Piazza d’Armi

Scriveva Lucrezio nel De Rerum Natura: “Bello, quando sul mare si scontrano i venti/e la cupa vastità delle acque si turba,/guardare da terra il naufragio lontano:/non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,/ma la distanza da una simile sorte”. Il poeta latino voleva esprimere il sentimento – contrastante – di orrore per il disastro che stava avvenendo a grande distanza dal punto di osservazione e il giubilo, profonda gioia di essere a distanza di sicurezza, sì che quelle grandi e onde e maestosi venti non avrebbero mai potuto raggiungerlo. E’ questa l’immagine che mi è passata per la testa dalla maestosa altezza del Castel Sant’Elmo, in una notte fosca ma che eppure metteva a disposizione l’intero immaginario di una Napoli distante, osservata in silenzio. Il silenzio e la distanza mi fanno osservare con distacco il turbinio di luci di una movida qualunque di un sabato come un altro. I cumuli di spazzatura non sono ancora visibili dall’alto, penso con malcelata ironia. Mulinelli di fumi grigi salgono indisturbati, non c’è vento ed è un’ascesa verticale. C’è speranza, mi dico prima di contraddirmi un attimo dopo. Mi godo il piacere di vivere la mia città come un turista.

La notte è fosca ma il linguaggio della propria città è un linguaggio nativo: così come, tra i parlanti di una stessa lingua, si è in grado di colmare quei silenzi e quelle imperfezioni delle parole che uno straniero non saprebbe come interpretare, finendo per perdere il significato ultimo della frase, allo stesso modo la vista della propria città nascosta dalla foschia di una notte di primavera è pari modo fulgida, di immediata comprensione, dato che quello sguardo che si posa sulle sagome conosciute, celate dalle nuvole in lontananza, è in grado a memoria di ricostruirne forme e limiti. Io non sono là per essere rapito dalla bellezza dell’ignoto ma per abbeverarmi alla fonte primigenia della terra: gli occhi vagano e indugiano sul mare e sui riflessi delle luci, si è in grado di abbracciare i due lati della cartolina e scoprirne persino di nuovi. Ancora aggrappandosi alla metafora del linguaggio: sono parole nuove, è un vecchio amico che ti parla in modo diverso, o è semplicemente l’accorgersi di un qualcuno che tentava di parlarti ma tu, per tanto tempo, non ne hai mai compreso le parole. Vista dall’alto quest’accozzaglia di case e colline e promontori acquisisce un senso, non solo dal punto di vista della propria conformazione fisica, ché su quella almeno vi è da tempo accordo unanime, ma persino da quello della umana convivenza: strade e grandi arterie, chiese arroccate e lungomare, palazzi signorili e quartieri popolari; le torri del centro direzionale, tristi nella penombra; la stazione marittima; il quadrato della Piazza più famosa, con lo spazio al centro incredibilmente piccolo che conferisce più maestosità al Palazzo Reale e alla Galleria e alla Chiesa; tutto, visto da quell’altezza, ha un senso, laddove la quotidiana fatica e il sempiterno arrabattarsi per le stesse strade finisce col farti credere che, tra tutti i posti del mondo, questo ne sia quello meno dotato.

Si sente il bisbiglio di un accento diverso: “la molteplicità dei piani prospettici”, e poi la voce continua ad elencare geografie e conformazioni a qualcuno che ne rimane estasiato. La mia considerazione è parimenti entusiasta, ma più rozza: “certo che è vero che quella strada spacca Napoli in due parti”. Spaccanapoli. Le due parti della città ai lati di questa strada forse sono state concepite per darle rilievo, per conferirle quell’importanza che altrimenti non avrebbe mai avuto. La Certosa di San Martino è lì sotto, stasera la città mi offre l’occasione di colmare la lacuna di averne ignorato per anni gli anfratti più suggestivi. Bisogna approfittarne, mi dico in un impeto parossistico, mentre con la solita malizia penso che più che eventi speciali qui abbiamo bisogno di normalità, che il museo e il Castello siano sempre a disposizione del cittadino e del turista e che questi non si vedano il solito cartello sbattuto in faccia mentre tentano di capire il lato misteriosamente bello di Napoli.

Ma queste sono considerazioni che in una serata come questa non è giusto fare. E’ più urgente osservare i volti delle persone che sono lì con me, quello dell’amica che mi accompagna in questo gioco infantile ma tremendamente serio del giro della Piazza d’Armi a vedetta della città. Il nemico è qui da anni, le sentinelle dovevano essersi addormentate.

Annunci
Categorie: Diario notturno, Nàpolide | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: