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Il viaggiatore immorale

Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto.

Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazie di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita.

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o l’incapacità di amare e costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.

C’è un’altra immoralità del viaggio, la chiusura dinanzi alla diversità del mondo. Il viaggiatore mitteleuropeo è facilmente un Ulisse in veste da camera, come ha scritto Giorgio Bergamini, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona e una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde; uno per il quale l’infinito è il segno matematico dell’infinito. Chi viaggia sulla carta si disabitua impercettibilmente alla vita e rivolge le proprie passioni al grafico della vita, alle curve statistiche dei suoi fenomeni; diviene un uomo senza qualità per il quale, scrive Musil, la verdura in scatola diventa il vero senso della verdura fresca.

Anche quando viaggia nel mondo, il viaggiatore conserva tale tendenza ad abbottonarsi bene il pastrano e ad alzare il bavero, quasi a porre una difesa fra sé e le cose. Per fortuna pure i viaggiatori danubiani amano il mare e forse, come quelli del mio Danubio, attraversano le grandi pianure della Mitteleuropa sotto cieli pesanti soprattutto per raggiungere il mare. È sulle rive del mare “inesplicabile”, come lo chiamava Camoes, che s’incontra il respiro largo della vita, che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male; il mare pone a confronto con l’ambiguità, invita a sfidarla – sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti. Anche questa è la salvezza del viaggiatore, il quale pure sul lastricato delle città o sulle montagne si sente sulla traballante tolda una nave sbattuta dai marosi, arca precaria o salvifica.

Crudeltà del viaggio, ammonisce Canetti: il viaggiatore guarda al mondo con curiosità ed è in qualche modo propenso ad accettare ciò che vede, anche il male e l’ingiustizia, a conoscerli e a capirli piuttosto che a combatterli e a respingerli. Il viaggio nei paesi totalitari, ad esempio, è sempre un po’ colpevole, una complicità o almeno neutralità di fatto nei confronti delle violenze e delle infamie celate dietro i villaggi Potemkin che si attraversano e dove si trova ospitalità. Eppure, a poco a poco, il viaggiatore scopre, è costretto a scoprire la fraternità e il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento rende vero il suo amore per la casa lasciata al suo paese, che altrimenti sarebbe un orrido e regressivo feticismo.

Come per il vagabondo buonannulla di Eichendorff, amore delle lontananze e amore del focolare coincidono, perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Dante diceva che bevendo l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare – ognuna delle due acque, da sola, è insufficiente e inquinata. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere straniero fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini: non si va in Spagna o in Germania ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi. “Legga letteratura di viaggio” diceva a un teologo Kant, che pure non voleva muoversi da Konigsberg.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

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Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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Extraviados

Gli extraviados sono i persi in giro per il mondo,quelli colti dalla febbre di vedere e toccare con mano i pezzi di umanità che li circondano. Sono quelli che si trovano in capo al mondo per scelta, perché fare quella scelta è una necessità. Sono solitari che amano le persone, le amano a tal punto che poi sono costrette ad abbandonarle. Per loro non è importante possedere oggetti ed eppure, anche senza di questi, hanno una loro propria identità. “La mia patria è il mondo intero”, direbbero, e conoscendoli si capirebbe che fanno sul serio. Non si preoccupano del futuro perché troppo impegnati a vivere il presente. Hanno anche un buon rapporto con il passato perché non lo rinnegano. Sono quelli che non spariscono ma si confondono tra la gente, e se non li si trova è perché li si cerca nel posto sbagliato. Degli extraviados la società è solita preoccuparsi. Per loro non c’è un posto preciso, non rientrano in nessuna categoria o forse rientrano in troppe. Loro talvolta ci pensano, si fanno prendere dalla nostalgia e dal senso di colpa, se sia giusto essere nostalgici di un luogo che si abbandona per scelta, di un ruolo che non hanno mai davvero ricoperto, e per un attimo viene loro in mente di tornare, eleggere un domicilio, pagare le bollette e comprare un nuovo televisore. Ma poi si affacciano dal finestrino e non ci pensano più.

Nella versione aggiornata della pagina about un piccolo retroscena su come questa parola è finita nel mio immaginario.

 

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Appena arrivo

Sono in Australia da due settimane ma non sono ancora atterrato. Sono rimasto là dove la terra rossa accennava ad iniziare, rompendo la monotonia azzurra dell’Oceano Indiano. Sono rimasto là ad osservare le infinite strade rettilinee che si perdevano nell’orizzonte, mentre l’aereo dolcemente guadagnava quote più basse nel bel mezzo del nulla. Poi sparute città, poi sobborghi ordinati, poi i grattacieli della city, e poi l’aeroporto e poi poggio il piede su questa terra che non so per quanto tempo mi ospiterà.

Sono in Australia da due settimane ma sono rintanato in una città costiera, la prima che si trova venendo dai vecchi mondi. Perth è la capitale del Western Australia, la più isolata al mondo, più prossima alle città asiatiche che alla capitale della nazione che la ospita. Non mi sono spostato un granché: sto qua ad osservare, impaurito a tratti, osando un’affacciata sulle spiagge bagnate da quell’Oceano infestato da squali. Non sono realmente qui, l’Australia è l’outback, la natura selvaggia, e io sono in una città come tante.

In realtà non proprio come tante. Perth cresce ad un ritmo superiore a quello cinese, qualunque cosa questo voglia dire. Scheletri di grattacieli già osservano la città con boria, recintati da palizzate le quali assicurano che, nel frattempo, business as usual. In una città dove i concetti di antico, storia, tradizioni si fermano al XIX secolo non è difficile immaginare la propensione allo sviluppo. I nuovi lavori avranno anche l’effetto di restituire il fiume Swan alla città, permettendo la loro ricongiunzione. I locali non capiscono, dicono che giunti, fiume e città, non lo sono mai stati. Chissà che gli amministratori non si siano riferiti ai tempi remoti in cui i coloni inglesi erano ancora da venire, quando i nativi vivevano effettivamente nella comunione dello spirito della terra e quello dell’acqua.

Terra. Le canzoni degli antenati cantavano e descrivevano la terra, tracciando i percorsi che ogni uomo era tenuto a percorrere. Ben più di una terra promessa: nonostante le infinite distese di questa che rimane un’isola, le leggi di natura dicevano che questa era l’unica possibile, l’unica che era dato a loro comprendere. Ma non ne so molto, leggendo non si impara granché, ci sarebbe da addentrarsi e io sono fermo qui sulla costa, vicino alle acque furenti.

Acqua. I sea gypsies non hanno una patria, sono apolidi del mare. I Bajau Laut vagano per le acque del nord  dell’Australia, la loro barca come casa itinerante, porto e insieme scialuppa. Se vengono sulla terraferma è solo per vendere il pesce ingegnosamente pescato, e in fretta: se li fermano rischiano di essere cacciati. Da dove? Anche se non hai nulla c’è sempre un modo per espropriarti, anche se non hai un luogo dove andare è sempre possibile cacciarti via. E loro vagano, intere famiglie su una barca, vivendo a stretto contatto, i più grandi facendo l’amore in silenzio.

Tanto da scoprire ma io non so nulla, capto storie, leggo un po’ ma leggendo non si impara granché, faccio domande e talvolta c’è qualcuno che mi ascolta davvero e che mi risponde. Forse è il caso di affacciarsi su quelle acque, di vagare per quelle strade, di camminare come un equilibrista sul filo della frontiera. Ma non sono ancora arrivato, appena arrivo lo faccio, giuro.

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Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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continued: Il termine dell’Europa

Mentre nel bus osservo i Paesi Bassi estendersi in lunghezza sotto l’irrevocabile grigio di quel lunedì mattina, ripenso alla pedalata dalla barca fino in città. Fintomi un pendolare, mi districavo tra gli incroci ora divenuti familiari. Raggiungere casa di Victor per rendergli la bici era stato perfettamente naturale, e anche il fatto che lui mi invitasse ad entrare era abbastanza prevedibile. Inaspettata è stata invece la sua faccia assonnata che mi diceva, quasi scusandosi, che l’app a cui aveva pensato esisteva già, e che quindi ora poteva dirmela. Ci ripensavo e ridevo, ora che ero finalmente in bus, pensando alle corse che avevamo fatto con la sua macchina per rimediare al tempo perduto per progettare fantastiche e profittevoli partnerships per esportare l’idea in Italia, almeno là. Durante quel tragitto nel ring di Amsterdam, tra i pochi pendolari che non avevano il lusso di una bici, avevamo progettato per filo e per segno i prossimi passi da fare: le analisi di mercato alla buona, se tra i nostri amici ci fosse il necessario know-wow tecnico (credo che abbia proprio detto “uao”), quanto pensavamo di poter guadagnare durante la fase di lancio dell’applicazione. Alla fine ci abbracciamo con la promessa di scriverci, e nel bus penso che forse sarebbe logico che non ci sentissimo mai più, ma non avevo il tempo e la voglia di indugiare su quei pensieri. La prima parte del mio viaggio era definitivamente conclusa, ora mi aspettavano Bruxelles e alcuni ricordi di un po’ di anni fa.

In generale, Bruxelles mi è parso il luogo più adatto per sballarsi. Più di Amsterdam. L’austerità dei palazzoni e l’ampiezza dei viali a misura di SUV risulterebbero ben più psichedelici. Uno si ritroverebbe a fare le smorfie ai compassati funzionari europei, quelli che dietro le vetrate a specchio prendono scelte efficientemente razionali improntate al progresso e all’integrazione comunitaria. Un po’ come quella donna che in francese inveiva di fronte alla sede del parlamento della comunità fiamminga. Questo è un buon posto per impazzire, nessuno ci farebbe caso, si avrebbe anzi la compassione del pubblico pagante. Oppure uno andrebbe di matto come quelli che bivaccano nei dintorni degli atri dei grandi alberghi, quelli che dormono sulle rare panchine al centro dei Boulevard, quando i negozi sono chiusi e non ha senso per i poliziotti in bicicletta venire a farsi un giro. Sono magari quelli che, avendo lavorato per nove mesi qui in Belgio, adesso brindano alla salute dell’inesistente governo belga, che continua a garantire loro, in virtù di quel duro lavoro, un cospicuo vitalizio mensile. Mentre osservo i pesci saltellare allegramente sotto il sole che abbraccia di luce il Parco Leopold, una sorta di cortile privato alle spalle del Parlamento Europeo, dove i rappresentanti delle Nazioni vengono a mangiare il loro tramezzino gourmet, penso che questo è un vero viaggio al termine dell’Europa. Tutto dovrebbe cominciare qui, e invece ho la sensazione che, per chi viene da lontano e per chi ha circumnavigato il continente parlando con la sua gente, solcando le sue strade, nuotando nelle sue acque, qui tutto finisca, tutto faccia sentire più distanti possibile dalla sensazione di “casa”.

Non so se di questa città esista un’altra faccia, una nascosta. Se esiste, non merita certamente di essere eclissata dall’alienante mondo dell’intellighenzia europea. È una città con una sua propria bellezza e storia, punto di incontro tra due comunità che fanno finta di essere in pace, perché farsi la guerra mascherati da cavalieri dell’ordine dei templari o gilde o cricche di monaci cappuccini e trappisti alcolizzati dalle loro stesse birre suonerebbe ridicolo in questo secolo, passabile almeno di una sanzione da parte della Commissione. Al massimo ci si concede una sfilata una volta all’anno, bevendo birra in piccole coppe e finendo la giornata al Delirium Cafe, che non chiude mai e che è una sorta di non luogo dove perdere la cognizione del tempo. Siamo nell’Europa a due, tre, quattro velocità, questi hanno una marcia più alta, e prima che arrivi anche da loro il tempo degli scioperi e dei tagli e delle spending rewiew, probabilmente l’euro sarà solo un qualcosa da raccontare ai nipoti di chi sarà stato abbastanza fortunato o folle da averne. Qui l’ultima fotografia che racconta un’esplosione di rabbia risale al 1963, quando i cittadini sventolarono un vessillo durante una manifestazione fiamminga ad Anversa, in reazione contro l’impiego del francese nelle Fiandre. Un anno prima era stata adottata una legge che aveva stabilito le aree linguistiche di ciascun comune belga, facendo coagulare nel bilinguismo la comunità cosmopolita della sua capitale.

Davide e Irene hanno risolto la loro contraddizione principale che consisteva nel non trovare un punto fisico di incontro dove continuare congiunti le loro vite. Bruxelles è il luogo adatto, mi dicono, in tanti sono lì, ed effettivamente è strano che tutti e tre incontriamo persone venute dalle nostre terre. Qui si cercano tante cose: la fortuna, la stabilità, il prestigio. La strada delle istituzioni è grigia e silenziosa, di notte diventa deserta, le corsie preferenziali per le bici non sono affollate e sigle su sigle si rincorrono tra i numeri civici, quelle stesse sigle che risulteranno familiari a chi abbia provato, nel corso della sua precaria giovinezza, ad entrare in contatto – ad entrare! – nel dorato mondo della burocrazia europea. Racconto loro di aver appena terminato una simulazione di proposta legislativa al Parlamentarium, era contro l’inquinamento globale, all’inizio avevo dalla mia la popolazione e in seconda lettura anche il Consiglio si era mostrato entusiasta, ma poi qualcosa era successo e in terza lettura la seduta plenaria mi aveva bocciato la relazione. Questo sarà anche quel pezzo di mondo dove ci si può sentire a posto con quella parte di coscienza che reclama una realizzazione nella società, all’interno e al riparo di regole predefinite, ma è stato un bene che la Comunità Europea non abbia avuto la ventura di avvalersi dei miei contributi. Forse non tutti sono destinati a venire qui, penso, ed è strano pensare a come cambino le cose in mezzo secolo: dopo il disastro di Marcinelle nel quale persero la vita 136 minatori Italiani, l’Italia sospese l’invio di lavoratori verso altri paesi europei fino a quando non fossero migliorate le condizioni di lavoro.

Saluti finali

La suggestione di ciò che questo posto rappresenta è più forte di ogni tentativo di osservazione distaccata. Mi è stato impossibile rimanere per quel poco tempo a Bruxelles senza essere travolto da ciò che quella città rappresenta. Durante le mie visite nei luoghi di culto dell’integrazione europea rimango colpito da frammenti di discorsi, e faccio vivere quelle parole nella mia testa mentre cammino. “Occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: un saldo stato federale”. A Spinelli hanno intitolato un’aula del Parlamento. Oppure Churchill, che diceva che “dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di recuperare le semplici gioie e le speranze che danno un senso alla vita”. Profezie la cui visionarietà è messa in pericolo nel presente di questo particolare momento storico, con le troppe falle che si stanno scoprendo su questa grande nave nella quale siamo tutti intruppati. E allora preferisco concludere il mio viaggio indietro nel tempo con parole che non giudicano e che non augurano ma che solo accarezzano un’idea distante. Diceva Camus: “Mi capita a volte, all’angolo di una strada, in quei brevi momenti di pausa dalle lunghe ore di lotta, di pensare a tutti quei luoghi in Europa che conosco bene. È una terra bellissima, fatta di sofferenza e di storia”.

Ma siamo tutti concentrati sulla bellezza del nostro incontro. Era un anno e mezzo che non  vedevo i miei amici, e ricordo ancora l’ultima notte a Tel Aviv quando vidi entrambi infilarsi nel taxi che li avrebbe accompagnati all’aeroporto. Entrambi rappresentiamo per l’altro un periodo delle nostre vite che è irrimediabilmente passato. Forse ci aggrappiamo l’un l’altro per preservarne il ricordo. Nel frattempo, quasi senza accorgercene, un’amicizia sincera è nata, inaspettata e per questo ancora più piacevole, proprio come questa giornata di sole qui nel cuore dell’Europa. Ci raccontiamo gli aneddoti di quella vita lontana e quelli dei viaggi che sono venuti dopo, e man mano che riavvolgiamo il nastro ci avviciniamo sempre più a quell’istante in cui ci eravamo ritrovati in quel pezzo di mondo. E adesso, che farai, ci chiedevamo a vicenda, come a dire: “dove ti rincontrerò?” Ed entrambi proprio non lo sapevamo, perché questo destino di andare in giro senza sapere il perché, sperando che la meta ultima si rivelasse magicamente, ce l’eravamo anche un po’ scelti. La scelta di scrollarsi di dosso l’Italia era stata ponderata e, per noi, perfettamente razionale. Non importa dove ci rivedremo, forse a Bruxelles, quando lascio una città penso sempre che un giorno ci tornerò a vivere, bella o brutta che sia, perché un luogo dove lo sguardo su te stesso diventa un po’ più consapevole merita sempre di essere chiamato “casa”. Almeno per un po’.

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Amsterdam, part V – Dissolvenza

Avevo immaginato un finale diverso per la mia ultima giornata ad Amsterdam: un sole che splendeva indisturbato e non quella pioggia quasi invisibile ma costante, e nemmeno quell’aria insolitamente fredda per essere la prima domenica a ridosso dell’estate, aria che poi si manifestava in rivoli di fumo quando andava a sfregarsi sulle increspate acque più calde del fiume; immaginavo Onno che tornava per la cena e anche Victor che si univa, io che lo chiamavo e noi quattro che cenavamo per la prima e unica volta tutti quanti insieme, come vecchi amici, a parlare di viaggi, di Amsterdam, di arte e di progetti folli, e a quel punto io che convincevo Victor a rivelare la sua idea e tutti avremmo riso, e lui non avrebbe capito il perché e avrebbe iniziato a ridere anche lui con noi, fino a diventare serio di nuovo e intravedere nei suoi occhi la consapevolezza di avere avuto l’intuizione giusta. Sognavo insomma più linearità e non una giornata frammentata come quella, ad inseguire panchine umide sulle quali riposarsi. Probabilmente, l’essere finito per caso a ridosso della Dam Square mi aveva messo di cattivo umore. Quei vicoli sordidi, la puzza di erba, la musica dei negozi, i gruppi di italiani strafatti. Ad Amsterdam questo mi è sembrato troppo facile e riduttivo, mi  è parso che ci fossero cose più importanti da fare e che la mia visione non avesse bisogno di essere ampliata.

Grazie ai miei ospiti, ho conosciuto pezzi di città e tramite questi sono giunto a un’idea più grande, che affonda le sue radici nella storia. La storia per capire il futuro, come abbiamo concluso la conversazione io e Marc dopo la sua cena a base di salsicce e sformato di patate con formaggio e verdure, e dopo la mia bottiglia di vino di Mendoza. Abbiamo parlato di aerei, treni, di energie pulite, di decrescita, della loro barca e dell’autonomia che hanno di una sola settimana: “con un contenitore d’acqua che devi rifornire di tanto in tanto ti rendi conto di quanto consumi e capisci che le energie e le risorse che hai a disposizione non sono illimitate.” In questo, l’olandese mi è parsa la figura più gentile e sobria e oserei dire stoica cha io abbia mai incontrato in giro per l’Europa. Vedere intere famiglie su una bicicletta, con padri e madri che scarrozzavano i loro bambini, resistendo alle intemperie, mi ha fatto pensare che questa è un’ottima immagine per  descrivere la loro perseveranza nell’aderire a standard di efficienza ed economicità. La direzione che una società prende è determinata dalle scelte politiche, e la classe politica è lo specchio dei cittadini. Allora non sorprende che l’Olanda sia all’avanguardia (nonostante le parole che i miei ospiti hanno pronunciato a sfavore, evidentemente sottintendendo tutto ciò di cui andare fieri) nel campo della legislazione sociale, delle energie pulite, della finanza (qui nacque il primo stock Exchange) e degli scambi commerciali. Osservando questi bravi e diligenti cittadini mi è venuto da pensare che essi meritano di stare là dove sono, di essere arrivati là dove sono arrivati, hanno il diritto di ricevere così tanto dalla società perché loro sono i primi a non tirarsi indietro.

E poi con Marc abbiamo continuato, e parlato di Europa, dell’euro, della guerra e ancora dell’immigrazione, di Primo Levi e della sua chiave a stella, e qui io vado in coperta a fumare e ad osservare i vapori quasi fluorescenti del fiume, e poi vado a fare i piatti e poi vorrei dormire e forse anche tornare a casa già l’indomani e rivedere tutti gli amici che ho lasciato lì, e se devo essere grato ai viaggi per un motivo è perché spingendoti lontano ti fanno apprezzare sempre di più ciò che ti sei lasciato dietro. Ma poi viene Onno, stanco e distrutto, che si concede un bicchiere di vino e inizia a parlare come se io non stessi dormendo, mi dice che è provato fisicamente e che, sebbene non abbia mai fumato, in quel momento si sarebbe proprio fatto una canna. “In Olanda è paradossalmente proibito coltivare erba ma è possibile possederla. Tipico di noi olandesi: concedere da una parte e negare dall’altra.” Effettivamente ero sveglio e mi stavo lasciando travolgere dalle sue parole. In un impeto di franchezza, pensando di poter parlare liberamente con quello strano ospite che per due notti aveva dormito nella sua barca, aggiunge che deve molto a Marc e che, dopotutto, di paesi come quello dove dichiarare liberamente la propria omosessualità non ce n’erano molti, e in quel frangente mi ricordo della storica fotografia che immortala due uomini olandesi unitisi in matrimonio, per la prima volta in Europa, e mentre penso a quelle cose un’altra eterea ora passa prima che in riva all’Amstel non si sentono più le cantate di Zachow e le chiacchiere di una compagnia improvvisata. E’ notte fonda, mi alzo per abbracciarlo e per ringraziarlo. Mentre spengo la luce del lumetto mi affaccio per un’ultima volta da uno degli oblò e vedo i vapori del fiume che continuano a mulinellare nell’aria e penso che la dissolvenza sulla prima parte del mio viaggio era già cominciata.

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Amsterdam, part IV – Eigen Haard & Pizza taxi

“Stamattina ti racconterò la storia della città da una prospettiva diversa”. Marc si sveglia di buon ora, indossa il suo impermeabile da marinaio, e con quella faccia alla Corto Maltese mi invita ad andare in bici con lui, con un tempo poco incoraggiante. Effettivamente, quella mattina mi venne raccontata la città attraverso le sue pietre. Per Marc la facciata di un palazzo, una finestra, la decorazione di una ringhiera sono elementi che parlano della sua storia. “Un’epoca che non tornerà più, chi vuoi che si metta a perdere tempo con questi fregi e con questi ornamenti, era l’epoca dell’architettura sociale, quando costruire case significava far felice una persona e la sua famiglia, non semplicemente alloggiarla da qualche parte. La buona architettura rese la gente migliore. La Scuola di Amsterdam fu un movimento sovversivo, negli schemi e negli intenti, e la sua estetica rappresenta ancora oggi il lascito di una visione più grande.” Ci addentriamo nel quartiere che delimitava la fine della città prima del piano di espansione della metà degli anni ‘50, e mi fa osservare il cambiamento di stili e come negli anni successivi l’architettura avesse ripiegato su tecniche più convenzionali, che spaventavano meno i governi conservatori che si sono succeduti.

La sua storia quadra con quella che mi ha raccontato Onno. L’arte è il punto focale di questa storia a margine della Storia, a cavallo tra la rivoluzione sociale e l’involuzione consumistica, ed è rappresentata perfettamente dalla loro comunione nella piccola barca ormeggiata laggiù in fondo all’Amstel. I loro studi sono separati, quello di Marc stracolmo di modellini di aerei, plastici in cera, strumenti per il disegno tecnico. Onno si rifugia tra spartiti e strumenti, una babilonia musicale che racconta anni di studio e felicità. Il nostro giro stava per finire. Marc mi racconta le cose e traspare dalle sue parole, anche se è costretto a tramutarle in un inglese che è ora più sicuro di sé, quanto le abbia ripetute tra sé e sé più volte durante i suoi giri solitari, mentre Onno è in tournee. Mi sento un privilegiato ad ascoltarlo, che abbia deciso di condividere la sua conoscenza con me. Mi fa notare la scritta “Eigen Haard”. È un po’ come dire “la nostra casa”, mi dice mentre ci salutiamo con la promessa di rivederci per cena, sperando che Onno si possa unire a noi e che a causa del tempo gli annullino il concerto. Mi promette una vera cena olandese, preparata con elementi semplici, secondo la tradizione. Io ricambierò con una bottiglia di vino e un dolce. Per un attimo, sotto la pioggia battente di quella grigia domenica mattina, mi venne in mente che il pensiero di dover tornare per un’ultima notte in quella barca e dormire un sonno dimentico della città, cullato dal fruscio delle foglie degli alberi che accompagnavano il fiume verso sud, mi rendeva felice.

Se uno ci pensa, bucare la ruota della bicicletta una domenica pomeriggio ad Amsterdam non è una grossa sfortuna, soprattutto se si considera che dopo pochi minuti un arzillo vecchietto ti aiuta a ripararla. La vera sfortuna è bucare l’altra ruota dopo pochi minuti. In quel momento inveisco contro Victor, se avesse inventato una app per i ciclisti in quel momento avrei saputo dove andare, avrei saputo se qualcuno poteva salvare la mia giornata. Mi rendo conto di quanto ridicolo fosse quel mio pensiero, e anche che in quel modo non avrei parlato, avrei fissato lo schermo del mio telefono e probabilmente non sarei passato per caso fuori la Heineken Brewery e non avrei visto una calca di Italiani vestiti in modo uguale che sgomitavano per entrare. Soprattutto, non avrei certo trovato il Pizza Taxi, di cui i ragazzi mi avevano parlato a cena la sera prima, uno dei pochi posti davvero italiani in città e non certo uno dei soliti marchi che scimmiottavano cultura e tradizioni certamente troppo lontani da loro. Decido di interpretare la duplice bucatura come un incoraggiamento del destino ad entrare e a conoscerli, questi emigranti italiani.

Dopo poche battute, Sebastiano ride con gli occhi quando mi dice: ma voi siete della Campania! Gli racconto delle mie disavventure e mangio la mia prima pizza in sei mesi. Mi dà da bere una Peroni, quella marrone, non quella di importazione. Una Peroni nella patria dell’Heineken ci sta tutta, penso mentre trattengo un rutto di soddisfazione. Ma non è che fate anche la pizza fritta, chiedo senza troppe speranze. E qui quel grosso omone di Siracusa, in Olanda da trent’anni, si scioglie in un racconto appassionato. “Pizza fritta? Hai bisogno del pozzetto per lo scarico del grasso a parte, hai bisogno del permesso del comune, quello dei vigili del fuoco e, cosa più importante, devi tenere la ciorta! Quando siamo arrivati qua non c’erano le facilities e allora decidemmo che ci saremmo limitati alle pizze normali, dopotutto un forno a legna è già un grande lusso, da Napoli in su. Pensa che devi avere un diploma della conoscenza delle regole igieniche della ristorazione olandese, l’esame puoi farlo anche qui, in italiano; devi dimostrare che il tuo capitale iniziale è pulito, anche e soprattutto se lo porti dall’estero, come hai ereditato quei soldi, nel caso, come li hai guadagnati. La matrice del biglietto vincente della lotteria, tutto.”

“Ma perché tutte questa domande, volete fare qualcosa qua? No perché noi, dopo trent’anni, vorremmo vendere, che dobbiamo fare ancora qua in Europa, ci hanno spremuto fino all’osso e ora non ci resta niente. Un periodo c’erano gli slavi che chiedevano il pizzo ma tutti noi ristoratori ci eravamo associati e li denunciammo, è quando si ha paura che la gente tace, ricordalo, qui nessuno ha paura del cugino del cognato di quello là. Prima della grande guerra questo era un paese feudale, i diritti delle donne vennero molto dopo, il consumismo è arrivato tardi, e nonostante la monarchia qui il progressismo ha fatto conquiste storiche e in anticipo rispetto alle tante velocità della integrazione europea.”

Sazio e soddisfatto ritorno alla mia bici, stravolgendo tutto l’itinerario che mi ero prefissato, alla ricerca di altre casualità.

to be continued

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Amsterdam, part III – The Boat

Perso tra i mille canali, mi fermo ancora una volta ad osservare il fiume. Ogni canale sembra uguale all’altro, anche Victor si perdeva. Ma l’Amstel è ampio, profumato, unico. Lo solcano le barche più grandi che si fanno largo tra i ponti che si alzano con i loro sbuffi di vapore. È il vero cuore della città. Senza l’esigenza di alzare una diga – Dam – e senza tutto quello che vi è stato costruito attorno (municipio, mercati, torri, chiese, sinagoghe), Amsterdam sarebbe rimasta un sogno nel cuore dell’Europa. Sembra nell’ordine delle cose che i miei prossimi ospiti saranno Onno e Marc, due ragazzi che per qualche motivo hanno deciso di vivere in una barca ormeggiata in fondo all’Amstel. Prima di cominciare finalmente la mia pedalata fuori dalla città, passo per il quartiere ebraico e osservo le sinagoghe e gli edifici ricostruiti dopo i bombardamenti della guerra. Questa città è la patria del multiculturalismo e della tolleranza, ed è quindi strana, ma tutto sommato coerente con un movimento culturale più ampio, la tendenza ad attaccare le minoranze, soprattutto quella islamica. Ancora più strana mi pare l’iscrizione riportante un documento ufficiale che noto in un piccolo punto informativo: “agli ebrei è tuttora vietato costituire gilde e avere relazioni sessuali con donne cristiane e con le loro figlie. Per il resto, essi sono i benvenuti ad Amsterdam”.

Mentre la sera ascolto il cd registrato da Onno, capisco di aver fatto un altro incontro straordinario. La curiosità di questo clarinettista e direttore d’orchestra e maestro elementare l’aveva portato nelle biblioteche di mezza Europa alla ricerca di musica sconosciuta. Era emersa la vita di un uomo comune, Zachow, compositore e per un certo periodo maestro di Handel, i cui lavori iniziali furono influenzati dal maestro. Grazie ad Onno e alla sua Accademia Amsterdam i suoi spartiti avevano finalmente preso vita. Mentre preparavo la cena è venuto ad aiutarmi e mi ha mostrato una locandina illustrata da Marc e mi ha detto: ecco la cosa più importante a cui sto lavorando ora. Pubblicizzava un saggio musicale con i suoi bambini, e l’illustrazione somigliava a quelle del Piccolo Principe. Quando glielo dico lui mi sorride, come a sottendere che era contento che l’avessi notato. Lui viene a Napoli un paio di volte all’anno per insegnare musica. È affascinato dagli estremi della mia terra ma non riuscirebbe mai a viverci. “Ma anche Amsterdam non è messa bene, frammentata in tante piccole municipalità e quindi impossibilitata a portare avanti un progetto artistico unitario. In Olanda hanno ridotto il numero dei ministeri e quello della cultura è sparito, ci sono stati tagli ai fondi, il segretario di stato dice che non sa cosa sia la cultura, che lui è un ignorante e ne è fiero. Per i nostri concerti abbiamo provato a finanziarci tramite il crowdfunding, ma non sembra funzionare.” Il processo di degradazione per l’arte è cominciato 20 anni fa, aggiunge, con un governo liberal, e non capisco se intenda la connotazione politica all’americana o all’europea, ma nel frattempo la cena è pronta e siamo affamati.

Marc all’inizio era silenzioso, pareva mi studiasse. Forse è stata la bolognese che ho cucinato a renderlo meno sospettoso. Senza musica, solo lo sciabordio del fiume veniva a farci compagnia nei rari momenti di silenzio. Parliamo per oltre un’ora. Marc fa il bis della mia pasta, Onno si dedica all’insalata e al suo olio di oliva umbro, io finisco il vino. Mi dicono che gli olandesi sono molto restii nel provare il cibo di altre culture. L’olio di oliva è considerato come una vera schifezza: quando un membro del governo aveva espresso il suo malcontento nei confronti di Italia, Spagna e Grecia per la loro situazione economica, aveva parlato di olive countries, in senso spregiativo. Mentre siamo a tavola e ci godiamo il tè prima di uscire, mi ritornano le immagini della città in testa, il suono dell’olandese che i miei ospiti usano come linguaggio privato, i sapori dei formaggi con la marmellata di fichi. Usciamo per un giro in bicicletta. Pisa o Venezia? mi chiedono, e alla fine la gelateria vincente risulta essere la seconda.

to be continued

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Amsterdam, part II – Westerpark

Victor mi accoglie calorosamente nel suo appartamento, un po’ defilato dal centro, nel quartiere di Westerpark. All’inizio era un filino imbarazzato, ma quando insieme ai suoi amici abbiamo cominciato a chiacchierare nel giardino sorseggiando tè in bicchieri trasparenti mi è parso a suo agio. Aveva appena lasciato il suo lavoro, mi racconta, ma per un bel po’ il welfare olandese lo sosterrà con il 70% dello stipendio. Nel frattempo, si è lanciato con un amico in una start-up, o meglio, in una start-app, visto che i beneficiari della sua trovata saranno gli entusiasti possessori di Iphone et similia. Gli chiedo se non ha forse in mente di  brevettare un sistema di navigazione per ciclisti, i veri padroni della città. Mi dice che è una buona idea, ma che la sua è più semplice e per questo migliore.  Indugiamo sulle differenze che ci accomunano, e sembrano tutti interessati alla mia storia di Italiano trasmigrato in Inghilterra. Dopo che i ragazzi vanno via ci avviamo con le bici verso l’officina. La sua rimarrà là, mentre la mia, dopo un’avvitata, è pronta per scarrozzarmi in giro per la città.

Mi ero perso talmente tante volte che mi è parso un miracolo che mi sia ritrovato verso sera seduto sulla panchina del parco a ridosso casa sua, ad aspettare che fosse ora di rientrare. Mi ricordo che i ragazzi mi avevano detto che i confini di Westerpark sono il luogo più degradato della città: è il luogo dove vivono i marocchini, dove i figli dell’immigrazione da Italia e Turchia della fine anni ’50 hanno messo radici. Non fu a causa di un deficit demografico che furono incoraggiati a venire qui ma per precisa volontà politica, a causa del costo del loro lavoro che era, già all’epoca, nettamente inferiore rispetto a quello interno. Poi qualcosa deve essere andato storto. Forse gli abitanti del Suriname beneficiarono di maggiore chiarezza: il passaporto olandese consentì loro di inseguire una nuova esistenza in Europa, ma fu loro espressamente vietato di vivere ad Amsterdam.

A cena Victor mi parla dei suoi progetti e di come in passato misteriose donne venute da lontano gliel’avessero rubati. Ora silenzio su tutto. Mi crea connessioni: il suo amico che vive a Londra, la sua amica brasiliana scrittrice. Mi dà i loro numeri di telefono e mi dice che potrebbero avere storie interessanti da raccontarmi. Gli dico che vivere la città come un vero Amsterdamer è già una storia interessante di per sé, la vera soddisfazione di questo viaggio. Viaggiare da solo mi rende meno incline alle visite di rito nei luoghi per turisti, e lui sembra capirlo. “Amsterdam è un luogo dove la storia è presente e fantastica. Quando venni qui per la prima volta era la fine della rivoluzione giovanile e si avvertiva ancora nell’aria la volontà di perseguire quegli ideali. C’erano tantissimi giovani e io mi sentivo quasi intossicato dal senso di possibilità che c’era in città. Non avevo bisogno di fumare perché ero naturalmente inebriato. Dall’esterno, Amsterdam ha la fama di essere liberale con le droghe, di indulgenza e permissivismo. Nella mia mente la città rappresentava e rappresenta ancora valori più alti e spirituali. E poi c’è la cafè culture: puoi sederti e osservare il mondo che passa. Le persone qui sono vivide all’occhio”.

Dopo aver cucinato una carbonara e bevuto Lambrusco, siamo usciti e siamo rimasti nel Westerpark. Gli avevo proposto un locale che praticava la politica del BringYourOwnBooze al contrario, un fricchettone in città me ne aveva parlato in maniera entusiasta: voi portate da mangiare e qui venite a bere la nostra Heineken e i nostri cocktail. Anche se noi avevamo già mangiato, mi pareva un buon modo per entrare in contatto con il quartiere. Victor però mi dice di avere un posto migliore, ed effettivamente se non ci fosse stato lui non sarei mai entrato in quello che pareva un negozio di ferramenta. Dentro, una folla calda e sorridente, rilassata al ritmo di musica funky e cocktail colorati e fumi psichedelici. Ci liberiamo delle felpe, ci offriamo da bere, parliamo con le persone. Balliamo e facciamo gli stupidi. Ritorniamo a notte fonda,  aspettando che i ponti levati per far transitare barche dal pennone impetuoso si abbassino. Siamo loquaci, nonostante la stanchezza. “Questo distretto è sempre stato protagonista. Ho  scelto di vivere qua perché laddove alla fine del diciannovesimo secolo questa era un’area per lavoratori impiegati nella fabbrica di gas, nei turbolenti anni ’80 è stata la casa di squatters, musicisti, scultori e registi. Ciò aveva conferito carattere alla zona, e qui pensai che sarei stato felice.” Mi guarda e aggiunge sorridendo: “ora lo sono”.

La mattina seguente non avevo nessuna fretta. Impigrirmi a casa di Victor mi ha fatto stare bene. Mentre mi godevo le ultime conversazioni con lui, pensai che se vivessi là di sicuro saremmo amici. Continuava ad accennare alla sua app. Diceva che è davvero semplicissima, lui e il suo amico ci hanno pensato su giusto un’ora, e poi il suo amico, che è un nerd, si è chiuso in casa a svilupparla. Solo, non aveva il coraggio di dirmela. Ricordo di aver pensato che l’indomani l’avrei invitato a cena e l’avrei fatto ubriacare e costretto a rivelarmela. Mi presta la sua bici, avrei potuto riportargliela lunedì mattina. Ci auguriamo buona fortuna con una stretta di mano, anche se sapevamo che ci saremmo rivisti per un’ultima volta. Prima di lasciare il quartiere mi fermo nella piazza del mercato. Siamo in periferia, dopotutto. Pare che l’edificazione sia avvenuta al contrario: i mattoni rossi che avvolgono la piazza metro dopo metro, fino al salto in su della torre dell’orologio che non suona, appaiono scoloriti e solitari. Metti una piazza nei sobborghi ed ecco che al posto dei turisti vi girandolano facce dai mille colori, mille lingue a fare da contraltare al tubare dei piccioni. I camionisti scendono dal veicolo, pantaloni ancora sporchi, e aprendosi una birra cominciano a crogiolarsi al sole pallido eppure rassicurante. È un piacere osservare la gente in bicicletta. Alcuni si fermano per un kebab. Sembra il set abbandonato di un film in bianco e nero.

to be continued

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