Archivi del mese: novembre 2010

Tutti i nomi

Averli visti elencati per giorni, tutti quei nomi, illustri professori e scienziati e persino ministri, ce li si immaginava diversi a vederseli di fronte che ti consegnano il bigliettino da visita su cui quel nome si ripete, quasi ad imprimere un sigillo che segna la propria persona, imprescindibile da quel nome ma eppure così diversa. Guardandoli ad uno ad uno, quei nomi, pensavo a quelle che dovevano essere le loro caratteristiche, con quelle fisionomie che nascevano dalla semplice associazione col cognome, e li guardavo e immaginavo che parlavano ogni lingua del mondo. Tra due piccole parentesi, e pronunciati con un sorriso sulle labbra, i soprannomi costituivano un livello inferiore ma paritario, una scorciatoia o sottochiave con la quale rompere il grado di formalità, un grimaldello, ed erano emblema della vicinanza e della pari dignità. Avevo un’immagine in testa ben chiara: la loro potenza evocativa mi parlava di loro, illustri partecipanti al seminario, e mi illudevo che potessi riconoscerli o essere riconosciuto sulla semplice base dell’essermi preso cura di loro per un po’ di tempo. E allora guardavo la successione di lettere che sembrava forzata ai miei occhi, le cui geometrie spigolose subito si dipanavano entrando in contatto con i loro sguardi, capendo che non poteva esserci altra chiave per decifrare il loro essere.

Nomi che spiegano tutto – la storia di un paese la cui forza economica risiede nell’ondata di immigrazione avvenuta verso la metà degli anni ’70 (gli immigranti non hanno paura di ricominciare da capo, mi dicono; essi corrono rischi per natura, e perciò una nazione di immigranti è una nazione di imprenditori) –  la cui differente pronuncia narrava del paese d’origine, del più o meno facile livello di integrazione e della setta ebraica dalla quale quel nome discende: un ebreo Ashkenazi è, nel significato comune e tralasciando le differenze religiose, etniche e culturali, un ebreo con un background europeo, più spesso proveniente dai paesi ex-comunisti o dal ceppo tedesco; un ebreo Sephardi ha origini iberiche. Quale nome dare ad un bambino è una questione diversa a seconda che si sia l’uno o l’altro: i primi non chiamano i bimbi come i loro nonni se questi sono ancora in vita, i secondi invece sì. Considerazioni su onore, superstizione o semplice tradizione che si guardano allo specchio, e che confliggono nel caso sempre più frequente di matrimoni misti. E nomi infine dietro i quali si cela il disegno sionista, ideologia per alcuni e sogno per gli altri che vivono nella diaspora, ma che sempre implica il concetto di ritorno: un tal Zimmermann mi parla del suo, di sogno, dopo tante perenigrazioni dall’America fino all’Europa, di stabilirsi nella terra dove i padri fondatori misero radici (altri nomi: Adamo, Isacco, Abramo, Giacobbe, nomi che per lui avevano un significato irrimediabilmente diverso dal mio).

Ma nel lussuoso hotel si aggiravano altri nomi, quasi indistinguibili su quelle minuscole targhette color marrone, nomi che non erano seguiti da soprannomi o da cognomi e che evidentemente bastavano in sé: il personale si aggirava furtivo, con lo sguardo quasi sempre basso, felpati più degli altri sull’asettica moquette, al posto giusto al momento giusto, ubiqui ed invisibili, presenti e distanti. I loro nomi non erano incorniciati da badges appena coniati, non appartenevano a nessuna azienda o università che avesse una storia che potesse ricomprenderli, avevano soltanto i loro volti che ricomprendevano la loro, di storia, un cammino chissà quanto lungo e quanto difficile o forse, chissà, quanto facile per essere stato agevolato dal governo che fornisce incentivi per coloro che vogliono tornare, pagando mesi e mesi di corso di lingua, offrendo loro quel “tappeto rosso” (carta d’identità, conto corrente bancario ed utenza telefonica nel giro di sole 24 ore dall’arrivo) per perseguire quell’assorbimento visto come una forza dalle autorità.

Ad un tratto entrano nella sala i nomi importanti: i ministri leggono discorsi dietro i quali si celano altri nomi, alcuni destinati a svelarsi col tempo e altri destinati a rimanere in un piacevole anonimato, i giornalisti annotano e fotografano, il giorno dopo riporteranno chi ha detto cosa, cosa è stato fatto da chi, chi ha conosciuto chi, ognuno a statuire in nome del proprio stato o città o kibbutz, e in una sala buffet sempre gremita, lontano dai microfoni, chiacchierate informali forse decidevano il prossimo futuro di pezzi di economia non irrilevanti. Presentazioni in power point scandiscono il ritmo delle ore, non c’è più il fermento dei momenti iniziali, strette di mano conclusive e fotografie di rito fanno da preludio al pranzo, rito collettivo al quale nessuno si sottrae, una profusione di cibo che non lascia scelta. Pochi minuti dopo la conclusione, mentre alla spicciolata vanno via tutti, la sala che abbiamo appena lasciato si trasforma, via le cartacce e le tazze di tè abbandonate sotto le sedie, via il tavolo principale e via la schiera di posti del pubblico. Il nuovo copione prevede nove o dieci tavoli, un piccolo podio che guarda verso le colonne e verso il placido panorama marino dell’albergo, e tovaglie appena inamidate svolazzano ignare. Lo stesso personale dai nomi misteriosi e distanti comincia a posizionare nuove cartelline ad ogni posto in tavola. Con un nuovo nome scritto su.

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Florentin

Entrare davvero in contatto con una città non è facile, con le sue notti e con le sue mattine, con il ritmo della folla, le urla nel mercato, l’onnipresente rumore dei racchettoni quando si passeggia per il lungomare, il tempo di un taglio di capelli o della lavatrice a gettoni che ha finito il suo giro. La sua anima, che dir si voglia. Più di altri, il quartiere di Florentin ne possiede una del tutto particolare, per capire la quale bisogna darsi un po’ di tempo, estraniarsi dai ritmi della vita quotidiana ed immergersi in una irrealtà tanto vivida da sembrare un sogno lucido. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capirlo, per essere vagamente soddisfatto di abitare in una stradina invasa da negozietti di bigiotteria da vendere a tanto al chilo, di empori odorosi di spezie, di venditori di giocattoli presi d’assalto per l’imminente festa delle luci, con l’eco di una tromba suonata dal vecchio proprietario di una bottega di cianfrusaglie impolverate che è possibile udire alle ore più insensate.

La notte in cui arrivai il tassista mi lasciò nel mezzo di Eilat street, la strada da percorrere se si vuole arrivare a Jaffa evitando l’affollato lungomare, infuriato con me perché si era perso e mi aveva fatto perdere lungo quegli incroci che non promettevano nulla di buono, con locali seminascosti dai quali usciva solo una musica soffusa e una nenia in questa lingua di cui non sapevo ancora riconoscere i suoni. Sembravo catalizzare tutta l’attenzione di quella notte, come se quelle scavatrici rumorose, come se le persone che fumavano fuori ai locali e persino il poliziotto all’incrocio fossero state messe lì per me, un bizzarro copione già scritto da molto tempo e che ora finalmente mi si materializzava davanti agli occhi. Non posso più dimenticare l’immagine di quella strada percorsa più volte avanti e indietro quella notte, e ogni volta che ritorno a casa rivolgo uno sguardo a quell’incrocio in lontananza, e un sorriso mi si forma impercettibilmente in viso, come un segno di intesa con un qualcuno, o qualcosa, con cui si è condivisa un’esperienza unica, irripetibile pur se nella sua banalità. Quella notte mi raccolse poi un ragazzo, forse mezzo ubriaco, e con la sua macchina attraversammo i vicoli di Florentin. Vidi un fermento e una gioia del tutto particolari che poi avrei compreso soltanto dopo, un pulsare impercettibile che mal si accordava con l’aspetto degradato del luogo, palazzine che sembravano abbandonate, recinti di lavori in corso che sembravano non essere mai iniziati, immondizia per la strada. Avrei voluto fiondarmi subito lì in mezzo, ancora in giacca e camicia, divisa d’ordinanza per tentare di non destare sospetti ai controlli in aeroporto, e raccontare il mio viaggio lungo 12 ore a chiunque mi capitasse sotto tiro. Ci eravamo persi, di nuovo, e mentre lui chiedeva informazioni io lasciavo vagare uno sguardo furtivo su quel mondo così strano. Finalmente la macchina prese la giusta direzione, e alle 3 di notte raggiunsi la camerata di un ostello assurdo, e con ancora indosso il jeans e con un braccio poggiato sui bagagli mi addormentai, spaventato ed eccitato, stanco e vigile, tutte queste cose insieme e molte altre ancora.

Ma ho divagato. In realtà il mio primo contatto con Florentin è stato anche l’unico, fino a poco tempo fa. Mentre mi aggiravo per i suoi vicoli mi rendevo conto di non essere pienamente cosciente di quanto mi circondava, sapevo di avere uno sguardo che non intaccava la superficie delle cose. Man mano ho imparato a riconoscere gli sguardi intensi delle persone che vi ci abitano, a vedere le strade ripulite nottetempo in pochi minuti, ma più di tutto ho cominciato a notare le sue luci, vivide di giorno e rosse e tenui di notte, l’alone misterioso degli ex-palazzi industriali che sembrano far parte di una scenografia di un film girato tanto tempo fa e che forse nessuno ha visto, e le insegne dal neon tremolante fino all’ingresso dell’eterno AM:PM, e  basta alzare lo sguardo e vedere altre luci che si accendono, musica che inizia a suonare, tutto nel giro di pochi minuti, un fuoco che improvvisamente si ravviva. Un’anima ampia, generosa, che avvolge le strade fino ad ogni suo più piccolo e lercio negozietto, salendo fin su sui tetti, che se si avesse la possibilità di una visione dall’alto si scorgerebbe un caleidoscopio che è proprio di ogni ora, in ogni giorno. Prendere parte a queste epifanie notturne non è difficile, si urla dalla strada se c’è una festa, e la risposta affermativa sottintende un invito a salire, in modo del tutto spontaneo, come se si fosse amici di vecchia data che si siano dati appuntamento per una serata. I pazzi che ho conosciuto mi hanno detto che ciò fa parte del modo di sentire di ogni persona che sia qui da tanto tempo da considerasi cittadino, così come di ognuno che sia solo di passaggio, al seguito di una carovana hippie o intenzionato a fare aliyah. Immediatamente ci si sente uniti in uno stato d’animo aperto e curioso, non importa chi sei e come ti vesti, per quanto tempo ti tratterrai e se sei da solo e disorientato. Può darsi che dipenda da ciò che tutti hanno in comune, al netto delle differenti opinioni e orientamenti religiosi, e cioè la lunga esperienza dell’esercito e la conseguente, inevitabile fuga per il mondo, ad inseguire chissà cosa, forse soltanto un Libro, tra le cui pagine nascono gli istinti, le mode, le destinazioni verso cui scappare dal proprio paese, con l’intenzione di farvi ritorno che matura solo dopo un viaggio dimentico di tutto e pieno di splendori e conoscenza, come colui che ritorna da chi è finalmente in grado di amare, dopo aver imparato ad amare se stesso. La prima parte della giovinezza trascorsa lontano da casa, spesso da soli, diventa il background comune della sua seconda parte, quella della maturità, in cui si fanno figli e man mano ci si integra, trascinandosi a forza nei confini ora meno angusti di una vita da cui si è smesso di fuggire. E allora un luogo del genere, così distante dal mainstream che anima le strade di altre parti della città, diviene il luogo d’elezione di studenti e artisti e visionari di ogni genere, un crocevia irreale all’interno di una città che è essa stessa avvolta in una bolla, come si dice, dal resto dal paese, totalmente diversa per storia e prospettive.  Florentin forse è un rifugio, nella mia immaginazione, forse è l’idealizzazione di un mondo che nella realtà risulta più sfaccettato, più controverso. Ma nonostante questo, mi piace credere di far parte di un luogo in cui un’energia così forte si sprigiona dalle sue viscere. I suoi visionari e poeti non sono i negletti di una società che li ha abbandonati e che loro commiserano, quanto piuttosto il cuore di una città che nasce giovane e che sembra non dover invecchiare mai.

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La storia siamo noi. O loro?

Capire le cose, formarsi un giudizio su di esse e poi agire di conseguenza, creare su questa base i propri convincimenti, vedere la propria vita e le relazioni con il mondo come una semplice reazione a questo stimolo primigenio. Certo il discorso cambia se allarghiamo la visione dal particolare al generale: nel giudicare le opinioni e il modus vivendi di un individuo possiamo ben mettere in conto fattori strettamente personali come il carattere, la sua storia particolare, le sue paure e desideri che nessun altro può far propri, se non provando ad immaginarli. Ma quando parliamo di una società, o di parte di essa, o addirittura di un popolo o di una nazione, allora il discorso assume tratti diversi. Sono abituato a considerare l’informazione, il suo grado di indipendenza e di obiettività, il suo essere strettamente fedele ai fatti e lucida ed onesta nell’analizzarli come un parametro fondamentale per misurare la libertà di cui godiamo, e di conseguenza anche i confini del nostro pensiero. Libertà non intesa come un qualcosa di statico, da misurare nel momento presente come un qualunque fenomeno fisico di cui si facciano esperimenti empirici, ma vista con un occhio rivolto all’indietro, retrospettivamente, che ci dica da dove veniamo, e con un altro a scrutare la strada, in prospettiva, che ci indichi dove andremo.

Non so quale di queste due visioni sia maggiormente in pericolo nell’epoca che stiamo vivendo, ma non tornerò con la mente in Italia, non ora. Ciò che già sapevo è che un pensiero collettivo animato  da ideali puri può formarsi solo con una visione condivisa delle proprie origini, della propria storia. Ma la storia è di solito scritta dai vincitori: sono quelli che hanno il controllo della narrazione della storia ad avere man forte, in senso politico ed in senso meno figurato, sul presente e sul futuro di una nazione. Ciò che non cessa mai di stupirmi è la vigliaccheria di una classe politica che decide quale versione dei fatti offrire alle giovani menti che vanno formandosi, con la presunzione di mentire sapendo di mentire, o almeno di mentire sapendo che potrebbero essere in errore, e che il loro errore potrebbe essere tanto più rilevante e biasimabile quanto lo sia quello della parte che avversano.

Perché non offrire ai propri figli una visione condivisa e rispettosa? Perché non si ha la lungimiranza di comprendere che un seme d’odio e di distanza tra due mondi è maturato nel giro di poco più di metà secolo, dopo essere stato incubato per secoli, e che se si vuole evitare che metta radici eterne è necessario affidarsi a chi è ancora scevro da astio e pregiudizio? Ciò che allora potrebbe sorprendere è la reazione di queste giovani menti: secolarizzazione, assuefazione, quel naturale spirito critico intrinseco alla giovinezza. Mi viene da pensare questo quando leggo della reazione degli studenti di una scuola di Sderot alla decisione del Ministero dell’Istruzione di proibire l’uso di un libro di testo – l’unico – che si proponeva di offrire una visione condivisa della storia, ebraica (o ebrea) e araba (o palestinese). Ad esempio, agli studenti israeliani veniva spiegata la Nabka, o il disastro, sofferto dai Palestinesi quando nel 1948, durante quella che è conosciuta come la guerra di indipendenza israeliana, 750.000 di loro furono sradicati dalla terra in cui vivevano. Mentre gli studenti palestinesi potevano apprendere la connessione che gli ebrei sentono con la terra, e il modo in cui l’antisemitismo e l’Olocausto hanno influenzato il pensiero sionista.

Trovo importante dire questo per raccontare quanto sia ampio il divario tra una classe politica reazionaria ed una generazione cosmopolita che va affrancandosi dai quei retaggi di cui parlavo. In uno stato che impone il giuramento di lealtà a coloro che vogliono diventare cittadini israeliani, imponendo loro di riconoscere Israele come uno stato democratico ebreo, è possibile riconoscere – finalmente – quella che Amos Oz ha definito “una cultura del dubbio e dell’argomentazione, un gioco senza limiti di interpretazioni e di contro interpretazioni” in una terra in cui “dal principio dell’esistenza della civilizzazione ebrea, è stata sempre riconosciuta la capacità di argomentare”. Probabilmente tale forza e coraggio vengono filtrate e assimilate con forza, nella percezione che si ha di questo popolo dall’esterno, in un’unica immagine distorta. Messa davanti allo specchio, parte di questa terra riflette il barlume dell’unica, piccola e possibile speranza.

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Everything is illuminated

La notte di ogni grande città è diversa l’una dall’altra, penso mentre cammino in un’ora notturna che sembra non avere mai fine. Grattacieli in lontananza avvoltolati in una notte umida, lampioni per la strada che illuminano pezzi di mondo, musiche diverse, corpi che palpitano. Una notte di vicinanza e lontananza, la notte di una città che scalpita, piena di sguardi che magneticamente si attirano e immemore di altri che non esistono nemmeno in teoria. Luci distanti e suoni vicini, sapori ignoti ed odori insistenti. Cose che non si spengono mai ed altre che sono concepite per avere una breve vita. Ore che sono eterne e notti che non hanno fine, a meno che non si distolga lo sguardo da esse. Mondi separati che a seconda dell’umore o del giorno della settimana o della situazione politica sono paralleli o perpendicolari, mai messi di sbieco: la strada giusta da prendere è sempre univoca e piena di senso. E’ pur sempre il Mediterraneo, con il suo carico di inquietudini, mare e cielo si incontrano e guardano verso l’Europa. Sarà per questo che una folla che pare improvvisata si dirige verso quello che sembra una vecchia fabbrica dismessa, pochi passi e c’è il mare e una luna timida, tutti hanno con sé un tamburo e cominciano ad inventare ritmi nel buio, e chi ha le mani libere comincia a danzare, la danza folle di chi non ha più ore o forse ne ha tante, ed è tutto forsennato e dolce al tempo stesso, e in nessuna altra città la contraddizione potrebbe apparire più naturale, maggiormente correlata allo spirito invisibile che governa la terra.

Luci gialle e fioche appena svoltato l’angolo dell’ennesima strada in fermento, in quello spicchio di città che sembra dimenticato dalle luci più fulgide e dalle folle sciamaniche, decadente e romantico rifugio di studenti e artisti, di lavanderie a gettoni dove raccontarsi per trenta minuti, di chioschi e market che non chiudono mai, mentre i taxi sfrecciano verso Jaffa, l’antico porto visibile in lontananza, con le sue luci della città vecchia e della torre dell’orologio che fanno pensare ad un tempo lontano, inevitabilmente perduto. Ignari ciclisti mi passano accanto, è tardi ormai, qualche radio gracchiante ancora fa compagnia a qualcuno in un’ebbrezza ormai stanca, una musica riconciliante, se solo ne sapessi il nome. Il mio vicolo stretto e buio, ormai lo riconosco, sarà quell’odore di cuoio e di curry e di qualcos’altro che la mia bocca non ha mai pronunciato. Altrove la notte prosegue, forse è appena cominciata. Io abdico alla sua bellezza e aspetto la prossima.

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Road to Jerusalem

La strada per Gerusalemme non è un semplice titolo. La strada per Gerusalemme è un concetto, è cento anni di storia, la si può percorrere dormendo oppure vedendo scorrere ai lati l’enorme tragedia e l’enorme successo di questo paese. La si può percorrere in un’ora, stretti in uno dei tanti bus che fanno la spola tra Tel Aviv e Gerusalemme, oppure ci si può mettere un’eternità, e non solo per i check point che costringono le auto a code lunghissime: fantasticare può far distorcere le percezioni del tempo e dello spazio, e l’intervallo di un’ora può regalare scorci di un’epoca ormai passata e che pure fatica a passare.

Il paesaggio cambia man mano che ci si allontana dalla industriosa Tel Aviv: sobborghi industrializzati, file ordinate di grattacieli lasciano il posto a quello che si direbbe essere un paesaggio rurale, piuttosto rigoglioso. Ciò che sta dietro ai fitti boschi di aceri è, però, una precisa politica di rimboschimento da parte del governo israeliano, e subito balza agli occhi la differenza che passa con i territori occupati: un paesaggio arido e spoglio, dove il problema principale non sembra affatto essere la vegetazione, quanto piuttosto la siccità. Alle comunità ebree sparse per il mondo si chiede un obolo, si chiede di donare qualcosa per piantare un albero in quella homeland disboscata in quasi mezzo millennio dall’Impero Ottomanno. I bambini crescono con questa consapevolezza, un pezzo di questo paese appartiene a loro, un legame si stringe anche nella lontananza. Qui lontananza non vuol dire oblio.

La moderna superstrada attraversa paesaggi mutevoli. Si ergono ai lati i simboli della industrializzazione e del benessere economico, i vetri dei finestrini filtrano colori neutri, opachi. L’avanguardia tecnologica israeliana non si distingue per la vivacità dei suoi colori. Un solo colore contraddistingue nello stesso modo le cittadine arabe: minuscole case tinteggiate di bianco, ordinate e quasi discrete in quelle irrilevanti alture delle montagne della Giudea strette tra il Mar Mediterraneo e il Mar Morto. Ma qualcosa cambia presto: ci si comincia ad inerpicare, la strada diventa sinuosa, la carreggiata sembra restringersi quando si entra nella valle da cui si uscirà solo per raggiungere il Monte Scopus. Quella valle a cui lati si intravedono scheletri di carri armati, quella valle che bisognava percorrere con mezzi stentati per portare rifornimenti alla parte orientale di Gerusalemme, su cui Israele estenderà la propria giurisdizione dopo la guerra dei sei giorni del 1967. Non una vera e propria annessione ma estensione dei confini amministrativi e municipali, dato che la Giordania ne aveva acquisito illegalmente il controllo nel 1948 tramite un’azione di forza. Nonostante la Jerusalem Law del 1980, che intendeva conferire efficacia legale allo status, la comunità internazionale non ha mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme Est ad Israele.

Lasciando l’affollata superstrada si raggiunge la cima del Monte Scopus, sede dell’Università ebraica di Gerusalemme, foraggiata da ricchi ebrei americani doverosamente ringraziati con un’incisione su pietra. Il mattino è limpido e luminoso, un tiepido vento arriva dal deserto, la cupola dorata della Roccia splende in lontananza. Gerusalemme vista dall’alto è impressionante: secoli di storia si accavallano, culture e religioni lottano e convivono, un millenario nucleo giace in quella città vecchia cinta da mura, costellata di porte dai nomi biblici ma forate da più prosaici proiettili, e tutto questo, ci si può credere o no, lo si coglie in un solo sguardo. Nonostante le esclamazioni di stupore,  il silenzio si impone quando si rimira il Monte degli Ulivi a sinistra e i resti di tombe ebraiche, stretti loculi tanto simili a quello che sarà l’ultimo giaciglio del Messia. Ma un’emozione maggiore, un silenzio carico di significati si avverte quando in lontananza si intravede il famoso deserto, il profilo delle montagne di Giordania e quel delicato bagliore del Mar Morto: sembra impossibile e quasi anche ingiusto che un solo sguardo, che il nostro sguardo, possa abbracciare tutto questo.

Probabilmente sarei rimasto lassù per un tempo indefinito, a contemplare non so bene cosa, ad avvertire non so quale sensazione, se non avessi avuto l’urgenza di vedere, di toccare, di odorare. Da quell’altezza, e con quella visuale, si può credere che quell’aria di serenità e di pace, di perfetta commistione tra elementi così diversi possa essere duratura e credibile. Sensazione che non muta addentrandosi nei vicoli della città vecchia: i quartieri delle 3 più grandi confessioni religiose fianco a fianco, ognuno con la propria storia e le proprie peculiarità, ognuno coi propri simboli da difendere e con i propri altari da venerare. Cristiani e ortodossi e musulmani che si sfiorano e camminano insieme, i francescani che percorrono la via crucis e gli ebrei che si piegano davanti al muro del pianto, un semplice muro di cinta a protezione dei resti del secondo tempio, al cui interno si ritiene che vi sia la presenza divina, per non parlare delle moschee musulmane, che fanno di Gerusalemme il terzo luogo sacro dopo La Mecca e Medina.

C’è un verso della Bibbia che recita, nella sua versione inglese: Who are these that fly like a cloud, and as doves to their cotes. E’ il profeta che vede una moltitudine di gente che si reca verso Gerusalemme, per abbracciare il vero credo, e gli sembrano numerosi come colombe in volo che si recano verso il loro nido, in un solo corpo come una nuvola. Ecco, questo verso iscritto in una pietra situata nell’atrio del mio ufficio mi è balzato subito in mente mentre camminavo per i vicoli della città vecchia. Tanto numerose le persone e gli odori e le sfumature, così irreale l’atmosfera di pace e serenità. Solo fittizia? Nelle strade di Gerusalemme est accade che vi siano scontri, e la convivenza tra gli arabi, con il loro sistema di scuole e di ospedali e di trasporto pubblico separato, e gli ebrei può essere molto difficile. Ma questo è un qualcosa che non ho toccato con mano. Ho visto luoghi capaci di emozionarmi, seppur racchiusi in quel bozzolo dorato di una inevitabile propensione al turismo e alla mercificazione. Vicoli centenari, resti sotterranei dell’antica città, il vero o presunto sepolcro di Gesù, la carica emotiva che si avverte al muro del pianto; i suk arabi con le tipiche volte, tappeti misti a paccottiglia da turisti, rosari e croci da benedire ed enormi falafel cotti in angusti loculi ai margini della strada.

Vado via con la sensazione di aver visto molto, ma non tutto, non abbastanza. Questa città merita una seconda visita, magari in solitudine, meno frenetica, penso mentre il bus prende una strada secondaria che ci riporterà a Tel Aviv. Ci si addentra nei territori occupati, una strada presidiata dai cecchini al tempo della seconda intifada. Anche questa una strada che si percorre in un’ora. O forse no.

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