Articoli con tag: Musica

La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

Categorie: Diario notturno, Politica, Riflessioni, Storytelling | Tag: , , , , | 7 commenti

Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
Categorie: Downunder, Riflessioni, Ritagli | Tag: , , , , , , | 4 commenti

Rosso, notturno

Avevano entrambi un ricordo bellissimo e disperato al tempo stesso ed era tinto di rosso. Era il colore della notte nella quale si erano inoltrati insieme. Perfettamente consapevoli della stupida finitezza di tutto quello che stavano per vivere, nondimeno vi si gettarono a capofitto, saltando sulle pozzanghere, cercando uno spiraglio tra le nubi rosse per avvistare una stella o un aereo o un disco volante, cedendo infine allo strano fascino di strade sconosciute e che eppure facevano sentire a casa. Era la periferia e vi si trovavano a loro agio. In periferia non avevano la sensazione di fuggire, erano al termine della fuga, erano anzi all’antitesi della fuga, nel luogo fisico e spirituale nel quale smaltire le sbornie cittadine.

Montarono in macchina e a lui parve di ascoltare Keith Richards alla radio che raccontava in un soffio di voce rauca come il riff di Satisfaction fosse venuto fuori una notte mentre era immerso nei suoi incubi, la chitarra appoggiata ai piedi del letto e il tasto del registratore trovato a tentoni del buio, Keith ride nel ricordare quella notte che ha cambiato la storia del rock e lui rideva mentre declamava a memoria versi di poesie mai esistite, solo per lei. Aveva in mente che stava per vivere un amore che non sarebbe durato che per due giorni, e sul ricordo di quel poco che c’era già stato e sulla speranza di quello che sarebbe successo egli costruiva i suoi versi, li smontava e li spernacchiava a piacimento, offrendoli al di lei ludibrio. Non importa, continua a prendermi in giro, le diceva, mi piace essere preso in giro, c’è quella leggera puntura di spillo all’inizio, l’intoccabile ego che si sente braccato, poi una risata calda sale dal cuore perché ti senti in qualche modo amato, seppur per un tuo difetto, se si gioca e si ride lo spettro dell’indifferenza è per sempre scacciato, il gioco e il riso sono il nostro talismano segreto che non sappiamo di avere.

La città continuava ad annaspare nei suoi sbuffi rock, creste alzate di sfavillanti colori sono il pugno nell’occhio che la musica aveva restituito alla città, la quale da allora non si è più ripresa, è rimasta ai tempi colorati e acidi degli Who che can’t explain, il punk stava per nascere e per avvolgere tutti nei suoi panni ruvidi, la città brontolava con il suo industrialismo dismesso, le vecchie colonizzazioni volgevano al termine mentre le nuove prendevano il largo, e le vie erano piene di fumi multicolori, nessuno si sapeva spiegare nulla, donne camminavano nude in mezzo alle piste da ballo e nessuno ci faceva caso. My generation? È solo mia e non vostra, dice incazzato Pete Townshend alla radio, e lei che immaginava l’attitudine di un’intera generazione che non vedeva il futuro al di là del proprio naso, c’era qualcuno che l’aveva capito e che l’aveva messo in versi in un beat spezzato e un basso furioso, la città ne era grata perché non ne poteva più di chiedere scusa quando ruttava il proprio scontento e finalmente c’era qualcuno a cui non fotteva nulla di tutto questo, e invece no, quanto poco ci vuole per farsi deludere. Non importa, pensava lei, io scapperò lo stesso e non mi troveranno.

La notte avvolgeva tutto in nuvole rosse, people try and get get around e poi ancora fino allo sfinimento, finché non ti raccatta qualcuno nel tuo stato di ebbra confusione, la luce rossa purpurea esaltava le scene di quella notte che voleva essere primavera e non ci riusciva, uno sforzo commovente come quello di tentare di capire il vociare sommesso all’interno del bar, e chi era quel tizio con quella strana maglietta che avevano visto ad un angolo e all’altro pure, come un’incongruenza in un film montato male? Non lo sapevano e non volevano saperlo, il sapere troppo a volte rovina tutta la poesia, peccato che talvolta non sapere nulla ti ubriaca di disperazione e peccato che la sbornia non passa il mattino dopo.

Avevano in mente di scappare a Parigi, l’unica città che si sottrae alla paura e delirio di cui ogni metropoli è intrinsecamente pervasa. Volevano fare un lavoro qualsiasi e poi trovare il tempo per scrivere, volevano ascoltare il jazz da vecchi grammofoni e volevano affacciarsi alle vetrine dei grandi ristoranti e cacciare la lingua in faccia ai clienti impettiti e vedere quanto ci voleva per qualche sguattero ad essere costretto a scacciarli, seppur a malincuore. Cercarono un po’ di jazz alla radio, si erano fermati in un posto qualsiasi e armeggiavano con la vecchia trasmittente. A Londra non c’era tutto il mondo. A Londra c’erano i reietti e quella città stava rendendo tale anche loro. Non ce ne andremo mai da qui, vero, chiese uno dei due. Il giorno dopo il rosso era tutto svanito e non si rividero mai più dopo quell’unica notte di amore.

Categorie: Canterbury tales, Diario notturno | Tag: , , , | Lascia un commento

Nine feet underground

Questa onnipresente finestra virtuale aperta sul mondo fagocita tutta la mia fantasia, il mio spirito critico, la mia voglia di stare con me stesso. Per paradossale che sia, anche se sei in solitudine ti senti sempre spiato, e a te stesso pare di spiare gli altri. Quando dico che la dimensione della mia scrittura è il viaggio in realtà forse intendo questo: sono propenso a scrivere quando il mio io è capace di guardare il mondo esterno o se stesso senza distrazioni, e il viaggio presuppone che tutte queste finestre virtuali siano serrate. L’interazione deve avvenire tra persone e non tra avatar, i sorrisi sono diversi l’uno dall’altro e un silenzio può significare tante cose. Nel mondo virtuale il silenzio significa solo una cosa: indifferenza. Relazioni liquide, le ha chiamate Bauman, relazioni cioè che possono essere interrotte a proprio piacimento, semplicemente facendo clic con il mouse.

Le relazioni. Qui in Inghilterra non ne sto stringendo molte, e quelle poche sono fusioni fredde. Forse è la lingua. Camminando per strada oggi (ebbene sì, anche io, come tutti qui, trincerato dietro spaventosi cuffioni) ho riascoltato del rock latino che ho scoperto in Sudamerica. Non voglio parlare qui dell’immediata e magica associazione con quell’esperienza fantastica e folle che è stata il mio viaggio, ma delle parole e della lingua. Hanno un bel dire coloro i quali propugnano la lingua inglese come standard internazionale per via della sua semplicità. Viaggiando in Sudamerica mi capitava di apprendere una parola e di fare passi avanti significativi nella comunicazione. Una parola per un concetto, andata. Appuntamento, paura, fame, rabbia, ballo. Ci si capiva con quell’unica parola. Le sfumature c’erano, ma era il linguaggio non verbale a sopperire. Ogni parola in più nel mio vocabolario era una possibilità in più di trovare un amico per la strada, in un bar, in un taxi. Qui no, qui è diverso. Una parola può significare tante cose; l’inglese ha nascoste dentro minuzie estenuanti. Una rigida costruzione sintattica ti impedisce di spostare una singola preposizione, pena l’assoluta mancanza di senso. Una parola può essere pronunciata in decine di modi diversi e questo senza un criterio o un perché. Ogni nuova parola appresa mi fa avanzare nelle interazioni alla stessa velocità di un pianeta distante anni luce. Con le persone è lo stesso: un giorno ti si avvicinano, ti fanno credere che tutte quelle tue teorie sulla tua invisibilità erano effettivamente frutto della troppa birra, ti fanno sentire un essere umano come loro! e poi l’indomani è come se nulla fosse successo. Le persone inglesi sono come le parole che esse adoperano per comunicare: possono significare tante cose, mai univoche, ed entrare in contatto con una di loro non significa padronarne in maniera definitiva l’idea.

Non ho usato la parola invisibilità per caso. L’altra sera sono andato da solo al concerto dei Caravan. Tra il gruppo di supporto e la loro esibizione hanno messo su un pezzo che conoscevo bene, il cui testo narra di un’ombra che si aggira per la città indifferente e bulimica che inghiottisce tutto e tutti. Io ballavo e non pensavo agli altri e gli altri forse non mi vedevano nemmeno. Ho visto però due donne bellissime: avevano forse più di 60 anni, capelli grigi raccolti in una coda e viso solcato da fiere rughe, senza trucco. Avevano lo sguardo furbo di due bambine cresciute insieme. Una di loro guarda l’altra e le fa cenno di andare in mezzo alla pista, come ai vecchi tempi. Un altro signore si aggira, armeggia con un dispositivo ultratecnologico e non balla e non sorride, solo è impegnato ad azionare il suo gadget quando i Caravan attaccano Nine Feet Underground, la classica suite progressive di venti minuti che manda tutti in estasi, e rimane fermo ed estasiato guardando il suo registratore, pregustando il piacere di poter riascoltare in cuffie, 44 anni dopo, quel fantastico pezzo sulle cui note chiudo gli occhi e mi perdo.

Questa è la prima cosa che scrivo da quando sono a Canterbury. Non volevo distrarmi dal lento e faticoso apprendimento del senso musicale della lingua inglese. Ma non ho resistito più. Forse è stata anche la paura di scoprire ciò che stavo provando, ciò che sto provando. Ma ho capito che è proprio l’inconsapevolezza a rendermi inquieto, e quindi torno con piacere all’unica cosa che è in grado di lenire questa sensazione. Mi è mancato scrivere mail agli amici o ai familiari. Questa è la prima cosa che scrivo, e la mando a me stesso, prima di chiudere la finestra che dà su un cielo inaspettatamente stellato.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , | Lascia un commento

Ricordo musicale in tre tempi

Mi aggrappo a quella canzone in tre tempi. Non voglio lasciare scivolare via il ricordo.

La prima parte mi racconta con voce magica lo stupore iniziale. Le note partono timide e dolci, e l’incanto dell’incontro si materializza. Penso agli sguardi sereni e inconsapevoli, penso agli abbracci impacciati, penso che allora non sapevo nulla.

Poi si comincia a correre, non so se sia la cosa giusta. La melodia si innalza, si fa epica, corona un momento che vorrei allungare per sempre. In questa seconda parte è contenuta tutta l’estasi che si fonde alla disperazione, ma anche un monito a godere del momento presente.

Già però sale la tensione. Il brusco risveglio da un sogno fatato. Si materializzano foglie che mulinellano sospinte da un vento improvviso. Straniamento, tristezza. Le note ora sono stonate, è un leccarsi le ferite, è un darsi la colpa. Ma chi sono io per addossarmi questa colpa? Sembra di essere nato ieri. Voglio assolvermi ma non ci riesco.

Tutto è successo per un imprevisto, e le note tentano di ricreare l’incanto svanito. Ma non ci riescono, arrancano e infine soffiano esauste ripiegando sul ricordo. L’unica cosa che mi rimane.

La nota finale mi dice, in un sussurro, che senza quell’imprevisto nulla sarebbe accaduto. La sinfonia termina, vorrei farla ripartire ma non ne ho il coraggio.

Categorie: Uncategorized | Tag: | Lascia un commento

Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


Categorie: Melaviv, Reporting | Tag: , , , , , , | 1 commento

La lingua salvata

Un alfabeto diverso è un universo diverso. Non è soltanto una questione di linguaggio ma di simboli. Le parole, anche quando espresse in una lingua che non conosciamo, sono appigli per la nostra immaginazione, attirano il concetto che vogliono intendere, e dopo un po’ diventano un tutt’uno, entrando a far parte del nostro sfocato vocabolario. Di fatto, simboli così lontani dalla mia cultura mi obbligano a valutare l’ebraico in quanto suono più che linguaggio. E fin ora l’ho captato nelle più diverse sfumature: intime e confidenziali, accese o irate, talvolta sentimentali. L’ho scambiato per francese quando ho ascoltato una voce femminile alla radio, mi è sembrato russo avendolo sentito urlare in lontananza, mentre ogni giorno mi pare di percepire un’intonazione arabica nelle parole del mio coinquilino. Non mi era mai capitato di sentirlo cantato, non dal vivo almeno.

Il locale si raggiunge percorrendo un pezzo di strada diroccata e male illuminata: due o tre incroci a veloce percorrenza, pompe di benzina che paiono abbandonate, una periferia dall’aspetto pericoloso che stona un po’ con l’anima Bauhaus della città. Non conosciamo la strada ma abbiamo la percezione di dover seguire le persone che sbucano fuori dalle buie stradine, tutti presi alla sprovvista dall’improvviso freddo e dalla pioggia imminente – la prima dopo mesi di un estate che sembrava non dovesse finir mai. Camminare insieme a loro mi rende felice, mi sento parte di un flusso vibrante che scuote le notti di questa città, ogni notte. All’ingresso troviamo una folla inaspettata, calda, impaziente di entrare. Dopo la perquisizione di rito, che ci fa sempre un po’ ridere, riusciamo a strappare due biglietti al sold out iniziale. Mentre sono stretto nella calca continuo a sperare che quello che sto per ascoltare sia un gruppo strumentale, in cui chitarre e batteria abbiano la meglio su quelle parole che non sono in grado di capire. Entriamo dal retro, avanti non c’è più posto, e strette scaline ci portano al piano superiore del locale. In una luce gialla e fumosa, facciamo in tempo ad ascoltare il boato della folla che accoglie la band, che si sta presentando al pubblico in quello che sarà uno tra tanti intermezzi parlati. Lunghi, incomprensibili intermezzi parlati.

La storia dell’ebraico moderno è abbastanza stupefacente: dopo millenni in cui è sopravvissuto soltanto nei testi sacri, ancorato ad una vetusta terminologia biblica, esso è rinato grazie alla determinazione di un ebreo russo nato in quel punto sperduto dell’Impero che ora è chiamato Bielorussia, tal Ben Yehuda, un lessicografo ed editor di giornali. Suo figlio fu il primo parlante ebraico nativo della storia. Era il 1882 e il suo nome era Ben Zion, figlio di Zion. Fu infatti l’ideologia sionista  il catalizzatore principale della rivivescenza della lingua: il melting pot della diaspora avrebbe creato lo stato d’Israele, una lingua comune sarebbe stata necessaria. Furono inventati nuovi termini per descrivere una realtà affatto diversa da quella millenaria, e furono prese in prestito parole dall’arabo e dall’inglese.

Si spengono le luci degli assurdi lampadari retrò del locale, che sembrano arrivare direttamente dal salone di una residenza reale del Rinascimento, e le Girafot iniziano a cantare. La loro è una storia comune tra i ragazzi qui: vengono da un lungo viaggio itinerante in India, e col loro furgoncino hippie  hanno assorbito le influenze della musica indiana cantando ogni volta con artisti locali, suonando e improvvisando insieme a loro. Sembra che il loro primo intento fu quello di raggiungere l’uditorio israeliano, sparpagliato lungo l’intero sub-continente indiano, subito dopo gli attacchi terroristici a Mumbai. L’idea del viaggio nasce in questo modo, e così la loro musica assume nuove sembianze: il nucleo folk-rock figlio della cultura ebraica si mescola ad influenze indiane, e il risultato è strabiliante.

Tutti conoscono le parole, tutti cantano, la folla e la band sono un’unica entità. Mi dicono che ogni loro concerto è diverso da ogni altro per i monologhi e le improvvisazioni del carismatico cantante; l’attualità è declinata secondo i ritmi dell’assurdo e del non senso, una verità forse si cela dietro quelle parole. Riesco a percepirne poche: quelle essenziali della sopravvivenza e quelle ibride. In un monologo particolarmente acceso colgo un superfuckyou che era rivolto al governo di Netanyahu, e un superthankyou che era invece dedicato agli elicotteri americani che sono venuti in soccorso per domare le fiamme del monte Carmel nell’incendio che ha devastato il nord del paese un paio di settimane fa. Il pubblico è interamente assorto. Mi guardo intorno e vedo facce sorridenti, ci si scambiano segni di approvazione, si cantano quelle parole in un modo dolce, inusitato per una lingua con tante lettere aspirate, e si balla sui momenti più psichedelici di alcuni brani. Mai come questa volta, provo un enorme dispiacere nel non comprendere le parole – anche se la gran parte dei concetti ci viene tradotta da una piacevole compagnia – e questa volta il dispiacere non deriva dalla sensazione di stare perdendo qualcosa di essenziale, quella comunicazione primaria con la quale entriamo in contatto con le persone in prima istanza, ma un qualcosa di più profondo, che scava la superficie delle frasi di rito che scandiscono la convivenza comune e i rapporti formali. Due ore e oltre passano velocemente, il concerto è finito e tutti aspettano il bis. Dopo un po’ i 5 componenti rientrano, e il cantante inizia a dialogare con il pubblico: mi dicono che vuole captare l’umore della platea e decidere insieme agli spettatori gli encores. Le luci si spengono di nuovo, tutti tornano in silenzio in attesa di intonare la prima strofa. Io resto in silenzio, ovviamente, ma paradossalmente vicino a quell’universo così lontano.

Categorie: Melaviv, Reporting | Tag: , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: