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Day X, London

E poi si arriva a Londra. La città al centro di tutto. Ogni cosa è a un tiro di schioppo da Londra, ogni posto non dista più di novanta miglia dal mare e ogni posto non è troppo lontano dalla sua capitale. L’Inghilterra è il giardino privato della city grigia e onnipresente e famelica, talvolta generosa, spesso fagocitante. L’avevo lasciata in una delle rare giornate di sole, dove ogni cosa illuminata sembra quasi invitante e umana. Quando vi faccio ritorno è il solito grigiore. A Tottenham non si bada alle feste di Pasqua. Si va a fare la spesa nei supermercati o nelle piccole oscure botteghe, tutti insieme sotto la pioggia, si cerca un modo per festeggiare e per stare insieme. Siamo tutti quanti qui, tutto il mondo è qui, maledizione, questo posto non ha più nulla di autentico. E quindi “vado a Londra” non si sa se è una minaccia o una promessa, un sogno o un fumetto disegnato male. La pioggia insiste e ricorda a tutti di non farsi illusioni. La fermata Seven Sisters era un tempo quella del glorioso Rainbow Theatre, dove si sono avvicendate le più grandi leggende del rock che allora non avevano che una vaga idea di quello che rappresentavano. Oggi quasi più nessuno viene al Rainbow. Dopo le rivolte della metà degli anni settanta, che trasformarono l’originario movimento skinhead nella sua versione nazista e violenta, Tottenham è quel posto al margine della città, senza fronzoli e povero.  Se ti fermi a Seven Sisters hai un appartamento non troppo costoso che ti permette di avvistare la città da lontano, puntando verso di essa, mischiandoti alla folla metropolitana per raggiungerla, confinandoti nottetempo a un esilio volontario e forzoso fatto di sguardi torvi, di incroci pericolosi, di mura ricoperte di messaggi minacciosi rivolti, spesso, a chi è percepito come il diverso di turno.

Se abiti nel quartiere forse non stai certo festeggiando alcunché, eppure il tentativo lo fanno tutti. Sorrisi forzati tentano di propiziare la giornata, di unirsi in una affettuosa comunione. Il ricordo delle rivolte dell’anno scorso si va affievolendo ma quel malessere e’ ancora vivo, soprattutto con le Olimpiadi alle porte. Questo posto sara’ una gabbia e non ci sara’ modo di scapparne. E’ paradossale che la nostra ennesima discussione sui motivi per cui siamo tutti qui avvenga proprio in questo quartiere. Quanto tempo ci vorrà per integrarci e se ne vale veramente la pena sono questioni che non coinvolgono una sola generazione: l’integrazione in un’altra cultura è un processo lungo e complesso, e molto spesso riguardava le generazioni successive per le quali c’era abbastanza energia e ottimismo in circolo da poter essere lungimiranti. Ma nel presente il tempo per guardare al futuro sembra irrimediabilmente perduto. Ci avevano detto che con un po’ di coraggio potevamo ottenere tutto quello che volevamo, che altrove la vita sarebbe stata magnifica, e ci rendiamo conto che la vita è proprio uguale dappertutto. Un posto con più regole non significa che la nostra vita prenderà a seguire quelle stesse regole prestabilite e andare avanti con passo regolare, conquista dopo conquista. Un posto con più regole è solo un posto come un altro, solo con più regole, e ogni conquista è un miraggio qui come altrove. Ci diciamo queste cose ma sappiamo che sono vere solo in parte: stiamo recitando, ci godiamo la drammaticità delle nostre parole, sperando tutti di non fare parte di nessuna statistica, di essere i soli attori delle nostre vite.

Si ricrea al chiuso di quattro mura un’atmosfera privata, che ricorda casa. Dopo tanto girovagare ritorno in contatto con chi capisce la mia lingua, con chi mi estorce parole che altrimenti non direi, e con chi mi invoglia a recriminare su ciò su cui davvero non ho più voglia di spendere una parola. Ma una tira l’altra, a un bicchiere segue l’altro, tutto questo weekend è stato un flusso ininterrotto di parole e di bicchieri, ponderando quasi mai nessuno dei due. Non rimane niente, c’è il solito bus da prendere durante il quale la città svetterà di nuovo indifferente a tutto, ci sarà qualcuno immobile alla fermata dei bus, giusto per ingannare il tempo, e ci sarà qualcuno su quel bus a ricordare o a immaginare o a dormire. Non fa differenza. E’ l’ultimo giorno che ci è concesso e ce lo viviamo fino in fondo. Le immagini delle tante persone incontrate e delle situazioni strane e bizzarre materializzatesi come d’incanto svaniscono nel nulla, nel torpore del bicchiere di troppo, e le parole lanciate come dei dardi vanno a cadere a terra pesantemente come fiocchi di neve stanchi del lungo viaggio da lassù e si dissolvono un istante dopo, come se nulla fosse successo. Era l’ultimo giorno di questa mia piccola avventura, vissuta per tre quarti in solitario e per l’altra pure, perché quando sei lontano non puoi mai dirti non interamente solo. Un giorno grigio e piovoso, non è così che era cominciato.

E allora ci riprovo, l’ultimo giorno a Londra è anche un altro, deve essere un altro. Ma è un giorno x indefinito e grigio, uno dei tanti. L’ultimo per davvero. Uno di quei giorni che te la fanno odiare, stà città, ancora di più. Tottenham è il buco nero e al tempo stesso la stella polare che mi attrae. Un Luna Park visto da lontano mi rende felice per qualche minuto. Ho bisogno di scappare dal circolo chiuso, ho bisogno di respirare arie diverse, ho bisogno di perdermi e uscire dalla mia zona di conforto, chissà se la traduzione in italiano rende l’idea. Ho bisogno di allontanarmi e vedere chi mi segue. Rimango solo. Ed è dura rincorrere il sole, fidarsi di quell’istinto che ti dice che, altrove, tornerà a splendere. Sento che è il mio ultimo giorno qui e voglio viverlo fino in fondo. Mi lascio cullare dalla folla e la osservo strabiliato. Camminare per questa città fa volare la mia fantasia. Prendere la metro è un’avventura fantastica che ogni volta tocca luoghi e sapori lontani. A stento riesco ad udire parole in inglese. Ai lati di Portobello c’è una stradina anonima, un ex tabernacolo è ora un laboratorio teatrale, un bar, una libreria e molto altro ancora. La comunità caraibica si prende cura del giardino comunitario: puoi chiederne le chiavi e una volta a settimana sarai tu a curarlo. La bottega di toelette per cani è anche un happy hour bar, il tizio dai capelli arancioni con la cintura di pailette ci invita ad entrare. Come la notte prima, orde di persone sciamano nei loro orpelli multicolore, lasciando all’immaginazione il compito di volare su trasgressioni e ribellioni. Ma durante la notte tutto ciò aveva un sapore agrodolce di tempo perduto, di irrimediabile vanità, una sorta di panacea alle asprezze e alle alienazioni della vita quotidiana. In questa domenica divenuta finalmente placida, non più. Tutto prende la forma di una inaspettata riconoscenza. E nella mia mente quegli stessi biasimi che, come tutti, rivolgevo a chi aveva fatto di questa città un luogo indistinto e senz’anima, ora mi parevano argomenti incontrovertibili a favore della strabiliante diversità culturale, terreno propizio per ogni sorta di meticciato, sperimentazioni, avanguardie, tolleranza e cosmopolitismo. Queste non sono parole vuote ma non si creano dal nulla. Devi essere nel posto giusto per farle prosperare.

Alla stazione dei bus ci torno con la Metro. C’erano pesanti disservizi ma il cittadino è misericordiosamente informato di tutto con largo anticipo. Sono tornato con la metro ma avrei voluto prendere una bicicletta. Il mio ultimo weekend era partito con una bicicletta, e anche il sole splendeva su Hyde Park, il vero motivo per cui io perdonerò sempre questa città. Avrei voluto urlare che con una bicicletta la città faceva meno paura, era anzi lei ad avere paura di te. Era più vulnerabile, si lasciava scoprire, e potevi fuggirne quando volevi. In un certo senso, con la bicicletta anche Londra era una citta’ romantica, anche se rimaneva grigia. Mi sono scoperto un inguaribile romantico. Ma alla stazione poi sono rimasto solo, con i miei piani di esplorazione rimasti un’utopia che lascerò a un altro me stesso realizzare. In attesa di un raggio di sole che non faccio in tempo a vedere ma che sono sicuro che c’è stato, un raggio verde brillante pieno di buoni presagi, penso che ora è il tempo di buttarsela alle spalle, di non pensare più a lei. Non riesco ad odiarla, questa citta’, perché sebbene mi abbia respinto più volte, mi ha fatto scoprire una parte di me che mi piace, verso la quale volevo andare da molto tempo. Si dissolve lentamente, osservata dal finestrino, la sua sagoma che avrei voluto avere l’opportunità di vivere fino in fondo.

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Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

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Rosso, notturno

Avevano entrambi un ricordo bellissimo e disperato al tempo stesso ed era tinto di rosso. Era il colore della notte nella quale si erano inoltrati insieme. Perfettamente consapevoli della stupida finitezza di tutto quello che stavano per vivere, nondimeno vi si gettarono a capofitto, saltando sulle pozzanghere, cercando uno spiraglio tra le nubi rosse per avvistare una stella o un aereo o un disco volante, cedendo infine allo strano fascino di strade sconosciute e che eppure facevano sentire a casa. Era la periferia e vi si trovavano a loro agio. In periferia non avevano la sensazione di fuggire, erano al termine della fuga, erano anzi all’antitesi della fuga, nel luogo fisico e spirituale nel quale smaltire le sbornie cittadine.

Montarono in macchina e a lui parve di ascoltare Keith Richards alla radio che raccontava in un soffio di voce rauca come il riff di Satisfaction fosse venuto fuori una notte mentre era immerso nei suoi incubi, la chitarra appoggiata ai piedi del letto e il tasto del registratore trovato a tentoni del buio, Keith ride nel ricordare quella notte che ha cambiato la storia del rock e lui rideva mentre declamava a memoria versi di poesie mai esistite, solo per lei. Aveva in mente che stava per vivere un amore che non sarebbe durato che per due giorni, e sul ricordo di quel poco che c’era già stato e sulla speranza di quello che sarebbe successo egli costruiva i suoi versi, li smontava e li spernacchiava a piacimento, offrendoli al di lei ludibrio. Non importa, continua a prendermi in giro, le diceva, mi piace essere preso in giro, c’è quella leggera puntura di spillo all’inizio, l’intoccabile ego che si sente braccato, poi una risata calda sale dal cuore perché ti senti in qualche modo amato, seppur per un tuo difetto, se si gioca e si ride lo spettro dell’indifferenza è per sempre scacciato, il gioco e il riso sono il nostro talismano segreto che non sappiamo di avere.

La città continuava ad annaspare nei suoi sbuffi rock, creste alzate di sfavillanti colori sono il pugno nell’occhio che la musica aveva restituito alla città, la quale da allora non si è più ripresa, è rimasta ai tempi colorati e acidi degli Who che can’t explain, il punk stava per nascere e per avvolgere tutti nei suoi panni ruvidi, la città brontolava con il suo industrialismo dismesso, le vecchie colonizzazioni volgevano al termine mentre le nuove prendevano il largo, e le vie erano piene di fumi multicolori, nessuno si sapeva spiegare nulla, donne camminavano nude in mezzo alle piste da ballo e nessuno ci faceva caso. My generation? È solo mia e non vostra, dice incazzato Pete Townshend alla radio, e lei che immaginava l’attitudine di un’intera generazione che non vedeva il futuro al di là del proprio naso, c’era qualcuno che l’aveva capito e che l’aveva messo in versi in un beat spezzato e un basso furioso, la città ne era grata perché non ne poteva più di chiedere scusa quando ruttava il proprio scontento e finalmente c’era qualcuno a cui non fotteva nulla di tutto questo, e invece no, quanto poco ci vuole per farsi deludere. Non importa, pensava lei, io scapperò lo stesso e non mi troveranno.

La notte avvolgeva tutto in nuvole rosse, people try and get get around e poi ancora fino allo sfinimento, finché non ti raccatta qualcuno nel tuo stato di ebbra confusione, la luce rossa purpurea esaltava le scene di quella notte che voleva essere primavera e non ci riusciva, uno sforzo commovente come quello di tentare di capire il vociare sommesso all’interno del bar, e chi era quel tizio con quella strana maglietta che avevano visto ad un angolo e all’altro pure, come un’incongruenza in un film montato male? Non lo sapevano e non volevano saperlo, il sapere troppo a volte rovina tutta la poesia, peccato che talvolta non sapere nulla ti ubriaca di disperazione e peccato che la sbornia non passa il mattino dopo.

Avevano in mente di scappare a Parigi, l’unica città che si sottrae alla paura e delirio di cui ogni metropoli è intrinsecamente pervasa. Volevano fare un lavoro qualsiasi e poi trovare il tempo per scrivere, volevano ascoltare il jazz da vecchi grammofoni e volevano affacciarsi alle vetrine dei grandi ristoranti e cacciare la lingua in faccia ai clienti impettiti e vedere quanto ci voleva per qualche sguattero ad essere costretto a scacciarli, seppur a malincuore. Cercarono un po’ di jazz alla radio, si erano fermati in un posto qualsiasi e armeggiavano con la vecchia trasmittente. A Londra non c’era tutto il mondo. A Londra c’erano i reietti e quella città stava rendendo tale anche loro. Non ce ne andremo mai da qui, vero, chiese uno dei due. Il giorno dopo il rosso era tutto svanito e non si rividero mai più dopo quell’unica notte di amore.

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