Archivi del mese: marzo 2012

Si sta facendo sempre più tardi

Se fossi a casa, adesso, prenderei dalla libreria un libro di Tabucchi. Non andrei a rileggermi Sostiene Pereira ma forse qualche racconto da Si sta facendo sempre più tardi. E’ un’economica Feltrinelli dalla costola gialla che si riconosce anche al buio. E poi mi ricorderei che il poeta è un fingitore perché finge di provare il dolore che prova davvero. Mi rigirerei questa frase di Pessoa tra le labbra e indugerei su quest’ultimo e sui suoi eteronimi, forse ci sarebbe stato qualcun altro a tradurli, forse meglio, ma quello che rimane è che Tabucchi non ha tradito Pessoa ma l’ha reso nobile in Italiano così come lo è in Portoghese. Sarei portato a leggere un estratto dal Libro dell’inquietudine, ma poi lo richiuderei subito perché appartenente a un’altra epoca, sono cresciuto un po’ grazie ad esso ma ora, in maniera riconoscente, lo riconsegnerei alla mia libreria.

Non ho quei libri con me ma appartengo pur sempre alla generazione digitale, non ho bisogno di possedere quello che posso trovare in una nuvola, questa cloud che diventerà sempre più grande fino ad inglobarci tutti e a fagocitare qualsiasi cosa, e il bello è che dal suo nome traspare un soffice candore e non quel garbuglio di dischi e di cavi che poco hanno di virtuale, ferraglia che è posseduta da qualcuno e che si può forzare con una semplice chiave inglese. Vado in giro per la rete, quindi, per placare la mia sete di poesia, poco importa che di prosa si tratti. Leggo: “le persone sono lontane quando sono vicine, figuriamoci quando sono lontane per davvero”. Davvero l’ha scritta Tabucchi, questa frase? Tabucchi non era un aforista, il romanzo breve era il suo respiro naturale e il racconto il figlio legittimo che lasciava vagare per il mondo letterario, le sue frasi rimanevano incollate alle sue storie, nessun significato universale. Lo scrivere per il piacere di scrivere. No, alcune persone possono essere vicine anche se lontane, ma io sono sicuro che se andassi a rileggermi il racconto dal quale è estratta la frase ad un certo punto il protagonista direbbe qualcosa come: siamo noi a decidere se essere lontani o meno. O forse sono soltanto io che in questa sera mi sento l’alter ego di un personaggio di Tabucchi, vivo e misero e umano proprio come lui.

Ma non sono a casa, e il web è una mela mozzicata. Sul web non c’è polvere, non ci sono note a matita, il web non si presta a qualcuno per farlo innamorare di un autore, una mail non ha l’effetto taumaturgico di un libro regalato con una dedica sulla prima pagina e il disegno di una faccina che ride. Il mio giro tra le parole per cercare conforto in una sera di solitudine rischia di finire subito perché sono così lontano, dalle mie persone e dai miei libri. E’ strano che l’inglese ci conceda una sottigliezza propria di una lingua calda ed elegante come solo una lingua latina può essere: loneliness e solitude sono concetti diversi, perché la prima presuppone i ricordi mentre la seconda è uno stato dell’anima. Con l’ultima non ti senti solo perché entri in contatto con una parte di te stesso e quel contatto è l’autocombustione con la quale riscaldarti, anche se fisicamente solo. Ma questo non c’entra perché non sono a casa e non posso rovistare tra i libri, scovarne qualcuno dimenticato, non posso accumularli sul letto e addormentarmi tra essi esausto, e lascio agli inglesi la parola adatta per questo.

E temo che la mia ricerca di scritti di Tabucchi, in mancanza di meglio, si fermerà qui, perché uno come lui non lo si cita ma lo si vive dalla prima all’ultima parola. E anche le mie parole finiranno qui, anche se sarei capace di andare avanti fino allo sfinimento, non so perché a volte accade così, o forse lo so, è lo stesso motivo per cui spegnerò il computer e fumerò una sigaretta affacciato alla finestra osservando il sorriso sbilenco della luna, ed è perché qui non ho una libreria da rovistare, la mia, e nessuno con cui parlare del fatto che mi dispiace sapere che non leggerò mai più nulla di Tabucchi, che qui sarà al massimo un nome sugli obituares del Sunday Times, uno dei giornali inglesi di qualità che non legge nessuno, tutti leggono la spazzatura del Daily Maily o del Sun, perché ogni società ha la sua pancia, ma non potrei parlare nemmeno di questo, qui, perché andare camminare lavorare, e nel frattempo si sta facendo sempre più tardi.

Categorie: Canterbury tales, Diario notturno | Tag: , | Lascia un commento

Baptime de la solitude – part I

You leave the gate of the fort or the town behind, pass the camels lying outside, go up into the dunes, or out onto the hard stony plain and stand awhile, alone. Presently, you will either shiver and hurry back inside the walls, or you will go on standing there and let something very peculiar happen to you, something that everyone who lives there has undergone and which the French call la baptime de la solitude. It is a unique sensation, and it has nothing to do with loneliness, for loneliness presupposes memory. There, in this wholly mineral landscape lighted by stars like flares, every memory disappears, nothing is left but your own breathing and the sound of your heart beating. A strange, and by no means pleasant process of reintegration begins inside you, and you have the choice of fighting against it, and insisting on remaining the person you have always been, or letting it take its course. For no one who has stayed in the Sahara for a while is quite the same as where he came. (Paul Bowles, Travels)

Categorie: Canterbury tales, Ritagli, Travelling | Lascia un commento

Rosso, notturno

Avevano entrambi un ricordo bellissimo e disperato al tempo stesso ed era tinto di rosso. Era il colore della notte nella quale si erano inoltrati insieme. Perfettamente consapevoli della stupida finitezza di tutto quello che stavano per vivere, nondimeno vi si gettarono a capofitto, saltando sulle pozzanghere, cercando uno spiraglio tra le nubi rosse per avvistare una stella o un aereo o un disco volante, cedendo infine allo strano fascino di strade sconosciute e che eppure facevano sentire a casa. Era la periferia e vi si trovavano a loro agio. In periferia non avevano la sensazione di fuggire, erano al termine della fuga, erano anzi all’antitesi della fuga, nel luogo fisico e spirituale nel quale smaltire le sbornie cittadine.

Montarono in macchina e a lui parve di ascoltare Keith Richards alla radio che raccontava in un soffio di voce rauca come il riff di Satisfaction fosse venuto fuori una notte mentre era immerso nei suoi incubi, la chitarra appoggiata ai piedi del letto e il tasto del registratore trovato a tentoni del buio, Keith ride nel ricordare quella notte che ha cambiato la storia del rock e lui rideva mentre declamava a memoria versi di poesie mai esistite, solo per lei. Aveva in mente che stava per vivere un amore che non sarebbe durato che per due giorni, e sul ricordo di quel poco che c’era già stato e sulla speranza di quello che sarebbe successo egli costruiva i suoi versi, li smontava e li spernacchiava a piacimento, offrendoli al di lei ludibrio. Non importa, continua a prendermi in giro, le diceva, mi piace essere preso in giro, c’è quella leggera puntura di spillo all’inizio, l’intoccabile ego che si sente braccato, poi una risata calda sale dal cuore perché ti senti in qualche modo amato, seppur per un tuo difetto, se si gioca e si ride lo spettro dell’indifferenza è per sempre scacciato, il gioco e il riso sono il nostro talismano segreto che non sappiamo di avere.

La città continuava ad annaspare nei suoi sbuffi rock, creste alzate di sfavillanti colori sono il pugno nell’occhio che la musica aveva restituito alla città, la quale da allora non si è più ripresa, è rimasta ai tempi colorati e acidi degli Who che can’t explain, il punk stava per nascere e per avvolgere tutti nei suoi panni ruvidi, la città brontolava con il suo industrialismo dismesso, le vecchie colonizzazioni volgevano al termine mentre le nuove prendevano il largo, e le vie erano piene di fumi multicolori, nessuno si sapeva spiegare nulla, donne camminavano nude in mezzo alle piste da ballo e nessuno ci faceva caso. My generation? È solo mia e non vostra, dice incazzato Pete Townshend alla radio, e lei che immaginava l’attitudine di un’intera generazione che non vedeva il futuro al di là del proprio naso, c’era qualcuno che l’aveva capito e che l’aveva messo in versi in un beat spezzato e un basso furioso, la città ne era grata perché non ne poteva più di chiedere scusa quando ruttava il proprio scontento e finalmente c’era qualcuno a cui non fotteva nulla di tutto questo, e invece no, quanto poco ci vuole per farsi deludere. Non importa, pensava lei, io scapperò lo stesso e non mi troveranno.

La notte avvolgeva tutto in nuvole rosse, people try and get get around e poi ancora fino allo sfinimento, finché non ti raccatta qualcuno nel tuo stato di ebbra confusione, la luce rossa purpurea esaltava le scene di quella notte che voleva essere primavera e non ci riusciva, uno sforzo commovente come quello di tentare di capire il vociare sommesso all’interno del bar, e chi era quel tizio con quella strana maglietta che avevano visto ad un angolo e all’altro pure, come un’incongruenza in un film montato male? Non lo sapevano e non volevano saperlo, il sapere troppo a volte rovina tutta la poesia, peccato che talvolta non sapere nulla ti ubriaca di disperazione e peccato che la sbornia non passa il mattino dopo.

Avevano in mente di scappare a Parigi, l’unica città che si sottrae alla paura e delirio di cui ogni metropoli è intrinsecamente pervasa. Volevano fare un lavoro qualsiasi e poi trovare il tempo per scrivere, volevano ascoltare il jazz da vecchi grammofoni e volevano affacciarsi alle vetrine dei grandi ristoranti e cacciare la lingua in faccia ai clienti impettiti e vedere quanto ci voleva per qualche sguattero ad essere costretto a scacciarli, seppur a malincuore. Cercarono un po’ di jazz alla radio, si erano fermati in un posto qualsiasi e armeggiavano con la vecchia trasmittente. A Londra non c’era tutto il mondo. A Londra c’erano i reietti e quella città stava rendendo tale anche loro. Non ce ne andremo mai da qui, vero, chiese uno dei due. Il giorno dopo il rosso era tutto svanito e non si rividero mai più dopo quell’unica notte di amore.

Categorie: Canterbury tales, Diario notturno | Tag: , , , | Lascia un commento

Crisi di identità in uno Starbucks qualunque

Cosa sarebbe successo se Hemingway e altri scrittori della sua generazione avessero scritto le loro pagine seduti al tavolo di una grande multinazionale del caffè? La loro ispirazione si sarebbe fatta influenzare dall’apparenza del cliente tipo? Sarebbero stati essi stessi un “tipo”, indistinguibili dagli altri, avvolti negli stessi capi firmati o vestiti magari di quella semplicità minimale che si ottiene solo a caro prezzo?

Costa e Starbucks e tanti altri della loro specie ci conoscono bene: incorniciano i loro loghi nella stessa tonalità di colori, non troppo brillante, non troppo opaca, e spiegano i loro slogan usando gli stessi caratteri (in generale, provate a guardare gli annunci pubblicitari, i titoloni, e contate quante f vi sembrano simili a quella di Facebook) e noi ce ne sentiamo inconsapevolmente attratti. Forse in un luogo straniero rappresentano ciò che è più vicino al concetto di casa, perché essi sembrano non appartenere a nessun luogo, la loro geografia è indefinita e non si è interessati a scoprirla.

Io ci ho passato molto tempo seduto a uno di quei tavoli. Senza scrivere nulla, perché non sono Hemingway e perché non ne ho mai avuto voglia, tranne ora, ma anche perché mi rinchiudevo nella soffice bolla protettiva della compagnia dei miei connazionali. La città era per noi piccola. Effettivamente questa città è piccola, tanto che forse il termine città è sbagliato. Ma per noi lo era perché i nostri percorsi erano prestabiliti e decisi a livello primordiale, senza che ce ne potessimo rendere conto. Abbiamo evitato i luoghi più veri, dovessimo mangiare o bere un caffè, perché quando ci si immerge in un ambiente estraneo con il fine ultimo di integrarsi allora è il cibo l’unico valore in grado di restituire quell’identità perduta. Nel gruppo le singole identità però si annullano, ogni persona si identifica con i valori del gruppo, che sono più immediati e accessibili, e il linguaggio si uniforma e così le voglie e le propensioni. Abbiamo mangiato spesso da McDonald’s, ma ognuno di noi, preso singolarmente, si faceva vanto di odiare mangiare da McDonald’s!

Come si spiega? Non lo so, sono seduto a uno di questi tavolini tutti uguali e tutti come nuovi di zecca, sono solo e senza la compagnia di qualcuno che parli la mia lingua. Ai tavoli vicino si parla arabo, forse turco, sicuramente non inglese. La città è piccola ma ospita un campione rappresentativo di tutte le nazionalità immaginabili. Ma la mia impressione è che l’eterogeneità non riguarda anche la classe sociale di provenienza. Tutti quelli che incontro o che semplicemente scruto da lontano, in locali o uffici o per le strade principali di Canterbury, sono stranieri venuti qui per studiare e per apprendere l’unica cosa che questo paese può dare loro: la lingua inglese. E allora ecco che anche i loro vestiti e le loro abitudini si uniformano: essi sono qui, sono disposti ad integrarsi ma non se ne fregano poi tanto perché, alla fine, non ne hanno bisogno. Presto o tardi torneranno a casa, la vera casa.

Le facce straniere che si scorgono nei negozi, nei chioschetti, per la strada a spazzare e nei locali a servire porzioni sempre uguali di hamburger e tazze di caffè internazionale sono però diverse. Mi sembrano raccontare un’altra storia, o forse è solo la mia mente che la sta costruendo per decodificare una realtà diversa. Sarà stato un caso, ma tutte le volte in cui, da solo, ho interagito con queste persone e ho chiaramente rivelato il mio essere straniero come loro, ho percepito una sottile aria di scherno nei loro sguardi, mai sconfinante in maleducazione ma eppure presente. Forse quando ci si immerge in un ambiente estraneo con l’assoluta esigenza di integrarsi, affrontando tutte le difficoltà e le barriere del caso, non è più il cibo il valore simbolico consolatorio, bensì prendersi una sottile rivalsa verso chi in quel momento è più straniero di te, se così si può dire.

Il ragazzo polacco che mi ha servito impeccabilmente il caffè adesso è venuto a riprendersi la tazzina (lavoro leggero con noi italiani, tazzine piccole e leggere) e mi ha visto scrivere. Chissà se gli è passato per la mente che sono uguale a tutti gli altri. Forse vuole soltanto andare a casa e togliersi la divisa, o forse vuole rimanere lì più a lungo possibile perché, in fondo, quella divisa gli dà un’identità che altrimenti non saprebbe come reperire. Tra un po’ mi avvio anche io nella mia Babele incasinata, dove si parlano tutte le lingue e si fa finta di parlare l’inglese, o meglio, dove l’inglese si evolve verso qualcosa di indefinito e bizzarro. Ma questa è un’altra storia.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , , , , | Lascia un commento

Nine feet underground

Questa onnipresente finestra virtuale aperta sul mondo fagocita tutta la mia fantasia, il mio spirito critico, la mia voglia di stare con me stesso. Per paradossale che sia, anche se sei in solitudine ti senti sempre spiato, e a te stesso pare di spiare gli altri. Quando dico che la dimensione della mia scrittura è il viaggio in realtà forse intendo questo: sono propenso a scrivere quando il mio io è capace di guardare il mondo esterno o se stesso senza distrazioni, e il viaggio presuppone che tutte queste finestre virtuali siano serrate. L’interazione deve avvenire tra persone e non tra avatar, i sorrisi sono diversi l’uno dall’altro e un silenzio può significare tante cose. Nel mondo virtuale il silenzio significa solo una cosa: indifferenza. Relazioni liquide, le ha chiamate Bauman, relazioni cioè che possono essere interrotte a proprio piacimento, semplicemente facendo clic con il mouse.

Le relazioni. Qui in Inghilterra non ne sto stringendo molte, e quelle poche sono fusioni fredde. Forse è la lingua. Camminando per strada oggi (ebbene sì, anche io, come tutti qui, trincerato dietro spaventosi cuffioni) ho riascoltato del rock latino che ho scoperto in Sudamerica. Non voglio parlare qui dell’immediata e magica associazione con quell’esperienza fantastica e folle che è stata il mio viaggio, ma delle parole e della lingua. Hanno un bel dire coloro i quali propugnano la lingua inglese come standard internazionale per via della sua semplicità. Viaggiando in Sudamerica mi capitava di apprendere una parola e di fare passi avanti significativi nella comunicazione. Una parola per un concetto, andata. Appuntamento, paura, fame, rabbia, ballo. Ci si capiva con quell’unica parola. Le sfumature c’erano, ma era il linguaggio non verbale a sopperire. Ogni parola in più nel mio vocabolario era una possibilità in più di trovare un amico per la strada, in un bar, in un taxi. Qui no, qui è diverso. Una parola può significare tante cose; l’inglese ha nascoste dentro minuzie estenuanti. Una rigida costruzione sintattica ti impedisce di spostare una singola preposizione, pena l’assoluta mancanza di senso. Una parola può essere pronunciata in decine di modi diversi e questo senza un criterio o un perché. Ogni nuova parola appresa mi fa avanzare nelle interazioni alla stessa velocità di un pianeta distante anni luce. Con le persone è lo stesso: un giorno ti si avvicinano, ti fanno credere che tutte quelle tue teorie sulla tua invisibilità erano effettivamente frutto della troppa birra, ti fanno sentire un essere umano come loro! e poi l’indomani è come se nulla fosse successo. Le persone inglesi sono come le parole che esse adoperano per comunicare: possono significare tante cose, mai univoche, ed entrare in contatto con una di loro non significa padronarne in maniera definitiva l’idea.

Non ho usato la parola invisibilità per caso. L’altra sera sono andato da solo al concerto dei Caravan. Tra il gruppo di supporto e la loro esibizione hanno messo su un pezzo che conoscevo bene, il cui testo narra di un’ombra che si aggira per la città indifferente e bulimica che inghiottisce tutto e tutti. Io ballavo e non pensavo agli altri e gli altri forse non mi vedevano nemmeno. Ho visto però due donne bellissime: avevano forse più di 60 anni, capelli grigi raccolti in una coda e viso solcato da fiere rughe, senza trucco. Avevano lo sguardo furbo di due bambine cresciute insieme. Una di loro guarda l’altra e le fa cenno di andare in mezzo alla pista, come ai vecchi tempi. Un altro signore si aggira, armeggia con un dispositivo ultratecnologico e non balla e non sorride, solo è impegnato ad azionare il suo gadget quando i Caravan attaccano Nine Feet Underground, la classica suite progressive di venti minuti che manda tutti in estasi, e rimane fermo ed estasiato guardando il suo registratore, pregustando il piacere di poter riascoltare in cuffie, 44 anni dopo, quel fantastico pezzo sulle cui note chiudo gli occhi e mi perdo.

Questa è la prima cosa che scrivo da quando sono a Canterbury. Non volevo distrarmi dal lento e faticoso apprendimento del senso musicale della lingua inglese. Ma non ho resistito più. Forse è stata anche la paura di scoprire ciò che stavo provando, ciò che sto provando. Ma ho capito che è proprio l’inconsapevolezza a rendermi inquieto, e quindi torno con piacere all’unica cosa che è in grado di lenire questa sensazione. Mi è mancato scrivere mail agli amici o ai familiari. Questa è la prima cosa che scrivo, e la mando a me stesso, prima di chiudere la finestra che dà su un cielo inaspettatamente stellato.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: