. Fa la parrucchiera e ama il suo lavoro, spende tutti i soldi che guadagna, non molti, per fare corsi e tenersi aggiornata. Il suo sogno è di trasferirsi al nord e aprire una bottega tutta sua. La settimana prossima ha un colloquio di lavoro, ci racconta mentre plachiamo la sete che l’arsura della giornata ci porta. Veniva da Venezia, era andata a trovare il fidanzato dopo un mese intero che non riuscivano a vedersi. Poi chiacchiero con una donna dallo spurio accento napoletano, di quelli che faticano a perdersi ma che eppure subiscono le prime influenze di una parlata connotata da una latitudine emiliana. Ferrara è bella, mi dice, si vive bene ma le opportunità per noi non più giovani non ci sono nemmeno lì, mio marito fa l’operaio ma ora è in cassa integrazione. Il bambino biondo che era con lei giocava e guardava ogni cosa con occhi sognanti, l’inflessione delle parole era di quelle non ha mai conosciuto la musicalità del dialetto napoletano, il suo strascicarsi indolente tra le pieghe della vita. Lui crescerà lontano dallo sfacelo della mia città, e probabilmente quella famiglia di operai vedrà finalmente il riscatto nella sua prole.

Gente che fugge e che sogna un futuro diverso, dunque. Gente che fugge senza aspettarsi alcunché. Decisioni che vengono prese e altre che si evita di prendere: è anche questa una decisione. Con il mio amico ricordo una chiacchierata sulla cima della fortezza medicea in quell’orario dell’imbrunire che a quelle altezze e a quelle latitudini è più dilatato, più consolatorio. Avvistando le colline del Chianti e fumando una sigaretta, mentre giovani dall’aspetto florido correvano i loro chilometri di footing, ci chiedevamo se fossimo “efficientisti” o “massimizzatori”, se cioè prendessimo le nostre decisioni dopo lunghe ponderazioni e prendendo quella che sembra la migliore, date le circostanze, o se invece agissimo d’istinto applicando la tendenza a cavare il meglio e non guardare più indietro. Ci raccontiamo i nostri rispettivi progetti di vita: lui termina la sua formazione con un master prestigioso, io mi appresto a perdere il lavoro e a ripartire di nuovo.

L’ultima notte c’è una festa alla Contrada della Chiocciola. Forti identità che si coagulano dietro un gonfalone, dei colori, dei motivi contagiosi ripetuti fino allo sfinimento, un rullare di tamburi altisonante che era anche un auspicio per il prossimo Palio. Mangiamo e beviamo, siamo satolli ma mangiamo e beviamo ancora di più perché sentiamo di meritarcelo. La notte è scesa all’improvviso e non ce ne siamo accorti, ridiamo e i nostri discorsi fanno parte di un altro copione, quello goliardico di due meridionali che con il loro sguardo osservano divertiti quel pezzo di Italia che è un pezzo di mondo totalmente diverso da quello natio. Vino e risate scorrono ma negli sguardi ci sono quei discorsi lì, quelli che portiamo avanti da un pezzo. Ma non sono sguardi tristi: la consapevolezza che c’è dietro i nostri gesti cresce sempre di più, e ognuno prova a trarre spunto da quella dell’altro.

Nella solitudine del ritorno a casa, ubriaco stavolta di parole e di immagini, penso a quello a cui pensano tutti: alla mia vita. Lo faccio con aria scanzonata perché alla fine, nonostante tutto, riflettere sulla propria vita non è decisivo. Diceva Vonnegut: “siamo venuti al mondo per perdere tempo; diffida di chiunque voglia convincerti del contrario”. Se sono contento delle mie scelte? Lo sono in quell’infelice modo che caratterizza tutte le decisioni prese con animo felice. C’è una forma di piacere anche nella sofferenza più estrema. Dice Roth nel libro di questa giornata: “le lacrime che hanno più sapore sono quelle che si piangono su se stessi”.

Ora devo smettere di scrivere. Quella poca lucidità che avevo l’ho usata per dare forma alla punta di questa massa di pensieri che aleggia in me, ora ancor di più nella solitudine della mia tana. Correrei il rischio di rivangare ricordi casuali e frasi lette chissà dove soltanto per tentare di scolpire con precisione ciò che invece è ancora spurio. Potrei descrivere ciò che ho visto ma mi viene in mente soltanto che, in ultima istanza, il paradosso del viaggio è che rende i confini della tua vita meno incerti e sfumati. Il capolavoro è di là da venire, abbiamo soltanto scritto la bozza. Mi rimangono le poche pagine del libro che ho centellinato durante il tragitto: l’eroe è a Parigi e cerca il fantasma della vecchia fidanzata, solo e senza soldi. Sente che l’esperienza che ha accumulato, le cose che ha visto, i mostri che ha combattuto, non basteranno per rendergli la dovuta salvezza perché la società è dimentica. Anzi, l’oblio primigenio proviene da noi stessi, rischiamo di dimenticarci prima di scoprirci.

La fine è imminente e io la presagisco, quell’epoca là ha partorito tragedie e gli eroi che la percorsero non ebbero diverso destino. Ogni fuga ha una fine, e l’unica consolazione al termine di un viaggio, in una notte calda e sola ed eppure piena di stelle, con le ultime pagine di un libro da bere in un gioioso solipsismo, è che noi in questa vita qua possiamo sempre scrivere un finale diverso.

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Pensieri d’eclissi

Stasera ho guardato la luna, ho guardato l’ombra della terra su di essa offuscarne il bagliore. Una parte di mondo ha fatto altrettanto, e per milioni di persone quell’alternarsi di luce e oscurità avrà significato qualcosa di diverso. Anche nel mio mondo artificialmente illuminato, la ricomparsa della sagoma piena e splendente mi ha meravigliato per il fulgore che ha donato alla mia notte inspiegabilmente cupa. Il lento incedere dell’ombra che si allontanava mi ha donato gioia, e il ritrovato lucore mi ha convinto a tornare su queste pagine, dopo una lunga assenza. Come spiegare le precedenti giornate, il sapore dolce e amaro che hanno lasciato su di me, come spiegare la strana sensazione nel riassaporarle con il pensiero, complice il cielo scuro e l’alternarsi di colori e prospettive che quest’eclissi mi ha donato? Si tramuterebbero in banalità, ove anche queste non lo fossero. Provando a spiegarle, a parlare con le persone, mi è parso di svilire i ricordi, di non donare alle immagini così vivide nella mia testa la giusta luce, appunto. Ma non parlarne affatto significherebbe abdicare all’oblio. Il compromesso che ho raggiunto è che in questa notte di eclissi è giusto parlare ma è giusto anche perseverare nel silenzio, un silenzio che non sia però dimentico di tutto; è giusto ricordare ma è giusto anche guardare avanti. Immagino la sensazione del ricordo quando questo tenterà di sbiadire, per il naturale corso delle cose. Provo a fantasticare sul ricordo che avrò di queste giornate, durante le quali mi si è detto che niente sarà mai come prima; quando uno tra mille progetti o idee sarà realizzato o sarà stato compiuto il tentativo di realizzarlo ricorderò forse con piacere quella schiera infinita di possibilità che mi si parava innanzi e che ora mi spaventa e mi eccita al tempo stesso. E’ tutto qua, condensato in queste parole e in quelle che lascio in ombra perché se ne intuiscono i contorni. Ora che la luce è ritrovata non mi resta che augurare buona notte e buona fortuna.

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