Articoli con tag: Creative Writing

La macchina del tango

Tutto cominciò per un refuso. Strano, pensò il direttore del giornale, insospettito dal fatto che la lettera T e la lettera F fossero sì vicine, sulla tastiera, ma poste su due livelli differenti, che anche battendo ad occhi chiusi si sarebbe dovuto percepire uno sfasamento. Ma ancor di più il direttore era insospettito dalla serie di circostanze che avevano portato tutti gli ingranaggi della catena editoriale a sorvolare su un errore così grossolano. Non rimase lì a rimuginare a lungo, c’è da dire. Il giorno successivo il caporedattore in persona avrebbe scritto una breve nota, l’avrebbe fatta apparire in un trafiletto in prima pagina e si sarebbe scusato dell’errore così pacchiano, che il fedele pubblico di lettori aveva già bollato – ne era certo – come irrilevante. E invece.

“La macchina del tango colpisce ancora”, recitava il titolo sbattuto in prima pagina. Un altro virgolettato nel sottotitolo chiariva che, ormai, la macchina del tango era diventata “questione istituzionale”. Tutto prese l’abbrivio lentamente ma in maniera inesorabile. Le persone avevano in odio i mezzi di informazione ma ne avevano sviluppato una dipendenza inspiegabile: i dibattiti che venivano invocati, le notizie scelte e, appunto, mediate, scandivano i pensieri e la vita quotidiana anche di quelli che provavano a rimanerne ai margini. Le notizie nuove facevano fatica a distinguersi da quelle vecchie, e ogni cosa che era già stata detta provava a spacciarsi per novità. Quel titolo era rimbalzato tra i social network, la carta straccia del giornale che il giorno dopo già marciva nella spazzatura aveva trovato una seconda vita, destinata a rimanere, se non eterna, archiviabile e recuperabile dalle future generazioni. Qualcuno ebbe l’idea: e tango sia!

Il comizio del candidato locale di un piccolo comune si sarebbe dovuto tenere quella sera stessa. Un manipolo di artisti e disoccupati e precari e insegnanti e qualche bambino aveva fatto da picchetto sin dalle prime ore del pomeriggio. Contro che si sciopera, chiedeva qualcuno, e la risposta in molti casi era un’alzata di spalle, un sorriso represso nello sguardo, come a dire “ma non te ne rendi conto”? Mai si era vista una piazza recintata da uomini inamidati in camicie bianche di lino e donne avvolte in neri tubini e in equilibrio su tacchi improbabili, bambini che reggevano cartelli con su scritto: “la macchina del tango sta per partire”. E si vedeva anche l’occasionale nerd, quello che fino a ieri provava ribrezzo per il suo attivismo telematico ma che eppure non sapeva rinunciarvi, reggere un cartello con la scritta “let’s dance this shit away”, forse non fidandosi di una traduzione nella bella lingua che avrebbe tradito la rabbia e il gioco contenuti nell’idea.

Al comizio rimasero il candidato e i suoi accoliti, sparuti giornalisti e un gruppo di irriducibili con la spilla del partito. Al candidato occorsero svariati minuti prima di accorgersi che nessuno dei presenti lo stava ascoltando, ma non per mancanza di buona volontà, bensì perché l’audio non funzionava: il fonico se ne era andato. Pochi vicoli più in là un violino e una fisarmonica erano partiti in contemporanea. Le note rimbalzavano sulle facciate scrostate dei palazzi e le ombre stuzzicate dai lampioni facevano una specie di girotondo sulla strada rugosa. Tutto il paese era lì, il prete e gli anziani, i bambini e gli impiegati, persino la polizia locale. In molti ballavano, altri guardavano, altri bevevano il vino in bicchieri di plastica come in una qualsiasi festa dell’unità. Alla fine del primo tango una voce si impossessa del megafono e urla: “questa sera non li ascoltiamo, questa sera balliamo”. Le grida di gioia, di irrefrenabile giubilo, non erano collegate al momento presente. Si poteva dire che non era la gioia temporanea di far parte di un evento circoscritto. Era la gioia di chi si libera di un peso a lungo portato e che, da ora in avanti, sarebbe diventato un ricordo.

Ben presto le grandi città rigurgitarono nelle piazze e lungofiumi e strade principali e secondarie una quantità inverosimile di persone che non divenne mai massa: sebbene indisciplinata, anarchica, totalmente pazza, l’idea stessa di quel tango come ribellione non tradì le origini e le atmosfere del ballo, e in ogni luogo gruppi di persone si separavano e prendevano a ballare per conto proprio. L’elicottero di una rete televisiva mostrò la panoramica della insolita protesta: una miriade di isole galleggianti nell’aria, isole fatte di persone. Nessuno urlava slogan, nessuno parlava a nome di un altro – nessuno parlava, a dire la verità. Ognuno partecipava perché aveva visto con i propri occhi oppure perché era stato preso per mano. L’audience televisivo dei telegiornali e dei programmi di approfondimento politico crollò da un giorno all’altro, e anche la scomparsa dei Like su Facebook venne registrata nel quartier generale di Palo Alto come una specie di terremoto virtuale.

Fu solo molto tempo dopo, quando le persone presero a notare piccoli miglioramenti nella vita quotidiana, cose normali che in altri paesi erano date per scontate, come per esempio essere pagate per il proprio lavoro, oppure quando notarono che una misteriosa entità, da qualche parte, aveva deciso che no, non era giusto licenziare quegli operai e che sì, era giusto tassare quelli con quelle barche così grandi, quasi come se per la prima volta, da secoli a quella parte, la voce inascoltata di chi grida le ingiustizie avesse trovato un recipiente attivo e volenteroso, che si trattasse di politica o di quella stessa non affatto trascurabile parte della popolazione affetta da cronica indifferenza e rabbia repressa che spesso si ritorceva contro l’altra parte nondimeno non trascurabile della popolazione, parti che avevano trovato infine un tacito accordo sul fatto che dopo 150 anni e oltre era necessario rimanere uniti, qualunque cosa questo significasse, che qualcuno pensò che in Italia era stata fatta per la prima volta la rivoluzione ed era stata fatta ballando. Un giornalista fece notare che la rivoluzione nacque da un errore. Seguì dibattito.

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Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

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Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

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Rosso, notturno

Avevano entrambi un ricordo bellissimo e disperato al tempo stesso ed era tinto di rosso. Era il colore della notte nella quale si erano inoltrati insieme. Perfettamente consapevoli della stupida finitezza di tutto quello che stavano per vivere, nondimeno vi si gettarono a capofitto, saltando sulle pozzanghere, cercando uno spiraglio tra le nubi rosse per avvistare una stella o un aereo o un disco volante, cedendo infine allo strano fascino di strade sconosciute e che eppure facevano sentire a casa. Era la periferia e vi si trovavano a loro agio. In periferia non avevano la sensazione di fuggire, erano al termine della fuga, erano anzi all’antitesi della fuga, nel luogo fisico e spirituale nel quale smaltire le sbornie cittadine.

Montarono in macchina e a lui parve di ascoltare Keith Richards alla radio che raccontava in un soffio di voce rauca come il riff di Satisfaction fosse venuto fuori una notte mentre era immerso nei suoi incubi, la chitarra appoggiata ai piedi del letto e il tasto del registratore trovato a tentoni del buio, Keith ride nel ricordare quella notte che ha cambiato la storia del rock e lui rideva mentre declamava a memoria versi di poesie mai esistite, solo per lei. Aveva in mente che stava per vivere un amore che non sarebbe durato che per due giorni, e sul ricordo di quel poco che c’era già stato e sulla speranza di quello che sarebbe successo egli costruiva i suoi versi, li smontava e li spernacchiava a piacimento, offrendoli al di lei ludibrio. Non importa, continua a prendermi in giro, le diceva, mi piace essere preso in giro, c’è quella leggera puntura di spillo all’inizio, l’intoccabile ego che si sente braccato, poi una risata calda sale dal cuore perché ti senti in qualche modo amato, seppur per un tuo difetto, se si gioca e si ride lo spettro dell’indifferenza è per sempre scacciato, il gioco e il riso sono il nostro talismano segreto che non sappiamo di avere.

La città continuava ad annaspare nei suoi sbuffi rock, creste alzate di sfavillanti colori sono il pugno nell’occhio che la musica aveva restituito alla città, la quale da allora non si è più ripresa, è rimasta ai tempi colorati e acidi degli Who che can’t explain, il punk stava per nascere e per avvolgere tutti nei suoi panni ruvidi, la città brontolava con il suo industrialismo dismesso, le vecchie colonizzazioni volgevano al termine mentre le nuove prendevano il largo, e le vie erano piene di fumi multicolori, nessuno si sapeva spiegare nulla, donne camminavano nude in mezzo alle piste da ballo e nessuno ci faceva caso. My generation? È solo mia e non vostra, dice incazzato Pete Townshend alla radio, e lei che immaginava l’attitudine di un’intera generazione che non vedeva il futuro al di là del proprio naso, c’era qualcuno che l’aveva capito e che l’aveva messo in versi in un beat spezzato e un basso furioso, la città ne era grata perché non ne poteva più di chiedere scusa quando ruttava il proprio scontento e finalmente c’era qualcuno a cui non fotteva nulla di tutto questo, e invece no, quanto poco ci vuole per farsi deludere. Non importa, pensava lei, io scapperò lo stesso e non mi troveranno.

La notte avvolgeva tutto in nuvole rosse, people try and get get around e poi ancora fino allo sfinimento, finché non ti raccatta qualcuno nel tuo stato di ebbra confusione, la luce rossa purpurea esaltava le scene di quella notte che voleva essere primavera e non ci riusciva, uno sforzo commovente come quello di tentare di capire il vociare sommesso all’interno del bar, e chi era quel tizio con quella strana maglietta che avevano visto ad un angolo e all’altro pure, come un’incongruenza in un film montato male? Non lo sapevano e non volevano saperlo, il sapere troppo a volte rovina tutta la poesia, peccato che talvolta non sapere nulla ti ubriaca di disperazione e peccato che la sbornia non passa il mattino dopo.

Avevano in mente di scappare a Parigi, l’unica città che si sottrae alla paura e delirio di cui ogni metropoli è intrinsecamente pervasa. Volevano fare un lavoro qualsiasi e poi trovare il tempo per scrivere, volevano ascoltare il jazz da vecchi grammofoni e volevano affacciarsi alle vetrine dei grandi ristoranti e cacciare la lingua in faccia ai clienti impettiti e vedere quanto ci voleva per qualche sguattero ad essere costretto a scacciarli, seppur a malincuore. Cercarono un po’ di jazz alla radio, si erano fermati in un posto qualsiasi e armeggiavano con la vecchia trasmittente. A Londra non c’era tutto il mondo. A Londra c’erano i reietti e quella città stava rendendo tale anche loro. Non ce ne andremo mai da qui, vero, chiese uno dei due. Il giorno dopo il rosso era tutto svanito e non si rividero mai più dopo quell’unica notte di amore.

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Visione fanta-pop

Un giorno un intero immaginario pop-fantascientifico verrà costruito sui nostri tempi. In un’aula di tribunale deserta troneggerà una statua del Dio Priapo con un occhio elettronico sul pene, una bilancia che pende da un solo lato simboleggerà il nuovo concetto di eguaglianza, e le uniche comparse di questo film muto saranno ragazze svestite e silenti, unico appiglio, questo, alla concreta realtà. Fuori dall’aula, vecchi lucidati in doppiopetto agiteranno tra le mani i titoli azionari della felicità, diventata merce di scambio al pari dell’acqua. Il concetto di progresso come un lento avanzare verso nuove conquiste verrà deriso, essendo l’unico significato compreso quello di essere riusciti ad evitare il baratro, ancora una volta, chiudendo gli occhi sul domani che verrà.

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La vita è altrove

Una notte ho sognato la rivoluzione. Era giovane e bella e cantava poesie. Poi mi sono svegliato e ho trovato una sua vecchia foto che non credevo di avere. Ricordo di aver pensato: chissà come sarà invecchiata. Ho avuto l’istinto di riaprire il libro di poesie e ho trovato un verso che diceva: la vita è altrove. Ho impiegato anni a cercare l’altrove, ma era indefinito e lontano. Sono tornato a casa, non tra le mie vecchie quattro mura ma da qualche parte dentro di me dove un me esisteva ancora, e ho capito che l’altrove poteva esistere solo in quel verso. Ho provato a spiegarlo al mondo: l’ho scritto in rima e cantato, ho ciclostilato manifesti e li ho appesi ai muri, ho messo messaggi in bottiglia, ho mandato telegrammi e dipinto quadri, l’ho urlato da altezze improbabili e da oscuri sottoscala. A nulla è servito. Il mondo non voleva capirlo. Una grande malinconia si impossessò di me, la notte non sognavo più e non trovavo più i miei pennelli per colorare il mondo. Solo una notte sognai, e vidi la rivoluzione. Era vecchia e cadente, e mi diceva: la vita è ora. Allora presi ad uscire di nuovo, e urlavo ad ogni persona o cosa che incontravo: perché non me l’hai detto, perché non mi hai corretto? Ma nessuno rispondeva. Ripresi a dipingere, ripresi a sognare, ma sentivo un astio che mi covava dentro, e nessun passo era possibile senza che prima o poi risultasse falso. Poi un giorno ho riaperto quel libro, quasi per gioco. L’ho spolverato e l’ho sfogliato senza convinzione. A margine di un verso c’era una nota a matita, chissà di chi era. Diceva: la vita è tua.

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