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Notte al termine di un viaggio

Bisogna che io scriva, adesso, per colmare o svuotare un qualcosa che non so se è pieno o vuoto, bisogna che scriva perché ho questo mal di testa infernale e bisogna che lo faccia nonostante il ticchettio di questa tastiera produca delle piccole scariche lancinanti, mentre fuori si perdono nella notte i rimbombi di una festa lontana, e tutto si amplifica a dismisura nel mio animo troppo vuoto questa notte, o troppo pieno, non so. Bisogna comunque che scriva perché talvolta mi pare di raggiungere un culmine insostenibile, dopo cui non so più da che parte prendermi. Scrivere forse non è nemmeno l’atto fisico che sarebbe consono in questi casi, scrivere è andare troppo lento, ora, servirebbe piuttosto un congegno non ancora inventato che prelevi in un sol colpo tutti i miei pensieri, anche quelli che non so di avere, anche quelli che escono fuori in punta di piedi di notte credendo che io non me ne accorga, e invece io son lì che me ne accorgo, con il mio mal di testa e la mia microscopica insignificante insonnia, e mi servirebbe infine vederli tutti raggruppati per grandezza e per colore, e a quel punto io mi sederei lì come ai piedi di un albero, e comincerei a scortecciarlo quest’albero, preleverei quei piccoli pezzettini alla base dalla forma più insolita, proverei il piacere di sradicare quella cosa non si sa se viva o se morta e me la rigirerei tra le dita per appurarlo, e nel frattempo sotto quella scorza emergerebbe pian piano quello che c’è di più vero, invisibile di giorno nella luce assurda dell’estate. Ma quei piccoli pezzettini son lì da sempre, fanno parte di un qualcosa concepito per essere unico e indivisibile, e in un certo senso anche i miei pensieri lo sono, ora sono diversi e mentre sto qui a ticchettare sento che sono in continuo mutamento, eppure questa nemesi non mi inganna, sono seduto ai piedi del mio albero e vedo che i miei pensieri sono diversi ma sono anche la naturale evoluzione di quelli di prima, di quelli delle altre notti, solo questa notte più chiari, forse intimoriti dal gran frastuono là fuori, piccoli topolini che scappano prima che la nave affondi.

Sono uno scettico convinto, io, e per uno scettico convinto la vita non è mai facile. Anche la mia propria interiorità che nel corso degli anni, non ricordo quanti, ormai, o forse lo ricordo ma raccontarlo sarebbe sbertucciarmi per un nulla, adesso, anche la mia propria interiorità, dicevo, che ho tenuto a tratteggiare in favore del discendente di me stesso che credevo sarei presto diventato, anche quella mi pare falsata da tutto quello che è successo dopo. Nessuna verità ora mi pare più tale. La consapevolezza è proprio un gran brutto affare, una gran troia, stà consapevolezza, ti affascina e ti lusinga e ti acquieta per una manciata di notti e dopo un gaudente batter di mani eccola là che si ripresenta sotto diverse e menzognere spoglie. Come è difficile seguirla, magari fosse facile come lo è rivedere le persone, osservarle da lontano, non conoscendole, facendo su di loro le più strambe congetture. Quella è verità: entrambe le parti concordano su una tacita versione, destinata ad essere per sempre ignota all’altro. Le persone, i volti che incontri sempre per la strada nella tua vita stanziale, quelle dove una porca abitudine ti ha già fatto dimenticare tutte le magie e tutti i colori che un tempo ti vantavi di cogliere, artista incompreso persino da te stesso, quei volti sono in fondo una parte di noi, di me, che c’entrate voi, le incontro e penso che quelle persone che vanno in giro, che incrocio nei posti più disperati di questo minuscolo mondo, non siano altro che pezzi di me, di verità che ho tralasciato di appurare nelle mie fantasticherie notturne. Come sarebbe bello, concorderete, vivere ogni volta di piccoli espedienti, sarebbe magnifico indossare quelle maschere surreali che le persone ci cuciono addosso, quando noi rappresentiamo per loro quegli stessi fantasmi inconsistenti di cui vi parlavo: noi siamo la loro verità e loro la nostra. Come sarebbe bello se tutto si limitasse a questo, se dopo tutti le giravolte che facciamo non ne uscissimo sempre con quella fottuta nausea o con il mal di testa che ci attanaglia. Dimmi chi vuoi che sia, e lo sarò. Dimmi queste parole, ecco che ti porgo il bigliettino che ho scritto, non hai che da leggerlo, e dopo restituiscimelo e io farò quel che vi avrai scritto. Recitiamo per bene, una volta tanto.

Poi apriamo gli occhi, finiamola con le scene, godiamoci quel lucore irreale di cui è ammantata la realtà quando ci siamo estraniati da essa per un tempo sufficiente. Godiamoci quella patina calda e rosa, crogioliamoci in quel tepore e convinciamoci una volta e per tutte che ameremo ciò che ci capiterà, senza tentare di far capitare ciò che ameremmo. Un amor fati perpetuo e distante che combatta l’horror vacui di un millennio che, per noi, non è ancora giunto. Il mio mal di testa è ancestrale, ora, risale alla notte dei tempi, risalgo il corso della storia con esso, vedo gli uomini vivere il proprio tempo e uscirne indenni, dopo tutto, non fosse altro che dopo la morte non ti capita più nulla, mal che vada c’è quella, e c’è chi ha imparato a vivere tenendo a mente quest’ultima cosa, e ogni giorno si fa delle gran mangiate come se fossero le ultime che ci si può concedere in questo sputo di vita, e alla fine satolli e soddisfatti non chiedono nemmeno scusa se ti ruttano in faccia, l’hanno capito bene, loro, che la vita è questa e non si guarda in faccia a nessuno, al massimo una mano davanti alla bocca. E nel corso dei secoli e nei secoli ogni uomo si è immerso nel proprio tempo e ha sviluppato i suoi anticorpi, ha sviluppato il suo gusto modellandolo su un manipolo di geni e poi il resto l’ha forgiato con le parole, a parole son bravi tutti, ognuno ha avuto le sue, c’è chi ne a bizzeffe per dire un’unica cosa ma alla fine tutti ne hanno solo una per dire quel che vi è di realmente essenziale. Cos’è che è essenziale, direte voi, e io nel mio mal di testa non mi prendo la briga di rispondervi perché se sapessi la risposta non sarei così oberato e mi lancerei per la strada a ballare e a saltare su questi botti fastidiosi che fanno tremare i pensieri, ballerei fino allo sfinimento se avessi da festeggiare l’essenziale, vi dico. Ballereste anche voi con me, ve lo assicuro, perché ciò che è essenziale per me, in questo tempo senza confini in cui sto veleggiando, sarebbe essenziale anche per voi. La realtà è che io la risposta la so, sono uno scettico convinto io ma certe cose le so, le intuisco, e la risposta è che in questo paese non c’è nulla di essenziale, le cose non vengono fatte per il verso giusto perché sia io che voi ce ne sbattiamo le palle, ecco tutto. Ditemi che non è così, ditemi che non ve ne sbattete le palle e vi inviterò a ballare con me per la strada, fino allo sfinimento, fin quando non finisce la notte.

Non mi starete a prendere sul serio, spero. Lo so che voi non ve ne sbattete, che siete corretti e che quando fate un rutto in faccia a qualcuno chiedete educatamente scusa. In verità, se mi sono sentito ridicolo, adesso, se anzi ho rivalutato retrospettivamente come ridicole tutte le mie fandonie è perché ho creduto di parlare a nome anche vostro, a nome di tutti. Stasera non c’è nulla da festeggiare non perché ho un gran mal di testa, anche per quello, ma perché ho capito che stavo parlando solo per me stesso, che quella cazzata di un uomo immerso nel suo tempo, per compenetrarlo, e il tempo stesso che si lascia decifrare dall’uomo, e l’ipotetico risultato universale da urlare ai quattro venti e da scrivere sui manuali, è una cazzata, appunto. L’unica cosa della quale non ero scettico era questa, ed è un bene che me ne sia liberato. Parlavo di un malessere universale, io, e credevo che tutti dovessero avere la stessa via di uscita, ma ho capito bene come stanno le cose quando ho realmente capito il mio tempo: un tempo immobile, desolato, invincibilmente aggrappato a un passato che non ha insegnato nulla. In realtà vogliamo ancora tutti quanti far carriera, comprare automobili, consumare come matti perché in fondo questo è ancora il dopoguerra, ci sono ancora i fascisti anche se non si fanno chiamare più tali, perché le questioni immorali dilagano e perché la salernoreggiocalabria è ancora una odissea che manco ulisse, e noi del mondo ce ne sbattiamo, vogliamo sfruttarlo e succhiarne la polpa ma poi vogliamo invecchiare qui, incontaminati dal meltingpot a difendere le nostre radici cristiane. Fanculo!

Sono stanco, ora, sono in preda al delirio ma sento che il mio mal di testa sta passando, ora questo insulso ticchettare rilascia in me piccole scariche benefiche di quella sostanza di cui il nostro cervello si droga, non ricordo come si chiama. Scrivere dunque non è così vano, dopotutto, non serve solo a tentare di cogliere sparuti colori e volti immemorabili, ma anche per colorare la tua malinconia e renderla immemorabile almeno a te stesso. Sono stato ingiusto ma con le parole si può fare di tutto, ce ne sono tante per descrivere la neve ma solo una per definire l’essenziale, e l’essenziale di me in questa notte è che sono inquieto perché non riesco a volere ciò che tanto denigro. Quello che mi fa sproloquiare è il senso di colpa, è l’avere in tasca un visto per l’Australia ed essere pronto a volare via, il mio rutto in faccia alla vita è che non sarò qui ad invecchiare con essa, non trascinerò le mie mattinate su un letto nella penombra aspettando che mi venga l’idea giusta, i miei pensieri hanno bisogno di mettersi in moto assieme alle mie gambe, ho bisogno di camminare e se la strada finisce io me la invento. Mentre fumo la mia sigaretta penso che non è tutto qua, in realtà: una strada per lunga che sia finisce, una strada per remota che sia deve condurre in qualche luogo, e la mia carica a molle è destinata a finire, come quella di tutti. Ma queste sono in realtà domande, mi piace immaginarmele così, mentre la notte si mangia tutto là fuori, i frastuoni e tutto il resto, e rimando le risposte lasciandole lì sospese nel tempo, il solo che mi è dato conoscere, il solo che devo avere il coraggio di scoprire fino in fondo.

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Everything is illuminated

La notte di ogni grande città è diversa l’una dall’altra, penso mentre cammino in un’ora notturna che sembra non avere mai fine. Grattacieli in lontananza avvoltolati in una notte umida, lampioni per la strada che illuminano pezzi di mondo, musiche diverse, corpi che palpitano. Una notte di vicinanza e lontananza, la notte di una città che scalpita, piena di sguardi che magneticamente si attirano e immemore di altri che non esistono nemmeno in teoria. Luci distanti e suoni vicini, sapori ignoti ed odori insistenti. Cose che non si spengono mai ed altre che sono concepite per avere una breve vita. Ore che sono eterne e notti che non hanno fine, a meno che non si distolga lo sguardo da esse. Mondi separati che a seconda dell’umore o del giorno della settimana o della situazione politica sono paralleli o perpendicolari, mai messi di sbieco: la strada giusta da prendere è sempre univoca e piena di senso. E’ pur sempre il Mediterraneo, con il suo carico di inquietudini, mare e cielo si incontrano e guardano verso l’Europa. Sarà per questo che una folla che pare improvvisata si dirige verso quello che sembra una vecchia fabbrica dismessa, pochi passi e c’è il mare e una luna timida, tutti hanno con sé un tamburo e cominciano ad inventare ritmi nel buio, e chi ha le mani libere comincia a danzare, la danza folle di chi non ha più ore o forse ne ha tante, ed è tutto forsennato e dolce al tempo stesso, e in nessuna altra città la contraddizione potrebbe apparire più naturale, maggiormente correlata allo spirito invisibile che governa la terra.

Luci gialle e fioche appena svoltato l’angolo dell’ennesima strada in fermento, in quello spicchio di città che sembra dimenticato dalle luci più fulgide e dalle folle sciamaniche, decadente e romantico rifugio di studenti e artisti, di lavanderie a gettoni dove raccontarsi per trenta minuti, di chioschi e market che non chiudono mai, mentre i taxi sfrecciano verso Jaffa, l’antico porto visibile in lontananza, con le sue luci della città vecchia e della torre dell’orologio che fanno pensare ad un tempo lontano, inevitabilmente perduto. Ignari ciclisti mi passano accanto, è tardi ormai, qualche radio gracchiante ancora fa compagnia a qualcuno in un’ebbrezza ormai stanca, una musica riconciliante, se solo ne sapessi il nome. Il mio vicolo stretto e buio, ormai lo riconosco, sarà quell’odore di cuoio e di curry e di qualcos’altro che la mia bocca non ha mai pronunciato. Altrove la notte prosegue, forse è appena cominciata. Io abdico alla sua bellezza e aspetto la prossima.

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