Archivi del mese: gennaio 2011

E morì con un falafel in mano

Non seppi più cosa dire. Rimasi a guardarli mentre si allontanavano ridendo, e con le mani in tasca mi avviai verso casa. Cominciava a piovere e un tizio mi chiese da accendere. Non fumo, gli dissi toccando con le dita l’accendino nella mia tasca. Mi guardò in modo strano, ma non osò di più. Presi il telefono per fare una telefonata, ma l’unica cosa che feci fu fissare la sveglia per il giorno dopo: ore 12. La suoneria era quella della marcia di Radeztky. Chiusi il telefono e mi chiamarono i ragazzi: forse faresti bene a venire con noi, no, sta piovendo, dissi io, e la loro risposta si perse in una strana cantilena. È incredibile quello che si fa per non accontentare se stessi, pensai senza essere sicuro del significato. Il telefono squillò, era il tizio della lavanderia, andavano bene le camicie per quello stesso pomeriggio? Mi venne da ridere al pensiero che effettivamente non lo sapevo, dovevo pensarci. Passanti con cani al guinzaglio bisbigliavano ad alta voce, che si stavano dicendo? Appartengono alla dimensione del loro linguaggio, mi dissi soddisfatto mentre mi accendevo la sigaretta. Contai le monete che mi rimanevano facendo i conti sommando le teste e le colonne e le stelle, e mi venne in mente che forse quella era la vita di un altro. Se non ora, quando? Mi piaceva ripeterlo tra me e me, il sempiterno tentativo di ripartire, di azzerare tutto, di indossare una nuova maschera. Sì, ballo il tango e ho abbandonato la chitarra dopo inenarrabili sofferenze d’amore, dissi ad una donna conosciuta al supermercato. Nel salutarla, immaginai un motivetto inesistente e mi inventai una danza in punta di piedi. Riconobbi una manciata di stereotipi in un gruppetto di americani, o meglio in un gruppo di persone che mi parevano americane, o forse in quel momento l’associazione non era ancora nata e mi avvicinai a loro soltanto perché avevo visto volti simili nel film dell’altra sera, un film dove un pastore protestante perdona l’assassino di sua figlia ma che alla fine dà di matto. Accennai un saluto e loro mi dissero: si sta proprio bene qui, ed io dissi che sì, si stava molto bene, e me ne andai. Feci per sedermi su una panchina non ancora bagnata, e Il ricordo del suo sorriso mi richiamò alla mente un’epoca intera. Un’associazione immediata e non spiegabile: lei sorrideva, ed io mi rendevo conto dei momenti che si susseguivano in quel luogo, istante dopo istante, ed io che non ero null’altro che felice. Credo che all’epoca non me ne rendessi conto, che fosse un meccanismo così interiorizzato che solo a posteriori se ne potesse percepire l’efficacia. Quel sorriso che io tentavo di ricambiare voleva dire molte cose: che capivamo i nostri stati d’animo e i nostri cambiamenti d’umore, che sapevamo che più o meno nello stesso istante stavamo pensando la stessa cosa (ma dire la stessa cosa è riduttivo: ci stavamo pensando con lo stesso ritmo, con la stessa intensità). Avevamo fatto al mondo le stesse promesse, e ci sentimmo costretti a mantenerle: fu questo che ci allontanò, pensai in un attimo di lucidità. Diceva una volta un tizio che conoscevo e che non ho più rivisto che è necessario sempre attingere dalle proprie paure. Io lo faccio ogni giorno, ogni istante, non mi lascio sfuggire nemmeno un attimo di follia e perversione. Sembra che la gente apprezzi. Io tengo molto ai giudizi della gente. La guardo camminare per le strade confuse della città, la lascio andar via ma poi rimpiango il dialogo mancato con il bambino che mi chiede qualcosa del cane con cui giocavo: non so di che razza è, non sono esperto di questo genere di cose, però so capire se ha paura o se vuole giocare o se ha fame. Il più delle volte ha fame, una specie di dipendenza. Nessuno parla mai volentieri delle proprie dipendenze. Se lo fa, è sempre in termini goliardici, sicuro di trovare nell’ascoltatore un orecchio compassionevole e comprensivo, perché ad ognuno appartengono le debolezze, alzi la mano chi non ne ha. Ma continuo a vivere senza fottermene, senza grossi turbamenti. Chi ha bisogno di una religione? Siamo quello che siamo sulla base della dose di fortuna che ci ha accompagnati nella nostra esistenza da formiche. C’è chi rimane fermamente convinto della redenzione, della rivalsa postuma, trascurando di fare il possibile per ottenerla in vita, la rivalsa, durante quell’unico pezzetto risicato di tempo che ci è concesso, nostro malgrado, foss’anche solo nella nostra mera intima convinzione. Sembra sia tutto inutile, forse lo è davvero, ma per una volta mi concedo il beneficio del dubbio. Dopo, niente sarà uguale.

 

 

Categorie: Melaviv, Storytelling | Lascia un commento

La banalità del male

La Memoria di questa giornata non si sottrae all’essenza di ciò che la memoria è e non è: non è storia né verità assoluta, ma un atto individuale che presuppone selezione e insieme oblio, in quanto ritagliata su una identità singola, seppur di massa o istituzionalizzata. L’Italia e l’Europa ricordano: cosa ricordano? Quel lontano 27 gennaio del 1945 in cui i soldati russi aprirono i cancelli di Auschwitz e videro l’orrore. Un simbolo che per alcuni non è più sufficiente, in un epoca in cui continuano a venire ai disonori delle cronache ridicole, ma pericolose, liste di proscrizione da parte dei gruppi neonazisti che sguazzano nella rete. Non sufficiente forse, ma necessario.

E’ pur vero che la giornata della memoria così come la intendiamo – da dieci anni a questa parte – lascia ai margini il ricordo di altri nomi, nomi di campi sui quali la nostra fantasia non è in grado di speculare: Belzec (tra le 500 e le 700 mila vittime), Jasenovac (700 mila sterminati) e Chelmno (200 mila uccisi), e ignora quasi del tutto le vittime della prima fase del genocidio, i moltissimi ammazzati nei luoghi dove vivevano. Soprattutto sembra mettere a fuoco un particolare periodo storico (la fine della seconda guerra mondiale) e  un movimento politico (nazi-fascismo). Quello che sembra mettere nell’ombra è la profonda, radicata connivenza da parte di larghi strati delle popolazioni europee e dei cosiddetti intellettuali con quell’ideologia xenofoba antisemita che dall’Europa di mezzo si diffuse fino in Italia. Inoltre, riduce ad un unico momento storico quella discriminazione atavica che gli ebrei hanno sempre subìto, e che non si è modificata con l’avvento dei lumi: clero, borghesia, addirittura frange del movimento operaio internazionale. La banalità del male, quella che ha permesso al comune cittadino di indicare, di collaborare, di dire ad un altro essere umano di preparare la propria valigia e vederlo poi allontanare su un treno. La nostra mente, in questa giornata, va lì ad Auschwitz, questo nome è il catalizzatore della nostra coscienza di cittadino del terzo millennio. Ed è un bene, sia chiaro. Ma forse non basta. Questa data non appartiene alla storia dell’Italia,  non ricorda ciò che dovrebbe e cioè che la Shoà è stato un delitto anche italiano.

Ed è anche vero che il ricordo della Shoà in questa terra non è legato a questa data. In primo luogo, vi sono delle separate festività religiose ebraiche. Più di tutto, però, vi è lo straordinario e quotidiano attaccamento ad una patria di cui si è sempre stati deprivati, nonostante la cui esistenza non è ancora possibile per questa gente considerare vivere all’interno dei propri confini come un diritto acquisito e definitivo. L’esercizio della memoria è qui un implicito atto quotidiano che permea ogni gesto, anche il più stupido.  Per questo la polemica sul moltiplicarsi delle parole e commemorazioni – e il chiedersi che senso abbiano – suona un po’ sterile vista da questa prospettiva. Ricordare è quanto mai necessario, ancor di più se il ricordo non si riduce ad un carosello mediatico quanto piuttosto costituisce il motivo di fondo da cui ricostruire le proprie esistenze di esseri umani.

Ancora una volta questa prospettiva può guardarsi da posizioni speculari: c’è chi prende questa memoria e ne fa un monito universale per le crudeltà che si perpetrano al giorno d’oggi e chi invece ne fa la base per la necessità di uno stato ebraico. La prima è inevitabile: dopo tutti questi anni, ricordare il passato non può avere più senso se il ricordo non è anche una lezione sul presente e un monito sul futuro. In poche parole, ricordare per non voltare più lo sguardo, e questo vale per tutti, anche per chi una volta ha visto gli altri sguardi voltarsi. Ma anche la seconda, me ne rendo conto, è una reazione così istintiva e naturale che non faccio fatica a comprenderla. Dopo aver vissuto quegli orrori è inevitabile sviluppare una combattività per difendere la vita e identità di una terra che può finalmente dirsi propria, di cui si è sovrani. Speriamo solo che la compensazione che la storia ha da offrire non diventi cieca come la tragedia che ora la rende così necessaria.

Categorie: Melaviv, Politica, Reporting | Lascia un commento

Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

Categorie: Melaviv, Reporting, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Tornare in un luogo in cui sei straniero ti rende straniero il doppio o ti rende straniero la metà? Il ritorno moltiplica lo spaesamento o ne riduce gli effetti?

Talvolta ho la sensazione che sia vera la prima impressione, che cioè tutto quello che è cambiato durante il tempo della mia assenza – relativamente poco – sia in realtà soggettivamente enorme per me. La città respira con un ritmo diverso. Uno strano inverno è giunto inaspettato, un inverno mite e pacioso paragonato a quello italico, ma che eppure risulta più rigido: più che mancare le coperte a dare calore, mancano le persone. Lo scenario è mutato in pochi giorni. Le persone si stringono nei cappotti e sui selciati ci sono foglie del colore dell’ambra, un vento impenitente sferza gli alberi implacabilmente nudi, i cani sonnecchiano e cercano riparo, al mercato sembrano tutti urlare di meno. Cambiano le tonalità: i chioschi della vita notturna sono chiusi, luci fioche a far capolino si intravedono tra le serrande, un grigio nuvolone compatto si profila instancabile all’orizzonte e un’aria sonnacchiosa si impossessa di tutte le cose. I rumori, anche quelli diversi: stridore di pneumatici sul bagnato, scrosci improvvisi, musica attutita dagli abitacoli delle macchine coi finestrini chiusi e appannati. Sarà l’inverno travestito da autunno che mi rende più straniero, o forse la città meno ospitale e aperta o evasiva e meno disponibile come una donna col mal di testa, o forse è altro? E’ altro, senza dubbio.

Non ti rendi conto del tempo che passa se non c’è una stagione che volge al termine.

Ma poi tutto ad un tratto pensieri e movimenti nascono con un automatismo, ci si ritrova alla fine dell’ipnosi, uno schiocco di dita e ci si guarda intorno, meravigliati, quanta strada che si è fatta, e dov’era rivolto  il nostro sguardo, dov’era che volevamo andare, e poi ti sovviene che l’unica differenza tra un sogno e una follia è che solo quando pensi che quest’ultima sia realizzabile allora cominci a sognare davvero, chi l’ha detto, proprio non lo ricordi, forse è un pensiero della tua vita non vissuta che avevi dimenticato di vivere, un’inesistente scivolare verso un tepore senza tempo, senza luogo, ma non avevi detto di voler smettere? sì, ma ricordo anche che non hai mai preso in considerazione la possibilità di non ricominciare. Ricominciamo.

Altre volte accade che ciò che prima era del tutto estraneo ora appartiene al tuo immaginario. Riconosci luoghi, volti, odori, ti abitui al mutare repentino delle nuvole che improvvisamente fanno largo al caldo e alla luce. Qualcuno in un negozio mi saluta, era l’accenno di un sorriso, quello? Noto un tizio in bicicletta con una barba da santone indiano, aria spaesata e andatura zigzagante, e ricordo che forse una volta l’ho battuto a scacchi, o forse lui ha battuto me, o è soltanto la necessità di rivedere un volto amico, qualcuno con il quale parlare e condividere pensieri senza senso e che ti ricordi che sei già passato di qui. Il gattino che si nasconde dietro l’oblò del piano ammezzato sembra cresciuto e sembra non soffrire il freddo.

La lontananza può essere delle anime o dei corpi. A volte le due necessità si sovrappongono, altre invece è solo una a prevalere sull’altra. Più spesso, l’abitudine mette la parola fine a tutte le speculazioni filosofiche: a quale nuovo inizio non ci si abitua? Abitudini che vanno in frammenti, frammenti che si cristallizzano in nuove abitudini. Fino alla prossima fine. E a quale fine non ci si abitua?

Resto solo, in questo modo imparo a condividere. L’aria è fredda e pungente, ma il sorriso della luna si fa inaspettatamente più ampio. Le nuvole si sono diradate, le stelle non si vedono ma si immagina una vita laggiù da qualche parte, si immaginano tutte le cose del mondo. Domani sarà ancora inverno, ma sarà una bella giornata.

Categorie: Melaviv | Tag: , , , | 3 commenti

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: