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Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – ottavo giorno

Sarà stata l’aria anticipatrice di festa del sabato oppure il sole che è finalmente tornato a splendere, fatto sta che oggi non si è fatto molto. Tutti si sono svegliati un po’ più tardi, e la colazione è stata lunga e conviviale. Non sono abituato a parlare così tanto di mattina, ma d’altronde qui non sto facendo nulla di abituale.

Il cemento ancora doveva asciugarsi, e quindi mentre Chris faceva alcune misure di controllo io sono andato nell’orto ad estirpare le erbacce munito di forcone. Quando si sradicano queste piante bisogna stare attenti a non strappare solo gli steli ma tirarle fuori dal terreno – appunto – dalla radice. Nell’orto di Tim sono coltivate tutte le verdure e le piante aromatiche di uso quotidiano. Prima di un’insalata è rituale la spedizione in giardino, muniti di stivali o di torcia, se è sera, e tornare con le nostre verdure dopo la nostra spesa. Prendersene cura mi pare, fosse solo per questo, un’attività molto sensata. Mentre affondavo il forcone nel terreno mi veniva da pensare alla piccola spiegazione che Tim aveva dato a tutti, durante la colazione, del concetto di permacultura, cioè agricoltura permanente. Si tratta di un sistema autonomo, autosufficiente e auto-rigenerantesi di agricoltura, in cui ogni sottosistema è legato agli altri e ad essi funzionale. Il risultato è garantirsi i raccolti della terra e, nel caso di Tim, di portare avanti un’azienda biologica, nel modo più rispettoso dei tempi della natura. Ho pensato alla mia vita di città, alla quale prima o poi tornerò, e alle poche scelte a disposizione di chi vive in un condominio, stretto nella morsa dei ritmi di una vita frenetica addolcita artificialmente da edonistici piaceri. Ho pensato con tristezza al momento in cui tornerò a mangiare frutta e verdure pallide e insipide. Tim ha un albero di albicocche, e ogni mattina qualcuno tra noi torna con albicocche fresche da mangiare con lo yogurt fatto in casa. Sono albicocche minuscole, poco più grandi di una fragola. È la dimensione del frutto quando non è dopato. Tutti noi crediamo di mangiare frutta ma in realtà mangiamo qualcosa congegnato da un’entità oscura e astratta di esseri umani, in un processo che parte dalle raffinerie dove vengono sintetizzati i fertilizzanti artificiali, per passare poi attraverso lo stretto collo di bottiglia di un sistema che prevede una misera retribuzione per il singolo contadino e una ingiusta massimizzazione del profitto da parte del più forte. La legge del più forte è una legge di natura, ma quando applicata dall’uomo la sua intrinseca tendenza/capacità di far progredire l’ecosistema verso una qualsiasi sorta di equilibrio viene falsata.

Pensavo a queste cose quando Chris mi chiama e mi chiede di aiutarlo. Per un paio d’ore continuiamo a segare i pezzi di legno che serviranno per il sostegno delle mura e del tetto del cesso. Alcuni dei pezzi che dovremmo usare stanno ancora svolgendo la loro funzione di perimetro per la base di cemento. Chris è leggermente frustrato. Quando si ha poco tempo e pochi materiali a disposizione il risultato non può essere soddisfacente, dice. Aggiungo che a rendere le cose peggiori vi è l’utilizzo di manodopera altamente non qualificata come il sottoscritto. Dopo una risata, accendiamo il laptop e mettiamo su un po’ di musica e cominciamo a segare.

Il pomeriggio lo trascorriamo libero. Tento di leggere ma il sole mi convince a una nuotata e una pagaiata nel fiume. Mi piace la sensazione di raggiungere in canoa una delle due estremità, attraverso le quali non si può passare per via del basso livello dell’acqua ma che normalmente dà sull’oceano, e rimanere immobile e a occhi chiusi, lasciandomi cullare dalla corrente. C’è silenzio, vero silenzio. Il canto di qualche uccello, l’occasionale sciacquio di un rivolo che si infrange su una delle sponde, e niente più. Anche quando nuoto, guardo avanti e vedo due sponde puntellate da una fitta vegetazione.

Tornato a casa, e con un paio d’ore ancora libere prima di cena, decido di cimentarmi in una torta, mentre Chris si dà ad altri esperimenti culinari. Mi accingo a un tipico dolce napoletano: la caprese. E qui mi rendo conto che l’unica nota stonata e incongruenza che ho trovato nello stile di vita di Tim: l’utilizzo del Thermomix. Per la mia torta avrei bisogno di un frullatore e di un normale sbattitore. La versione della ricetta per il robot prevede di mettere tutti gli ingredienti nel cestello e impostare e lasciar fare. In questo modo si perde tutta la dolce manualità del fare sciogliere il cioccolato a bagnomaria, o di rimuovere la buccia delle mandorle dopo averle scottate leggermente. Insomma, mia pare che la presenza di questo robot sia inopportuna in questa casa, dove non c’è il microonde e il bollitore elettrico, dove il tostapane sembra essere il prototipo dell’invenzione originaria, e dove si mangia prevalentemente ciò che si è in grado di produrre. Sono costretto a montare i bianchi nel chiuso del cestello, senza poterne controllare la consistenza. Ne esce fuori una poltiglia abbastanza smontata, ma che una volta unita al resto degli ingredienti e infornata, non ha un cattivo aspetto. Per renderla più attraente la cospargo di marmellata di albicocche e scaglie di cocco.

La cena è piccante e speziata. Danielle è tornata con minuscole aragoste chiamate Yabbies. Chris ha cucinato un risotto con verdure e una zucca al curry. Dopo cena ci diamo alle percussioni, ognuno con uno strumento. Tutti sembrano felici, e così io.

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