Archivi del mese: dicembre 2011

In difesa dell’allegria

Difendere l’allegria come in una trincea, difenderla dallo scandalo e dall’abitudine, dalla miseria e dai miserabili, dalle assenza transitorie e da quelle definitive, difendere l’allegria come un principio!

Difenderla dallo sbigottimento e dalle pesantezze, dai neutrali e dai neutroni, dalle dolce infamie e le gravi diagnosi, difendere l’allegria come una bandiera, difenderla dalla rabbia e dalla malinconia, dagli ingenui e dalle canaglie, dalla retorica e dalle accademie.

Difendere l’allegria come un destino, difenderla dal fuoco e dai pompieri, dai suicidi e dagli omicidi, dalle vacanze e dalla sopraffazione, dall’obbligo di essere allegri.

Difendere l’allegria come una certezza, difenderla dall’ossido e dalla rogna, dalla famosa patina del tempo, dalla rugiada e dall’opportunismo, dai prosseneti della risata.

Difendere l’allegria come un diritto, difenderla dagli dei e dall’inverno, dalle maiuscole e dalla morte, dai cognomi e dai dispiaceri…e anche dall’allegria.

(libera traduzione dallo spagnolo dalla poesia “Defensa de la alegrìa” di Mario Benedetti)  

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Della crisi, di Napoli e un breve cenno a un film bellissimo

Storie di Napoli, umide storie di ordinaria solitudine. Camminare per le vecchie strade conosciute, accertare con sollievo che nulla è cambiato. Il cielo azzurro del mattino e quello opalino dell’imbrunire, le viuzze strette e la fiumana impazzita dello shopping natalizio. C’è crisi o non c’è crisi? Di sicuro non c’è la miseria che svuota le strade e spegne gli animi. C’è l’atmosfera di chi sa che la festa sta per finire e si abbandona agli ultimi eccessi, non pensando al mal di testa del mattino dopo. La nostra emicrania durerà un anno, forse più. Intanto ci sono le file fuori ai negozi di lusso. C’è crisi, ma per chi? Il tabacco è aumentato e le pensioni rimangono ferme. C’è crisi per i poveri stronzi, per gli stronzi ricchi no. E’ la stessa atmosfera a comunicarmelo. Sono nato qui, eccheccazzo, saprò leggere gli umori della mia città! Gli sguardi della gente, le parole captate. I soldati della Nunziatella che in circolo parlottano tra di loro. Volti sorridenti. E’ una foto che non ho il coraggio di scattare. Una signora parla al telefono nel suo dialetto stretto, le sfugge una parola in italiano, una che in dialetto suona male o addirittura non esiste. La signora sta modulando il suo linguaggio a favore dell’ascoltatore, forse la signora dal dialetto stretto è una professoressa di italiano. Perché cammino e fantastico sulle persone? Lo sguardo furbo e indagatore di un vecchietto: è la maschera che indossa Toni Servillo. Un “prendiamoci un caffè” che sottintende la veloce e irrinunciabile ritualità che in questa città ha un senso più ampio e inspiegabile. La signora che mi spinge via appena uscita dalla metro, un gesto che amplifica la mia e sua solitudine. Le lettere a Babbo Natale appese sui tradizionali alberi (speriamo che quest’anno non se li rubano) chiedono poche cose: grandi amori, una cosa di soldi, un lavoro (attenzione: una cosa di soldi e un lavoro sono due concetti diversi nell’immaginario comune) e giocattoli, giocattoli i cui nomi ricordano molto quelli di quando noi eravamo piccoli, solo che hanno più accessori, sono giocattoli due punto zero. I negozi sono pieni, grosse buste accompagnano per mano esseri quasi umani, troppo umani. L’aereoporto segna il record di presenze. C’è crisi o no? Vanno alla grande gli acquisti tecnologici, irrinunciabili: viviamo trincerati dietro schermi piatti, cristalli liquidi, reti wifi, pretendiamo servizi online che ci evitino le code, aborriamo il contatto umano, il sudore della gente che ci ricorda che siamo umani e miseri come tutti. Al cinema danno “The Artist”, un film muto e in bianco e nero sui film muti e in bianco e nero di una volta. Il cinema puzza di piscio, è uno di quelli che ha resistito all’ondata del multiplex (un orgasmo multiplex). La moglie del protagonista dice che è infelice. Lo sventurato protagonista, soppiantato nel suo mestiere dall’avvento del sonoro, dice che infelici lo sono milioni di persone. Un conoscente incontrato  per caso mentre tentavo di divincolarmi dai venditori di calzini (di quelli subdoli, di quelli che ti fanno ridere; non c’è scampo nella maggior parte dei casi: ti fanno fesso) mi dice che la crisi c’è, erano anni che non vedeva uno strascino per strada. Ritorno a casa, non c’è traffico perché tutti vedono la partita. L’obliteratrice è rotta. Mi regali ricordi, cara città, ma non mi regali più speranze.

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Ricordo musicale in tre tempi

Mi aggrappo a quella canzone in tre tempi. Non voglio lasciare scivolare via il ricordo.

La prima parte mi racconta con voce magica lo stupore iniziale. Le note partono timide e dolci, e l’incanto dell’incontro si materializza. Penso agli sguardi sereni e inconsapevoli, penso agli abbracci impacciati, penso che allora non sapevo nulla.

Poi si comincia a correre, non so se sia la cosa giusta. La melodia si innalza, si fa epica, corona un momento che vorrei allungare per sempre. In questa seconda parte è contenuta tutta l’estasi che si fonde alla disperazione, ma anche un monito a godere del momento presente.

Già però sale la tensione. Il brusco risveglio da un sogno fatato. Si materializzano foglie che mulinellano sospinte da un vento improvviso. Straniamento, tristezza. Le note ora sono stonate, è un leccarsi le ferite, è un darsi la colpa. Ma chi sono io per addossarmi questa colpa? Sembra di essere nato ieri. Voglio assolvermi ma non ci riesco.

Tutto è successo per un imprevisto, e le note tentano di ricreare l’incanto svanito. Ma non ci riescono, arrancano e infine soffiano esauste ripiegando sul ricordo. L’unica cosa che mi rimane.

La nota finale mi dice, in un sussurro, che senza quell’imprevisto nulla sarebbe accaduto. La sinfonia termina, vorrei farla ripartire ma non ne ho il coraggio.

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La vuelta

Sono tornato. Ti sei riambientato subito, mi dicono. Ho ripreso a parlare napoletano, la mia vera madrelingua. Sono nella madrepatria e parlo la lingua madre, tutto torna. Guardo la partita, faccio il tifo e bevo una Peroni. Un gusto familiare, ricordo di aver detto a degli australiani che sono morti dalle risate. Effettivamente anch’io. A volte ridere di se stessi è un esercizio benefico, deve avere un effetto cardio-circolatorio perché fa affluire sangue e ossigeno al cervello, come quando tenti di dormire ma sei troppo eccitato per qualcosa, forse sei innamorato o vuoi semplicemente fare l’amore o forse vuoi le due cose insieme, semplicemente. E tutto quel sangue e quel bollore ti costringe a reprimere dentro un insensato urlo, qualcosa come: che cazzo ne sapete voi?

Ma anche io non so niente, questo è sicuro, ho solo visto delle cose. Il brutto è che queste cose ora sono dei ricordi che si tramuteranno in racconti, io li ascolterò uscire fuori dalla mia bocca e mi sembreranno fasulli, opachi. Racconterò il ritmo della cumbia, ecco (farò tsh-tsh-tsh con la bocca e muoverò il bacino e farò una faccia stupida). Sufficiente. O racconterò il suono di una musica dopo aver vagato per ore per strade interminabili e trovare finalmente un anfratto nell’immensa città, un luogo dove si conoscono tutti e dove posso bere indisturbato la mia birra, godendomi la solitudine prima del ritorno a casa, fin quando non incrocio lo sguardo di una donna che vuole fare amicizia. Questo sono sicuro che lo sapete: alla fine, sono sempre le donne che decidono.

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