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La vera integrazione si fa a letto

Si continua a girare, le persone entrano ed escono dal ristorante che gira, in poche ore si concentra un’umanità credo abbastanza rappresentativa, ma le mie sono solo impressioni, impressioni basate su un campione che però presuppongo rappresentativo. E alla fine quindi anche il matrimonio è stato celebrato, una noia mortale di celebrazione che eppure ha sancito l’affermazione sociale dei due sposi, i quali hanno regalato agli invitati la sensazione di essere parte di qualcosa, offrendo loro la vista del loro amore dall’alto dei 33 piani del grattacielo sul quale è situato il ristorante dove lavoro.

Tutto si è svolto in fretta e io ho potuto vedere per la prima volta il blu del mare, quello vero, non il palliativo sbiadito del fiume Swan che al confronto non possiede la stessa capacità di placare quell’indefinito nell’animo, e chissà se anche le persone presenti avranno colto la differenza, mentre ascoltavano i discorsi che si susseguivano tra una portata e l’altra, una noia resa ancora più mortifera dalla supposta ironia con la quale era tutto ammantato. Culture che si mischiano, diceva qualcuno che la vera integrazione si fa a letto. E stereotipi che resistono e altri che crollano: la cortese deferenza asiatica è un mito che sussiste solo quando non esistono rapporti gerarchici tra le persone.

La mia collega coreana vuole tornare a casa, mi dice che io sono nice nei suoi riguardi ma molti australiani don’t nei confronti degli asiatici in general, a meno che non partecipino a un matrimonio al 33 piano di un grattacielo, a meno che gli asiatici in questione non siano gli sposi e non abbiano già preventivamente sancito un altro tipo di ascesa, l’ascesa sociale infarcita di status symbol concreti e misurabili secondo il linguaggio a tutti più noto, e allora a loro si rivolgono bensì sorrisi, anche se il loro inglese continua ad essere spurio e traballante quando si avventurano in lunghi discorsi durante i quali mi perdo piuttosto nella contemplazione del mare da lassù.

Chissà se qualcuno si è divertito, alla fine. Boquet non ne sono stati lanciati, nessuno si è ubriacato a morte e nessun nuovo amore è nato durante un ballo sudato. Il tutto si è volatilizzato in tre ore scarse, con i tempi dopati del ristorante che già si preparava per la cena, prossimo giro prossima portata. E nessuna indolenza tipicamente mediterranea, anche se nella lista degli invitati avevo scorto un Francesco e una Clara, nessuna cintura sbottonata a celebrare il gargantuelico evento. Compattezza asiatica, di quelle più adatte ad affrontare il pragmatismo australiano: resiliente al punto giusto da adattarvisi e farlo proprio. Il pranzo è finito, andate in pace.

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Domani sera vado all’Ellington

Passeggio di venerdì sera, fuori all’Ellington leggo: “Il jazz club più isolato al mondo”. A Perth ogni cosa può vantare una splendida solitudine in cui fiorire. Posto al tavolo: 15 dollari. Magari un’altra volta. Tanto più che devo prendere il mio ultimo bus per tornare a casa, la stazione è chiusa per lavori, è da quando sono arrivato che ci stavano avvertendo che in quei giorni i treni non avrebbero funzionato. Quando salgo sul bus l’autista mi sorride e mi chiama mate. Faccio tintinnare la mia carta magnetica che mi fa risparmiare 40 centesimi ad ogni corsa. Ho imparato a metterla nel portafogli in modo che con un rapido gesto posso fingere di essere un cittadino e andare a sedermi senza destare sospetti. Ma è solo un gioco, un paese senza storia ha bisogno di persone – l’Australia non è forse nata così? – e ai visi orientali che predominano ci si abitua, ad ogni ora li si scorge nei bus e per la strada: quando si ritorna dal lavoro, quando è finita la lezione universitaria, quando il venerdì sera si esce per fare follie. No, forse in quest’ultimo caso il tipo più ricorrente è soltanto il maschio anglosassone, che con la voce impastata ti dice: “are you ready to fight?”.

Il venerdì sera di solito non esco mai, anche perché lavoro, e con me centinaia di persone, non sono mica l’unico, di gente ne continua ad arrivare e, sebbene la corsa all’oro minerario del Western Australia non possa essere di tutti, c’è un Eldorado per chiunque, qui. E’ per questo che i profughi dall’Indonesia e dallo Sri Lanka e dalle Filippine si avventurano in viaggi che spesso si rivelano essere mortali per approdare in una piccola isoletta di cui non ricordo il nome, che funge da avamposto da cui osservare da vicino il miraggio australiano. Dato che spesso si muore, il governo ha deciso di alzare la quota annua dei richiedenti asilo a 20.000. Ma non si chiamerebbe un disperato tale se disperato non fosse, e chi dispera di tutto se ne frega che la sua domanda burocratica ha un tot percento di possibilità in più di essere accettata. Egli si imbarcherà, e il fatto di non sapere di riuscire ad arrivare vivo o meno è comunque un qualcosa di più accettabile della vita nel paese da cui scappa.

Un paese senza storia ha quindi bisogno di persone per costruire il suo futuro con più vigore, eppure ci sono quelli che sono accolti e quelli che sono tollerati e quelli che si vorrebbe respingere e quelli che in qualche caso si respinge, penso confusamente mentre sorrido all’asiatico seduto nel bus di fronte a me. Magari torna anche lui da un turno serale. Ripenso al napoletano incontrato nell’ascensore mentre stavo per andare a godere della mia pausa in libreria, un pisolino con la scusa di pretese letterarie. Ci chiamiamo fraté, il nostro equivalente del mate con il quale tanto spesso siamo apostrofati in modo bonario e rassicurante. Il nostro fraté è però più rassicurante: ci ricorda casa nostra. Ma è venerdì sera, e anche se non esco non è il caso di indugiare su nostalgie e pensieri contorti. In fondo qui c’è posto per tutti, in fondo per la maggior parte di noi c’è un posto nel mondo. Strana la vita, c’è chi vaga da un posto all’altro collezionando timbri sul passaporto e non si decide e c’è chi, senza arte né carte, si tuffa nell’ignoto per poter anche solo sognare la gigante terra rossa. Anche domani sera lavoro, ma poi dopo vado all’Ellington.

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Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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Amsterdam, part V – Dissolvenza

Avevo immaginato un finale diverso per la mia ultima giornata ad Amsterdam: un sole che splendeva indisturbato e non quella pioggia quasi invisibile ma costante, e nemmeno quell’aria insolitamente fredda per essere la prima domenica a ridosso dell’estate, aria che poi si manifestava in rivoli di fumo quando andava a sfregarsi sulle increspate acque più calde del fiume; immaginavo Onno che tornava per la cena e anche Victor che si univa, io che lo chiamavo e noi quattro che cenavamo per la prima e unica volta tutti quanti insieme, come vecchi amici, a parlare di viaggi, di Amsterdam, di arte e di progetti folli, e a quel punto io che convincevo Victor a rivelare la sua idea e tutti avremmo riso, e lui non avrebbe capito il perché e avrebbe iniziato a ridere anche lui con noi, fino a diventare serio di nuovo e intravedere nei suoi occhi la consapevolezza di avere avuto l’intuizione giusta. Sognavo insomma più linearità e non una giornata frammentata come quella, ad inseguire panchine umide sulle quali riposarsi. Probabilmente, l’essere finito per caso a ridosso della Dam Square mi aveva messo di cattivo umore. Quei vicoli sordidi, la puzza di erba, la musica dei negozi, i gruppi di italiani strafatti. Ad Amsterdam questo mi è sembrato troppo facile e riduttivo, mi  è parso che ci fossero cose più importanti da fare e che la mia visione non avesse bisogno di essere ampliata.

Grazie ai miei ospiti, ho conosciuto pezzi di città e tramite questi sono giunto a un’idea più grande, che affonda le sue radici nella storia. La storia per capire il futuro, come abbiamo concluso la conversazione io e Marc dopo la sua cena a base di salsicce e sformato di patate con formaggio e verdure, e dopo la mia bottiglia di vino di Mendoza. Abbiamo parlato di aerei, treni, di energie pulite, di decrescita, della loro barca e dell’autonomia che hanno di una sola settimana: “con un contenitore d’acqua che devi rifornire di tanto in tanto ti rendi conto di quanto consumi e capisci che le energie e le risorse che hai a disposizione non sono illimitate.” In questo, l’olandese mi è parsa la figura più gentile e sobria e oserei dire stoica cha io abbia mai incontrato in giro per l’Europa. Vedere intere famiglie su una bicicletta, con padri e madri che scarrozzavano i loro bambini, resistendo alle intemperie, mi ha fatto pensare che questa è un’ottima immagine per  descrivere la loro perseveranza nell’aderire a standard di efficienza ed economicità. La direzione che una società prende è determinata dalle scelte politiche, e la classe politica è lo specchio dei cittadini. Allora non sorprende che l’Olanda sia all’avanguardia (nonostante le parole che i miei ospiti hanno pronunciato a sfavore, evidentemente sottintendendo tutto ciò di cui andare fieri) nel campo della legislazione sociale, delle energie pulite, della finanza (qui nacque il primo stock Exchange) e degli scambi commerciali. Osservando questi bravi e diligenti cittadini mi è venuto da pensare che essi meritano di stare là dove sono, di essere arrivati là dove sono arrivati, hanno il diritto di ricevere così tanto dalla società perché loro sono i primi a non tirarsi indietro.

E poi con Marc abbiamo continuato, e parlato di Europa, dell’euro, della guerra e ancora dell’immigrazione, di Primo Levi e della sua chiave a stella, e qui io vado in coperta a fumare e ad osservare i vapori quasi fluorescenti del fiume, e poi vado a fare i piatti e poi vorrei dormire e forse anche tornare a casa già l’indomani e rivedere tutti gli amici che ho lasciato lì, e se devo essere grato ai viaggi per un motivo è perché spingendoti lontano ti fanno apprezzare sempre di più ciò che ti sei lasciato dietro. Ma poi viene Onno, stanco e distrutto, che si concede un bicchiere di vino e inizia a parlare come se io non stessi dormendo, mi dice che è provato fisicamente e che, sebbene non abbia mai fumato, in quel momento si sarebbe proprio fatto una canna. “In Olanda è paradossalmente proibito coltivare erba ma è possibile possederla. Tipico di noi olandesi: concedere da una parte e negare dall’altra.” Effettivamente ero sveglio e mi stavo lasciando travolgere dalle sue parole. In un impeto di franchezza, pensando di poter parlare liberamente con quello strano ospite che per due notti aveva dormito nella sua barca, aggiunge che deve molto a Marc e che, dopotutto, di paesi come quello dove dichiarare liberamente la propria omosessualità non ce n’erano molti, e in quel frangente mi ricordo della storica fotografia che immortala due uomini olandesi unitisi in matrimonio, per la prima volta in Europa, e mentre penso a quelle cose un’altra eterea ora passa prima che in riva all’Amstel non si sentono più le cantate di Zachow e le chiacchiere di una compagnia improvvisata. E’ notte fonda, mi alzo per abbracciarlo e per ringraziarlo. Mentre spengo la luce del lumetto mi affaccio per un’ultima volta da uno degli oblò e vedo i vapori del fiume che continuano a mulinellare nell’aria e penso che la dissolvenza sulla prima parte del mio viaggio era già cominciata.

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Amsterdam, part IV – Eigen Haard & Pizza taxi

“Stamattina ti racconterò la storia della città da una prospettiva diversa”. Marc si sveglia di buon ora, indossa il suo impermeabile da marinaio, e con quella faccia alla Corto Maltese mi invita ad andare in bici con lui, con un tempo poco incoraggiante. Effettivamente, quella mattina mi venne raccontata la città attraverso le sue pietre. Per Marc la facciata di un palazzo, una finestra, la decorazione di una ringhiera sono elementi che parlano della sua storia. “Un’epoca che non tornerà più, chi vuoi che si metta a perdere tempo con questi fregi e con questi ornamenti, era l’epoca dell’architettura sociale, quando costruire case significava far felice una persona e la sua famiglia, non semplicemente alloggiarla da qualche parte. La buona architettura rese la gente migliore. La Scuola di Amsterdam fu un movimento sovversivo, negli schemi e negli intenti, e la sua estetica rappresenta ancora oggi il lascito di una visione più grande.” Ci addentriamo nel quartiere che delimitava la fine della città prima del piano di espansione della metà degli anni ‘50, e mi fa osservare il cambiamento di stili e come negli anni successivi l’architettura avesse ripiegato su tecniche più convenzionali, che spaventavano meno i governi conservatori che si sono succeduti.

La sua storia quadra con quella che mi ha raccontato Onno. L’arte è il punto focale di questa storia a margine della Storia, a cavallo tra la rivoluzione sociale e l’involuzione consumistica, ed è rappresentata perfettamente dalla loro comunione nella piccola barca ormeggiata laggiù in fondo all’Amstel. I loro studi sono separati, quello di Marc stracolmo di modellini di aerei, plastici in cera, strumenti per il disegno tecnico. Onno si rifugia tra spartiti e strumenti, una babilonia musicale che racconta anni di studio e felicità. Il nostro giro stava per finire. Marc mi racconta le cose e traspare dalle sue parole, anche se è costretto a tramutarle in un inglese che è ora più sicuro di sé, quanto le abbia ripetute tra sé e sé più volte durante i suoi giri solitari, mentre Onno è in tournee. Mi sento un privilegiato ad ascoltarlo, che abbia deciso di condividere la sua conoscenza con me. Mi fa notare la scritta “Eigen Haard”. È un po’ come dire “la nostra casa”, mi dice mentre ci salutiamo con la promessa di rivederci per cena, sperando che Onno si possa unire a noi e che a causa del tempo gli annullino il concerto. Mi promette una vera cena olandese, preparata con elementi semplici, secondo la tradizione. Io ricambierò con una bottiglia di vino e un dolce. Per un attimo, sotto la pioggia battente di quella grigia domenica mattina, mi venne in mente che il pensiero di dover tornare per un’ultima notte in quella barca e dormire un sonno dimentico della città, cullato dal fruscio delle foglie degli alberi che accompagnavano il fiume verso sud, mi rendeva felice.

Se uno ci pensa, bucare la ruota della bicicletta una domenica pomeriggio ad Amsterdam non è una grossa sfortuna, soprattutto se si considera che dopo pochi minuti un arzillo vecchietto ti aiuta a ripararla. La vera sfortuna è bucare l’altra ruota dopo pochi minuti. In quel momento inveisco contro Victor, se avesse inventato una app per i ciclisti in quel momento avrei saputo dove andare, avrei saputo se qualcuno poteva salvare la mia giornata. Mi rendo conto di quanto ridicolo fosse quel mio pensiero, e anche che in quel modo non avrei parlato, avrei fissato lo schermo del mio telefono e probabilmente non sarei passato per caso fuori la Heineken Brewery e non avrei visto una calca di Italiani vestiti in modo uguale che sgomitavano per entrare. Soprattutto, non avrei certo trovato il Pizza Taxi, di cui i ragazzi mi avevano parlato a cena la sera prima, uno dei pochi posti davvero italiani in città e non certo uno dei soliti marchi che scimmiottavano cultura e tradizioni certamente troppo lontani da loro. Decido di interpretare la duplice bucatura come un incoraggiamento del destino ad entrare e a conoscerli, questi emigranti italiani.

Dopo poche battute, Sebastiano ride con gli occhi quando mi dice: ma voi siete della Campania! Gli racconto delle mie disavventure e mangio la mia prima pizza in sei mesi. Mi dà da bere una Peroni, quella marrone, non quella di importazione. Una Peroni nella patria dell’Heineken ci sta tutta, penso mentre trattengo un rutto di soddisfazione. Ma non è che fate anche la pizza fritta, chiedo senza troppe speranze. E qui quel grosso omone di Siracusa, in Olanda da trent’anni, si scioglie in un racconto appassionato. “Pizza fritta? Hai bisogno del pozzetto per lo scarico del grasso a parte, hai bisogno del permesso del comune, quello dei vigili del fuoco e, cosa più importante, devi tenere la ciorta! Quando siamo arrivati qua non c’erano le facilities e allora decidemmo che ci saremmo limitati alle pizze normali, dopotutto un forno a legna è già un grande lusso, da Napoli in su. Pensa che devi avere un diploma della conoscenza delle regole igieniche della ristorazione olandese, l’esame puoi farlo anche qui, in italiano; devi dimostrare che il tuo capitale iniziale è pulito, anche e soprattutto se lo porti dall’estero, come hai ereditato quei soldi, nel caso, come li hai guadagnati. La matrice del biglietto vincente della lotteria, tutto.”

“Ma perché tutte questa domande, volete fare qualcosa qua? No perché noi, dopo trent’anni, vorremmo vendere, che dobbiamo fare ancora qua in Europa, ci hanno spremuto fino all’osso e ora non ci resta niente. Un periodo c’erano gli slavi che chiedevano il pizzo ma tutti noi ristoratori ci eravamo associati e li denunciammo, è quando si ha paura che la gente tace, ricordalo, qui nessuno ha paura del cugino del cognato di quello là. Prima della grande guerra questo era un paese feudale, i diritti delle donne vennero molto dopo, il consumismo è arrivato tardi, e nonostante la monarchia qui il progressismo ha fatto conquiste storiche e in anticipo rispetto alle tante velocità della integrazione europea.”

Sazio e soddisfatto ritorno alla mia bici, stravolgendo tutto l’itinerario che mi ero prefissato, alla ricerca di altre casualità.

to be continued

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Amsterdam, part III – The Boat

Perso tra i mille canali, mi fermo ancora una volta ad osservare il fiume. Ogni canale sembra uguale all’altro, anche Victor si perdeva. Ma l’Amstel è ampio, profumato, unico. Lo solcano le barche più grandi che si fanno largo tra i ponti che si alzano con i loro sbuffi di vapore. È il vero cuore della città. Senza l’esigenza di alzare una diga – Dam – e senza tutto quello che vi è stato costruito attorno (municipio, mercati, torri, chiese, sinagoghe), Amsterdam sarebbe rimasta un sogno nel cuore dell’Europa. Sembra nell’ordine delle cose che i miei prossimi ospiti saranno Onno e Marc, due ragazzi che per qualche motivo hanno deciso di vivere in una barca ormeggiata in fondo all’Amstel. Prima di cominciare finalmente la mia pedalata fuori dalla città, passo per il quartiere ebraico e osservo le sinagoghe e gli edifici ricostruiti dopo i bombardamenti della guerra. Questa città è la patria del multiculturalismo e della tolleranza, ed è quindi strana, ma tutto sommato coerente con un movimento culturale più ampio, la tendenza ad attaccare le minoranze, soprattutto quella islamica. Ancora più strana mi pare l’iscrizione riportante un documento ufficiale che noto in un piccolo punto informativo: “agli ebrei è tuttora vietato costituire gilde e avere relazioni sessuali con donne cristiane e con le loro figlie. Per il resto, essi sono i benvenuti ad Amsterdam”.

Mentre la sera ascolto il cd registrato da Onno, capisco di aver fatto un altro incontro straordinario. La curiosità di questo clarinettista e direttore d’orchestra e maestro elementare l’aveva portato nelle biblioteche di mezza Europa alla ricerca di musica sconosciuta. Era emersa la vita di un uomo comune, Zachow, compositore e per un certo periodo maestro di Handel, i cui lavori iniziali furono influenzati dal maestro. Grazie ad Onno e alla sua Accademia Amsterdam i suoi spartiti avevano finalmente preso vita. Mentre preparavo la cena è venuto ad aiutarmi e mi ha mostrato una locandina illustrata da Marc e mi ha detto: ecco la cosa più importante a cui sto lavorando ora. Pubblicizzava un saggio musicale con i suoi bambini, e l’illustrazione somigliava a quelle del Piccolo Principe. Quando glielo dico lui mi sorride, come a sottendere che era contento che l’avessi notato. Lui viene a Napoli un paio di volte all’anno per insegnare musica. È affascinato dagli estremi della mia terra ma non riuscirebbe mai a viverci. “Ma anche Amsterdam non è messa bene, frammentata in tante piccole municipalità e quindi impossibilitata a portare avanti un progetto artistico unitario. In Olanda hanno ridotto il numero dei ministeri e quello della cultura è sparito, ci sono stati tagli ai fondi, il segretario di stato dice che non sa cosa sia la cultura, che lui è un ignorante e ne è fiero. Per i nostri concerti abbiamo provato a finanziarci tramite il crowdfunding, ma non sembra funzionare.” Il processo di degradazione per l’arte è cominciato 20 anni fa, aggiunge, con un governo liberal, e non capisco se intenda la connotazione politica all’americana o all’europea, ma nel frattempo la cena è pronta e siamo affamati.

Marc all’inizio era silenzioso, pareva mi studiasse. Forse è stata la bolognese che ho cucinato a renderlo meno sospettoso. Senza musica, solo lo sciabordio del fiume veniva a farci compagnia nei rari momenti di silenzio. Parliamo per oltre un’ora. Marc fa il bis della mia pasta, Onno si dedica all’insalata e al suo olio di oliva umbro, io finisco il vino. Mi dicono che gli olandesi sono molto restii nel provare il cibo di altre culture. L’olio di oliva è considerato come una vera schifezza: quando un membro del governo aveva espresso il suo malcontento nei confronti di Italia, Spagna e Grecia per la loro situazione economica, aveva parlato di olive countries, in senso spregiativo. Mentre siamo a tavola e ci godiamo il tè prima di uscire, mi ritornano le immagini della città in testa, il suono dell’olandese che i miei ospiti usano come linguaggio privato, i sapori dei formaggi con la marmellata di fichi. Usciamo per un giro in bicicletta. Pisa o Venezia? mi chiedono, e alla fine la gelateria vincente risulta essere la seconda.

to be continued

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Amsterdam, part II – Westerpark

Victor mi accoglie calorosamente nel suo appartamento, un po’ defilato dal centro, nel quartiere di Westerpark. All’inizio era un filino imbarazzato, ma quando insieme ai suoi amici abbiamo cominciato a chiacchierare nel giardino sorseggiando tè in bicchieri trasparenti mi è parso a suo agio. Aveva appena lasciato il suo lavoro, mi racconta, ma per un bel po’ il welfare olandese lo sosterrà con il 70% dello stipendio. Nel frattempo, si è lanciato con un amico in una start-up, o meglio, in una start-app, visto che i beneficiari della sua trovata saranno gli entusiasti possessori di Iphone et similia. Gli chiedo se non ha forse in mente di  brevettare un sistema di navigazione per ciclisti, i veri padroni della città. Mi dice che è una buona idea, ma che la sua è più semplice e per questo migliore.  Indugiamo sulle differenze che ci accomunano, e sembrano tutti interessati alla mia storia di Italiano trasmigrato in Inghilterra. Dopo che i ragazzi vanno via ci avviamo con le bici verso l’officina. La sua rimarrà là, mentre la mia, dopo un’avvitata, è pronta per scarrozzarmi in giro per la città.

Mi ero perso talmente tante volte che mi è parso un miracolo che mi sia ritrovato verso sera seduto sulla panchina del parco a ridosso casa sua, ad aspettare che fosse ora di rientrare. Mi ricordo che i ragazzi mi avevano detto che i confini di Westerpark sono il luogo più degradato della città: è il luogo dove vivono i marocchini, dove i figli dell’immigrazione da Italia e Turchia della fine anni ’50 hanno messo radici. Non fu a causa di un deficit demografico che furono incoraggiati a venire qui ma per precisa volontà politica, a causa del costo del loro lavoro che era, già all’epoca, nettamente inferiore rispetto a quello interno. Poi qualcosa deve essere andato storto. Forse gli abitanti del Suriname beneficiarono di maggiore chiarezza: il passaporto olandese consentì loro di inseguire una nuova esistenza in Europa, ma fu loro espressamente vietato di vivere ad Amsterdam.

A cena Victor mi parla dei suoi progetti e di come in passato misteriose donne venute da lontano gliel’avessero rubati. Ora silenzio su tutto. Mi crea connessioni: il suo amico che vive a Londra, la sua amica brasiliana scrittrice. Mi dà i loro numeri di telefono e mi dice che potrebbero avere storie interessanti da raccontarmi. Gli dico che vivere la città come un vero Amsterdamer è già una storia interessante di per sé, la vera soddisfazione di questo viaggio. Viaggiare da solo mi rende meno incline alle visite di rito nei luoghi per turisti, e lui sembra capirlo. “Amsterdam è un luogo dove la storia è presente e fantastica. Quando venni qui per la prima volta era la fine della rivoluzione giovanile e si avvertiva ancora nell’aria la volontà di perseguire quegli ideali. C’erano tantissimi giovani e io mi sentivo quasi intossicato dal senso di possibilità che c’era in città. Non avevo bisogno di fumare perché ero naturalmente inebriato. Dall’esterno, Amsterdam ha la fama di essere liberale con le droghe, di indulgenza e permissivismo. Nella mia mente la città rappresentava e rappresenta ancora valori più alti e spirituali. E poi c’è la cafè culture: puoi sederti e osservare il mondo che passa. Le persone qui sono vivide all’occhio”.

Dopo aver cucinato una carbonara e bevuto Lambrusco, siamo usciti e siamo rimasti nel Westerpark. Gli avevo proposto un locale che praticava la politica del BringYourOwnBooze al contrario, un fricchettone in città me ne aveva parlato in maniera entusiasta: voi portate da mangiare e qui venite a bere la nostra Heineken e i nostri cocktail. Anche se noi avevamo già mangiato, mi pareva un buon modo per entrare in contatto con il quartiere. Victor però mi dice di avere un posto migliore, ed effettivamente se non ci fosse stato lui non sarei mai entrato in quello che pareva un negozio di ferramenta. Dentro, una folla calda e sorridente, rilassata al ritmo di musica funky e cocktail colorati e fumi psichedelici. Ci liberiamo delle felpe, ci offriamo da bere, parliamo con le persone. Balliamo e facciamo gli stupidi. Ritorniamo a notte fonda,  aspettando che i ponti levati per far transitare barche dal pennone impetuoso si abbassino. Siamo loquaci, nonostante la stanchezza. “Questo distretto è sempre stato protagonista. Ho  scelto di vivere qua perché laddove alla fine del diciannovesimo secolo questa era un’area per lavoratori impiegati nella fabbrica di gas, nei turbolenti anni ’80 è stata la casa di squatters, musicisti, scultori e registi. Ciò aveva conferito carattere alla zona, e qui pensai che sarei stato felice.” Mi guarda e aggiunge sorridendo: “ora lo sono”.

La mattina seguente non avevo nessuna fretta. Impigrirmi a casa di Victor mi ha fatto stare bene. Mentre mi godevo le ultime conversazioni con lui, pensai che se vivessi là di sicuro saremmo amici. Continuava ad accennare alla sua app. Diceva che è davvero semplicissima, lui e il suo amico ci hanno pensato su giusto un’ora, e poi il suo amico, che è un nerd, si è chiuso in casa a svilupparla. Solo, non aveva il coraggio di dirmela. Ricordo di aver pensato che l’indomani l’avrei invitato a cena e l’avrei fatto ubriacare e costretto a rivelarmela. Mi presta la sua bici, avrei potuto riportargliela lunedì mattina. Ci auguriamo buona fortuna con una stretta di mano, anche se sapevamo che ci saremmo rivisti per un’ultima volta. Prima di lasciare il quartiere mi fermo nella piazza del mercato. Siamo in periferia, dopotutto. Pare che l’edificazione sia avvenuta al contrario: i mattoni rossi che avvolgono la piazza metro dopo metro, fino al salto in su della torre dell’orologio che non suona, appaiono scoloriti e solitari. Metti una piazza nei sobborghi ed ecco che al posto dei turisti vi girandolano facce dai mille colori, mille lingue a fare da contraltare al tubare dei piccioni. I camionisti scendono dal veicolo, pantaloni ancora sporchi, e aprendosi una birra cominciano a crogiolarsi al sole pallido eppure rassicurante. È un piacere osservare la gente in bicicletta. Alcuni si fermano per un kebab. Sembra il set abbandonato di un film in bianco e nero.

to be continued

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Amsterdam, part I – La traversata

Uno si aspetta, prima di attraversare la Manica, un pittoresco confine tra le due rivali storiche d’Europa. Un romantico ritorno alla terraferma, pensa il viaggiatore che si imbarca per Calais provenendo dalla city. Giungere in Europa via terra è invece impresa difficoltosa e che nulla lascia al senso estetico. Arrivare al porto di Dover significa attraversare un crocevia interminabile di piattaforme, torri segnaletiche, corsie preferenziali, cargo ship docks, dogane e check points, centri commerciali e fast food. L’unico momento in cui si avvista la luna riflettersi nelle acque torbide della Manica è quello in cui il bus arranca sull’ultima rampa. In mille sbuffi si aprono i portelli e una fiumana di gente eccitata dalla traversata inonda il traghetto. È il liberi tutti. La trasgressione per alcuni comincia qui, lontano dalle rigide regole sull’alcol inglesi, lontano dagli sguardi dei controllori. È da poco trascorsa l’una di notte ma sulla nave la gente indugia in pasti gargantuelici. La festa è appena cominciata. Turiste americane prendono a fotografare il porto di Dover che si allontana, il bianco delle scogliere che si intravede appena nel pallore di questo giovedì notte. Per loro questo squarcio di Europa è un’avventura remota e per questo meravigliosa. Io mi sento bene, non sono costretto a parlare, faccio i miei giri di osservazione, e seppure tra la folla abbia trovato qualche volto interessante non ho ancora voglia di lanciarmi in una conoscenza che si rivelerà fugace. La nave beccheggia leggermente. Amsterdam, mi ripeto il nome, e tra poche ore sarò finalmente in grado di smentire tutte le mie aspettative.

Il primo impatto è stato magnifico. Sebbene mi fossi avventurato a piedi dalla stazione, scegliendo un ampio stradone a scorrimento veloce su cui si affacciavano solerti gru, è stata proprio la sensazione di essere straniero, di nuovo, a rinfrancarmi. È come un nuovo inizio ogni volta, poco importa che durerà solo il tempo del ricambio di mutande che hai nello zaino. Comincio ad allontanarmi e a perdermi. Credevo ci fosse un orario in cui i Coffee Shop iniziassero ad aprire. Invece, come in Inghilterra si sorseggia la prima pinta al mattino presto, qui ci si fanno dei gran cannoni di buon ora. Io mi astengo, per adesso. Mi godo il mio giro solitario, camuffato da cittadino, calzando il mio berretto rosso comprato per l’occasione nel mercatino alla fine della strada. Victor mi aspetta a casa sua per ora di pranzo, non dovrebbe essere troppo difficile rintracciarlo. Osservando l’Amstel decido che non importa se dove vivrò non si sarà il mare. Dovrà invece esserci un fiume. Il lungofiume e i suoi canali tagliano la città in più parti, la scompongono in un puzzle colorato e sinuoso che è possibile ricomporre solo camminando, o pedalando, ovviamente. Nella moderna gara a chi ce l’ha più grosso, qui vince chi ha il mezzo di trasporto più piccolo. Il quartiere di Jordaan ti fa pensare che in fondo nella vita è tutto a portata di mano, che basta sporgersi dal piano rialzato di una vecchia villa e leggere un libro e sorseggiare vino per essere felici. Amsterdam è una città facile, non presenta difficoltà al viaggiatore. Tutto è a portata di pedalata, se vuoi qualcosa basta chiedere. Forse non vivrei mai qui per il semplice motivo che i miei desideri sarebbero subito esauditi.

to be continued

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Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

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L’unione del mondo

La nostra terra, il nostro pianeta è una congerie di decine di migliaia di posti, ciascuno con il proprio nome (per giunta scritto o pronunciato diversamente nelle varie lingue, il che ne aumenta il numero). Sono una quantità talmente sterminata che, viaggiando, uno non riesce a tenerne a mente neanche una piccola parte. Spesso la nostra memoria è talmente satura di nomi di località, regioni e paesi, che non riusciamo più ad associarli a un’immagine, a una veduta, a un paesaggio, a un episodio o a un volto. Tutto si mescola, si accavalla, sbiadisce. L’oasi Sodori la mettiamo in Libia invece che in Sudan; la cittadina di Tefe in Laos invece che in Brasile; il piccolo porto di pescatori Galle in Portogallo, invece che dove realmente si trova, vale a dire in Sri Lanka. L’unione del mondo, così difficile da raggiungere nella realtà pratica, si realizza nei nostri cervelli, nei suoi strati di memoria perduta e confusa.

Ryszard Kapuscinski, Ebano (traduzione dal Polacco di Vera Verdiani)

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