Archivi del mese: novembre 2012

Storie di Freo

Stamattina mi ero svegliato infastidito dal gracchiare degli onnipresenti corvi e dalla musica proveniente dalla stanza di uno sconosciuto nuovo coinquilino. Seppure il silenzio è dentro se stessi che bisogna trovarlo, avevo bisogno di un qualcosa di meno astratto. E allora, non sapendo bene se mi sarei fermato su una spiaggia a trascorrere pigramente il mio giorno libero, mi sono ritrovato sul treno che mi ha portato a Fremantle. Ho sempre pensato – anzi, sono giunto alla conclusione – che un racconto di viaggio non deve essere una mera cronaca e una descrizione, per quanto accurata, dei luoghi in cui ci si imbatte. Dovrebbe piuttosto registrare le sensazioni che il luogo trasmette. Il racconto è una rappresentazione, non importa quanto veritiera: lo è per definizione. Anche il supporto della fotografia mi è sempre parso ipocrita, come a dire: questo è quello che ho visto, non è magnifico? Senza dubbio questo è a volte il metodo migliore, ma nel caso di Fremantle non mi pare funzionare. Certo, gli edifici vittoriani color pastello, oppure la Round House, l’edificio più antico di tutto il Western Australia, valgono una foto e una descrizione quanto più possibile oggettiva. Vorrei poter descrivere le stradine allegre e colme di cafe alla moda, oppure trasmettere la sensazione di pace che provo sedendo qui, sul molo che sorveglia una spiaggia desolata, nella baia abbracciata dal faro sul lungo pontile. Eppure, ciò che questo luogo rappresenta in prima istanza – ciò che evoca – è la sua storia.

Storie che si tramandano. George Kailis era arrivato qui nel 1914 da un’isoletta greca chiamata Kastellorizo. David Gilmour ha anche dedicato un pezzo a questo che deve essere un vero e proprio paradiso. Non doveva esserlo, però, negli anni prima della grande guerra. Greci, Croati, Portoghesi e Italiani – parecchi Italiani – compirono viaggi di più di 100 giorni a bordo delle prime navi a vapore. I più poveri dovettero imbarcarsi come equipaggio mentre per i più ricchi fu una lunga crociera. Tra speranze e malattie finalmente arrivarono, e a quel punto il destino tornò ad essere uguale per tutti: quella era la loro nuova vita e fu proprio Fremantle ad accoglierli. A quei tempi non esisteva ancora il lungo pontile e lo sbarco deve essere stato difficoltoso, se come probabile l’Oceano Indiano era in tempesta. Tutti avevano in mente le locandine che nella vecchia Europa dipingevano l’Australia come una terra fertile e ricca di opportunità. Eppure, quando arrivarono, furono in pochi a non provare una sensazione di smarrimento di fronte alle strade polverose e ai severi controlli della dogana australiana. Temevano che il sole inflessibile avrebbe desertificato anche le loro anime. Kailis evidentemente non si fece scoraggiare. In poco tempo divenne il primo distributore di pescato in WA, divenne presidente della comunità greca e ebbe il privilegio di incontrare la Regina nel 1956. Dopo 75 anni, il figlio di Kailis serve a locali e turisti il migliore fish and chips della città. Ora, la garanzia di freschezza e alti parametri di qualità mi hanno convinto a pranzare qui. Lo faccio in un momento in cui sono ossessionato dal dilemma dell’onnivoro selettivo, di cui vi parlerò un’altra volta. Il posto è anche famoso per il suo gelato al fish‘n’chips. Nonostante nutra un profondissimo rispetto per la storia di questa famiglia greca, ritengo più opportuno fermare qui le mie esplorazioni culinarie e dirigermi invece verso la Little Creatures Brewery.

Storie che si intrecciano. Il mare è il comune denominatore. Lo osservo mentre siedo all’aperto del patio della birreria. Lo spazio è conteso tra i tavoli e i banconi che servono per ospitare il mondo esterno e i barili e i macchinari per la fermentazione della birra. Tutto pare in perfetta armonia: il ronzare inconsapevole dei bollitori e il brusio della prima folla pomeridiana, rada e rilassata al ritmo della nuvolosa controra. Quando si confrontano le storie delle comunità Aborigene con quelle degli Australiani, non ha più senso parlare di immigrati di seconda o terza generazione, o di origini o di radici culturali. Per i nativi, coloro che sono arrivati a bordo di grandi navi saranno sempre – anche a livello inconscio – gli oppressori. La maggioranza degli immigrati venne dall’Italia, e la maggioranza di questi era di Capo d’Orlando e di Molfetta, città oggi gemellate con Fremantle. Tutt’oggi le loro vergini vengono portate in processione una volta all’anno per benedire la buona fortuna dei pescatori. Si venne qui per fuggire da qualcosa, ma non da tutto si poteva fuggire: durante il ventennio fascista i lavoratori italiani vennero internati e allontanati dalle corporazioni che pure avevano contribuito a fondare. I Britannici poterono così riaffermare la propria supremazia senza davvero meritarlo. Penso a queste cose e mi paiono non avere senso, fin quando William non viene a riprendersi il bicchiere. Ha i dread biondi, i pantaloni colorati e un’aria spiritata. Il dress code non deve essere molto stretto, qui. Non credo di avergli detto di avere mangiato dal greco ma lui sollecitamente mi dice di odiarlo. Aveva lavorato per più di dieci anni in un ristorante a conduzione familiare – un vero ristorante – e la vista del molo e la reputazione del proprietario che consegnava personalmente al cuoco, ogni mattina, il pesce fresco, erano valse una discreta fama. Fin quando non sono arrivati Kailis Junior e i suoi fratelli, e con un’offerta oscena hanno comprato tutto e piazzato il loro logo sugli ombrelloni. E cominciato ad usare i loro distributori.

William mi porta il secondo bicchiere e si fionda nell’area sabbiosa del cortile, dove due pargoletti si stavano disputando l’attenzione di una biondina  a suon di colpi di paletta. Quella che sto per bere è l’American Pale Ale della casa. Ha un colore chiaro e un sapore fruttato. Il luppolo proviene dagli USA, lungo la cui costa ovest tre ragazzi australiani viaggiarono per mesi verso la fine degli anni ‘90, facendo l’autostop da un posto all’altro, percorrendo lunghe strade come erano abituati a vederle nel loro continente: strade che parevano allargarsi man mano che si procedeva, per poi scoprire che era solo l’effetto della luce del sole, l’asfalto rovente che si dilatava e perdeva dentro un magma fumante. Nella loro peregrinazione senza meta si imbatterono in numerose piccole birrerie e avevano scoperto il gusto insolito della Pale Ale: fruttata ma amara. Gli australiani ne sarebbero andati matti. E così la loro birreria ha conosciuto un’inarrestabile fortuna nei dieci anni a venire, vincendo numerosi premi. Poi è successo che sono arrivati i Giapponesi, e pur non cambiando nulla è cambiato tutto. Il sapore della birra è per me straordinariamente ricco, eppure mi viene detto che una volta era diversa. L’espressione desolata non lascia dubbi: quella diversità che non c’è più è una perdita e non un’evoluzione. Magari i soldi orientali consentiranno alla birreria di tornare a contrattare una buona materia prima dalle terre statunitensi, ma ho l’impressione che sia meglio tenere per me quest’opinione: ci sono persone per cui una volta è sempre meglio. Ma la storia non è un processo lineare – si avanza a tentoni, si prendono decisioni e alcune sono giuste e altre sbagliate e altre sono condizionate dal puro caso – e allo stesso modo queste storie raccontano in maniera ambigua un futuro che non è all’altezza del suo passato. L’unico possibile, tuttavia, penso mentre finisco in fretta l’ultimo bicchiere. Gli avventori si moltiplicano e il cielo comincia ad imbrunire. Tra la birreria e la stazione c’è l’intera città di mezzo, e la percorro tutta – tra i cartelli luminosi che si stagliano nell’aria frizzante della sera – con passo leggero leggero.

Categorie: Downunder, Travelling | Tag: | 7 commenti

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