Archivi del mese: ottobre 2012

A day in the life

Mattino

Dalla mia finestra noto che un vento caldo spira forte e spazza via le nuvole anomale di questa primavera australe. È il mio compleanno e decido che mi concederò tanti piccoli festeggiamenti. Vado a far colazione in quel caffè art-decò dove si suonano cover jazz e funky di classici rock. Il barista ha l’aria di uno che non ha dormito la notte, e mi dice che una buona cover non dovrebbe mai essere troppo fedele all’originale bensì svelarne gli aspetti nascosti, soffermandosi su una sezione ritmica e/o melodica ed esaltarla, o renderla meno pervasiva. Ancora assonnato, leggo dei numerosi eventi culturali in atto in questo territorio – e non dico solo Perth perché qui si è in qualche modo consapevoli di quelle radici che si estendono per tutto il Western Australia, risalenti a un tempo in cui l’umanità “occidentale”, per come la conosciamo noi, ancora non esisteva. Mi viene in mente che forse è strano che ci sia questa consapevole e benefica apertura verso l’arte Aborigena e una discrepanza così evidente nelle vite quotidiane di due gruppi di persone o etnie evidentemente autonome e autoreferenziali, che non si incrociano mai, nemmeno per sbaglio. Eppure ieri sera, quando avevo deciso di festeggiare in anticipo offrendo una cena alle persone che mi avevano accolto nei miei primi giorni australiani, mi sono reso conto che questi schemi che funzionano a livello mediatico, come categorie informative, non sono sempre applicabili alla vita reale. Colei che mi ha ospitato per tre settimane, in nome dell’universale spirito di fratellanza di Couchsurfing (il motivo ispiratore di tutti i miei viaggi, inesauribile fonte di storie e persone per chi, come me, è talvolta troppo timido per lasciarsi andare all’incontro imprevisto), è ella stessa per metà di razza Aborigena. I miei sensi resi fluidi e senza veli da un indomito Shiraz potevano ora distinguere nella fisionomia del volto della mia amica la tipica asimmetria di un volto nativo, o meglio, la sua inusuale – per una mente occidentale – simmetria che andava a convergere nella forma del naso. Due mesi fa mi ero fermato al colore della pelle e all’accento bogan. E ancora, un mio amico gay mi diceva che una volta è uscito con un ragazzo Aborigeno, persona colta e adorabile, e che le sue ultime relazioni con WASP erano state tutte con personalità di tipo border-line, con il contributo di numerose dipendenze, non ultima la dipendenza dagli stereotipi culturali. E in generale mi pare che l’esperienza personale sia molto limitata, e che per pigrizia si plasma la propria opinione su un palinsesto culturale previamente costruito. I miei amici improvvisano una gara a Jenga, e la serata si è conclusa con noi che ci divertivamo come matti quando qualcuno faceva cadere la torre. I vini australiani sono molto buoni.

Pomeriggio

Nonostante trascorra molto tempo in solitudine, non mi sento affatto solo. Ho imparato a condividere quel che ho con le persone che, di volta in volta, reputo importanti. Sto capendo che in qualsiasi luogo possiamo realizzare il nostro sogno, se restiamo fedeli all’idea di noi stessi, se un’idea di noi stessi siamo arrivati non dico a possederla, ma ad immaginarla. Mi concedo un altro regalo, in questa giornata di sole così straordinariamente ricca seppur solitaria.  Ho comprato la mia adesione al Woofing Australia. Già immagino i miei futuri vagabondaggi per organic farms e comunità aborigene. Ma non voglio idealizzare, la realtà sarà necessariamente diversa da come la immagino in questo preciso istante. Imparare a pensare è un po’ come essere in grado di apprezzare il grado di vicinanza e lontananza da una ricostruzione oggettiva dei fatti, senza che il nostro uterino temperamento se ne senta coinvolto. La giusta distanza, e dunque il mito di ciò che verrà dopo è da allontanare. Quel che è certo però è che questa vita di città mi sembrerà uno strano sogno plastificato, la vita notturna popolata da esseri scalzi e disinibiti, il rapporto strano e a volte doloroso che hanno a volte gli australiani con l’alcol. Le strade bagnate: come avevo potuto non collegare l’aria eccessivamente calda dei giorni appena trascorsi e la serie di temporali in coda alle porte della città? Non andrò lontano nell’outback se i miei istinti e conoscenze primordiali e recondite non si riattivano. Eppure sarò via, e scriverò ai miei nuovi amici cartoline virtuali e già nostalgiche. Il poco tempo che il viaggiatore ha a disposizione acuisce la sua propensione al rapporto, che diventa fulmineamente passionale e altrettanto caduco. L’isola dei musei è per me l’epicentro magico di questa città, con i suoi muri parlanti, con le sue installazioni audio-visive, musei e scalinate colorate nella cui lunghezza è vergato un poema che prima o poi mi ricorderò di leggere, e con il suo spettacolo per bambini al quale, oggi, ho fatto troppo tardi per assistere. Sì, perché dopo la cena di ieri sera mi pareva che assistere a una piece teatrale dove si raccontava del Dreamtime aborigeno, del tempo della creazione del mondo dal punto di vista dei Nongaar, fosse un altro piccolo lusso prima di cominciare l’implacabile turno al ristorante. Ma sono arrivato tardi, le risate dei bambini già risuonavano nel villaggio costruito nel bel mezzo del polo museale, ed io non me la sono sentita di forzare gli eventi. Leggo la scritta reading helps kids fly. Mi ricordo che in fondo la suggestione non è troppo dissimile da quella italiana, il cui librarsi evoca l’eterea condizione di chi è immerso in una lettura appagante. Stasera, dopo il turno, offrirò una birra a chi si sarà attardato. Ho scoperto di recente che allo staff le birre costano due dollari e cinquanta. Potrò quindi fare una bella figura senza troppe dispersioni di valuta.

Sera

Questa città è così piccola. Chi arriva qui e non conosce null’altro di questo continente, la odia con tutto il cuore, mentre  a chi ha girato in lungo e largo questo presunto equilibrio perfetto non sembra vero. Attorno al chioschetto di Devis gravitano italiani. A prima vista non li si riconosce, quando si cammina per la strada. L’aneddoto che va per la maggiore è quando uno di loro commenta una ragazza con qualcosa del tipo ammazzachefregna!, e la risposta è stata un secco sò de Roma! A volte provo il piacere di andare più a fondo coi ragionamenti, come quando ho detto alla francese che forse gli orientali non ci ringraziano non perché sono rudi o ineducati, probabilmente la loro cultura non prevede un atteggiamento deferente verso il servitore, se loro fossero al nostro posto non si aspetterebbero nessun ringraziamento. Ogni occasione in cui il nostro ego è braccato dalla routine e dallo stress e dalla frustrazione è un’occasione per provare a divergere da quella modalità di default sulla quale siamo tutti settati: quella dello sfogo rancoroso ed egocentrico, quella dello sguardo cieco rivolto a chi ci circonda, appigliandoci agli elementi più facili per poter costruire quel giudizio che, nel nostro mondo, e solo nel nostro, avrà funzione assolutoria nei nostri riguardi. Scegliere cosa pensare. Cosa pensare allora della mia gelosia, del mio amor proprio ferito nel notare attenzioni non ricambiate? Provo a razionalizzare: troppi occhi ammalianti e troppe mani sottili e misteriose e troppe risate contagiose e ingenue e troppi gesti timidi eppur sensuali si possono trovare in giro per questo mappamondo per potere soffermarsi solo su quelli di lei. E poi mi sembra di non essere andato tanto a fondo, perché razionalizzando ancora mi accorgo che di occhi e di mani e di timidi gesti voglio solo quelli di lei. Ma ce ne andremo, non sempre le partenze nell’aria danno corpo alle scintille, qualche fuoco è destinato a rimanere fatuo. Javier, il cuoco argentino, insiste nel reclamare 50 dollari per vendermi la sua ricetta delle empanadas. Gli propongo allora una birra, a lui e alla sua ragazza, e l’affare è fatto. Finisce però che la birra andiamo a prendercela in un locale che stava per chiudere, dietro il cui bancone del bar si estende uno specchio che riflette le nostre stanchezze. Finisce però anche che la compagnia è stata più piacevole del previsto, anche perché c’è lei, finisce che, retrospettivamente, l’unico modo per festeggiare questa giornata non poteva che essere noi quattro, in quel luogo, a raccontare di pellegrinaggi e nostalgie di casa.

Notte

Ho felicemente ripreso a fumare. Non capisco chi dice che smettere è difficilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte. Forse ciò che mi mancava era una scusa per affacciarmi di notte fuori al mio giardino e guardare il cielo. Mi ripeto che quando tutto questo finirà non ci sarà nessuna commemorazione tardiva, nessuna retrospettiva delle solitarie camminate verso casa dopo il lavoro, guardando il cielo e provando senza successo a nominare le stelle che puntano a sud, e nessuno struggimento per quelle risate che erano spontanee e che a volerle ricreare ci sarebbe sempre un qualcosa che andrebbe storto. Perth mi sta dando qualcosa e altro si sta prendendo. Quando sarà alle mie spalle, la celebrazione della magia che ho raccattato, spesso per caso, nelle sue strade e nei suoi locali, e lo spauracchio e la frustrazione di giornate senza sapere cosa fare o senza voglia di fare, avverrà così, alla giusta distanza. La tradizione yogica si e’ concentrata sul saluto al sole, nelle ore dell’alba ancora non troppo calde e luminose, quasi a suggellare l’ottimismo e l’apertura ad una giornata ancora da venire , il prologo all’ennesima danza del nostro astro attorno alla fonte di vita primigenia. Salutare la luna significherebbe invece abdicare alle tenebre che irrevocabilmente sono tornate, contro cui il nostro satellite è l’unico baluardo. Significa farlo quando il nostro corpo e’ spossato e quando probabilmente le promesse della mattina si sono diluite in qualcosa di diverso, non necessariamente peggiore ma aventi un’altra fisionomia. Nonostante tutto, salutare la luna sarebbe un atto di profonda gratitudine e di accettazione per quello che la giornata ci ha regalato, un momento di raccoglimento che guarda verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Ripenso a tutti i sorrisi che potevo dare e che non ho dato, a tutto il conforto che potevo ricevere e che non ho accettato. Salutare il sole ti carica dell’aspettativa positiva di riuscire ad essere la persona che vorresti. Salutare la luna significherebbe accettare il fatto che, da qualche parte, potremmo aver fallito, e questo è il primo passo consistente che faremmo verso il più grande e utopistico proposito. Aggiungere ora che prima di andare a letto il mio sguardo incrocia una stella cadente potrebbe suonare come un happyending un po’ forzato, ma è quello che è successo. Non so voi, ma i desideri che ho espresso in passato quando mi imbattevo nella magia del cielo erano tutti incentrati su di me. Questa volta ho fatto mio l’augurio che i miei amici mi hanno recapitato dall’altra parte del mondo: sono felice se le persone che amo sono felici. Perché alla fine questo è stato un giorno come un altro, però ho capito che crescere significa condividere quello che hai con le persone che reputi di volta in volta importanti.

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Our Mother Has Swallowed Her Toungue

Patrick è il terzo figlio di Giuseppe detto Joe. Joe porta distrattamente un paio di baffi grigi, e ogni sera, finito il turno, va nel retro del ristorante a mangiare la sua cena e a bere un bicchiere di vino rosso. L’inglese di Joe è fluente ma gli leggi tra un affanno e l’altro la provenienza italica. Lui ed io parliamo solo inglese. La conversazione tra due madrelingua italiani in inglese è quasi sempre uno spasso. Solo una volta l’ho sentito parlare in italiano, e non era con Patrick ma con un vecchio cameriere. Il suo italiano non si reggeva in piedi e si poggiava sulle stampelle del dialetto, un dialetto meridionale, o meglio un dialetto la cui musicalità può solo plasmarsi al sole e al vento del sud. Si poggiava su di esso in maniera piuttosto rozza. Io quella volta risi, Joe era stato particolarmente arguto nel commentare i clienti che avevano appena lasciato il ristorante, risi di cuore anche se di solito io e lui parliamo in inglese. Patrick ci guardava e non rideva. Lui l’italiano non lo sa.

Patrick è alto e dinoccolato, sono sicuro che in inglese c’è l’equivalente di questa parola ma, quando mi capita di doverlo descrivere ad altre persone, mi limito a dire che è alto. Di lui so solo che è il figlio del boss. Non parliamo molto, nemmeno quando rimaniamo da soli. Gli faccio domande stupide, in modo tale da instillargli la curiosità di verificare se sono effettivamente stupido oppure lo faccio apposta. Lui non si dà la briga di andare oltre, mi risponde nel suo inglese australiano e io annuisco convinto. L’unica volta che mi ha sorriso fu quando gli chiesi se a Napoli aveva mangiato la pizza. Aveva il sorriso colpevole di chi spaccia come vera la pizza italiana che vende ben conoscendo quel sapore che, nonostante tutto, all’estero non si riesce proprio a riprodurre (ma non è che andando a nord di Roma le cose cambino, eh).

Ma non volevo parlare di questo, e sulle storie di Patrick e Joe possiamo sorvolare. Solo che mi sono venuti in mente loro due quando ho ascoltato per la prima volta questo poema musicato di Dean Atta. In esso si racconta la distanza tra i figli degli immigrati e la generazione precedente, quella dei genitori e dei nonni. Una distanza che non verrà più colmata se ci si limita a parlare solo la lingua della terra che ti ospita e non più quella del paese nel quale sei stato concepito – in senso lato. L’autore di questo poema era ben consapevole della perdita che rappresentava il suo non saper padroneggiare la lingua degli avi, e anche se di solito non si usa la parola perdita per qualcosa che non si è mai posseduto, questa va diritta al cuore e racconta tutta la privazione e la sofferenza nel constatare di essere uno straniero a casa propria, dove casa non è solo e semplicemente il paese d’origine ma le solide quattro mura nelle quali mangiamo e facciamo l’amore. Ecco, se alla fine tutto questo ragionamento vi risulta non troppo oscuro, allora mi capirete quando vi dico che Patrick ha lo sguardo triste perché, di questa perdita, egli non è nemmeno consapevole.

 
Our mother has swallowed her tongue
Though selfish is never a word I could call mum
I feel she has been so by swallowing her tongue
To make it worse, our family holidays are always to her motherland
She forgets to translate even though she knows we don’t understand
My sister and I, make do and get by on the meaning we can infer
From gestures and inflection, can never look to mum for direction
Mother has swallowed her tongue, shows no regrets on reflection
Stubborn, she refuses to see that she has wronged us not to teach
To give us the option, the basic right, of freedom of speech
With our grandparents, our aunts, uncles and our cousins
 
There are few shortcuts to understanding
Common language is a good paving stone
So when you can’t speak the language of love
You realise you may be walking this path alone
Made in England, we’re half this and half that
But they could more easily overlook that fact
If we could speak with our mother’s tongue
Not let our skin speak for us
But join in the family chorus
I can’t tell you why she would wilfully deny
Her daughter and her son
But she has swallowed it
And we are struck dumb
Our mother has swallowed her tongue.
 
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