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Il bosone di Cortàzar

Forse esiste una vita d’uscita, però questa via d’uscita dovrebbe essere un’entrata. Esiste forse un regno millenario, però non è scappando da una carica del nemico che si prende d’assalto una fortezza. Fino ad ora questo secolo è scappato da un mucchio di cose, cerca le porte e qualche volta le sfonda. Quel che accade dopo non si sa, alcuni saranno riusciti a vedere e sono periti, cancellati immediatamente dal grande e fosco oblio, altri si sono acconciati alla piccola scappatoia, alla casetta fuori città, alla specializzazione letteraria o scientifica, al turismo. Si pianificano le scappatoie, le si tecnologizza, le si organizza con il Modulor o con la Regola del Nylon. Esistono degli imbecilli che continuano a credere che ubriacarsi possa essere un metodo, o la mescalina o la omosessualità, qualsiasi cosa, magnifica o inane in sé, ma stupidamente esaltata a sistema, a chiave del regno. Può darsi che esista un altro mondo dentro questo, ma non lo troveremo ricavandone il profilo dal tumulto favoloso dei giorni e delle vite, non lo troveremo né nella atrofia né nell’ipertrofia. Quel mondo non esiste, bisogna crearlo come la fenice. Quel mondo esiste in questo come l’acqua esiste nell’ossigeno e nell’idrogeno, o come nelle pagine 78, 457, 3, 271, 688, 75 e 456 del Dizionario dell’Accademia Spagnola c’è quanto occorre per scrivere un certo endecasillabo di Garsilaso. Diciamo che il mondo è una figura, occorre saperla leggere. Leggerla, ovvero generarla. A chi importa un dizionario per il dizionario stesso? Se da delicate alchimie, osmosi e mescolanze di semplici sorge finalmente Beatrice sulle rive del fiume, come non sospettare con somma meraviglia quel che a sua volta potrebbe sorgere da lei? quale inutile compito è quello dell’uomo, parrucchiere di se stesso, che ripete fino alla nausea il taglio ogni quindici giorni, apparecchia il medesimo tavolo, rifà la medesima cosa, compra il medesimo giornale, applica i medesimi principi alle medesime congiunture. Può darsi che esista un regno millenario, ma se per caso vi giungessimo, essendo noi esso stesso, non si chiamerà più così. Finché non toglieremo al tempo la sferza della storia, finché non riusciremo a distruggere il bubbone di tanti finché, continueremo a considerare la bellezza un fine, la pace un desideratum, sempre da questo lato della porta, dove a dir la verità non si sta poi tanto male, dove molti trovano una vita soddisfacente, profumi piacevoli, buoni stipendi, letteratura d’alto livello, suoni stereofonici, e perché allora allarmarci se con ogni probabilità il mondo è finito, la storia si sta avvicinando all’optimum, la razza umana esce dal medioevo ed entra nell’era cibernetica. Tout va très bien, Madame la Marquise, tout va très bien.

In quanto al resto, bisogna essere un imbecille, bisogna essere un poeta, bisogna essere rimasti con un palmo di naso per perdere più di cinque minuti in queste nostalgie perfettamente liquidabili in brevissimo tempo. Ogni convegno di direttori internazionali, di uomini-di-scienza, ogni nuovo satellite artificiale, ormone o reattore atomico schiacciano sempre un po’ di più queste fallaci speranze. Il regno sarà di materia plastica, è evidente. E non che il mondo si converta in un incubo orwelliano o huxleyano; sarà molto peggio, sarà un mondo delizioso, su misura dei suoi abitanti, senza nessuna zanzara, senza nessun analfabeta, con galline enormi probabilmente a diciotto zampe, tutte squisite, con bagni telecomandati, acqua a colori diversi secondo il giorno della settimana, una squisita cortesia dell’istituto nazionale di igiene, con televisione in ogni stanza, per esempio grandi paesaggi tropicali per gli abitanti di Reykjavik, vista di Igloo per quelli dell’Habana, compensazioni sottili che pianificheranno tutte le ribellioni, eccetera.

Ovvero un mondo soddisfacente per gente ragionevole.

E resterà in esso qualcuno, uno solo, che non sia ragionevole?

In qualche angolo, una traccia del regno dimenticato. In qualche morte violenta, il castigo di essersi ricordati di quel regno. In qualche risata, in qualche lacrima, la sopravvivenza del regno. In fondo, non sembra che l’uomo finisca per uccidere l’uomo. Gli sfugge, gli strappa di mano il timone della macchina elettronica, del razzo sidereo, gli sta per fare lo sgambetto e poi acchiappalo pure se sei capace. Si può uccidere tutto meno la nostalgia per il regno, la portiamo nel colore degli occhi, in ogni amore, in tutto ciò che profondamente tormenta e libera e inganna. Wishful thinking, forse; però questa è una delle possibili definizioni del bipede implume.

Julio Cortàzar, Rayuela

Categorie: Ritagli | Tag: , | 7 commenti

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