Articoli con tag: English people

I Cinque Uomini

L’uomo che si dirige verso l’ingresso del grattacielo è l’Uomo del Millennio. È indaffarato, parla al telefonino e ha una ventiquattrore nella quale è contenuto tutto il necessario per affrontare una tipica giornata lavorativa nel nuovo millennio. Arriva direttamente dall’aeroporto, non vive a Perth, almeno non stabilmente. Questa bisogna dirla in inglese: fa fly in fly out. Qui li chiamano Fifo. Lavorare nell’industria mineraria è faticoso, anche se sei ingegnere. Sei lontano dalla tua famiglia o sei costretto a trapiantarla in quella remota località a mille chilometri da casa tua, un posto che ha il nome di uno sconosciuto cercatore d’oro d’inizio Novecento, e allora prendi un aereo e torni in città un paio di volte al mese, per pochi giorni, secondo il tuo roster. Sembra sfuggente, non deve proprio aver tempo per badare a me, uomo comune. Ma non dimentichiamo che l’Uomo in questione è Australiano: crede che tutti noi siamo uguali e che bisogna trattare tutti amichevolmente. Dalla seconda fotografia si nota come in realtà, anche se slanciato con il corpo verso il grattacielo e impegnato in una conversazione, egli ci rivolge uno sguardo di intesa. Se potesse mi direbbe hi, mate.

Il secondo uomo lo segue a stretto giro, e da entrambe le fotografie è possibile scorgergli un sorriso. Come se fosse scolpito. Egli è l’Uomo dell’Immigrazione Europea, giunto dopo la seconda guerra mondiale, a metà del secolo scorso, quando l’Europa si scrollava da dosso le brutture della guerra e l’America e l’URSS mandavano uomini sulla Luna. È vestito in maniera elegante, forse non troppo ricercata, con quel cappello dalle larghe tese che ora viene indossato solo da countrymen nell’outback. O da turisti ed eccentrici miliardari. Appare fiducioso: sa che la giornata che lo attende sarà dura ma è consapevole che sarà ricompensato. È giunto nella terra promessa, opportunità per sé e per la sua famiglia. La traversata di trenta giorni su quell’orribile nave non è stata vana.

Il terzo uomo, forse, è quello che ha dato i natali a questa parte di Australia così come è conosciuta oggi. Senza Colui Che Scoprì L’Oro, infatti, Perth e l’Australia Occidentale sarebbero abbandonate a loro stesse, un terzo mondo nel bel mezzo del nulla. Ma non divaghiamo. Da entrambe le foto emergono pochi dettagli. Sappiamo che viene direttamente da quegli anni impigliati tra i due secoli scorsi, ma non si sa se è uno di quelli impazziti nella ricerca dell’oro oppure uno di quelli che ha fatto abbastanza fortuna da avere una città sperduta intitolata a suo nome. Forse è membro direttivo del primo sindacato che allora andava formandosi in Australia. Ve lo immaginate mentre pronuncia God save the Queen con il pugno sinistro alzato?

Il quarto uomo indossa un cappello comprato in qualche fumosa strada di Londra. È appena arrivato dal Continente, e per lungo tempo intratterrà rapporti esclusivamente con la madrepatria, ignorando di essere agli antipodi, in un continente chiamato Oceania, confinante con le tigri orientali che ora cominciavano a ruggire. È il 1829. Poco distante una lapide commemora la caduta di un albero, sul cui esatto luogo è stata fondata la città. E’ un padre fondatore, bisogna portare rispetto alla sua memoria anche se è un ricordo lontano, anche se quell’epoca di convitti e galeotti e di sanguinose repressioni dei nativi non rende giustizia all’odierna Australia, tollerante e progredita. Chi lo sa, forse è il Capitano Stirling in persona!

L’ultimo uomo compare solo nella seconda fotografia. La Storia si è fatto beffe di lui, che pure era stato il primo europeo a mettere piede in Terra Australis. L’aveva chiamata Nuova Olanda, in memoria della lontana terra natia. E poi che è successo? Come mai aveva trovato questa terra inospitale, le sue terre poco fertili e le sue acque non utilizzabili? Come mai ha successivamente esplorato quest’area, mandando indietro resoconti che ora sono gelosamente conservati in biblioteca, e non ha mai pensato di fermarsi? Ci sono poche risposte, la Storia, si sa, non si interroga molto sul destino di chi la Storia non la fa. L’Uomo Olandese venne qui nel 1697, notò i cigni neri svolazzare sul fiume e lo chiamò Swan. Poi tornò a casa.

Post scriptum: l’ultimo uomo c’è ma non si vede, o meglio, non è mostrato. È il più vecchio di tutti: ha 40.000 anni. Ma dell’Uomo Arborigeno e delle sue sventure vi parlerò un’altra volta.

Annunci
Categorie: Downunder | Tag: , , | 5 commenti

Cup of coffee

Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Sarà che la nostra concezione del tempo troppo spesso è limitata a quella ora in cui, dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici, si prendono decisioni folli, oppure a quella breve sequenza di giorni non troppo esaltanti che pesano come macigni sul nostro umore, fatto sta che solo raramente siamo in grado di vedere le cose da quella famosa prospettiva più ampia. O almeno io, non so perché parlo anche per voi.

Il venerdì si è tutti più rilassati, liberi. In Inghilterra in special modo. Si finisce presto di lavorare, e anche in quelle ultime ore ci si concede qualche confidenza. In verità lo stato d’animo non è mai troppo esagitato o troppo concentrato sul lavoro tale da non permettere nemmeno una risata liberatoria. Tutto arriva inevitabilmente troppo tardi. Stavo per dire che questo è un venerdì come un altro, ma in realtà è uno dei pochi, dei primi, in cui esco soddisfatto e stanco dal mio ufficio, dopo aver chiacchierato e scherzato e lavorato come se io fossi uno di loro, parlando e facendo battute nella loro lingua. Non ci si può mai dire completamente integrati in un luogo se non si è in grado di scherzare, di rispondere con spirito alle banali frasi da small talk di rito.

E allora anche un pomeriggio come questo, grigio e freddo nonostante la primavera sia ufficialmente giunta anche qui, mi pare amabile e pieno di prospettive, anche se non ho ancora cominciato a bere. Sono ancora a tè e caffè. Un collega mi ha detto che ormai ne bevo più di loro stessi, della loro bevanda nazionale. Facciamo un breve paragone con l’espresso italiano, con l’apparente fretta che si cela dietro la tazzina e la rilassatezza di una tazza di tè bollente. Le parole per spiegare la differenza, tutta la differenza, mi muoiono in bocca e al loro posto una battuta. L’ennesima.

E ora che sono seduto qui dopo aver girovagato per la città, esploratone un lungofiume ancora avvolto nel mistero, con i suoi capannelli di pescatori che misericordiosamente ributtano i pesci nelle acque gelide del Great Stour, e dopo aver trovato il coraggio di chiacchierare con uno di loro, tranquillamente sorbisco il mio caffè italiano, mentre nella piazza antistante la cattedrale si affollano i turisti. Ma è venerdì, la vita fuori finisce presto e comincia quella al chiuso dei pub, dove la famiglia si riunisce e gli amici trovano conforto attorno a interminabili giri di pinte, caldi come immaginifici falò sulla spiaggia.

Chissà, potrei anche finire a lavorare qui, con il barista italiano andiamo subito d’accordo, chissà che quelle idee folli venute dopo una bevuta o una chiacchierata tra amici non si ritirino, velocemente come sono arrivate, alta e bassa marea nella mia mente. Anche l’amica che mi raggiunge è d’accordo. Se entri in una di queste multinazionali del caffè poi, dopo tre mesi, puoi chiedere il trasferimento dovunque ti pare, dovunque nel mondo. Sia il barista che la mia amica però chiosano allo stesso modo: peccato che in Italia Starbucks non c’è. Apriamocene uno a Roma, dice qualcuno, o forse me lo sto solo immaginando.

E l’immaginazione parte, anche se non abbiamo ancora cominciato a bere e le chiacchierate ancora non decollano. Sono sempre le stesse, da un po’ di tempo a questa parte, e in qualche modo mi rimane in mente che tutto arriva troppo tardi, o che la mia voglia di fuga batte sempre tutti e tutto sul tempo. Ma oggi è venerdì, e qui comincia a far freddo. Ora vado a casa, incontro qualcuno, un giro di birre, e chissà che idee folli non vengano a far compagnia alle altre.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , , , | 5 commenti

Nel paese delle creature selvagge

Di nuovo in biblioteca. Gli avventori abituali forse cominceranno a farsi le stesse domande che io mi pongo su di loro: chi è, cosa legge, cosa scrive, che ne è della sua vita prima e dopo queste ore pomeridiane sospese in questo tempo grigio e poco rassicurante? Chissà se un giorno arriveremo a parlare. So che gli inglesi possono passare anni insieme, magari viaggiando nello stesso scompartimento di un treno, condividendo la stessa tratta da pendolari, oppure frequentare gli stessi locali senza mai arrivare a conoscersi davvero. Ma questo l’ho letto su un libro, e da molto tempo ho imparato a diffidare dei libri, a meno che non contengano storie completamente inventate.

Un giorno mi avvicinerò allo scalatore avvolto nel suo trench olioso verdepetrolio e gli chiederò: how you doing? Oppure troverò il coraggio di avvicinarmi alla scrittrice, che trascorre qui il suo tempo a battere sul suo piccolo laptop una miriade di appunti disordinati e colorati che fioriscono dalla sua moleskine. Ho anche immaginato l’approccio. Mi scuserei per non averla riconosciuta, nel caso fosse famosa. I capelli cotonati, il portamento diritto e gli occhi celesti che spiccano su una pelle sorprendentemente pallida sono per me i tratti che potrebbero celarsi dietro un nome altisonante. Più probabile che ci si faccia una risata – e questo l’ho scoperto da solo, il fatto, cioè, che se vuoi andare d’accordo con gli inglesi, se addirittura vuoi entrarci in contatto, devi fare in modo di ridere insieme a loro, con i loro tempi e modi. Le chiederei consigli, comunque. Anche se conosco già tutte le risposte.

Cosa dire invece all’adolescente nera che viene a leggere i grandi classici e che, poco prima che il suo ragazzo si affacci da fuori, scampanellando dalla sua bicicletta arrugginita, impiega dieci minuti a spazzolarsi i suoi capelli arruffati? Ma da un po’ di giorni è un altro personaggio ad attrarmi, il più rumoroso di tutti. Uno straniero, il cui accento narra di un paese da cui volentieri si fugge, passa il suo tempo parlando con il volontario della biblioteca, cercando consigli su quale libro leggere per imparare l’inglese. Il volontario gli risponde che l’inglese è una lingua molto facile se la si vuole parlare così, ma la più difficile se la si vuole padroneggiare completamente. Rispondi alla domanda, vorrei intromettermi, ma un sorriso prende il posto dell’urlo: il volontario ha dovuto farsi spiegare il significato di una parola alta che lo straniero aveva inserito nella frase con noncuranza.

Più probabilmente loro non stanno badando a me. Io sono qui per ingannare il tempo tra un mondo e l’altro, sono nella dimensione fantastica e ovattata dei libri, in questo luogo non sono altro che un personaggio di un libro, un misterioso avventore come tutti gli altri, che offre spunti all’immaginazione per completare il ritratto di sé, non ricordo quale scrittore aveva detto che bisogna scrivere soltanto la metà di un libro, perché l’altra metà la deve immaginare il lettore. Qui apro il mio taccuino e scrivo e prendo libri a caso. Mi alzo e vado nella sezione dei ragazzi. Un cartello recita: Children’s writing competion. £ 50 prize. Accanto al piccolino seduto a terra a disegnare mi pare ci sia lo scaffale da cui estrarre fuori il libro di Sendak. Where the wild things are. Non l’ho mai letto, la mia infanzia è stata accompagnata dai racconti di Rodari. Ma non importa, mi dico, per scrivere o per leggere libri per bambini non è mai troppo tardi.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , , , | 1 commento

Bat&Ball

Il Bat&Ball è uno di quei pub inglesi che ci si aspetterebbe di trovare in un film degli anni ’80. Siamo fuori dal centro, Old Dover Road è l’antica strada che da Canterbury porta alla poetica città delle scogliere bianche, e il Bat&Ball sembra – a leggere gli annunci scritti in gessetto azzurro sulla lavagna esposta fuori, quasi a ridosso del semaforo – l’ultimo posto dove rifocillarsi prima di affacciarsi direttamente sulla Manica. In serate come questa, però, si beve soltanto. Anche il cuoco è fuori, appollaiato sul bancone a guardare la partita. Non che me ne freghi molto: il pub è per me un esercizio filosofico, quando frequentato da solo. Il problema – la fortuna! – è che solo non lo sei quasi mai. Per chi tifi, mi chiede in uno strano accento lo studente asiatico al cui tavolo mi unisco, e io rispondo che non lo so, forse per il City, giusto perché è l’underdog (ho finalmente l’occasione per usare questa parola) e perché deve recuperare i punti persi durante l’anno, e questo nonostante abbia quell’Italiano come allenatore, proprio non lo sopporto! e tu, per chi tifi? United. Come mai? Non lo so, è la mia squadra.

Due bionde laccate, dalla pancia gonfia per l’alcol, cominciano a parlare sommessamente, reprimendo la nenia di risa e gridolini, non appena i loro uomini si allontanano per una sigaretta. Quella di fronte a me si stringe nelle spalle come a dire all’altra che andrà tutto bene. L’altra si gira e si sforza di sgranare gli occhi per osservare la televisione. Il City ha segnato, ma in pochi esultano. Mi pare di vedere sempre le stesse facce, qui. E’ a due passi da casa, il Bat&Ball. Immagino mi piaccia tanto perché rappresenta un appiglio contro la casualità della vita nomade e incerta, perché è polveroso e perché dietro al bancone c’è ancora Bob, appesantito dagli anni e da molte altre cose, che spilla le sue birre artigianali i cui nomi evocano luoghi nascosti – non remoti ma intagliati in chissà quale angolo del giardino d’Inghilterra. Deve notare la mia presenza perché mi dà a parlare, vuole capire che ci faccio lì. Mi dice che i pub come il suo stanno chiudendo, la concorrenza dei supermercati e le nuove tasse sul prezzo unitario per l’alcol non si possono più sostenere, i giovani fanno il pieno prima di scendere e poi vanno direttamente a stordirsi in discoteca. Mentre lo ascolto mi rendo conto di aver già sentito questo discorso, probabilmente alla TV. Bob lo stava ripetendo uguale, senza considerare che nel suo locale ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione – qualche decennio fa – dove le statistiche sui giovani non attecchiscono.

Lo United prova ad attaccare, a far valere la forza del blasone. Un tempo i suoi tifosi erano presi in giro da quelli del City perché la loro squadra era controllata da una dirigenza straniera. Ora che anche l’altra parte di Manchester deve ringraziare uno sceicco arabo per i fuoriclasse e per le ambizioni pagate a peso d’oro, ci si limita a una sterile rivalità (le scritte fluorescenti che si alternano sui tabelloni elettronici a bordo campo pubblicizzano una compagnia di bandiera araba, un Gran Premio di Formula 1 in uno stato arabo e anche un’altra cosa, evidentemente riservata al pubblico mediorientale). Seicento i poliziotti dispiegati per placare possibili disordini, ma quello che si vede dall’inquadratura è una file di giubbe gialle impegnate a guardare la partita assieme ai tifosi.

Mi sono ormai alzato dal tavolo e mi godo gli ultimi dieci minuti seduto al bancone, da solo. Gli adesivi vintage attaccati alle pareti ripropongono vecchie glorie del cricket – in fondo il Kent County Cricket Stadium è proprio di fronte al pub. Guardandoli meglio, però, mi rendo conto che vintage non è la parola giusta. Quegli adesivi sono vecchi. Le stesse bottiglie messe a prendere polvere sullo scaffale sopra al bancone raccontano di breweries sconosciute, etichettate secondo il gusto del secolo scorso. Dalla mia nuova prospettiva noto che le mensole danno tutte l’impressione di cedere, semmai si spostasse l’equilibrio dei bicchieri. Finisco la mia seconda Masterbrew: il finale sa di lievito ed è spillata tiepida e senza troppo gas. Gli esperti dicono che le vere birre si bevono così. Saluto Bob e i ragazzi asiatici e mi avvio fuori, prima che il diluvio tropicale tipico di questi giorni si abbatta di nuovo sulla città. Mentre apro la porta noto un adesivo con la scritta: Support the real English pub.

Categorie: Canterbury tales | Tag: , , , , | Lascia un commento

Day 2, Bristol

Bristol mi eccita e mi tranquillizza allo stesso tempo e per lo stesso motivo: un giorno verrò a vivere qua e mi piacerà. Adoro questi colpi di fulmine. Qui non ci sono High Street, non ci sono banalità, non è tutto piatto e prevedibile. C’è vita, arte, movimento, cultura, subcultura, vibrazioni, colori, acqua, storia, storie,  colline, suoni, spazio, dedizione, multiculturalità, mercati, libri, musica, salite, discese, street art, mongolfiere, erotismo, anarchia, ebbrezza, tecnologia, gioco.  Mi sento tranquillizzato al pensiero di tanta  disarmonica bellezza che mi attende. Questa città anticipa le tendenze, ne detta i ritmi. E’ giovane e influente ma non ha nessuna spocchia medio borghese, essendo anarchica in quel modo elegantemente inglese che qui non guasta. Anzi, questa città non potrebbe essere fiorita in nessun altra patria, ovunque nel mondo. Qui i capannoni e i dock e i binari abbandonati non sono diventati il simbolo del degrado ma una funzione valorizzatrice del passato proiettato al futuro. C’è tanta intelligenza, umiltà e talento dietro quest’allestimento, c’è prospettiva e senso estetico nonché la capacità di prevedere le cose, di far sì che le profezie si auto avverino.

Il bello di viaggiare da soli è che ti puoi far passare le sbronze vegetando per un’ora seduto a un caffè, mangiucchiando un dolce al cioccolato sotto un placido sole, bevendo un cappuccino, scribacchiando qualcosa. E quando ti sei stancato ti alzi e vai alla scoperta della città. Il quayside – questo nuovo termine che apprendo mi pare perfettamente adatto per il lungofiume di Bristol – si estende in maniera sinuosa, conducendomi per scale, moli, piazze e ponti e sopraelevate, passando per capannoni convertiti in gallerie d’arte. Pittori tatuati, con un basco poggiato indolentemente sul capo, dipingono nella pausa tra una sigaretta e l’altra: teschi verdi, volti reclinati di amanti che si guardano allo specchio, un vecchio pescatore, natura morta di bottiglie di birra. Hanno del talento e anche un discreto successo, e in questo senso Bristol è la loro propria città, la città dove nessuno – meno di tutti un pittore – è realmente punito o ricompensato; a Bristol, qualunque sia la tua arte, ti è lasciato fare. Sarà per questo, mi dico, che tutti vengono qui, tutti quelli che sono abbastanza ingenui o pazzi da pensare di poter sublimare i propri talenti con colori o parole o note: qui nessuno se ne frega, c’è un tacito accordo che confina l’ipocrisia alle porte della città, lì dove c’è il ponte sospeso che sembra quello di Brooklyn, e una volta qui ognuno diventa quello che vuole. Non vorrei spingermi troppo oltre con le mie fantasticherie, abdicando troppo alle tendenze – in fondo Bristol è una tendenza – e imputando come al solito il germinare della creatività a un luogo fisico piuttosto che a un luogo dell’anima, ma Bristol è l’eccezione. Bristol è cazzuta.

Il mio giro dura ore. Il sole va a nascondersi chissà dove e un vento freddo si alza strafottente. Sono affamato e ho bisogno di una doccia. Per strada inspiegabilmente non c’è più nessuno. Solo il suono attutito di mille amplificatori pare uscire fuori dai sotterranei, da qualche posto non meglio identificato. La città sta combattendo forse una guerra invisibile. Un’ora in ostello mi rigenera. Con Sergio il Cileno vado all’Old Duke. Ascoltiamo il riff tagliente di Chigago Line da lontano, ancor prima di entrare. In un sussulto di superpercezione noto la birra rimasta nei bicchieri appoggiati alla finestra tremolare al ritmo della batteria. Città come questa ti rendono conscio di tutto e al tempo stesso dimentico. La gente entra nel locale e gli occhiali si appannano, sorpresi dall’improvviso calore. Persone mi si avvicinano, scambiano commenti sul cantante novantenne che, a ragione, ha strappato il microfono di mano al più blasonato titolare del quartetto; mi chiedono da fumare, mi spiegano che non sono di là. Bristol è un posto figo, mi dicono, solo puzza un poco. Mi dicono di essere di Manchester, ora si spiegava tutto. Ho bisogno di mangiare e Sergio mi fa tagliare la città in due attraverso delle scalinate nascoste su cui si affacciano i murali di Bansky. Un uomo alto 4 piani ci versa addosso un secchio di pittura rossa. Sergio mi racconta di essere in viaggio e di non sapere perché, lui non ha un’opinione su tutto, nel suo paese c’è chi protesta contro le dighe in Patagonia e lui non riesce ad avere un’opinione perché la sua conoscenza dei fatti, mi dice, è limitata. Gli offro una birra.

Certe cose si sanno dal principio. Si finge di ignorarle, si crede di dover lottare con mostri invisibili per arrivare a una soluzione. Si fissa il muro e non si sa che cosa fare. Ci si ritrova avanti la solita persona e non si sa cosa dirle. Nella maggior parte dei casi, però, si sa cosa fare e lo si sa per intuito. Assurdo quanto la cosa più facile da fare – ascoltare la prima cosa che viene in mente – sia anche la più difficile. Ma io ho imparato. Bristol la saluto in un mattino piovoso. Al supermercato deserto compro due dolcetti che programmo di mangiare una volta in stazione, prima di salire sul bus che mi riporterà a Londra. Ma così come sapevo già che avrei placato la mia fame appena tornato sulla strada, così so che quel cielo grigio dell’ultima mattina a Bristol non è l’ultimo che ho visto in quella città.

Categorie: Canterbury tales, Travelling | Tag: , , , , | 2 commenti

Il bus per Londra

I soldi mi stanno inequivocabilmente finendo. A casa mangio ciò che resta di festose e spensierate spese. Non compro la birra ma affogo in una vodka scadente le sparute verdure che mi osservano quando apro il frigo, sperando che sia il loro turno, friggici pure, sembrano dire, tutto fuorché marcire in questo fetore. Le giornate sono più lunghe, più tempo per pensare e per ricamare sogni di fuga, gli ennesimi. Domani sarò a Londra, felice di essere insulso e ultimo tra gli ultimi. Spero che il tempo sia grigio. Troverò un modo per non pagare la metro, magari chiedendo a chi esce di regalarmi il biglietto. E noi che avevamo pensato fosse un codice per qualcosa di losco. Ma dovrei aspettare il tramonto, e le giornate si sono fatte lunghe, lunghe. Non importa, aspetterò il tramonto e glielo metterò nel culo al sindaco, che sponsorizza ogni cosa e rende la città tanto efficiente, che ha detto che alle prossime elezioni gli ebrei non voteranno per lui perché sono ricchi. Passerò per Westminster e manderò qualche insulto a Cameron e alle sue tasse sui sausage rolls. Piegate, l’hanno chiamato. Gli inglesi scendono raramente in basso, ma quando lo fanno la loro testa riemerge piena di lordura. Forse sono già brillo, è una lunga giornata questa, ma il fatto è che non sono più abituato a bere, e quando si beve da soli non si può sublimare l’ebbrezza in discorsi senza senso. Se soltanto qualcuno si fermasse. Gli riderei in faccia, sicuro. Ma davvero sarei in grado di fare questa vita per un altro anno intero? Davvero vorrei approcciare così i miei trent’anni e tutto ciò che rappresentano? Forse sì, chi se ne fotte.

Tra un po’ uscirò e andrò a parlare con Paul. Una volta in ufficio gli dissi che mi piaceva lo stile della sua cravatta con i peperoncini, e riuscii a stento a trattenermi dalle risate. Aveva detto che mi avrebbe dato un lavoro ma poi non l’ho più chiamato. E quindi è questo il tuo business, mate, un fottuto chioschetto in mezzo all’isola pedonale, è con questo che ti finanzi questi completi così lucidi che il solo guardarli mi fa venire voglia di grattarmi? Probabilmente si sentirà costretto ad offrirmi qualcosa. Adoro metterli in difficoltà, testare per quanto tempo la loro educazione riesce a resistere. In bagno mi asciugo le mani per ore, loro non si voltano, continuano a tenere le loro sotto il getto d’acqua, potrei stare lì l’intera giornata, loro potrebbero spellarsi ma non si gireranno mai con uno sguardo torvo intimandomi di togliermi dalle palle. Non lo faccio apposta, davvero, gli inglesi mi piacciono tanto, oggi in ufficio tentavo di rispondere alle richieste di una collega, una di quelle vestite di flanella in tutte le stagioni, una di quelle che nelle foto da ragazza era algida e inespressiva come lo è adesso, magari i capelli meno impagliati. Ci provavo ma quando ho chiesto aiuto al mio collega mi è stato detto it’s friday, mate, let’s have a beer. E me lo dici anche, vecchio mio, io in pausa sono andato alla festa di pensionamento di Bob Bennet, è da quando sono qua che mi arrivano mail per fare una colletta per comprare un regalo a Bob Bennet, e che faccio, non ci vado solo perché non ho messo un penny? Ho scroccato mezza bottiglia di vino e gli sono anche andato vicino per dirgli che mi sarebbe mancato, cazzo. Lui mi ha consolato e poi ha aggiunto: it’s friday, mate..

Da una White  Dragon sono passato ad una Red Mountain, abbassando notevolmente la gradazione alcolica, secondo la teoria dell’ottovolante a cui sono stato iniziato tempo fa. Il cameriere si è preso il bicchiere. Peccato, avrei potuto collezionarli sul mio tavolo e mostrare a tutti, con gran rutti, quanto sono capace di bere. Ma non mi prenderete sul serio, sto per andare ad una lezione sul creative writing, ospite Sadie Jones che a quanto pare ha un paio di recensioni sul Guardian, e queste birre servono per rompere il ghiaccio, questa è metà fiction metà invenzione, e sono il mio lasciapassare. Al seminario farò qualche domanda, sarò in grado di chiedere a qualcuno cosa sta leggendo senza dare l’impressione di fare harakiri con la lingua. Mi sembreranno tutti amici, come in realtà sono, sarò solo io ad avere la guardia abbassata. Le cose più belle della mia vita sono avvenute così, quando ero senza difese, non necessariamente ubriaco o disperato ma semplicemente inconsapevole o strafottente. Domani non riuscirò a prendere il bus per Londra. Sono le sei del pomeriggio e sono ubriaco. Quando tornerò a casa troverò la solita dozzina di persone a festeggiare il venerdì. Ora ho mezza pinta da finire e sono in ritardo per il seminario.

Forse il Lady Luck si chiama così perché è una fortuna se riesci ad uscirne sobrio. Non lo so. Mi concedo la terza birra dopo aver fatto razzia di vino alla galleria d’arte dove Sadie Jones ha tenuto la sua lettura. E’ quasi buio ma ho ancora indosso gli occhiali da sole, la gente mi guarda come se fossi pazzo, sono in giacca e camicia ma ho la barba lunga e la testa scapigliata. Mi ci vuole questa birra dopo quel vino rosso scadente, anche se in fondo mi ha aiutato ad ascoltare la voce melodiosa di Sadie Jones che diceva cazzate. Chi se ne fotte se hai lavorato due anni sul tuo libro, con quella voce potresti dire tutto quello che vuoi, her voice is full of money, dice Gatsby quando parla di Daisy, l’unica cosa spiazzante che Gatsby dice in tutto il libro. Alle spalle di Sadie Jones c’era un disegno – eravamo pur sempre in una galleria d’arte – della Cattedrale di Canterbury che si sporge minacciosamente su una folla amorfa. Mi è sembrata una perfetta caricatura di questi mesi. Ma ora questo beer garten mi pare un paradiso, un po’ come quelli di Friburgo, sopra la collina che domina la città e fa l’occhiolino alla Foresta Nera, solo che qui siamo giù, l’Inghilterra è lineare e piatta, confortante ma prevedibile, prevedibile ma confortante.

Ci sono solo le voci soffuse di tre ragazzi che parlano la loro lingua. Come quelle della ragazza che faceva domande a Sadie Jones. Mi era parso di vederla una sera a casa mia, l’amica timida di quella lì che faceva la scrittrice, di cui forse vi ho parlato, o forse no, me lo sono tenuto per me, e ricordo che quella sera non disse nemmeno una parola. Questo pomeriggio, complice il vino a profusione, chissà, era loquace e se ne sbatteva se Sadie non la capiva, e io mentre osservavo il disegno e ascoltavo la sua voce melodiosa speravo che quella scena grottesca andasse avanti all’infinito, mentre sorseggiavo il vino trincerato dietro le mie lenti scure. Attenta, amica sconosciuta, Sadie ti sta mentendo, ella non ha fatto che scrivere per il puro piacere di scrivere, perché è tutto quello che sa fare con le sue mani, e ora queste spiegazioni le sta creando apposta per noi, la  revisione critica è una delle parti del processo creativo, è pura invenzione, ma non vedi che si tocca i capelli, distoglie lo sguardo, cazzo lo capisco io che sono un uomo.

Sono ubriaco ma ancora molto mi separa da casa. Devo ritornare da Paul il quale insiste nell’offrirmi un lavoro. E dopo andrò a cena dalla mia amica, l’ho avvertita che sono impresentabile ma loro a quanto pare non sono messi meglio. La mia astinenza dall’italiano finirà ingloriosamente, comincerò a bestemmiare nel mio dialetto, darò voce con esso all’insensatezza di questo pomeriggio, e poi dopo andrò al grande party a casa mia, mi piacciono i party grandi, c’è molta intimità, a differenza di quelli piccoli, e là forse scoprirò ciò che è rimasto invisibile fino ad ora ma che, una volta scoperto, non si potrà più fare a meno di notare. Poi andrò a dormire sperando di svegliarmi in tempo per prendere il bus per Londra.

Categorie: Canterbury tales, Diario notturno, Travelling | Tag: , , , , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: