Articoli con tag: Medioriente

Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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Un tramonto a Tel Aviv

Quel giorno finii presto di lavorare, mi avevano permesso di uscire prima dall’ufficio, verso le 1630. Mi stavo dirigendo a casa quando ho visto il cielo: una giornata perfetta, tersa, con una di quelle luci che ti infondono coraggio. Ho guardato dietro di me e ho visto il mare luccicante, il sole che si avviava a spegnervisi dentro, e così ho attraversato la strada, raggiunto il bel lungomare e su una piccola collinetta, su una panchina di legno, ho aspettato per una mezzora che il sole tramontasse. Davanti a me avevo solo il mare, alla mia sinistra la città vecchia di Jaffa, uno dei porti più antichi del mondo, fusione riuscita tra arabi e giudei, la vecchia torre dell’orologio che svettava sulle case diroccate dei pescatori; il sole si avviava lentamente verso quella linea d’orizzonte che qui è rivolta verso l’Europa, e man mano che scendeva diventava più grande e rosso, ed io lo guardavo e sentivo il vento spirare, e sentivo il cigolio di vecchie biciclette che di tanto in tanto passavano sul selciato sotto di me, e sentivo le grida in lontananza di una famiglia araba, tanti bambini e una donna interamente coperta, il vento era forte e le svolazzavano i veli e i mantelli e lei li teneva stretti a sé e rideva, rideva anche il marito, e intanto il sole scendeva ed io fumavo una sigaretta. Col mare davanti, le onde che si susseguivano e ripetevano a vari livelli, come uno spartito invisibile di un’unica melodia, i riflessi arancioni e dorati in lontananza. Il mio pensiero cominciava lentamente a cullarsi, a fluttuare in uno stato indefinibile. Provavo a focalizzare qualcosa, a razionalizzare, ma il pensiero tornava dentro, al calduccio, e di nuovo era solo il rumore del mare e un grande disco di fuoco e l’orizzonte che si tingeva di rosa e di rosso. Il sole stava per sfiorare l’orizzonte sgombro da nuvole, sembrava toccare l’acqua ed ecco che contro di esso si stagliano delle sagome indefinite, che ad occhio nudo non si notavano: saranno state montagne, sarà stata una flotta di pirati, sarà stata un’isola deserta con poche palme a segnalarne l’esistenza. Non lo so, per me erano tutte queste cose, e il sole rosso la cornice ideale per poter immaginare un mondo lontano. Ho lasciato che l’ultimo spiraglio di luce sparisse, e con esso quelle sagome lontane. L’orizzonte ora è nuovamente spoglio, i colori si attardano ma io vado via, verso i grandi grattacieli luminosi del centro della città.
Ci sono cose che durano tanto da sembrare una vita, così tanto che poi per dimenticarle basta un attimo. Ci sono piaceri che durano il tempo di un libro, sono limitati ad esso ma l’anima ne esce fuori arricchita, sazia di un qualcosa di cui non sapeva potesse saziarsi. Ci sono tramonti in perfetta solitudine, così perfetta ed acuta da essere meravigliosa.


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Qualche considerazione sulla morte di Vittorio Arrigoni

Non riesco a mandar giù quanto successo a Gaza, non riesco a digerire la retorica d’accatto che si riversa su un episodio così sconcertante. Mi indigna la mancanza di pietà umana verso la morte di un uomo che non può non essere ricordato come pacifista, nonostante la sua voce violentemente anti-sionista, violenta come la non violenza talvolta riesce ad essere. Anti-sionista, non antisemita, chissà che la distinzione non venga tenuta a mente nell’infiammarsi delle discussioni polemiche – portate avanti, evidentemente, da coloro ai quali stanno a cuore i temi della pace e dei diritti umani; certamente non dalle nostre istituzioni (dove il solito vocabolario stantio non è in grado di dire l’enorme complessità che tali questioni assumono) o dall’informazione ufficiale e di mainstream, la cui capacità di approfondimento è pari a zero.

La prima voce che è uscita subito dopo la sua morte, addirittura durante il brevissimo tempo del suo sequestro, è stata quella che vedeva un coinvolgimento del Mossad, il servizio segreto israeliano. A stuzzicare questo dubbio è stato il dettaglio non indifferente di un tempo di prigionia ridicolmente breve, quasi come se in realtà la contropartita indicata con l’ultimatum valesse poi nulla. Non ultima, la convinzione che Arrigoni era un nemico di Israele e, in quanto tale, da eliminare, così come indicato nel sito stoptheism.com dove Arrigoni figura addirittura come bersaglio numero 1. Ora, il sito che ho citato è quello che fa riferimento all’ultra-destra filosionista americana, e lascio quindi a voi la valutazione sulla influenza di questo movimento sulla politica interna israeliana. Detto questo, il fatto che Arrigoni fosse un personaggio scomodo per Israele non lascia assolutamente sottintendere che quest’ultima volesse la sua morte. Io faccio una riflessione apparentemente banale, ma è quella della ragione che si unisce a quella di pancia: in tempi di Wikileaks, di continue fughe di notizie, dove ormai nessun segreto sfugge più alla minaccia di un cablogramma diffuso in rete, può davvero Israele rischiare di inimicarsi l’appoggio occidentale dopo i tumulti delle rivolte arabe  e rischiare quindi di rimanere completamente isolata? Oltretutto, la conseguenza della compartecipazione di Hamas a questo dolore così grande, anche e soprattutto per loro, scoperte le cellule impazzite tra quelli che si credevano amici, può dirsi una vittoria politica per un governo che mira, al contrario, a destabilizzare il fragile operato di Hamas a Gaza?

Sui Salafiti molto si sta dicendo in queste ore. Io stesso non ne conoscevo l’esistenza. Riporto da un articolo del Manifesto: i movimenti di riscoperta delle radici sono comuni in tutte le religioni e ciò è vero anche nell’Islam. La corrente di pensiero che propugna il ritorno alle origini nel mondo musulmano viene definita con il termine di «salaf», che in arabo significa «antenati», e indica in particolare i primi seguaci dell’Islam. Il salafismo reclama il ritorno alla purezza dell’insegnamento di Maometto e dei suoi primi compagni. Respinge la «bida» (innovazione), le contaminazioni con le tradizioni dei vari popoli, i compromessi con le esigenze politiche ed economiche e combatte i nazionalismi, sostenendo che i principi islamici valgono in tutto il mondo. Il suo orizzonte è perciò internazionalista. Nella sua espressione armata il salafismo è il fondamento del jihad globale invocato da al Qaeda. Il pensiero salafista in ogni caso non viene accettato, sul piano teologico e sociale, dalla stragrande maggioranza dei musulmani. Smentite riguardanti la paternità dell’attentato si sono avute dopo solo poche ore da parte di esponenti di tale milizia Salafita. Il fatto è che queste organizzazioni sono tante – troppe – e quasi tutte fuori controllo, e forse la definizione “cellula impazzita” potrebbe anche essere pertinente. Hamas annuncia una tregua con Israele e dopo pochi giorni una qualsiasi di queste fazioni arma i suoi missili contro Ber’sheva. Per me sono evidenti due cose: le divisioni interne ad Hamas, mai definitivamente chiari su quali politiche adottare per trovare una soluzione al conflitto, e il pregiudizio ideologico di chi voleva morto Arrigoni non per quello che faceva ma semplicemente per ciò che era, per cui la domanda cui prodest? perde ogni valore.

La tristezza monta ancora di più quando mi accorgo che l’uomo accecato dal fervore ideologico e\o religioso non riuscirà mai a rompere le catene dei circoli viziosi: “più passa il tempo, più si inasprisce l’assedio israeliano, più Gaza resta una prigione e più i giovani si radicalizzano e criticano anche Hamas incapace di sconfiggere Israele”. Sono triste se penso che la morte di un uomo è vessillo ideologico per alcuni, una liberazione per altri. Questa vicenda mi tocca incredibilmente da vicino, e probabilmente non sono in grado di rendere la complessità dell’argomento. Fortunatamente, nessuna delle due ideologie ha plasmato il mio modo di vedere. Esprimo ad alta voce il mio cordoglio per un mio connazionale, così come in silenzio l’ho fatto per tutte le vittime di questa ingiusta guerra.

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Yihye Tov

Solo ora mi accorgo di non aver mai parlato della città in cui per 4 mesi ho vissuto. Certo, di sfuggita ho lasciato che trapelasse un colore, ho provato a rendere la musicalità, a descrivere un odore. Tentativi vani. Dopo le mie ultime passeggiate in giro, libero di vagare senza mete e senza impegni, ho riscoperto parti della città che ormai credevo di conoscere: ho visto alcuni luoghi alla luce del sole, altri li ho apprezzati nel loro lato oscuro. Mentre scrivo sono ancora in grado di avvertire quanto reale e concreto sia ciò che mi circonda. Tra non molto, probabilmente, tutto assumerà i contorni sfocati di un sogno (e per tale ragione ho voluto fermare pochi istanti in questo luogo: per ricordare quello che è stato e quello che io sono stato). Tutto reale, dunque. Ritmi e abitudini diverse (ma nemmeno poi tanto: le vere differenze, e i reali attimi di smarrimento, li ho avvertiti viaggiando in giro per il paese, nelle stazioni, stando a stretto contatto con anziani e immigrati e arabi e cristiani e soldati e ortodossi; non qui, qui ci si dimentica di essere in Israele, qui c’è lo stesso edonismo di una grande capitale europea, solo temperato da un carattere volenteroso che sa farsi duro nei momenti di difficoltà), una babele di lingue che si riflette nei mille gusti e sapori di una cucina altrettanto cosmopolita. Tutto così reale che faccio fatica a pensare all’idea vaga ed astratta che avevo di questa terra prima di partire.

E’ difficile dare un’idea di una città. Quella te la formi camminando per le sue strade, osservandone le contraddizioni, provando poi ad immaginarla nei suoi antichi splendori o, in questo caso, riportando alla mente un passato non troppo remoto in cui tutto aveva forme incerte: strade non asfaltate, accampamenti di persone, alberi appena piantati, le prime pietre posate sui quei luoghi dove sarebbero sorti gli edifici importanti, quelli a cui tutti avrebbero fatto poi riferimento, nella realtà o soltanto nell’immaginario. E non potrei nemmeno dire di averla amata per questo, nonostante la bellezza di alcune sue strade in cui è ancora fulgida l’anima bahuaus, e nonostante la visione della città vecchia di Jaffa, che si erge in lontananza e sembra raccontare più di quello che si è in grado di capire. No, ciò che mi mancherà di più sarà l’anima, la vitalità, le persone. Al netto di tutto, se dovessi portare a casa solo un’immagine, se dovessi rispondere ad una domanda diretta, direi che serberò il ricordo degli abbracci che le persone si scambiano, qui: caldi, sentiti, lunghi, appassionati. Un modo per comunicare l’affetto che è una caratteristica nazionale, mi è parso (l’altra sono i racchettoni; ho scoperto che esistono al mondo dei veri e propri professionisti di quello che credevo essere solo un passatempo da spiaggia. Qua è questione di vita o di morte).

In una sorta di romantico addio, ho ripercorso i luoghi dell’inizio. Ho camminato per quelle strade prima sconosciute, ma in cui ora sono stato in grado di riconoscere un piccolo dettaglio o una persona. Mi sono riaffacciato sul mare, lungo la passeggiata appena fuori all’ufficio, ricordando quanto quella visione avesse placato il mio animo in quel primo giorno così pieno di paure; appena vidi quei riflessi azzurri, in quella giornata così calda e tersa, realizzai che non potrei mai vivere in una città lontano dal mare. Un orizzonte o il suono delle onde sono diventate una priorità, in una stravolta scala di valori (oppure la scala è sempre la stessa, sono io ad essere stravolto).

E ho pensato poi alle persone che ho conosciuto: più di tutto, questo è stato il senso reale di questa esperienza. Il vero arricchimento c’è stato parlando con loro, ascoltando e raccontando, lavorando insieme o perdendo tempo in giro in posti poco raccomandabili. Il valore aggiunto c-[ stato parlando con persone provenienti da una cultura tanto diversa, provando un confronto che a volte [ stato surreale, c’è stato ridendo di cuore di una stupida inezia o preoccupandosi per un mai così incerto avvenire, ora più di prima. Ma insieme. Vorrei dire tante altre cose ma il tempo non è più dalla mia parte. Raccontare una piccola parte delle sensazioni che ho vissuto è stato bello e liberatorio. Pensavo che una volta in Italia avrei continuato a scrivere su questo blog, ma è più giusto che queste poche pagine rimangano qui fluttuanti a raccontare soltanto questo pezzo di vita. Magari altre ne verranno. Ora si torna alla vecchia vita, che è anche un po’ nuova. Il taxi giu’ casa mi attende, come in un vecchio film. Prima dell’ultimo abbraccio con il piu’ strano e folle coinquilino potessi mai avere, rivolgo a me e a voi l’augurio del titolo: le cose andranno bene.

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Molto forte, incredibilmente vicino

Lo sherrut n. 18 che da Gerusalemme porta a Ramallah si regge in piedi per uno strano miracolo. La pioggia picchietta sul tetto in maniera furiosa, e ad ogni scossone cui la strada dissestata lo obbliga si teme che possa andare in mille pezzi. Non è la giornata ideale per andare in giro. L’unico colore è il grigio, e il campo visivo si arresta dopo pochi metri. Le mura della città vecchia di Gerusalemme sembrano provenire da un vecchio libro ammuffito, e sotto i tendoni delle bancarelle si raduna una folla vociante.

Le due città non distano molto, un cartello indica 15 km, ma per raggiungere la capitale temporanea dell’Autorità Nazionale Palestinese bisogna superare il checkpoint Israeliano. Con mia grande sorpresa il piccolo trabiccolo passa indisturbato, mentre una litania continua a scorrere in sottofondo nell’abitacolo (l’umore e le suggestioni della musica cambiano al variare di quelli del paesaggio: dalla spensieratezza relativa e l’ordine dal quale provengo ad un pugno nello stomaco: queste due potrebbero essere usate per descrivere insieme musica e paesaggio). Mi chiedo: che ci faccio qui? E non so darmi una risposta, sapevo che qui non avrei trovato posti da visitare, nessun monumento verso il quale volgere lo sguardo, nessuno scenario di cui rimanere estasiato. Eppure. La voglia di mettere la testa oltre la cortina e vedere cosa c’è in quest’altra parte di mondo è stata più forte di ogni considerazione razionale. D’altronde, la mia condizione è privilegiata: tutti sanno cosa c’è dall’altra parte, ma se hai avuto la fortuna o la sfortuna di nascere nell’una o nell’altra, allora tutto il resto ti sarà precluso. Io sono inoffensivo, pittoresco: chi ti ha detto di venire a Ramallah, mi chiede il tizio a cui chiedo informazioni, non lo so, nessuno, ero solo curioso, rispondo io, e la sua alzata di spalle vale più di mille parole. Continuiamo a camminare insieme. Il suo sguardo gentile stona con la bruschezza delle sue parole. Com’è la vita qui, chiedo, e lui mi risponde che è l’unica possibile. Mi sento in dovere di chiedergli qualche altra cosa, forse lui saprà dove si trova la tomba di Arafat, e se è possibile raggiungerla a piedi o con un economico sherrut. Non siamo mica a Tel Aviv, qui, mi risponde.

E in effetti la differenza non potrebbe essere più grande. La cosa che mi colpisce di più è la grande confusione che c’è in giro per le strade. Le persone camminano in maniera disordinata per la carreggiata, le macchine suonano mentre tuoni minacciosi incombono. Ma forse un motivo per tale trambusto c’è: in Manara Square saranno almeno in 1000 a dimostrare contro il recente veto degli Stati Uniti ad una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani in quello che è supposto essere il futuro Stato Palestinese. Il tono della musica e degli slogan e le foto del Presidente non lasciano spazio a dubbi: sebbene si alzino al vento le bandiere di Egitto e Tunisia, questo popolo supporta le decisioni dei suoi leader, più che volerne la fine. Non si possono fare paralleli, eccetto quello della uguale e comprensibile voglia di libertà. D’un tratto passa una macchina con appeso allo specchietto retrovisore un arbre magique con i colori della bandiera americana. Cerco di scrutare lo sguardo dei miei vicini, anch’essi attirati da quell’oggetto così piccolo, e fantastico sull’identità di quell’uomo, un soldato probabilmente.

Dopo un po’ sento il bisogno di allontanarmi. Giro senza meta per la città, come spesso mi è capitato, ma l’atmosfera è irreale. Un vento sferzante fa tremare le vecchie insegne di una famosa catena di pizza express, i palazzi sono scrostati e tutti sembrano correre da qualche parte, facendo attenzione a non mettere i piedi in un fosso, nel dedalo delle strade che sembrano dovere essere riasfaltate ma che invece sono lasciate così, terra e pietre e nessun cartello, e allora penso al senso di precarietà e penso al fatto che l’arredo urbano non è proprio una delle priorità, da queste parti. Ma sono pensieri superficiali che si arrestano non appena avverto l’odore di falafel dai chioschetti affollati. Ne chiedo uno e rimango estasiato dalla velocità con la quale il mio pranzo è preparato. Stavolta dentro vi sono pezzetti di limone e strane verdure sott’olio. Non ho mai mangiato una cosa così buona, da quando son qui.

Mi avvio verso la tomba del vecchio Presidente. Sul muro di cinta scorgo una targa che suggella il gemellaggio tra Ramallah e Rio de Janeiro. Vedere accostati i nomi di Abbas e di Lula mi fa uno strano effetto. Il monumento tombale è ancora più desolante, visto nella prospettiva di una giornata come questa. Due guardie a fare picchetto, nessuno in giro. Se dovessi giudicare la memoria storica, il lascito anche visivo ed empirico all’interno della città che funse da quartier generale dell’Autorità Palestinese, direi che questo è di poco effetto, capace di una presa blanda. Tutt’altra storia in Rabin Square a Tel Aviv, enorme e ariosa, con la sua nuova fontana che di notte si illumina. A due personaggi così distanti (ma avvicinatisi poi inaspettatamente, con quella famosa stretta di mano e quel Nobel infruttuoso) corrispondono due luoghi altrettanto diversi. Scatto le mie fotografie di rito, lancio uno sguardo alla valle. Non è necessario rimanere il quel luogo un minuto di più.

Ritorno nella piazza principale e vedo le stesse scene di prima. Le stesse persone, forse solo raddoppiate in numero, gli stessi carri che girano intorno alle sculture dei leoni al centro della piazza. Girano in tondo, tornano al punto di partenza, nulla di più, non si muovono da lì. Mi passa per la mente che non potrebbe essere altrimenti, che il parallelo con la situazione politica è ovvio ma preoccupante. Ad un tratto la folla si dirada e tutti iniziano a correre. Comincio a temere il peggio, ma è solo la pioggia che si abbatte violentemente sulla città.

Sono stanco, cerco un bus per tornare a Gerusalemme. Un ragazzo abbandona il suo chioschetto, visto che non è in grado di parlare inglese, e mi accompagna attraverso il mercato per raggiungere la stazione-parcheggio. Ma il bus che vuole farmi prendere è diretto a Jericho. Sono tentato dall’idea di farmi trasportare dagli eventi, ma il freddo e la stanchezza prendono il sopravvento. D’altronde, non bisogna sempre lasciare qualcosa di intentato, mentre si viaggia, allo scopo di lasciare spazio ad un ritorno venturo?

 

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Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


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Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

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C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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La lingua salvata

Un alfabeto diverso è un universo diverso. Non è soltanto una questione di linguaggio ma di simboli. Le parole, anche quando espresse in una lingua che non conosciamo, sono appigli per la nostra immaginazione, attirano il concetto che vogliono intendere, e dopo un po’ diventano un tutt’uno, entrando a far parte del nostro sfocato vocabolario. Di fatto, simboli così lontani dalla mia cultura mi obbligano a valutare l’ebraico in quanto suono più che linguaggio. E fin ora l’ho captato nelle più diverse sfumature: intime e confidenziali, accese o irate, talvolta sentimentali. L’ho scambiato per francese quando ho ascoltato una voce femminile alla radio, mi è sembrato russo avendolo sentito urlare in lontananza, mentre ogni giorno mi pare di percepire un’intonazione arabica nelle parole del mio coinquilino. Non mi era mai capitato di sentirlo cantato, non dal vivo almeno.

Il locale si raggiunge percorrendo un pezzo di strada diroccata e male illuminata: due o tre incroci a veloce percorrenza, pompe di benzina che paiono abbandonate, una periferia dall’aspetto pericoloso che stona un po’ con l’anima Bauhaus della città. Non conosciamo la strada ma abbiamo la percezione di dover seguire le persone che sbucano fuori dalle buie stradine, tutti presi alla sprovvista dall’improvviso freddo e dalla pioggia imminente – la prima dopo mesi di un estate che sembrava non dovesse finir mai. Camminare insieme a loro mi rende felice, mi sento parte di un flusso vibrante che scuote le notti di questa città, ogni notte. All’ingresso troviamo una folla inaspettata, calda, impaziente di entrare. Dopo la perquisizione di rito, che ci fa sempre un po’ ridere, riusciamo a strappare due biglietti al sold out iniziale. Mentre sono stretto nella calca continuo a sperare che quello che sto per ascoltare sia un gruppo strumentale, in cui chitarre e batteria abbiano la meglio su quelle parole che non sono in grado di capire. Entriamo dal retro, avanti non c’è più posto, e strette scaline ci portano al piano superiore del locale. In una luce gialla e fumosa, facciamo in tempo ad ascoltare il boato della folla che accoglie la band, che si sta presentando al pubblico in quello che sarà uno tra tanti intermezzi parlati. Lunghi, incomprensibili intermezzi parlati.

La storia dell’ebraico moderno è abbastanza stupefacente: dopo millenni in cui è sopravvissuto soltanto nei testi sacri, ancorato ad una vetusta terminologia biblica, esso è rinato grazie alla determinazione di un ebreo russo nato in quel punto sperduto dell’Impero che ora è chiamato Bielorussia, tal Ben Yehuda, un lessicografo ed editor di giornali. Suo figlio fu il primo parlante ebraico nativo della storia. Era il 1882 e il suo nome era Ben Zion, figlio di Zion. Fu infatti l’ideologia sionista  il catalizzatore principale della rivivescenza della lingua: il melting pot della diaspora avrebbe creato lo stato d’Israele, una lingua comune sarebbe stata necessaria. Furono inventati nuovi termini per descrivere una realtà affatto diversa da quella millenaria, e furono prese in prestito parole dall’arabo e dall’inglese.

Si spengono le luci degli assurdi lampadari retrò del locale, che sembrano arrivare direttamente dal salone di una residenza reale del Rinascimento, e le Girafot iniziano a cantare. La loro è una storia comune tra i ragazzi qui: vengono da un lungo viaggio itinerante in India, e col loro furgoncino hippie  hanno assorbito le influenze della musica indiana cantando ogni volta con artisti locali, suonando e improvvisando insieme a loro. Sembra che il loro primo intento fu quello di raggiungere l’uditorio israeliano, sparpagliato lungo l’intero sub-continente indiano, subito dopo gli attacchi terroristici a Mumbai. L’idea del viaggio nasce in questo modo, e così la loro musica assume nuove sembianze: il nucleo folk-rock figlio della cultura ebraica si mescola ad influenze indiane, e il risultato è strabiliante.

Tutti conoscono le parole, tutti cantano, la folla e la band sono un’unica entità. Mi dicono che ogni loro concerto è diverso da ogni altro per i monologhi e le improvvisazioni del carismatico cantante; l’attualità è declinata secondo i ritmi dell’assurdo e del non senso, una verità forse si cela dietro quelle parole. Riesco a percepirne poche: quelle essenziali della sopravvivenza e quelle ibride. In un monologo particolarmente acceso colgo un superfuckyou che era rivolto al governo di Netanyahu, e un superthankyou che era invece dedicato agli elicotteri americani che sono venuti in soccorso per domare le fiamme del monte Carmel nell’incendio che ha devastato il nord del paese un paio di settimane fa. Il pubblico è interamente assorto. Mi guardo intorno e vedo facce sorridenti, ci si scambiano segni di approvazione, si cantano quelle parole in un modo dolce, inusitato per una lingua con tante lettere aspirate, e si balla sui momenti più psichedelici di alcuni brani. Mai come questa volta, provo un enorme dispiacere nel non comprendere le parole – anche se la gran parte dei concetti ci viene tradotta da una piacevole compagnia – e questa volta il dispiacere non deriva dalla sensazione di stare perdendo qualcosa di essenziale, quella comunicazione primaria con la quale entriamo in contatto con le persone in prima istanza, ma un qualcosa di più profondo, che scava la superficie delle frasi di rito che scandiscono la convivenza comune e i rapporti formali. Due ore e oltre passano velocemente, il concerto è finito e tutti aspettano il bis. Dopo un po’ i 5 componenti rientrano, e il cantante inizia a dialogare con il pubblico: mi dicono che vuole captare l’umore della platea e decidere insieme agli spettatori gli encores. Le luci si spengono di nuovo, tutti tornano in silenzio in attesa di intonare la prima strofa. Io resto in silenzio, ovviamente, ma paradossalmente vicino a quell’universo così lontano.

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La storia siamo noi. O loro?

Capire le cose, formarsi un giudizio su di esse e poi agire di conseguenza, creare su questa base i propri convincimenti, vedere la propria vita e le relazioni con il mondo come una semplice reazione a questo stimolo primigenio. Certo il discorso cambia se allarghiamo la visione dal particolare al generale: nel giudicare le opinioni e il modus vivendi di un individuo possiamo ben mettere in conto fattori strettamente personali come il carattere, la sua storia particolare, le sue paure e desideri che nessun altro può far propri, se non provando ad immaginarli. Ma quando parliamo di una società, o di parte di essa, o addirittura di un popolo o di una nazione, allora il discorso assume tratti diversi. Sono abituato a considerare l’informazione, il suo grado di indipendenza e di obiettività, il suo essere strettamente fedele ai fatti e lucida ed onesta nell’analizzarli come un parametro fondamentale per misurare la libertà di cui godiamo, e di conseguenza anche i confini del nostro pensiero. Libertà non intesa come un qualcosa di statico, da misurare nel momento presente come un qualunque fenomeno fisico di cui si facciano esperimenti empirici, ma vista con un occhio rivolto all’indietro, retrospettivamente, che ci dica da dove veniamo, e con un altro a scrutare la strada, in prospettiva, che ci indichi dove andremo.

Non so quale di queste due visioni sia maggiormente in pericolo nell’epoca che stiamo vivendo, ma non tornerò con la mente in Italia, non ora. Ciò che già sapevo è che un pensiero collettivo animato  da ideali puri può formarsi solo con una visione condivisa delle proprie origini, della propria storia. Ma la storia è di solito scritta dai vincitori: sono quelli che hanno il controllo della narrazione della storia ad avere man forte, in senso politico ed in senso meno figurato, sul presente e sul futuro di una nazione. Ciò che non cessa mai di stupirmi è la vigliaccheria di una classe politica che decide quale versione dei fatti offrire alle giovani menti che vanno formandosi, con la presunzione di mentire sapendo di mentire, o almeno di mentire sapendo che potrebbero essere in errore, e che il loro errore potrebbe essere tanto più rilevante e biasimabile quanto lo sia quello della parte che avversano.

Perché non offrire ai propri figli una visione condivisa e rispettosa? Perché non si ha la lungimiranza di comprendere che un seme d’odio e di distanza tra due mondi è maturato nel giro di poco più di metà secolo, dopo essere stato incubato per secoli, e che se si vuole evitare che metta radici eterne è necessario affidarsi a chi è ancora scevro da astio e pregiudizio? Ciò che allora potrebbe sorprendere è la reazione di queste giovani menti: secolarizzazione, assuefazione, quel naturale spirito critico intrinseco alla giovinezza. Mi viene da pensare questo quando leggo della reazione degli studenti di una scuola di Sderot alla decisione del Ministero dell’Istruzione di proibire l’uso di un libro di testo – l’unico – che si proponeva di offrire una visione condivisa della storia, ebraica (o ebrea) e araba (o palestinese). Ad esempio, agli studenti israeliani veniva spiegata la Nabka, o il disastro, sofferto dai Palestinesi quando nel 1948, durante quella che è conosciuta come la guerra di indipendenza israeliana, 750.000 di loro furono sradicati dalla terra in cui vivevano. Mentre gli studenti palestinesi potevano apprendere la connessione che gli ebrei sentono con la terra, e il modo in cui l’antisemitismo e l’Olocausto hanno influenzato il pensiero sionista.

Trovo importante dire questo per raccontare quanto sia ampio il divario tra una classe politica reazionaria ed una generazione cosmopolita che va affrancandosi dai quei retaggi di cui parlavo. In uno stato che impone il giuramento di lealtà a coloro che vogliono diventare cittadini israeliani, imponendo loro di riconoscere Israele come uno stato democratico ebreo, è possibile riconoscere – finalmente – quella che Amos Oz ha definito “una cultura del dubbio e dell’argomentazione, un gioco senza limiti di interpretazioni e di contro interpretazioni” in una terra in cui “dal principio dell’esistenza della civilizzazione ebrea, è stata sempre riconosciuta la capacità di argomentare”. Probabilmente tale forza e coraggio vengono filtrate e assimilate con forza, nella percezione che si ha di questo popolo dall’esterno, in un’unica immagine distorta. Messa davanti allo specchio, parte di questa terra riflette il barlume dell’unica, piccola e possibile speranza.

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