Archivi del mese: aprile 2011

Il PD e l’omofobia

La questione dell’omofobia è complessa. Credo che sia proprio la parola ad essere complessa e infatti, guardando su wikipedia, ne trovo ben tre diverse accezioni: omofobia pregiudiziale, discriminatoria, psicopatologica. Lascio a chi vuole l’approfondimento, a me era venuta voglia di capirlo un po’ di più dopo le reazioni di alcuni blogger in merito a delle dichiarazioni del segretario del PD Bersani. Dopo aver sostenuto la necessità di una legislazione che miri a difendere i diritti degli omosessuali, egli ribadisce di essere contrario alle adozioni di bambini da parte di coppie gay. Da qui si è levata da più parti la voce che il PD avesse un segretario omofobo!

Se si vogliono utilizzare correttamente le parole allora bisogna capire a cosa fanno riferimento. Se un politico dice di essere contrario alle adozioni all’interno di una relazione omosessuale, e aggiunge che quest’ultima verrà auspicabilmente regolamentata con un patto civile o giuridico piuttosto che il matrimonio tradizionale, lo si può chiamare omofobo? Certo, la spiegazione per cui sarebbero le coppie eterosessuali ad avere la precedenza sulle adozioni è ridicola, anzi a me fa proprio schifo. A questo punto potrei essere d’accordo con chi sostiene che Bersani ha paura di esporre con chiarezza il suo pensiero, sentendosi in dovere di giustificarlo. Credo che sia stata questa paura ad avergli fatto uscire di bocca quelle parole infelici. Ma che dire allora dell’immediato e non ipocrita sostegno alla sua collega deputata Paola Concia, dopo gli infamanti insulti subiti insieme alla sua compagna a Roma?

Detto questo allora, se confrontiamo la posizione del PD come espressa dal suo segretario (e al netto quindi delle binetti, con la b, di turno) con quelle dei partiti al governo – ammesso che queste posizioni vengano effettivamente espresse ad alta voce – questa è addirittura rivoluzionaria. Nessuno vuole fare compromessi al ribasso né fare il frocio con il culo degli altri. In un paese dominato dalla gerarchia vaticana vi è un leader politico che sulla questione si esprime in maniera chiara, univocamente tendente ad un miglioramento dello status quo. Si possono condividere o meno le sue opinioni in materia di matrimoni o adozioni, materia delicatissima su cui l’attuale classe dirigente non mi pare abbia i requisiti morali per poterne discutere, e poi giudicare le proposte politiche. 

Se si pensa di poter attuare epocali riforme progressiste in tema di diritti degli omosessuali passando dal bigottismo nostrano all’apertura dei paesi scandinavi, tanto per dirne una, significa ignorare i contraccolpi che questo tipo di cambiamenti sempre arrecano. Una legge sull’omofobia e un riconoscimento giuridico per omosessuali e conviventi mi sembra un buon patto di civiltà, un primo fondamentale passo. A volte la politica del possibile non è un insulto alla dignità delle persone.

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R(esisto)

Ci pensate che Robinson Crusoe si fece bastare i tre cicchetti di rum che aveva trovato tra i pochi bagagli superstiti del naufragio per più di un quarto di secolo? Non riesco a fermare la mia volontà su nulla, e leggendo di quest’aneddoto letterario mi è venuto uno strano senso di colpa. Diceva un amico un po’ più maturo di rimpiangere, nella sua vita, il suo non essersi mai fermato, non aver mai capito quali fossero i suoi istinti. O meglio, ha sempre creduto di capirlo per tempo ma rimpiangeva la mancanza di coraggio nel renderli concreti. Ci vuole troppo tempo, si diceva, e intanto gli anni sono passati e ogni volta che si è guardato indietro si è dato dello stupido. Il tempo è un concetto così relativo, così come relativa è la concezione su quanto e come lo si utilizzi, se lo si lasci scorrere passivamente o se si ha invece la sensazione di esserne parte integrante, di percorrere quelle strade che una combinazione di istinto e fortuna ti incoraggiano ad imboccare. Quanto appartiene al talento, e quanto invece alla pura determinazione?

Riflettevo su queste cose e non sapevo darvi forma, riflettere è una parola troppo grossa per una serie di giorni di festa mai così ottundenti come quest’anno, in questa giornata in cui non si è persa soltanto una festa quanto piuttosto l’occasione di un vero festeggiamento. Vedevo scagliarsi critiche e contumelie verso chi tenta la strada della riviviscenza simbolica del fascismo, con i suoi fasci littori e gli slogan storpiati, e pensavo che stavolta l’obiettivo è sbagliato, o poco sensibile. Esistenza e resistenza sono due parole quasi uguali e anche il loro significato è quasi uguale o complementare, in certi casi se non resisto non posso esistere, e lasciavo che queste due parole scorressero in parallelo e vedevo gli sgomberi dei campi nomadi nella nostra efficiente capitale, le ruspe che nottetempo vanno a sradicare delle persone che non oppongono, appunto, resistenza, rinunciando al loro diritto di esistere seppur ai margini della società. E ho pensato che queste erano osservazioni buoniste, ma ho dato loro il rilievo necessario vedendo l’indifferenza con la quale si tollera tutto questo, quasi come quella verso chi, nei cosiddetti centri di accoglienza temporanea, malmena selvaggiamente i migranti che provano ad esercitare un legittimo sciopero della fame. E’ qui, allora, che dico che dobbiamo svegliarci, di non portare avanti la nostra battaglia contro i meri simboli che troppo spesso sono soltanto aggregatori-di-polemiche-civetta, come i nostri mentitori di professione sanno perfettamente.

Si è persa l’occasione di un festeggiamento e io osservo tutto da lontano, non mi va di scendere e trascorrere questa giornata in modo inconsapevole tra avanzi di pastiere et similia e intanto i miei pensieri assumono forme diverse, si confondono e vanno a coesistere in un’unica sfumatura così come l’orizzonte che stamattina ho visto in lontananza nella città deserta, tutti a far festa e nessuno a festeggiare, e tutti e nessuno sono soltanto le stupide semplificazioni di cui ho bisogno per razionalizzare dei pensieri che forse nemmeno esistono ma son quelli allora cosa sono?

Poi mi sono visto allo specchio. Ho pensato alle mie esistenze e a quelle che consapevolmente ho rifiutato. Ho pensato al senso di estraneità che ho provato troppe volte e al senso di impotenza di chi quel sentimento l’ha provato per davvero. Ho visto una ruga sul mio viso e quelle della signora che dice di non voler morire sotto questo governo. Penso a quelli che non ci sono più, perché è la cosa più automatica da fare se sei solo, non pensi a quelli che ci sono ma a quelli che non ci sono, quelli che non possono più esserci. Le mie considerazioni sul tempo che passa invano prendono una piega diversa, la solitudine tanto cercata le amplifica a dismisura. Da domani, mi dico, combatterò non solo l’indifferenza verso le mie istanze ma anche quella verso chi è più debole e più invisibile di me. Penso di trovare consolazione in questa vana forma di resistenza, e anche se effimero è il mio modo di esistere, stasera.

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Biutifùl

“Ogni gentiluomo che si rispetti deve avere un qualcosa su cui in futuro essere costretto a tacere”. Stasera taccio per serbare il ricordo di immagini troppo vivide e forti per essere diluite nelle chiacchiere che si fanno per tenersi compagnia. Una Napoli bella, troppo bella, che gioca a nascondino con il suo lato oscuro, quello per cui dietro alla cartolina si scrivono battute sarcastiche, quasi che queste, dette da chi quelle situazioni di stenti e difficoltà le vive per davvero, possano essere esorcizzanti e scacciar via questi fantasmi. Una Napoli bella, biutifùl, storpiando lo sghembo vocabolo che Inarritu usa nel suo ultimo film, ambientato in una irriconoscibile Barcellona sommersa dai rifiuti, per raccontare il suo mondo marginale, una città dove le guerre tra poveri dei clandestini lasciano filtrare in modo malinconico l’ingiustizia della prevaricazione del più forte. Come nel film le inquadrature sfiorano soltanto di sfuggita le bellezze della città, con la Sagrada Familia avvolta in una luce lattiginosa nella piovosa notte della catarsi del protagonista, così io al contrario mi aggrappo a quel dettaglio non irrilevante della luce ottimista che dal lungomare si affaccia nella città, quelle onde e quella punta del promontorio in lontananza avvolta nella foschia, è la stessa città ma eppure è così lontana. Incontro una famiglia, una madre con due figli, vengono da Capri, in lontananza ne vedo la sagoma, il profilo indifferente di un mondo lontano e vicino, sono venuti qui per cure specialistiche che il loro piccolo nido non è in grado di offrire, sembrano per questo grati alla città ma ne hanno paura, non sanno orientarsi, non hanno i tempi giusti. Siamo nel punto più difficile, la stazione che serve come biglietto da visita ai turisti e che con il suo anarchico caos e un multiforme cantiere di cui non si prevede una conclusione in tempi ragionevoli fa sì che, pericolosamente, si formi un’indelebile prima opinione nella mente del viaggiatore. Li perdo nella folla del bus, dove invece colgo l’inconfondibile accento del Nord che chiede del castello. Castello, abbiamo un castello? Provo a mettermi nei loro panni, a guardare tutto questo come la prima volta, ma non ci riesco. Biutifùl, la storpiatura mi fa sorridere, nel film l’accento è sulla prima u, la figlia chiede al padre come si scrive quella parola e lui le risponde che si scrive così come si pronuncia. E’ una delle concessioni che si fanno al sorriso e alla leggerezza per raccontare un dramma. Allo stesso modo, mi diverto a storpiarne la cadenza e immaginare la stessa scenetta: non mi attrae più lo scenario incantevole della città ma sono attratto da quei buchi neri, da quei recinti asfittici entro i quali sono rinchiusi coloro che non si concederanno mai il lusso di un aperitivo negli asettici locali del lungomare, coloro che vengono da lontano ma che non si confonderanno mai con gli altri esseri umani di passaggio, coloro i quali compiono torsioni di centottanta gradi per fotografare l’avanti e il dietro del paesaggio ma non si fermano mai al centro semplicemente perché non riescono a capirlo. Loro staranno sempre lì, in quei formicai, avranno tutti i giorni una grande città a disposizione ma ne percorreranno solo gli angusti sentieri che una vita troppo stretta ha predisposto per loro. “Mi ha detto che dentro era come un mare di fango, che i suoi occhi erano come di gelatina e i suoi capelli bruciavano”. Non ricordo quale dei personaggi pronuncia la frase, e il non ricordare mi consente di staccare questa frase e come un adesivo incollarla sull’immagine sbiadita delle due città, Napoli e Barcellona, entrambe affacciate sul mare, per le cui strade si intravedono gli stessi contrasti di splendore e miseria. Proprio l’altra sera a cena con un’amica ne parlavo, inframmezzando la discussione con l’opportunità di sogni troppo ingenui per poterci davvero credere. E si parlava della tentazione di lasciare, di salpare verso nuovi lidi, stabilirsi per sempre in un luogo dove la vita è migliore, lasciandosi affascinare da una bellezza nuova e non corrotta, per sgranare gli occhi e stavolta solo di meraviglia. Retrospettivamente sorrido, le immagini del film ancora nella mia testa. Richiamo anche alla memoria la parola definitiva che sempre si dice in questi casi, in queste serate un po’ distratte ma mai prive di senso tra persone che si conoscono alla perfezione: in un modo o nell’altro, la capacità di una donna o di un uomo sbagliato di attrarti ha sempre la meglio sui suoi incontrollabili difetti. Il mare, può darsi che sia quello, conosco persone che salgono la cima di una montagna per vedere l’orizzonte in lontananza, da un’altura irreale, soltanto per poterlo scambiare per mare.

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Il tempo dell’acqua

L’acqua è sul fuoco, aspetto il tempo che raggiunga la temperatura adatta per potervi immergere una bustina di tè, alcuni dicono sia novantacinque gradi, altri non si accontentano se non della cifra tonda, centogradi, ma io non credo a quest’ultima così come non credo esistano cose in natura che abbisognano di tale perfezione, alla natura così come all’essere umano piace l’imperfezione, poco importa se aveva ragione Plotino o Socrate sul fatto che la materialità discenda da un singolo elemento che, contenendo già in sé l’idea ultima, si dirama in piccoli sottoelementi a cui bisogna dare lo spazio di crescere oppure invece sia la diversità e la complessità delle cose del mondo che poi forma quel concetto o cosa superiore che noi prendiamo a riferimento nello spazio di realtà che ci è concesso di vivere. Ma comunque l’acqua è sul fuoco, aspetto di prendere il mio tè e di dedicarmi questo tempo, diceva qualcuno che il tempo che si dedica al proprio corpo è un tempo che si dedica anche alla propria mente, e prendere il tè in questo momento è un esercizio mentale di cui ho bisogno, risvegliatomi come sono da un sonno che non ero più abituato ad affrontare, uno di quelli in cui la coscienza rigurgita fuori ciò che tengo dentro me, e la cosa che è sempre fantastica e assurda in questi casi sono quelle sfumature alle quali non penso mai, quei dettagli che credo scivolino via indifferenti come tutto il resto mentre magari sono un tassello importante per formare un disegno più complesso, un tassello magari piccolissimo e rappresentante una parte marginale del disegno ma pur sempre necessario al suo completamento. Il bollitore comincia a tentennare e a vibrare, l’apice imperfetto si sta per raggiungere ed io non sono nemmeno riuscito a dire spiegare capire come mai ho riversato della rabbia in sogno verso delle persone verso cui non credevo di provarla, e come mai ho provato slanci d’amore che non credevo di possedere, e vorrei essere abile abbastanza con le parole per rendere quel modo bizzarro e un po’ impertinente che hanno i sogni di mescolare le carte, abili prestigiatori che celano il trucco ma che lasciano trapelare l’essenza della loro magia, vorrei raccontare lo stupore di rivivere gli eventi e di vederli andare in modo diverso ma, a quel punto, sarebbe la realtà. Gli eventi sono andati come dovevano andare, mi sarebbero piaciuti innumerevoli finali diversi ma tremo al pensiero che potessero andare diversamente, geloso come sono di ogni ricordo che mi si forma e di ogni sogno che mi capita di sognare, e mentre l’acqua gorgheggia io tengo ben saldo quella consapevolezza sbadata del mio sogno, provo a fare la conoscenza con sensazioni che non credevo di avere e con altre che forse non scoprirò mai, ma sono le mie e sono contenute dentro di me e quindi va bene, grazie, ora prendo il mio tè.

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Ma dove devo andare

E’ buffo, perché stando lontano si corre il rischio di idealizzare, mentre ora sono qui che passeggio svagato per la stazione rinnovata e tirata a lucido come una di quelle signore una volta belle e fresche e ora costrette dal tempo a faticose sedute di make-up prima di presentarsi in società, una stazione i cui negozi sono aperti fino a tardi anche se non servirebbe perché la nostra è una cultura da orario di cena, ad una certa ora, sempre la stessa, si torna a casa e si guarda la televisione, e i negozi aperti fino a tardi non servono, sono il corpetto che tiene in posizione eretta e dignitosa una città sbracata. Eppure sono qui a passeggiare e ad entrare e uscire dai negozi, incontrando volti sconosciuti, incrociando frammenti di miseria e persone che con il loro biglietto del treno tra le mani e una misteriosa edizione locale di uno sconosciuto quotidiano appartengono di diritto ad una dimensione lontana e non conoscibile sulla quale la mia fantasia vola, ed io continuo ad entrare ed uscire mentre questi volti sconosciuti mi fissano, mi scrutano attentamente come per capire se appartengo anche io alla loro dimensione fuggevole o se invece sono una comparsa che la città ha mandato sulle scene per la quotidiana replica del sempiterno copione, mi guardano con apparente attenzione ma non mi dicono nulla, anche le altre comparse non mi rivolgono la parola, ma non era questa la città e non era questo il paese delle persone espansive e solari in quel modo un po’ improbabile che la cosiddetta nomea ci ha cucito addosso? e dove sono finiti gli incontri imprevisti e le chiacchierate estemporanee tra persone i cui mondi sono quanto più assurdamente distanti tra di loro? Mi pare di aver avuto contatti più ravvicinati e oserei dire intimi quando ho vissuto in quel luogo così lontano in cui non potevo capire né leggere la lingua, o forse è solo la mia percezione, dimentico sempre l’idealizzazione che la distanza sempre ci materializza davanti in quel modo che è reale come potrebbe esserlo un’oasi nel deserto, noi che plasmiamo la realtà e trasformiamo la sabbia in acqua per poter avanzare di qualche metro ancora, e nel frattempo io mi perdo e rinsavisco in ogni istante tale che la mia confusione non ha soluzione di continuità, come suol dirsi, anche se è lapalissiano dirlo perché la continuità non ci pone alcun problema a cui trovare una soluzione, la continuità è la soluzione in sé, è la domanda e la risposta nel medesimo istante. E penso alla giornata appena trascorsa, gli scherzi e le parole dette senza bisogno di stare lì ad analizzarle perché a volte le parole si dicono così, senza motivo, e le ripenso tutte mentre passeggio in stazione ed entro ed esco dai negozi in attesa di prendere il treno, le ripenso mentre offro il caffè ad un amico incontrato per caso e allora è un tutt’uno, c’è continuità tra quello che ero cinque mesi fa e quello che sono ora, anche se sono cambiato così tanto che non riesco nemmeno a spiegarlo, sono cambiato in quel modo un po’ commovente che hanno i bambini di entrare nell’età adulta, cambiando voce o forse trovandola, e ce n’è così tanta di continuità che penso che sarà così anche in futuro, quando un luogo diverso mi darà l’illusione di essere un’altra persona, quando invece sarò sempre lo stesso, magari cresciuto o responsabilizzato o maturo o conscio o completamente abbandonato ad una tremenda casualità ma sempre nel segno di questa continuità, e allora penso al flusso ininterrotto e mi dico, non vale la pena, cazzo, se il filo della tua stupida continuità ti riporterà qui a passeggiare senza meta, se per uscire dal labirinto devi tornare da dove sei entrato che bisogno hai di seguire Arianna con il suo filo rosso di inquietudini?

Cazzate, mi dico, è ora di andare a prendere il treno.

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Facebook, sesto potere

La discussione sui mali di Facebook sembra aver avuto nell’ultimo periodo una spinta notevole. Non che l’attenzione verso il più famoso dei social network fosse in precedenza bassa. Ma ormai, commentare ciò che avviene nel (e grazie al) mondo a sfumature blu è diventato un vero e proprio topos sociologico: da Bauman ai programmi televisivi d’inchiesta, dai reportage ai film vincitori di premi Oscar, tutti hanno riportato l’attenzione verso le tematiche della privacy e del trattamento dei dati personali.

Abbiamo firmato un contratto, ci dicono, per cui abbiamo volontariamente accettato delle clausole che non ci siamo presi la briga di leggere o che ci hanno comunque lasciato indifferenti. Clausole subdolamente tenute nascoste, o poco visibili, ma eppur presenti per chi avesse avuto occhi per cercare (d’altronde, non si nota sempre più facilmente ciò che la volontà cerca, e non si ignora allo stesso modo ciò che non si ha voglia di vedere?). Alcuni di noi hanno barattato la parte cosiddetta sensibile dei propri dati personali per ottenere un servizio. Illuso – ci è stato ripetuto – chi pensa che si possa ottenere un qualcosa senza dare nulla in cambio, specie se da questo qualcosa se ne ottiene un servizio soddisfacente. Perché mai la logica del profitto non dovrebbe essere parte integrante di un’azienda che fabbrica una rete virtuale? Quel prodotto per cui paghiamo con la nostra identità è appunto quel mondo di relazioni e multimedialità con il quale ci siamo abituati a convivere.

Strano notare come si sia passati da un ambiente virtuale nel quale l’anonimato era la regola – tale che dire “second life” non rimandava più all’avatar del social network più famoso dell’epoca ma significava, per un processo di antonomasia, una vera e propria seconda identità concretamente distinta da quella della vita reale –  ad un’altra tendenza dove i principali gestori e provider surrettiziamente richiedono (in alcuni casi “consigliano”) il nero su bianco dell’anagrafe. E allora d’improvviso entra in atto la tendenza opposta: ci si torna a mascherare dietro pseudonimi più o meno fantasiosi dietro i quali sentirsi al sicuro.

Quello sul quale converrebbe riflettere è che alle aziende immaginificamente nascoste dietro la nostra barra degli indirizzi interessa ben poco la nostra singola identità: non andranno di certo in fallimento se non venderanno al signor Pallino l’ultimo modello di scarpe. Piuttosto, sono smaniose di sapere a quale segmento appartiene l’amico Pallino, confrontarne le preferenze e gli orientamenti deducibili dalle informazioni che ha scelto di condividere (in questo senso, non gli viene estorto nulla) con quelle dei tanti come lui, poco importa se provvisti di nome e cognome. La strategia commerciale che elaboreranno sarà mirata a quel segmento, e il signor Pallino sarà soltanto una vittima collaterale dell’offensiva pubblicitaria.

Ma le logiche aziendali non si basano solo su questo tipo di raccolta di informazioni che, tra l’altro, è la stessa di quelle portate avanti da comunissime analisi di mercato o dall’auditel. Molto più pervicacemente, un marchio si affida alla capacità virale dei suoi utenti e alla logica conseguenza di far abboccare quelli che per mera pigrizia si fidano di ciò che il trend del momento dice.

Se non si vuole sottostare a questo tipo di logiche la soluzione è semplice: cancellare le proprie tracce. Se invece si vuole rispondere all’affermazione di Zuckeberg che “la privacy non è più un valore” in modo convincente, si può prestare un minimo di attenzione all’insieme delle condizioni contrattuali e ai tentativi più o meno palesi di phishing, e convincersi che nonostante siamo prodotti commerciali appetibili per le imprese da oltre 50 anni, ora siamo obiettivi molto più sensibili e avvistabili perché abbiamo deciso di condividere volontariamente parte della nostra identità. A meno che, ovviamente, la nostra smodata voglia di apparire non dia credito a quella sinistra inserzione che, su Facebook, pubblicizza l’ultimo paio di scarpe con il nostro bel faccione.

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Sull’egoismo

Scrivo un pensiero di getto, tra le mille cose fatte oggi e le poche altre che verranno nella serata, forse le più importanti, quelle in cui ci si raccoglie e ci si ritrova, stando con gli altri o con se stessi. E da qui devo prendere il mio spunto: rifletto da un paio di giorni sulla tendenza a gravitare intorno alla propria persona in ogni istante e durante ogni azione e slancio, sull’accusa che mi è stata rivolta di esercitare nel mio modo discreto una indiscutibile forma di egoismo. Pensavo che, chissà, tutti sono egoisti a proprio modo e tutti temono di esserlo, credendosene immuni, ragionando che il proprio modo di fare è quello di persone positive e aperte agli altri, pronte persino ad arretrare con il proprio orgoglio e i propri bisogni al cospetto di quelli dell’altro. Probabilmente non è così, non è mai così, e parlarne con gli altri e con me stesso mi fa arrivare a questa conclusione forse semplice ed accessibile a tutti. E quindi finisco qui a scrivere di me, in questo luogo che è una sorta di sacrario dell’ego, dove da ogni parola trasuda l’emotività del mio vissuto, anche quando tento di dare una mia versione dei fatti in modo oggettivo e imparziale. Oggettivo e imparziale, ripeto queste parole come un mantra provando a non sentirle estranee come ora le percepisco. Su un’accusa di egoismo io mi fermo totalmente, mi inchino alla persona che me l’ha mossa, così come faccio verso chi mi muove una critica e non la seppellisce nell’indifferenza. Mi fermo anche davanti all’accusa di non saper vedere, di non poter capire. Forse lo sforzo che ho sempre fatto di voler essere equidistante e non voler mai parteggiare ha sortito l’effetto contrario. Forse l’essere stato sempre disposto ad ascoltare, ed aver dato sempre l’impressione di saperlo fare bene, ha dato come risultato un me stesso che a mia insaputa mi soverchia. Non lo so, non sono ancora in grado di andare fino in fondo, forse ci tornerò su, anche se quello che ora voglio è allontanarmi un po’ da questi pensieri.

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Qualche considerazione sulla morte di Vittorio Arrigoni

Non riesco a mandar giù quanto successo a Gaza, non riesco a digerire la retorica d’accatto che si riversa su un episodio così sconcertante. Mi indigna la mancanza di pietà umana verso la morte di un uomo che non può non essere ricordato come pacifista, nonostante la sua voce violentemente anti-sionista, violenta come la non violenza talvolta riesce ad essere. Anti-sionista, non antisemita, chissà che la distinzione non venga tenuta a mente nell’infiammarsi delle discussioni polemiche – portate avanti, evidentemente, da coloro ai quali stanno a cuore i temi della pace e dei diritti umani; certamente non dalle nostre istituzioni (dove il solito vocabolario stantio non è in grado di dire l’enorme complessità che tali questioni assumono) o dall’informazione ufficiale e di mainstream, la cui capacità di approfondimento è pari a zero.

La prima voce che è uscita subito dopo la sua morte, addirittura durante il brevissimo tempo del suo sequestro, è stata quella che vedeva un coinvolgimento del Mossad, il servizio segreto israeliano. A stuzzicare questo dubbio è stato il dettaglio non indifferente di un tempo di prigionia ridicolmente breve, quasi come se in realtà la contropartita indicata con l’ultimatum valesse poi nulla. Non ultima, la convinzione che Arrigoni era un nemico di Israele e, in quanto tale, da eliminare, così come indicato nel sito stoptheism.com dove Arrigoni figura addirittura come bersaglio numero 1. Ora, il sito che ho citato è quello che fa riferimento all’ultra-destra filosionista americana, e lascio quindi a voi la valutazione sulla influenza di questo movimento sulla politica interna israeliana. Detto questo, il fatto che Arrigoni fosse un personaggio scomodo per Israele non lascia assolutamente sottintendere che quest’ultima volesse la sua morte. Io faccio una riflessione apparentemente banale, ma è quella della ragione che si unisce a quella di pancia: in tempi di Wikileaks, di continue fughe di notizie, dove ormai nessun segreto sfugge più alla minaccia di un cablogramma diffuso in rete, può davvero Israele rischiare di inimicarsi l’appoggio occidentale dopo i tumulti delle rivolte arabe  e rischiare quindi di rimanere completamente isolata? Oltretutto, la conseguenza della compartecipazione di Hamas a questo dolore così grande, anche e soprattutto per loro, scoperte le cellule impazzite tra quelli che si credevano amici, può dirsi una vittoria politica per un governo che mira, al contrario, a destabilizzare il fragile operato di Hamas a Gaza?

Sui Salafiti molto si sta dicendo in queste ore. Io stesso non ne conoscevo l’esistenza. Riporto da un articolo del Manifesto: i movimenti di riscoperta delle radici sono comuni in tutte le religioni e ciò è vero anche nell’Islam. La corrente di pensiero che propugna il ritorno alle origini nel mondo musulmano viene definita con il termine di «salaf», che in arabo significa «antenati», e indica in particolare i primi seguaci dell’Islam. Il salafismo reclama il ritorno alla purezza dell’insegnamento di Maometto e dei suoi primi compagni. Respinge la «bida» (innovazione), le contaminazioni con le tradizioni dei vari popoli, i compromessi con le esigenze politiche ed economiche e combatte i nazionalismi, sostenendo che i principi islamici valgono in tutto il mondo. Il suo orizzonte è perciò internazionalista. Nella sua espressione armata il salafismo è il fondamento del jihad globale invocato da al Qaeda. Il pensiero salafista in ogni caso non viene accettato, sul piano teologico e sociale, dalla stragrande maggioranza dei musulmani. Smentite riguardanti la paternità dell’attentato si sono avute dopo solo poche ore da parte di esponenti di tale milizia Salafita. Il fatto è che queste organizzazioni sono tante – troppe – e quasi tutte fuori controllo, e forse la definizione “cellula impazzita” potrebbe anche essere pertinente. Hamas annuncia una tregua con Israele e dopo pochi giorni una qualsiasi di queste fazioni arma i suoi missili contro Ber’sheva. Per me sono evidenti due cose: le divisioni interne ad Hamas, mai definitivamente chiari su quali politiche adottare per trovare una soluzione al conflitto, e il pregiudizio ideologico di chi voleva morto Arrigoni non per quello che faceva ma semplicemente per ciò che era, per cui la domanda cui prodest? perde ogni valore.

La tristezza monta ancora di più quando mi accorgo che l’uomo accecato dal fervore ideologico e\o religioso non riuscirà mai a rompere le catene dei circoli viziosi: “più passa il tempo, più si inasprisce l’assedio israeliano, più Gaza resta una prigione e più i giovani si radicalizzano e criticano anche Hamas incapace di sconfiggere Israele”. Sono triste se penso che la morte di un uomo è vessillo ideologico per alcuni, una liberazione per altri. Questa vicenda mi tocca incredibilmente da vicino, e probabilmente non sono in grado di rendere la complessità dell’argomento. Fortunatamente, nessuna delle due ideologie ha plasmato il mio modo di vedere. Esprimo ad alta voce il mio cordoglio per un mio connazionale, così come in silenzio l’ho fatto per tutte le vittime di questa ingiusta guerra.

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Le rovine di una città

L’Europa è vecchia, e l’Italia lo è di più. Rispetto alle nazioni più giovani è un handicap. Ma le città antiche hanno un aspetto e caratteristiche straordinarie. Gli americani non hanno una profonda percezione temporale delle cose, e pensano che tutto si possa rifare: è per questo che demoliscono così tanto. Non hanno una percezione della irripetibilità delle cose, e questo li porta a guardare il nostro patrimonio come una cosa simpatica, adatta per viaggiatori romantici impegnati in un safari in un mondo sopravvissuto. Penso a film come Vacanze romane, o a quello con Katharine Hepburn a Venezia..Tempo d’estate! ecco. Il fatto è però che il tempo non è così insignificante sulla vita degli uomini. Il tempo introduce un’idea di universalità che le realtà di recente formazione non hanno. Le cosiddette rovine sono l’espressione più vistosa dello scorrere del tempo, e che da noi non sono un fatto isolato, ma sono impastate nella vita dei centri storici. La compresenza di rovine e di edifici più recenti determina una situazione che ci fa percepire costantemente il valore universale delle cose. Una cosa è universale quando non serve più a nulla, ed è abitata da fantasmi. Pronta cioè a suggerire all’uomo altri valori. In questo senso, solo le rovine producono rinnovamento, e indicano la strada di nuove avventure per le quali non bisogna perdere di vista la componente di universalità che dovrebbe sempre esistere in ogni edificio. Una vera città è quella in cui tutto d’un fiato puoi leggere lo scorrere del tempo e la persistenza di valori ideali e materiali. Ma da 50-60 anni in qua abbiamo soltanto o la bieca conservazione in recinti governati dalla burocrazia o, fuori da quei recinti, il liberi tutti della speculazione che crea città del tutto insignificanti e prive di valori.

Francesco Venezia, Architetto

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Visione fanta-pop

Un giorno un intero immaginario pop-fantascientifico verrà costruito sui nostri tempi. In un’aula di tribunale deserta troneggerà una statua del Dio Priapo con un occhio elettronico sul pene, una bilancia che pende da un solo lato simboleggerà il nuovo concetto di eguaglianza, e le uniche comparse di questo film muto saranno ragazze svestite e silenti, unico appiglio, questo, alla concreta realtà. Fuori dall’aula, vecchi lucidati in doppiopetto agiteranno tra le mani i titoli azionari della felicità, diventata merce di scambio al pari dell’acqua. Il concetto di progresso come un lento avanzare verso nuove conquiste verrà deriso, essendo l’unico significato compreso quello di essere riusciti ad evitare il baratro, ancora una volta, chiudendo gli occhi sul domani che verrà.

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