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Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
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Giosuè

Oggi ho conosciuto un ragazzo di nome Giosuè. È un ragazzo sulla ventina, forse poco più, alto e con un paio di spalle da nuotatore. Vuole fare il duro ma gli si legge nello sguardo un animo gentile. Non mi ha raccontato molto della sua infanzia, ma ho avuto l’impressione che sia stata abbastanza travagliata. Può anche darsi che tutte le impressioni che ho avuto nel corso della nostra breve chiacchierata siano infondate. D’altronde, quando entriamo in contatto con una persona abbiamo bisogno di schemi, non possiamo permetterci il lusso di resettare la nostra mente e annullare pregiudizi, scorciatoie mentali, supposizioni. Quindi le darò tutte per buone, con la consapevolezza che, in un altro momento, avrei potuto averne di diverse. Magari lo incontrerò ancora e lui sarà allegro, sarà contento per una quisquilia che gli è successa e riguarda solo la sua piccola vita, ma che è in grado di farlo sorridere un po’ di più, e allora la mia impressione si plasmerà grazie a quest’altro elemento. Ma non voglio divagare.

Giosuè è un ragazzo ambizioso e volenteroso, uno di quelli che si prodigano per migliorare le cose, senza però l’arroganza di chi crede di avere tutte le soluzioni in tasca. Mi ha detto di essere laureato, anche se da come si esprimeva avrei faticato a dirlo. Impressioni. Mi raccontava che nel paese dov’è nato non ci sono tante possibilità. Un paese dove bisogna lottare duramente per conquistare un posto nella società, e lui all’inizio aveva anche intenzione di farlo, ma poi le cose si sono fatte troppo difficili. Volevo saperne di più, continuavo a fargli domande ma lui glissava, preferendo parlare d’altro. Superando la sua diffidenza, chiedeva di me, della mia vita e delle mie aspirazioni. Anche io tagliavo corto, in realtà. Forse volevo dargli un’impressione diversa, volevo scappare per un po’ da quel me stesso in cui sono rimasto imbrigliato. Cosa c’è di meglio che una nuova conoscenza per resettare un po’ la nostra mente e trovare conforto in un’altra identità? Ma sto divagando.

Ho pochi elementi per tratteggiare ulteriormente la sua personalità. Non abbiamo parlato per molto, in fondo. Mi mostra una foto della madre, a cui è molto affezionato. Dei fratelli non sa più nulla, ormai da un bel po’. Una lontana tristezza gli vela lo sguardo per un attimo, ma poi con una gran risata mi dice che la vita è bella. Mi dice che da un po’ di tempo ha una donna. Hanno anche un figlio, non esattamente in programma ma che lui ha accettato con spensierata incoscienza. La sua donna si accontenterebbe di un po’ di soldi per tirare avanti, mentre lui vorrebbe essere presente nella sua vita. Forse pensava a questo quando l’ho visto assorto, da lontano, prima che mi avvicinassi e avessimo l’occasione di parlare. Gli ultimi scambi li abbiamo avuti sul ciglio della strada, quando guardando dall’altra parte abbiamo osservato le macchine incolonnate per fare benzina: macchine di tutti i tipi, arroganti e di grande cilindrata, che per questo credevano di avere il diritto di saltare la fila, e altre più umili che se ne stavano in silenzio e polverose aspettando il loro turno. Tutto pur di risparmiare i dieci centesimi dello sconto domenicale sul pieno. “Anche qui non state messi granché, ma ti assicuro che a me va bene”, mi dice infine. Giosuè mi restituisce le chiavi della macchina, posa l’erogatore della benzina e mi augura una splendida serata. Chissà qual è il suo nome, penso mentre dallo specchietto retrovisore lo osservo che si prepara a una notte solitaria, di nuovo assorto sulla sua sedia di plastica bianca: nel distributore di benzina in cui l’hanno messo oggi non si pratica nessuno sconto.

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Il lavoro logora in ogni caso

Dove abbiamo sbagliato? Volevamo diventare creativi e artisti, volevamo esercitare la pratica forense e quella medica, volevamo diventare professionisti affermati. Abbiamo studiato lettere, comunicazione, politica. E non sappiamo fare nulla. Con le nostre mani, dico. Nulla. Non siamo scappati di casa appena la legge ce lo consentiva, abbiamo temporeggiato in attesa dell’indeterminato, ma di indeterminato c’è rimasto solo il futuro. Il tempo passa, guardandolo da qui i campi prospettici sono lunghi, tante eternità ci bloccano la visione e paiono insormontabili. Poi ad un tratto ci accorgiamo che il tempo è davvero passato, in città non è rimasto più nessuno, e abbiamo confuso le nostre aspettative con quelle di qualcun altro. Vogliamo scappare, ci dimeniamo, ma più passa il tempo e più sentiamo la presa forte della città. Società arcaiche le nostre. Il progresso e il benessere economico non è mai stato raggiunto dagli stanziali, quelli che hanno sovvertito l’ordine delle cose sono sempre stati quelli che sono andati, quelli che si sono impiantati in un luogo e hanno avuto fede di costruire dal nulla quello che in casa loro risultava inedificabile. Ma ci sono quelli che vogliono rimanere, quelli che lo considerano un dovere e quelli che lo considerano un diritto. Quelli che pensano che, ad andarsene, non si ha più diritto ad avere nostalgia, e quelli che restano e sognano sempre un altrove, chimerico e lontano. La città non cambia ma non le si può fare una colpa per questo: non è lei a dover cambiare.

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Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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Napoli siamo noi

Nicola aveva 15 anni quando è morto. Per un sacco di motivi, nessuno ha sentito lo sparo dell’arma da fuoco. Tutti stavano festeggiando, probabilmente i botti della città arrivavano fin lì. Forse i suoi assassini stavano festeggiando anche loro. Ma tra gli altri motivi c’è il fatto che queste cose, in genere, non si può sentirle, si deve far finta di essere sordi. Nicola è stato ritrovato per terra esangue sull’uscio di una stazione di polizia nell’infima periferia, quella che fa statistiche, cronaca nera, quella delle leggende metropolitane che a Napoli sono tutte vere. Niente di inventato, sapete?

Nicola era andato con suo cugino in un paese del casertano, uno qualunque, non fa differenza, c’è un Viale Kennedy con un locale ripieno di gente da spennare un po’ ovunque, c’è fame e miseria ma un portafogli gonfio di soldi più o meno leciti lo si può sempre trovare in qualche tasca di un jeans attillato. La rapina è andata male, forse i due ragazzi hanno acchiappato un pesce più grande di loro, forse hanno invaso un territorio o avevano sgarrato molto tempo prima. Ci sono due cose che sono vere e imperscrutabili, laggiù: le leggende metropolitane e la memoria lunga di chi crede di dover ripagare torti subiti. Uscirà fuori che era legittima difesa.

Dal locale alla stazione di polizia ci sono circa 15 chilometri. E’ probabile che il sopravvissuto abbia guidato a folle velocità credendo di poter fare qualcosa, poter salvare suo cugino ridotto in fin di vita. L’ha scaricato lì e poi è ripartito verso la città, ma non verso il centro: lì si stava festeggiando. Confondersi tra la folla può essere una buona idea ma non se sei un rom. In città si continuava a sparare i botti, la fine dell’anno, la squadra aveva vinto ed era il momento buono per regolare dei conti. Quattro colpi di pistola, due armi diverse, unmortoeunferito.

Quando la città si sveglia, gli echi della notte di festa risuonano ancora. Il Napoli ha vinto la coppa. Un evento eccezionale. C’è voglia di festeggiare, ancora. E pazienza se non ci sarà più voce per potersi indignare per la morte di Nicola e dei due malavitosi. La legittima difesa è invocata stavolta dalla città stessa: c’è bisogno di eventi eccezionali per poter dimenticare, ancora una volta, la tragica e assurda normalità con cui si è costretti a convivere.

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Last round of beers

Dunque, non è un caso incontrare delle persone, non è un caso che il filo conduttore dei discorsi sia sempre teso tra due estremità che si avvicinano e si allontanano senza però toccarsi mai. Vecchi amici, persone uscite da un po’ di tempo dalla mia vita, che proprio quando sto per cambiarla rientrano prepotentemente. E’ facile lasciarsi alle spalle un ricordo, ma un volto, un sorriso, un abbraccio, quelli come fai a dimenticarli da un giorno all’altro?

Forse non è necessario dimenticare, forse il destino è quello di portarsi tutto dentro, cose belle e cose meno belle, senza distinzione. Alla fine si parla sempre delle stesse cose: se abbiamo la forza di lasciare questa città, del perché la amiamo e la odiamo allo stesso tempo. C’è chi ha il coraggio di lasciarla e sa che non tornerà più indietro, chi l’ha fatto già ed è preda di mille nostalgie, chi invece non lo farà perché Napoli è una madre troppo presente, troppo affettuosa per lasciarti andare via per sempre.

Per caso incontro chi, un anno fa, mi aveva fatto scoprire il meraviglioso mondo dei balli popolari. Tutto il tempo trascorso insieme non è bastato per la sola ragione che è finito. Ma non riesco a essere triste. Sono grato a quelle persone per avermi insegnato tanto: come tenere le castagnette in mano, come fare la votata, come sentirmi aperto verso gli altri e sorridere, anche quando non ne hai voglia.

Un’altra vecchia conoscenza mi offre un torroncino al cioccolato. Mi dice, quasi seriamente, che lui non può rinunciare a queste cose, la qualità della vita è per lui un torroncino al cioccolato e tutto quello che c’è dietro. Il vecchio amico che vive all’estero, invece, mi dice che per lui qualità della vita è andare in treno con un computer aperto senza la paura di essere derubato. Beviamo la nostra birra notturna nel solito locale, quello che all’estero lui non ha ancora trovato. Quello dove incontri le stesse persone, quello che ti ricorda che hai una casa vera. Torniamo a casa, ci diamo appuntamento a tra chissà quanti mesi, e ci auguriamo di capire quello che vogliamo e di trovare il coraggio di seguire l’intuizione, qualunque essa sia.

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Della crisi, di Napoli e un breve cenno a un film bellissimo

Storie di Napoli, umide storie di ordinaria solitudine. Camminare per le vecchie strade conosciute, accertare con sollievo che nulla è cambiato. Il cielo azzurro del mattino e quello opalino dell’imbrunire, le viuzze strette e la fiumana impazzita dello shopping natalizio. C’è crisi o non c’è crisi? Di sicuro non c’è la miseria che svuota le strade e spegne gli animi. C’è l’atmosfera di chi sa che la festa sta per finire e si abbandona agli ultimi eccessi, non pensando al mal di testa del mattino dopo. La nostra emicrania durerà un anno, forse più. Intanto ci sono le file fuori ai negozi di lusso. C’è crisi, ma per chi? Il tabacco è aumentato e le pensioni rimangono ferme. C’è crisi per i poveri stronzi, per gli stronzi ricchi no. E’ la stessa atmosfera a comunicarmelo. Sono nato qui, eccheccazzo, saprò leggere gli umori della mia città! Gli sguardi della gente, le parole captate. I soldati della Nunziatella che in circolo parlottano tra di loro. Volti sorridenti. E’ una foto che non ho il coraggio di scattare. Una signora parla al telefono nel suo dialetto stretto, le sfugge una parola in italiano, una che in dialetto suona male o addirittura non esiste. La signora sta modulando il suo linguaggio a favore dell’ascoltatore, forse la signora dal dialetto stretto è una professoressa di italiano. Perché cammino e fantastico sulle persone? Lo sguardo furbo e indagatore di un vecchietto: è la maschera che indossa Toni Servillo. Un “prendiamoci un caffè” che sottintende la veloce e irrinunciabile ritualità che in questa città ha un senso più ampio e inspiegabile. La signora che mi spinge via appena uscita dalla metro, un gesto che amplifica la mia e sua solitudine. Le lettere a Babbo Natale appese sui tradizionali alberi (speriamo che quest’anno non se li rubano) chiedono poche cose: grandi amori, una cosa di soldi, un lavoro (attenzione: una cosa di soldi e un lavoro sono due concetti diversi nell’immaginario comune) e giocattoli, giocattoli i cui nomi ricordano molto quelli di quando noi eravamo piccoli, solo che hanno più accessori, sono giocattoli due punto zero. I negozi sono pieni, grosse buste accompagnano per mano esseri quasi umani, troppo umani. L’aereoporto segna il record di presenze. C’è crisi o no? Vanno alla grande gli acquisti tecnologici, irrinunciabili: viviamo trincerati dietro schermi piatti, cristalli liquidi, reti wifi, pretendiamo servizi online che ci evitino le code, aborriamo il contatto umano, il sudore della gente che ci ricorda che siamo umani e miseri come tutti. Al cinema danno “The Artist”, un film muto e in bianco e nero sui film muti e in bianco e nero di una volta. Il cinema puzza di piscio, è uno di quelli che ha resistito all’ondata del multiplex (un orgasmo multiplex). La moglie del protagonista dice che è infelice. Lo sventurato protagonista, soppiantato nel suo mestiere dall’avvento del sonoro, dice che infelici lo sono milioni di persone. Un conoscente incontrato  per caso mentre tentavo di divincolarmi dai venditori di calzini (di quelli subdoli, di quelli che ti fanno ridere; non c’è scampo nella maggior parte dei casi: ti fanno fesso) mi dice che la crisi c’è, erano anni che non vedeva uno strascino per strada. Ritorno a casa, non c’è traffico perché tutti vedono la partita. L’obliteratrice è rotta. Mi regali ricordi, cara città, ma non mi regali più speranze.

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La vuelta

Sono tornato. Ti sei riambientato subito, mi dicono. Ho ripreso a parlare napoletano, la mia vera madrelingua. Sono nella madrepatria e parlo la lingua madre, tutto torna. Guardo la partita, faccio il tifo e bevo una Peroni. Un gusto familiare, ricordo di aver detto a degli australiani che sono morti dalle risate. Effettivamente anch’io. A volte ridere di se stessi è un esercizio benefico, deve avere un effetto cardio-circolatorio perché fa affluire sangue e ossigeno al cervello, come quando tenti di dormire ma sei troppo eccitato per qualcosa, forse sei innamorato o vuoi semplicemente fare l’amore o forse vuoi le due cose insieme, semplicemente. E tutto quel sangue e quel bollore ti costringe a reprimere dentro un insensato urlo, qualcosa come: che cazzo ne sapete voi?

Ma anche io non so niente, questo è sicuro, ho solo visto delle cose. Il brutto è che queste cose ora sono dei ricordi che si tramuteranno in racconti, io li ascolterò uscire fuori dalla mia bocca e mi sembreranno fasulli, opachi. Racconterò il ritmo della cumbia, ecco (farò tsh-tsh-tsh con la bocca e muoverò il bacino e farò una faccia stupida). Sufficiente. O racconterò il suono di una musica dopo aver vagato per ore per strade interminabili e trovare finalmente un anfratto nell’immensa città, un luogo dove si conoscono tutti e dove posso bere indisturbato la mia birra, godendomi la solitudine prima del ritorno a casa, fin quando non incrocio lo sguardo di una donna che vuole fare amicizia. Questo sono sicuro che lo sapete: alla fine, sono sempre le donne che decidono.

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Notte al termine di un viaggio

Bisogna che io scriva, adesso, per colmare o svuotare un qualcosa che non so se è pieno o vuoto, bisogna che scriva perché ho questo mal di testa infernale e bisogna che lo faccia nonostante il ticchettio di questa tastiera produca delle piccole scariche lancinanti, mentre fuori si perdono nella notte i rimbombi di una festa lontana, e tutto si amplifica a dismisura nel mio animo troppo vuoto questa notte, o troppo pieno, non so. Bisogna comunque che scriva perché talvolta mi pare di raggiungere un culmine insostenibile, dopo cui non so più da che parte prendermi. Scrivere forse non è nemmeno l’atto fisico che sarebbe consono in questi casi, scrivere è andare troppo lento, ora, servirebbe piuttosto un congegno non ancora inventato che prelevi in un sol colpo tutti i miei pensieri, anche quelli che non so di avere, anche quelli che escono fuori in punta di piedi di notte credendo che io non me ne accorga, e invece io son lì che me ne accorgo, con il mio mal di testa e la mia microscopica insignificante insonnia, e mi servirebbe infine vederli tutti raggruppati per grandezza e per colore, e a quel punto io mi sederei lì come ai piedi di un albero, e comincerei a scortecciarlo quest’albero, preleverei quei piccoli pezzettini alla base dalla forma più insolita, proverei il piacere di sradicare quella cosa non si sa se viva o se morta e me la rigirerei tra le dita per appurarlo, e nel frattempo sotto quella scorza emergerebbe pian piano quello che c’è di più vero, invisibile di giorno nella luce assurda dell’estate. Ma quei piccoli pezzettini son lì da sempre, fanno parte di un qualcosa concepito per essere unico e indivisibile, e in un certo senso anche i miei pensieri lo sono, ora sono diversi e mentre sto qui a ticchettare sento che sono in continuo mutamento, eppure questa nemesi non mi inganna, sono seduto ai piedi del mio albero e vedo che i miei pensieri sono diversi ma sono anche la naturale evoluzione di quelli di prima, di quelli delle altre notti, solo questa notte più chiari, forse intimoriti dal gran frastuono là fuori, piccoli topolini che scappano prima che la nave affondi.

Sono uno scettico convinto, io, e per uno scettico convinto la vita non è mai facile. Anche la mia propria interiorità che nel corso degli anni, non ricordo quanti, ormai, o forse lo ricordo ma raccontarlo sarebbe sbertucciarmi per un nulla, adesso, anche la mia propria interiorità, dicevo, che ho tenuto a tratteggiare in favore del discendente di me stesso che credevo sarei presto diventato, anche quella mi pare falsata da tutto quello che è successo dopo. Nessuna verità ora mi pare più tale. La consapevolezza è proprio un gran brutto affare, una gran troia, stà consapevolezza, ti affascina e ti lusinga e ti acquieta per una manciata di notti e dopo un gaudente batter di mani eccola là che si ripresenta sotto diverse e menzognere spoglie. Come è difficile seguirla, magari fosse facile come lo è rivedere le persone, osservarle da lontano, non conoscendole, facendo su di loro le più strambe congetture. Quella è verità: entrambe le parti concordano su una tacita versione, destinata ad essere per sempre ignota all’altro. Le persone, i volti che incontri sempre per la strada nella tua vita stanziale, quelle dove una porca abitudine ti ha già fatto dimenticare tutte le magie e tutti i colori che un tempo ti vantavi di cogliere, artista incompreso persino da te stesso, quei volti sono in fondo una parte di noi, di me, che c’entrate voi, le incontro e penso che quelle persone che vanno in giro, che incrocio nei posti più disperati di questo minuscolo mondo, non siano altro che pezzi di me, di verità che ho tralasciato di appurare nelle mie fantasticherie notturne. Come sarebbe bello, concorderete, vivere ogni volta di piccoli espedienti, sarebbe magnifico indossare quelle maschere surreali che le persone ci cuciono addosso, quando noi rappresentiamo per loro quegli stessi fantasmi inconsistenti di cui vi parlavo: noi siamo la loro verità e loro la nostra. Come sarebbe bello se tutto si limitasse a questo, se dopo tutti le giravolte che facciamo non ne uscissimo sempre con quella fottuta nausea o con il mal di testa che ci attanaglia. Dimmi chi vuoi che sia, e lo sarò. Dimmi queste parole, ecco che ti porgo il bigliettino che ho scritto, non hai che da leggerlo, e dopo restituiscimelo e io farò quel che vi avrai scritto. Recitiamo per bene, una volta tanto.

Poi apriamo gli occhi, finiamola con le scene, godiamoci quel lucore irreale di cui è ammantata la realtà quando ci siamo estraniati da essa per un tempo sufficiente. Godiamoci quella patina calda e rosa, crogioliamoci in quel tepore e convinciamoci una volta e per tutte che ameremo ciò che ci capiterà, senza tentare di far capitare ciò che ameremmo. Un amor fati perpetuo e distante che combatta l’horror vacui di un millennio che, per noi, non è ancora giunto. Il mio mal di testa è ancestrale, ora, risale alla notte dei tempi, risalgo il corso della storia con esso, vedo gli uomini vivere il proprio tempo e uscirne indenni, dopo tutto, non fosse altro che dopo la morte non ti capita più nulla, mal che vada c’è quella, e c’è chi ha imparato a vivere tenendo a mente quest’ultima cosa, e ogni giorno si fa delle gran mangiate come se fossero le ultime che ci si può concedere in questo sputo di vita, e alla fine satolli e soddisfatti non chiedono nemmeno scusa se ti ruttano in faccia, l’hanno capito bene, loro, che la vita è questa e non si guarda in faccia a nessuno, al massimo una mano davanti alla bocca. E nel corso dei secoli e nei secoli ogni uomo si è immerso nel proprio tempo e ha sviluppato i suoi anticorpi, ha sviluppato il suo gusto modellandolo su un manipolo di geni e poi il resto l’ha forgiato con le parole, a parole son bravi tutti, ognuno ha avuto le sue, c’è chi ne a bizzeffe per dire un’unica cosa ma alla fine tutti ne hanno solo una per dire quel che vi è di realmente essenziale. Cos’è che è essenziale, direte voi, e io nel mio mal di testa non mi prendo la briga di rispondervi perché se sapessi la risposta non sarei così oberato e mi lancerei per la strada a ballare e a saltare su questi botti fastidiosi che fanno tremare i pensieri, ballerei fino allo sfinimento se avessi da festeggiare l’essenziale, vi dico. Ballereste anche voi con me, ve lo assicuro, perché ciò che è essenziale per me, in questo tempo senza confini in cui sto veleggiando, sarebbe essenziale anche per voi. La realtà è che io la risposta la so, sono uno scettico convinto io ma certe cose le so, le intuisco, e la risposta è che in questo paese non c’è nulla di essenziale, le cose non vengono fatte per il verso giusto perché sia io che voi ce ne sbattiamo le palle, ecco tutto. Ditemi che non è così, ditemi che non ve ne sbattete le palle e vi inviterò a ballare con me per la strada, fino allo sfinimento, fin quando non finisce la notte.

Non mi starete a prendere sul serio, spero. Lo so che voi non ve ne sbattete, che siete corretti e che quando fate un rutto in faccia a qualcuno chiedete educatamente scusa. In verità, se mi sono sentito ridicolo, adesso, se anzi ho rivalutato retrospettivamente come ridicole tutte le mie fandonie è perché ho creduto di parlare a nome anche vostro, a nome di tutti. Stasera non c’è nulla da festeggiare non perché ho un gran mal di testa, anche per quello, ma perché ho capito che stavo parlando solo per me stesso, che quella cazzata di un uomo immerso nel suo tempo, per compenetrarlo, e il tempo stesso che si lascia decifrare dall’uomo, e l’ipotetico risultato universale da urlare ai quattro venti e da scrivere sui manuali, è una cazzata, appunto. L’unica cosa della quale non ero scettico era questa, ed è un bene che me ne sia liberato. Parlavo di un malessere universale, io, e credevo che tutti dovessero avere la stessa via di uscita, ma ho capito bene come stanno le cose quando ho realmente capito il mio tempo: un tempo immobile, desolato, invincibilmente aggrappato a un passato che non ha insegnato nulla. In realtà vogliamo ancora tutti quanti far carriera, comprare automobili, consumare come matti perché in fondo questo è ancora il dopoguerra, ci sono ancora i fascisti anche se non si fanno chiamare più tali, perché le questioni immorali dilagano e perché la salernoreggiocalabria è ancora una odissea che manco ulisse, e noi del mondo ce ne sbattiamo, vogliamo sfruttarlo e succhiarne la polpa ma poi vogliamo invecchiare qui, incontaminati dal meltingpot a difendere le nostre radici cristiane. Fanculo!

Sono stanco, ora, sono in preda al delirio ma sento che il mio mal di testa sta passando, ora questo insulso ticchettare rilascia in me piccole scariche benefiche di quella sostanza di cui il nostro cervello si droga, non ricordo come si chiama. Scrivere dunque non è così vano, dopotutto, non serve solo a tentare di cogliere sparuti colori e volti immemorabili, ma anche per colorare la tua malinconia e renderla immemorabile almeno a te stesso. Sono stato ingiusto ma con le parole si può fare di tutto, ce ne sono tante per descrivere la neve ma solo una per definire l’essenziale, e l’essenziale di me in questa notte è che sono inquieto perché non riesco a volere ciò che tanto denigro. Quello che mi fa sproloquiare è il senso di colpa, è l’avere in tasca un visto per l’Australia ed essere pronto a volare via, il mio rutto in faccia alla vita è che non sarò qui ad invecchiare con essa, non trascinerò le mie mattinate su un letto nella penombra aspettando che mi venga l’idea giusta, i miei pensieri hanno bisogno di mettersi in moto assieme alle mie gambe, ho bisogno di camminare e se la strada finisce io me la invento. Mentre fumo la mia sigaretta penso che non è tutto qua, in realtà: una strada per lunga che sia finisce, una strada per remota che sia deve condurre in qualche luogo, e la mia carica a molle è destinata a finire, come quella di tutti. Ma queste sono in realtà domande, mi piace immaginarmele così, mentre la notte si mangia tutto là fuori, i frastuoni e tutto il resto, e rimando le risposte lasciandole lì sospese nel tempo, il solo che mi è dato conoscere, il solo che devo avere il coraggio di scoprire fino in fondo.

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Quale consolazione

Quanto è difficile unire tutti i puntini, amalgamare tutte le sensazioni infisse nei ricordi e nei sogni e nelle aspettative e tradurle in vita. Quanto è difficile rincorrere il tempo e i propri sogni quando tempo e sogni sgocciolano giorno dopo giorno, e le notti sono ossessionate da quel lento ticchettio. Sto emozionandomi osservando la voglia di rivalsa, qualcuno dice che il vento è cambiato, che l’asse sociale va spostandosi nuovamente a sinistra, ed eppure quanto poco mi ci vuole per rendermi conto che niente e nessuno ci sta costringendo a confrontarci su una misera idea, su uno straccio di progetto politico che possa davvero far rinascere questo paese. E allora devo anche io, come tanti altri, accontentarmi di una sensazione, di una speranza. In questi giorni cammino per la città e sono ossessionato dai dettagli, vorrei liberarmene in un sol colpo, egoisticamente, ma non ci riesco, e osservo ciò che rimane ai margini mentre la mia vita assume i tratti di quel tedio leggero, evanescente, da borghese decaduto, da figlio di una generazione lontana che ne ha partorita un’altra che non sarà capace di mantenere quello stesso stile di vita. Una generazione va lentamente scomparendo sotto i nostri occhi, il futuro non c’è, il passato è dimenticato, il presente è un moto sussultorio di speranze e delusioni immediate. Sono ossessionato dai dettagli e vedo la scarpina logora della piccola mendicante, provo a lenire la mia coscienza con la carità ma mi sento ancora più male, ancora più ipocrita, io che come tanti altri ho creduto di avere bisogni che altri hanno fabbricato per me, come in una catena di montaggio. Siamo uccelli da gabbia e starnazziamo per reclamare le briciole. La frustrazione è quella invincibile di fare della propria vita un capolavoro unico e irripetibile, e invece sono un prodotto di serie, sono nel conteggio delle statistiche, sono ciò che la mia cultura ha partorito e non riesco a trovare altri colpevoli se non me stesso per non aver saputo ribellarmi. Diceva qualcuno che ogni persona è contemporaneamente un nessuno e il seme di una rivoluzione storica globale in attesa di nascere, e io aggiungerei che la credibilità di una società dipende dal peso che essa è in grado di dare ad uno di questi due estremi, dalla capacità di convogliare le migliori forze e non accartocciarsi su se stessa. L’unico ricambio generazionale è quello dei settantenni che, una volta in pensione, vengono contrattualizzati a peso d’oro per svolgere lo stesso incarico, l’unica consolazione è quella di non essere soli, l’unica consolazione, paradossalmente, è nelle fottute statistiche. Sono ossessionato dai dettagli perché sono quelli che, tutti incastonati, creano quel capolavoro che dovrebbe essere ogni vita e che invece in questa realtà sono pezzi sporchi e logori, e il mosaico che ne esce è sbiadito, una reliquia del passato inutile e anacronistico, ne sono ossessionato ma non ci credo, osservo ogni sorriso e succhio quell’ottimismo e quella speranza provando a farla mia, ascolto ogni urlo di rabbia e lo faccio risuonare dentro il mio silenzio. No, l’unica consolazione non sono le fottute statistiche, forse l’unica consolazione è un amico che sappia ascoltare i tuoi silenzi quando non hai voglia di parlare, forse la felicità più grande è quella che provo per gli altri, più che per me stesso, per coloro i quali scoprono il proprio talento e sono decisi ad inseguirlo. A chi devo dare la colpa se non mi decido a seguire il mio, di talento? Le statistiche dicono che è colpa di chi mi governa, mentre i dettagli che osservo e che roteano incessantemente attorno a me raccontano giornate sospese nel tempo, sudore e tedio in un immutabile ufficio, verrà il giorno in cui ritroveranno i resti di un antico edificio dove una volta veniva esercitato il pubblico servizio e il mio pronipote racconterà che un suo avo gli aveva raccontato che era tutto così, è rimasto tutto uguale negli anni e nei decenni. Il talento di cambiare la storia, che cosa grossa, ma almeno la propria, quella sì, voglio cambiarla, fosse solo in un sogno, unendo tutti i puntini e tutti i dettagli e rimirare per un attimo quel capolavoro che sempre mi sfugge.

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