Archivi del mese: maggio 2013

Brevi incontri con donne straordinarie

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Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

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La lentezza e altre scoperte

Mi sto liberando del germe del multitasking. Percepivo a livello intuitivo di doverlo fare, ma non avevo mai fatto nulla per prenderne le distanze. Non sono nato figlio del multitasking ma ne ho ben presto abbracciato le premesse. Il multitasking mi generava ansie: credevo di potere e dovere fare tutto, in contemporanea. In quel modo gettavo le fondamenta per un’infelicità subdola.

Sto rileggendo, sto riascoltando, sto riflettendo, ma senza fare null’altro allo stesso tempo. Quando rastrello le foglie nel giardino non porto più con me le cuffiette. Quando corro il perimetro della fattoria alzo la testa, noto i Baobab che stanno lì da mille anni e i canguri che battono la coda sul terreno per avvertire tutti del pericolo. Ma farlo in paradiso è facile: gli elementi ti invitano a metterti in connessione con loro. Più difficile è farlo dove la prossimità tra le persone è così elevata che induce a creare barriere, a mettere su una colonna sonora nel quale sentirsi al sicuro. Dove le distanze fisiche si accorciano ecco che cresce la distanza emotiva. Prendi strade secondarie, dimenticati del tempo ed ecco che senti vicino a te un calore diverso.

Il multitasking ci abbaglia con la promessa di poter ottimizzare i tempi; il nostro cervello avalla l’inganno comunicandoci che, certo, lui è in grado di guidare e parlare al telefono allo stesso momento. Singletasking allora non è semplicemente disconnettersi dalle email e da Facebook. Non è solo fare una cosa per volta, e farla bene. È anche non fare niente, è anche attivare le gambe e le mani come attività propedeutica al processo creativo, è anche essere connessi con quello che si fa, con le motivazioni più profonde. È continuare a fare una cosa anche se non sta riuscendo bene, se riteniamo abbia un valore. Per fare questo non c’è bisogno di disconnettersi: ritengo che la dimensione social abbia aggiunto, piuttosto che tolto. C’è il rischio però che questa abbia l’effetto di una giostra: può divertirci ma anche farci sentire un po’ confusi, alla fine. C’è bisogno di dare il giusto peso all’interconnessione, e capire che non ne abbiamo sempre bisogno.

 

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Boicotto sì, boicotto no, reprised

Quando ero a Tel Aviv mi divertivo a fare il corrispondente dall’estero, e scrivevo cose che nessuno leggeva ma che a me interessavano. Una di queste era una riflessione sull’opportunità del boicottaggio contro Israele. Ne ho scritto qui. Concludevo dicendo che probabilmente avrei avuto le idee più chiare sull’argomento una volta che mi fossi allontanato da quel luogo, e avessi potuto guardare il tutto con occhio più distaccato.

Tante cose sono successe da quel periodo della mia vita, eppure porto sempre nel cuore quell’esperienza e anche – purtroppo, devo dire – un po’ di amarezza, perché esprimere la mia opinione su un argomento molto delicato mi costò un’amicizia, troncando così il legame più importante che avevo con quel paese.

Ritorno sull’argomento per dire che se pure le idee non mi si sono del tutto chiarite, sento di poter aggiungere un’argomentazione importante al dibattito (non si può mica rispondere “non lo so” all’infinito!), che si può sintetizzare come segue: sono convinto che Israele segua nella violazione dei diritti umani nella West Bank, e che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegale sotto i trattati internazionali; detto questo, non si può giustificare l’ipocrisia di una doppia morale che sanziona in modo indiscriminato (come una chemioterapia, uccidendo cellule buone e cellule cattive insieme) un intero paese dove un dibattito democratico è in corso, e chiudendo l’occhio su Guantamano, sul Tibet, sulla Cecenia. Per chi volesse, è possibile leggere su Hareetz la risposta molto bella di Carlo Strenger a Stephen Hawking, che ha di recente annunciato la sua volontà di voler aderire al boicotaggio.

Credo che, alla fine, del BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) debba rimanere soltanto il secondo. Il boicottaggio culturale rischia di tagliare fuori dal dibattito interno la voce di chi è già sotto assedio culturale, mentre sanzionare le imprese israeliane che, ipocritamente, fanno affari nella West Bank mi pare un atto non solo sensato, ma dovuto. Credo che questa fosse l’opinione di Naom Chomsky fino a un po’ di tempo fa, ma credo di aver letto da qualche parte (basta link, tanto non li leggete!) che sia stato proprio lui a suggerire ad Hawking di disertare la conferenza a Gerusalemme, A quanto pare, non sono l’unico ad avere le idee confuse.

 

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Eudemonia

Ovvero: il demone della felicità. Il demone non è da intendersi, come spiega Wikipedia, in senso negativo, bensì come genio, predisposizione dell’animo, sì che questo stato di benessere si configura in modo marcatamente meno solipsistico rispetto al gemello Edonismo. Il perché di questa parola alla fine di un post un po’ aggrovigliato, siete perdonati se saltate subito all’ultimo paragrafo. Ne parlavo con un po’ di amici – a distanza, ovviamente, perché i figli dell’emigrazione liquida mantengono reti sociali in cui le relazioni si fanno spurie e sono forse anche epurate dalla banalità e dalla stanchezza della quotidianità – ne parlavo e mi viene detto che la felicità è un impegno. Ad un’altra amica chiedo se dovrei forse sentirmi in colpa di godere così smaccatamente della mia condizione di solitudine (un inglese direbbe solitude e non loneliness), e in tutta risposta mi viene chiesto se ho la coscienza sporca. Non rispondo, perché i figli delle relazioni liquide sono talvolta maleducati e lasciano cadere le conversazioni così, senza replicare, dando alla famosa ultima parola il peso di un macigno. Sono qui per chiarirmi le idee e per rimediare alla mia maleducazione.

In realtà non so a favore di chi sto scrivendo, ci sono queste cose che mi passano per la mente ma poi dopo me le scordo, penso ad altro, fingo di pensare ad altro mentre quelle cose lì ci sono sempre, solo che non so dirle e ho bisogno che qualcuno più bravo di me le dica al posto mio. Non penso a nulla mentre lavoro, perché qui il Primomaggio non esiste, non penso a nulla mentre tento di descrivere le cose che mi circondano, perché fin quando non sarai in grado di definire la tua realtà questa esiste solo nella tua mente e di conseguenza non è realtà – non ancora: è una finzione dalle molte pretese. Ho molto tempo per me, ho molto tempo per leggere – per rileggere. Scrive Fitzgerald in Tender is the night: “She felt that she had learned something, though exactly what it was she did not know. Later she remembered all the hours of the afternoon as happy – one of those uneventful times that seem at the moment only a link between past and future but turn out to have been the pleasure itself.”

I due linguaggi si prendono a pugni, si contendono la mia attenzione. La madrelingua è umile e gentile, mi viene in soccorso quando le parole dell’aristocratico patrigno inglese tardano a fluire. Provo a descrivere a me stesso il film visto – rivisto – l’altra notte, dopo che la merda della prima serata aveva fatto il suo corso e il palinsesto poteva sbizzarrirsi con film esotici. The golden door, che poi altro non era che Nuovomondo, e perché tradire l’originale, con la sua bella musicalità? Italiano e Inglese si mischiano al Siciliano, mentre seduto sulla poltrona guardavo quelli che emigravano e andavano incontro all’ignoto, senza reti sociali costruite a colpi di click. Ma poi mi abbandono alla storia, quante storie possiamo accogliere, di quante storie abbiamo bisogno? Parlerei volentieri di questo, ma non c’è nessuno ad ascoltarmi. Prendo nota mentalmente che devo dire alla mia amica che talvolta la solitudine non è così beata. Scrive Paul Auster in Sunset Park: “I did want to become a better person. That was the whole point. Become better, become stronger – all very worthy, I suppose, but also a little vague. How do you know when you become better? It’s not like going to college for four years and being handed a diploma to prove you’ve passed all your courses. There’s no way to measure your progress. So I kept at it, not knowing if I was better or not, not knowing if I was stronger or not, and after a while I stopped thinking about the goal and concentrated on the effort. (Pause. Another sip of wine). Does any of this make sense to you? I became addicted to the struggle. I lost track of myself. I kept on doing it, but I didn’t know why I was doing it anymore.”

Ma poi penso che devo andare a lavorare, qui non è il Primomaggio, il lavoro lo si festeggia ogni giorno lavorando, e penso che se mi sento in colpa è forse perché non ce l’ho fatta ad accettare lo svilimento di ricerche infruttuose, di carriere senza senso, di precariato avvilente. Felicità marginale decrescente! I miei vecchi studi mi riportano poche nozioni e io le ritrasformo in nuovi concetti (ho molto tempo per me): se dopo un certo livello di remunerazione economica la nostra felicità cresce di molto poco, allora perché sprecare il proprio tempo? Mi rendo conto che poco a poco mi sto chiarendo le idee: ciò si avvicina al groviglio più profondo ma non lo dispiega. Un’altra conversazione mi viene in soccorso: “ho sempre invidiato quelli che, come te, se ne fottevano delle convenzioni e, pur perdendo Tempo, andavano incontro alle proprie aspirazioni.” No, cari amici, non avete da invidiare il coraggio che ho avuto nel partire. Se mi sento in colpa è perché invidio il vostro coraggio nel rimanere, perché avete avuto in voi stessi, quando avete scelto il vostro percorso di formazione, tutte le alchimie necessarie per far precipitare i vostri talenti. “Laddove i bisogni del mondo e i vostri talenti si incrociano, là risiede la vostra vocazione”, diceva qualcuno.

Devo scrivere alla mia amica. Devo dirle che se, alla fine, non mi sento tanto in colpa è perché questa solitudine mi sta aiutando a scoprire la mia, di vocazione, e hai voglia a dire che la solitudine è una condizione interiore che in tanti, pur nelle prossimità urbane, possono provare. No, nel mio caso v’era la necessità di rimanere con me stesso, di raggiungere fattorie nel bel mezzo del nulla e guidare per centinaia di chilometri fino al centro abitato più vicino. Questi contadini, poi, sono un po’ strani, perché in tutto questo sudore e fatica fisica ti ritrovi tra le mani un libro con le citazioni di quel famoso aforista francese La Chautebriand, che non esito a tradire in questo inglese così plain: “A master in the art of living draws no sharp distinction between his work and his play; his labor and his leisure; his mind and his body; his education and his recreation. He hardly knows which is which. He simply pursues his vision of excellence, his Eudemonia, through whatever he is doing, and leaves others to determine whether he is working or playing. To himself, he always appears to be doing both.” Con questo si chiude il cerchio di quei pensieri che ho provato a descrivere a me stesso inutilmente negli ultimi giorni, e il fatto che ciò avvenga oggi è un sollievo: pur non esistendo qui il Primomaggio, faccio un augurio a chi, tra gioco e lavoro, stanziale o nomade, sta perseguendo la sua propria, piccola felicità.

Does any of this make sense to you?

Categorie: Diario notturno, Downunder, Riflessioni, Ritagli | Tag: , , , | 3 commenti

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