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Il corpo lo sa

Il corpo sa quando ha bisogno di piangere o di ridere, quando vuole un abbraccio o vuole stare in solitudine, quando vuole viaggiare o vuole essere stanziale, quando ha fame e quando ha sete e di cosa ha fame e di cosa ha sete, quando ha bisogno di un orgasmo o di una penitenza. Il corpo lo sa e non lo dimentica. Non te lo comunica, forse. Non dimentica nemmeno nella malattia, è solo la tua mente che non riesce più a leggerlo. E allora serve conoscerlo, quel corpo, serve che non si fidi delle interconnessioni nervose che a volte paiono funzionare come una lampada la cui luce va e viene ad intermittenza. Imparare a leggere il proprio corpo come uno spartito musicale, con il vantaggio che non è così difficile come quest’ultimo: ci sono poche regole e ben più spazio per le improvvisazioni. Inutile forzarlo. Gli si dia piuttosto l’agio di una torsione dolce e graduale, partendo dal bacino e voltandosi con la testa indietro, quasi come a voler fare retromarcia. La mente andrà incontro alle paure inconsce. Solo in quel caso potremo tornare a darle ascolto, fermo restando che è al corpo che ci rivolgeremo con la nostra preghiera laica, perché lui sa tutto quel che c’è da sapere su noi stessi.

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Last round of beers

Dunque, non è un caso incontrare delle persone, non è un caso che il filo conduttore dei discorsi sia sempre teso tra due estremità che si avvicinano e si allontanano senza però toccarsi mai. Vecchi amici, persone uscite da un po’ di tempo dalla mia vita, che proprio quando sto per cambiarla rientrano prepotentemente. E’ facile lasciarsi alle spalle un ricordo, ma un volto, un sorriso, un abbraccio, quelli come fai a dimenticarli da un giorno all’altro?

Forse non è necessario dimenticare, forse il destino è quello di portarsi tutto dentro, cose belle e cose meno belle, senza distinzione. Alla fine si parla sempre delle stesse cose: se abbiamo la forza di lasciare questa città, del perché la amiamo e la odiamo allo stesso tempo. C’è chi ha il coraggio di lasciarla e sa che non tornerà più indietro, chi l’ha fatto già ed è preda di mille nostalgie, chi invece non lo farà perché Napoli è una madre troppo presente, troppo affettuosa per lasciarti andare via per sempre.

Per caso incontro chi, un anno fa, mi aveva fatto scoprire il meraviglioso mondo dei balli popolari. Tutto il tempo trascorso insieme non è bastato per la sola ragione che è finito. Ma non riesco a essere triste. Sono grato a quelle persone per avermi insegnato tanto: come tenere le castagnette in mano, come fare la votata, come sentirmi aperto verso gli altri e sorridere, anche quando non ne hai voglia.

Un’altra vecchia conoscenza mi offre un torroncino al cioccolato. Mi dice, quasi seriamente, che lui non può rinunciare a queste cose, la qualità della vita è per lui un torroncino al cioccolato e tutto quello che c’è dietro. Il vecchio amico che vive all’estero, invece, mi dice che per lui qualità della vita è andare in treno con un computer aperto senza la paura di essere derubato. Beviamo la nostra birra notturna nel solito locale, quello che all’estero lui non ha ancora trovato. Quello dove incontri le stesse persone, quello che ti ricorda che hai una casa vera. Torniamo a casa, ci diamo appuntamento a tra chissà quanti mesi, e ci auguriamo di capire quello che vogliamo e di trovare il coraggio di seguire l’intuizione, qualunque essa sia.

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In difesa dell’allegria

Difendere l’allegria come in una trincea, difenderla dallo scandalo e dall’abitudine, dalla miseria e dai miserabili, dalle assenza transitorie e da quelle definitive, difendere l’allegria come un principio!

Difenderla dallo sbigottimento e dalle pesantezze, dai neutrali e dai neutroni, dalle dolce infamie e le gravi diagnosi, difendere l’allegria come una bandiera, difenderla dalla rabbia e dalla malinconia, dagli ingenui e dalle canaglie, dalla retorica e dalle accademie.

Difendere l’allegria come un destino, difenderla dal fuoco e dai pompieri, dai suicidi e dagli omicidi, dalle vacanze e dalla sopraffazione, dall’obbligo di essere allegri.

Difendere l’allegria come una certezza, difenderla dall’ossido e dalla rogna, dalla famosa patina del tempo, dalla rugiada e dall’opportunismo, dai prosseneti della risata.

Difendere l’allegria come un diritto, difenderla dagli dei e dall’inverno, dalle maiuscole e dalla morte, dai cognomi e dai dispiaceri…e anche dall’allegria.

(libera traduzione dallo spagnolo dalla poesia “Defensa de la alegrìa” di Mario Benedetti)  

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Ricordo musicale in tre tempi

Mi aggrappo a quella canzone in tre tempi. Non voglio lasciare scivolare via il ricordo.

La prima parte mi racconta con voce magica lo stupore iniziale. Le note partono timide e dolci, e l’incanto dell’incontro si materializza. Penso agli sguardi sereni e inconsapevoli, penso agli abbracci impacciati, penso che allora non sapevo nulla.

Poi si comincia a correre, non so se sia la cosa giusta. La melodia si innalza, si fa epica, corona un momento che vorrei allungare per sempre. In questa seconda parte è contenuta tutta l’estasi che si fonde alla disperazione, ma anche un monito a godere del momento presente.

Già però sale la tensione. Il brusco risveglio da un sogno fatato. Si materializzano foglie che mulinellano sospinte da un vento improvviso. Straniamento, tristezza. Le note ora sono stonate, è un leccarsi le ferite, è un darsi la colpa. Ma chi sono io per addossarmi questa colpa? Sembra di essere nato ieri. Voglio assolvermi ma non ci riesco.

Tutto è successo per un imprevisto, e le note tentano di ricreare l’incanto svanito. Ma non ci riescono, arrancano e infine soffiano esauste ripiegando sul ricordo. L’unica cosa che mi rimane.

La nota finale mi dice, in un sussurro, che senza quell’imprevisto nulla sarebbe accaduto. La sinfonia termina, vorrei farla ripartire ma non ne ho il coraggio.

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Pigrizia

Da molto tempo ormai non mi concedo il lusso della pigrizia. Quella vera, profonda, quell’otium tanto amato da quei piacioni dei latini. La stessa parola otium declinata nella vetusta lingua mi fa materializzare nell’occhio della mente un divano larghissimo e mastodontiche porzioni di uva, da ingollare in posizione semi-sdraiata, contro qualsiasi legge fisica. Ma un certo tipo di pigrizia è anche produttiva: innumerevoli invenzioni sono state partorite dall’indolenza di individui che cercavano modi per così dire creativi di scansar la loro fatica (chi ha attaccato per prima l’aratro dietro un bue? un innovatore o un pigro, o entrambi?). D’altro canto, ciò di cui parlo è quel tipo di pigrizia a cui si abbandona chi nella vita non ha più obiettivi da raggiungere, colui che torna esausto dal proprio lavoro e vuole impiegare il tempo che gli rimane prima di un’altra dura o soffice giornata facendo esattamente nulla, stordendo i suoi pensieri con quelle gigantesche clave che sono televisione e internet. Per un momento mi metto nei loro panni e mi godo quel soave attimo sospeso nel tempo in cui non conta nulla, solo ristorarsi attraverso il vuoto. Per un attimo temo che non ci riuscirò mai. Poi mi rendo conto che sono davanti lo schermo di un computer mentre il mondo compie la sua rivoluzione perpetua, e mi sento figlio di un tempo pigro. Sono pigro quando aspetto che le scadenze si avvicinino, e il mio tempo lo è in egual modo quando attende che la situazione precipiti, che l’ultimatum scada, che la deadline venga prorogata. Ma il mio tempo sono io, siete voi, sono gli uomini che lo vivono. Cosa è successo, cosa mi impedisce di godere di quella placida pigrizia senza sensi di colpa? Il filo dei pensieri si è aggrovigliato, la luna che pareva calante si è subitaneamente accesa e ha illuminato quel che mi resta in queste notti così autocritiche: non sono pigro fin quando sarò capace di sognare, ed è la capacità di farlo per sempre che fa di un uomo un vincitore, come disse Mandela. Vorrei spiegarla, questa, ma sono così stanco…

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Come un’oliva

Se è vero quel che dice il Talmud, che gli esseri umani sono come le olive e danno il meglio di sé quando sono schiacciati, allora proverò a lasciare che le parole scorrano mentre il tempo mi rincorre, stasera è la notte dei musei aperti e bisogna approfittarne, bisogna far presto perché il tempo è tiranno anche se molti dicono non esista affatto, la luna è quasi piena o si sta sgonfiando, nei giorni e nelle notti scorse non ero molto attento, facevo finta di prestare attenzione e poi galleggiavo in un fluido indefinito di ricordi, sensazioni, aspettative, ma ora sono attento e centrato e mi godrò la notte in cui la mia città metterà a disposizione di tutti i suoi tesori, alzerà il sipario e con sapiente gioco di luci riverserà la cornucopia della sua bellezza in una notte tersa e immota, il vento non si alzerà perché, complice, non vorrà disturbare la notte di quiete portando i miasmi della realtà quotidiana, i poco salutari effluvi di una città vessata dalla spazzatura e… il mio tempo è già finito, sono sicuro che andando avanti sarei giunto al cuore della questione, avrei visto me nel mio tempo e il mio tempo nella mia vita, necessariamente intersecati e dipendenti l’uno dall’altra, il tempo è già finito ma stasera non voglio sentirmene schiacciato. to be continued

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