Amsterdam, part I – La traversata

Uno si aspetta, prima di attraversare la Manica, un pittoresco confine tra le due rivali storiche d’Europa. Un romantico ritorno alla terraferma, pensa il viaggiatore che si imbarca per Calais provenendo dalla city. Giungere in Europa via terra è invece impresa difficoltosa e che nulla lascia al senso estetico. Arrivare al porto di Dover significa attraversare un crocevia interminabile di piattaforme, torri segnaletiche, corsie preferenziali, cargo ship docks, dogane e check points, centri commerciali e fast food. L’unico momento in cui si avvista la luna riflettersi nelle acque torbide della Manica è quello in cui il bus arranca sull’ultima rampa. In mille sbuffi si aprono i portelli e una fiumana di gente eccitata dalla traversata inonda il traghetto. È il liberi tutti. La trasgressione per alcuni comincia qui, lontano dalle rigide regole sull’alcol inglesi, lontano dagli sguardi dei controllori. È da poco trascorsa l’una di notte ma sulla nave la gente indugia in pasti gargantuelici. La festa è appena cominciata. Turiste americane prendono a fotografare il porto di Dover che si allontana, il bianco delle scogliere che si intravede appena nel pallore di questo giovedì notte. Per loro questo squarcio di Europa è un’avventura remota e per questo meravigliosa. Io mi sento bene, non sono costretto a parlare, faccio i miei giri di osservazione, e seppure tra la folla abbia trovato qualche volto interessante non ho ancora voglia di lanciarmi in una conoscenza che si rivelerà fugace. La nave beccheggia leggermente. Amsterdam, mi ripeto il nome, e tra poche ore sarò finalmente in grado di smentire tutte le mie aspettative.

Il primo impatto è stato magnifico. Sebbene mi fossi avventurato a piedi dalla stazione, scegliendo un ampio stradone a scorrimento veloce su cui si affacciavano solerti gru, è stata proprio la sensazione di essere straniero, di nuovo, a rinfrancarmi. È come un nuovo inizio ogni volta, poco importa che durerà solo il tempo del ricambio di mutande che hai nello zaino. Comincio ad allontanarmi e a perdermi. Credevo ci fosse un orario in cui i Coffee Shop iniziassero ad aprire. Invece, come in Inghilterra si sorseggia la prima pinta al mattino presto, qui ci si fanno dei gran cannoni di buon ora. Io mi astengo, per adesso. Mi godo il mio giro solitario, camuffato da cittadino, calzando il mio berretto rosso comprato per l’occasione nel mercatino alla fine della strada. Victor mi aspetta a casa sua per ora di pranzo, non dovrebbe essere troppo difficile rintracciarlo. Osservando l’Amstel decido che non importa se dove vivrò non si sarà il mare. Dovrà invece esserci un fiume. Il lungofiume e i suoi canali tagliano la città in più parti, la scompongono in un puzzle colorato e sinuoso che è possibile ricomporre solo camminando, o pedalando, ovviamente. Nella moderna gara a chi ce l’ha più grosso, qui vince chi ha il mezzo di trasporto più piccolo. Il quartiere di Jordaan ti fa pensare che in fondo nella vita è tutto a portata di mano, che basta sporgersi dal piano rialzato di una vecchia villa e leggere un libro e sorseggiare vino per essere felici. Amsterdam è una città facile, non presenta difficoltà al viaggiatore. Tutto è a portata di pedalata, se vuoi qualcosa basta chiedere. Forse non vivrei mai qui per il semplice motivo che i miei desideri sarebbero subito esauditi.

to be continued

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