Loro di Napoli

“Voi italiani non avete nessun diritto ad essere in crisi”, mi dice l’amico che viene dalla Patagonia, e me lo dice in quel suo accento argentino che tanto mi è mancato, la cui musicalità mi ha fatto tornare in mente le immagini di quel viaggio di cui un giorno vi racconterò. Il mio amico ha 70 anni, ha visto il mondo ma non aveva mai visto Napoli. Anche io, quando torno, è come se la vedessi per la prima volta. La lenta arrampicata verso Posillipo, il Parco Virgiliano che rivela il golfo di Pozzuoli sulla destra, la cartolina del Vesuvio sulla sinistra, Nisida e Procida e Ischia, la baia di Trentaremi, quell’ex fabbrica dismessa che è un fantasma silenzioso, testimone di fallimenti e voglie di rivalsa, e ancora le rocce di Posillipo a picco sul mare opalino e tante altre cose che non sono lì fisicamente presenti ma che sono evocate, non so se mi spiego.

Napoli scotta, è una città infuocata, i nervi sono a fior di pelle ma bisogna mantenere la calma. Napoli è diventata una zetatielle abitata da diavoli, è un paradiso sull’orlo del precipizio da tanti, troppi anni. Ma chi sono io per giudicarla? Io me ne sono andato, me ne andrò di nuovo, eppure so che un giorno tornerò qui, non perché lei avrà bisogno di me ma perché io avrò bisogno di lei. “Se siete in crisi con tutto quello che avete qui allora tutti i vostri dirigenti se ne debbono andare”. E il mio amico prende ad elencarmi le meraviglie che ha appena visto, gli occhi ancora sgranati, lui che ha visto il mondo e io che non sono stato in grado di raccontargli la città come lui e la città stessa avrebbero meritato. Ogni volta che torno è come se fosse la prima volta e ogni volta la sento più estranea.

Si scende lentamente verso il centro, in pochi mesi cambia tutto e non cambia niente. “Ma questi sono i vicoli della Boca”, mi dicono. L’Italia ha risvegliato qualcosa nel loro sangue che hanno sempre posseduto e che non si era mai manifestato. Le nenie e il dialetto, i colori e i sapori. “Come hanno fatto i nostri avi a venire laggiù in Argentina e sopportare di aver lasciato tutto questo?”. Napoli è un paradiso se la si osserva da lontano e loro vengono da laggiù, posto di vento e alberi spogli, di pinguini e distese sconfinate. I nervi sono a fior di pelle ma le persone ci aiutano, sia loro che me, un gruppo di stranieri presi di insieme. I baristi mi parlano in inglese. Sei mesi devono avermi fatto cambiare fisionomia, oppure me lo si legge negli occhi. I miei amici ripartono, chissà quando li rivedrò, mi lasciano qui in questa città, a vantarmene e a compiangerla, come ogni volta.

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Categorie: Nàpolide | Tag: , , , , , | 5 commenti

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5 pensieri su “Loro di Napoli

  1. “Croce e delizia” questa città. Che ti offre continui spunti per lamentartene, ma della quale non puoi proprio fare a meno…sì, è davvero “il paradiso sull’orlo del precipizio” di cui parli. bella riflessione 🙂

  2. Ti scriverei tanti “hai ragione” dopo aver letto questo post, poi leggo la categoria “Napòlide” e ti dico che siamo in linea perfettamente. Io più sto lontana più questa città mi germoglia dentro, più passa il tempo e più la amo e più mi incazzo. Comm saddà fà?

    Ps Quando passi di qui?

    • Sembra il destino di tutti..in questi giorni napoletani le chiacchierate sono sempre le stesse. Sono passato in radio e un pensiero è andato a quegli anni, e a tutti i dispersi in giro per l’Italia a cercar fortune altrove. Non so proprio quando riuscirò a passare, speriamo un giorno di poterci fare una lunga chiacchierata dal vivo. Ti abbraccio

      • Ma tu te lo ricordi o no che per primi abbiamo fatto coppia davanti a quel microfono?
        Ti abbraccio anche io, forte fortissimo.

  3. Sarà forse una maledizione, qualcosa checi strega e ci tiene ancorati a questo spazio senza tempo. Uno spazio dove tutto è meraviglia ed un secondo dopo è già devastazione che ti entra nell’anima e ti dilania. Io ormai vivo uno scontro quotidiano che mi avvelena e mi fa sentire di volta in volta impotente di fronte a tanto scempio ed imbarbarimento.
    Chi arriva da fuori ci resta per poco e vede la bellezza dei luoghi e tutto il brutto (preso a piccole dosi) è assunto come folklore. Ma haimé non è così!

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