Archivi del mese: dicembre 2010

Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

Categorie: Melaviv, Politica, Reporting, Travelling | Tag: , , | Lascia un commento

Stella distante

Un urlo lancinante squarciava l’aria fredda di novembre. Pioveva e nella stazione si trascinavano i passi stanchi di una giornata intera. Un nugolo di persone si era fermato sotto al porticato, al centro un uomo gridava. Le persone guardavano quell’uomo, e quell’uomo cantava il suo canto disperato, contorcendosi, agitando le mani al cielo e intonando una nenia afflitta, sgomenta. Yusuf serrava i pugni, lo sguardo perso nell’orizzonte non più ostruito dai decrepiti palazzi delle fabbriche di ceramica, e tutte le persone che parlavano la sua lingua avrebbero faticato a dirsi “connazionali”: non lo era più nessuno, connazionale. Non si era di una paese né di un altro, si era della stazione, la stazione li possedeva tutti e nessuno voleva fuggire, pur essendone disperatamente nauseati. Dove altro c’era da andare?. Guardava lontano, non capivo dove.

Tutto questo è insulso. Non mi importa nulla di me, della mia stupida vita. Ci sarebbe da camminare sotto la pioggia e guardare gli uomini, offrir loro un riparo, chieder loro da dove vengano, quanta strada hanno fatto. Risponderebbero che non è affar nostro, ma in cuor loro sentirebbero un calore che nessuno è in grado di dargli. Al mondo non esistono più fortune di quante oasi non esistano in tutti i deserti del mondo. Solo che le persone vagano al freddo, credendo ad ogni miraggio, non fermandosi davanti all’evidenza. La forza degli emigranti è la forza del viandante nel deserto del mondo. Passi stanchi, mani affamate. Ci si sfama con le mani, toccando quel cibo che si compra con monete spicciole. Lo si porta poi alla bocca, ma il senso più importante da appagare è il tatto, significa che quel cibo ci appartiene, che ne abbiamo diritto.

Yusuf era fermo sotto al porticato, e anche se tutti lo ritenevano un poco di buono lui continuava a cantare. Le persone riassumevano in un sorriso il giudizio che se ne erano fatte, e continuavano per la loro strada dopo essersi strette nei loro cappottini pettinati luccicanti. Sono rimasto lì, volevo capire. Yusuf aveva in mano una bottiglia ma non era ubriaco. I suoi sensi erano vigili, la sua anima cosciente. A tutta prima quei suoni mi avevano disturbato, avevano invaso la rigida schematicità del mio modo di ascoltare e di classificare ciò che ascolto. Se uno ci pensa, trova piacevoli soltanto le cose che gli sono familiari. Feci uno sforzo tremendo, maledicendo l’unta opulenza che appanna vista, udito, anima. Ad un tratto capii da dove provenisse quella melodia. Non era più fastidiosa, ne avvertivo distintamente il significato anche se non conosco l’arabo o quale altra cazzo di lingua fosse. L’ubriaco era il cittadino, assuefatto e sbronzo della fortuna che non sa di possedere. Il senso di colpa mi aveva fatto rimanere lì? Può darsi, ma ho altro di cui vergognarmi, mi son detto mentre chiudevo il mio ombrello comprato per pochi soldi.

Osservavo l’uomo che urlava, e pian piano son rimasto ipnotizzato dall’urlo cantilenante. Egli cantava per rievocare in quello squallido scorcio di una città straniera, in cui lui sarebbe sempre rimasto uno straniero, la sua patria e suoi dei. Non conoscevo la lingua ma mi son sorpreso ad annuire, a infondere mentalmente coraggio a quell’uomo, il cui canto raccontava la sua generazione ormai perduta, la sua speranza tradita. Siamo tutti nello stesso deserto, ma in troppi sono costretti ad una attraversata solitaria.

 

Categorie: Melaviv, Reporting, Storytelling | Lascia un commento

La lingua salvata

Un alfabeto diverso è un universo diverso. Non è soltanto una questione di linguaggio ma di simboli. Le parole, anche quando espresse in una lingua che non conosciamo, sono appigli per la nostra immaginazione, attirano il concetto che vogliono intendere, e dopo un po’ diventano un tutt’uno, entrando a far parte del nostro sfocato vocabolario. Di fatto, simboli così lontani dalla mia cultura mi obbligano a valutare l’ebraico in quanto suono più che linguaggio. E fin ora l’ho captato nelle più diverse sfumature: intime e confidenziali, accese o irate, talvolta sentimentali. L’ho scambiato per francese quando ho ascoltato una voce femminile alla radio, mi è sembrato russo avendolo sentito urlare in lontananza, mentre ogni giorno mi pare di percepire un’intonazione arabica nelle parole del mio coinquilino. Non mi era mai capitato di sentirlo cantato, non dal vivo almeno.

Il locale si raggiunge percorrendo un pezzo di strada diroccata e male illuminata: due o tre incroci a veloce percorrenza, pompe di benzina che paiono abbandonate, una periferia dall’aspetto pericoloso che stona un po’ con l’anima Bauhaus della città. Non conosciamo la strada ma abbiamo la percezione di dover seguire le persone che sbucano fuori dalle buie stradine, tutti presi alla sprovvista dall’improvviso freddo e dalla pioggia imminente – la prima dopo mesi di un estate che sembrava non dovesse finir mai. Camminare insieme a loro mi rende felice, mi sento parte di un flusso vibrante che scuote le notti di questa città, ogni notte. All’ingresso troviamo una folla inaspettata, calda, impaziente di entrare. Dopo la perquisizione di rito, che ci fa sempre un po’ ridere, riusciamo a strappare due biglietti al sold out iniziale. Mentre sono stretto nella calca continuo a sperare che quello che sto per ascoltare sia un gruppo strumentale, in cui chitarre e batteria abbiano la meglio su quelle parole che non sono in grado di capire. Entriamo dal retro, avanti non c’è più posto, e strette scaline ci portano al piano superiore del locale. In una luce gialla e fumosa, facciamo in tempo ad ascoltare il boato della folla che accoglie la band, che si sta presentando al pubblico in quello che sarà uno tra tanti intermezzi parlati. Lunghi, incomprensibili intermezzi parlati.

La storia dell’ebraico moderno è abbastanza stupefacente: dopo millenni in cui è sopravvissuto soltanto nei testi sacri, ancorato ad una vetusta terminologia biblica, esso è rinato grazie alla determinazione di un ebreo russo nato in quel punto sperduto dell’Impero che ora è chiamato Bielorussia, tal Ben Yehuda, un lessicografo ed editor di giornali. Suo figlio fu il primo parlante ebraico nativo della storia. Era il 1882 e il suo nome era Ben Zion, figlio di Zion. Fu infatti l’ideologia sionista  il catalizzatore principale della rivivescenza della lingua: il melting pot della diaspora avrebbe creato lo stato d’Israele, una lingua comune sarebbe stata necessaria. Furono inventati nuovi termini per descrivere una realtà affatto diversa da quella millenaria, e furono prese in prestito parole dall’arabo e dall’inglese.

Si spengono le luci degli assurdi lampadari retrò del locale, che sembrano arrivare direttamente dal salone di una residenza reale del Rinascimento, e le Girafot iniziano a cantare. La loro è una storia comune tra i ragazzi qui: vengono da un lungo viaggio itinerante in India, e col loro furgoncino hippie  hanno assorbito le influenze della musica indiana cantando ogni volta con artisti locali, suonando e improvvisando insieme a loro. Sembra che il loro primo intento fu quello di raggiungere l’uditorio israeliano, sparpagliato lungo l’intero sub-continente indiano, subito dopo gli attacchi terroristici a Mumbai. L’idea del viaggio nasce in questo modo, e così la loro musica assume nuove sembianze: il nucleo folk-rock figlio della cultura ebraica si mescola ad influenze indiane, e il risultato è strabiliante.

Tutti conoscono le parole, tutti cantano, la folla e la band sono un’unica entità. Mi dicono che ogni loro concerto è diverso da ogni altro per i monologhi e le improvvisazioni del carismatico cantante; l’attualità è declinata secondo i ritmi dell’assurdo e del non senso, una verità forse si cela dietro quelle parole. Riesco a percepirne poche: quelle essenziali della sopravvivenza e quelle ibride. In un monologo particolarmente acceso colgo un superfuckyou che era rivolto al governo di Netanyahu, e un superthankyou che era invece dedicato agli elicotteri americani che sono venuti in soccorso per domare le fiamme del monte Carmel nell’incendio che ha devastato il nord del paese un paio di settimane fa. Il pubblico è interamente assorto. Mi guardo intorno e vedo facce sorridenti, ci si scambiano segni di approvazione, si cantano quelle parole in un modo dolce, inusitato per una lingua con tante lettere aspirate, e si balla sui momenti più psichedelici di alcuni brani. Mai come questa volta, provo un enorme dispiacere nel non comprendere le parole – anche se la gran parte dei concetti ci viene tradotta da una piacevole compagnia – e questa volta il dispiacere non deriva dalla sensazione di stare perdendo qualcosa di essenziale, quella comunicazione primaria con la quale entriamo in contatto con le persone in prima istanza, ma un qualcosa di più profondo, che scava la superficie delle frasi di rito che scandiscono la convivenza comune e i rapporti formali. Due ore e oltre passano velocemente, il concerto è finito e tutti aspettano il bis. Dopo un po’ i 5 componenti rientrano, e il cantante inizia a dialogare con il pubblico: mi dicono che vuole captare l’umore della platea e decidere insieme agli spettatori gli encores. Le luci si spengono di nuovo, tutti tornano in silenzio in attesa di intonare la prima strofa. Io resto in silenzio, ovviamente, ma paradossalmente vicino a quell’universo così lontano.

Categorie: Melaviv, Reporting | Tag: , , , | Lascia un commento

La vita è altrove

Una notte ho sognato la rivoluzione. Era giovane e bella e cantava poesie. Poi mi sono svegliato e ho trovato una sua vecchia foto che non credevo di avere. Ricordo di aver pensato: chissà come sarà invecchiata. Ho avuto l’istinto di riaprire il libro di poesie e ho trovato un verso che diceva: la vita è altrove. Ho impiegato anni a cercare l’altrove, ma era indefinito e lontano. Sono tornato a casa, non tra le mie vecchie quattro mura ma da qualche parte dentro di me dove un me esisteva ancora, e ho capito che l’altrove poteva esistere solo in quel verso. Ho provato a spiegarlo al mondo: l’ho scritto in rima e cantato, ho ciclostilato manifesti e li ho appesi ai muri, ho messo messaggi in bottiglia, ho mandato telegrammi e dipinto quadri, l’ho urlato da altezze improbabili e da oscuri sottoscala. A nulla è servito. Il mondo non voleva capirlo. Una grande malinconia si impossessò di me, la notte non sognavo più e non trovavo più i miei pennelli per colorare il mondo. Solo una notte sognai, e vidi la rivoluzione. Era vecchia e cadente, e mi diceva: la vita è ora. Allora presi ad uscire di nuovo, e urlavo ad ogni persona o cosa che incontravo: perché non me l’hai detto, perché non mi hai corretto? Ma nessuno rispondeva. Ripresi a dipingere, ripresi a sognare, ma sentivo un astio che mi covava dentro, e nessun passo era possibile senza che prima o poi risultasse falso. Poi un giorno ho riaperto quel libro, quasi per gioco. L’ho spolverato e l’ho sfogliato senza convinzione. A margine di un verso c’era una nota a matita, chissà di chi era. Diceva: la vita è tua.

Categorie: Melaviv, Storytelling | Tag: , | Lascia un commento

oggetto o quasi – part II

E dunque, strana sorte quella degli oggetti, sembrano avere un significato e forse ne hanno un altro. Viene il dubbio che non esistano affatto, che esistano solo gli uomini che li interpretano e che assegnano loro un posto nel mondo. Come per le religioni e i loro dei: gli uomini che li hanno creati hanno detto in loro vece ciò che sembrava giusto, e gli uomini che li hanno interpretati hanno fatto dir loro ciò che non volevano dire. Talvolta i significati si incrociano: le luci che si accendono sul menorah in occasione dell’Hanukkah sono le stesse luci dell’albero di Natale? Luci dotate di un qualche significato religioso, ove si riesca a mettere da parte la vulgata consumistica che si è appropriata di entrambe le festività cristiane ed ebraiche, luci che riscaldano e non accecano. Luci e stelle, in queste notti ancora fulgide. Risplende la stella di Davide in vernice blu sulle saracinesche dei negozi, un oggetto che non esiste e che eppure è presente, mentre la stella che di solito si mette in cima all’albero è quella di Betlemme, direttamente da quella scena della natività che si svolse proprio nel cuore di questa terra ma che ora appartiene ad una dimensione altra. Significanti uguali per significati contrapposti, è questo quello che volevano i loro dei?

Domande inutili, esistono solo gli uomini che se le pongono. Piccoli alberelli di plastica spuntano nelle vetrine di negozi di elettronica, come se quell’abete finto fosse un gadget folcloristico che una città che non dorme mai non può farsi mancare. E grandi candelabri si ergono sui tettucci di camioncini sgangherati, in cima a scrostati condomini, di quelli che pensi appartengano ad un’altra epoca e sono lì in attesa che qualcuno dica loro che il tempo è passato. Nessuno si affaccenda per le strade in preda alla foga di comprare regali ma tutti, anche i non osservanti, assolvono al piccolo compito di accendere una candela, una in più del giorno prima e una in meno del giorno seguente, ed è un piccolo momento di raccoglimento che sembra valere tanto. Non ci sarà nessuna vigilia, qui. Il momento estatico del Natale è sostituito dalla semplice cerimonia degli otto giorni di Hanukkah – con le radio che intonano la classica canzone rivisitata in chiave jazz, con i vicini di casa che si scambiano i sufganiot, i bomboloni ricolmi di crema – o forse dalla grande catarsi collettiva di ogni Shabbat. Tutto sommato, non è nemmeno una delle feste principali. Che sia stata colpa della presenza ingombrante dell’immaginario natalizio, preponderante nel mondo occidentale al quale Israele di fatto appartiene, come stile di vita e come aspirazioni?

In certi casi i mondi si incontrano: bambini che intonano le canzoni natalizie, attendendo un Babbo Natale un po’ in anticipo sui tempi, mentre accendono le piccole candele con la mano tremante. Tutto intorno è un’atmosfera un po’ irreale, un po’ fittizia: forse è la naturale convergenza di due mondi che si trovano a convivere quasi per caso. Ci si scambiano doni e non si sa se per il Natale o per l’Hanukkah. Oggetti, ancora una volta, ma anche qui le persone sono di gran lunga più importanti.

Categorie: Melaviv | Lascia un commento

oggetto o quasi – part I

La nebbia mattutina si dirada man mano, la solita incoscienza prende il sopravvento. Di notte sogno e mi avvicino sempre più a quello che sono realmente, ciò che mi governa o ciò che sopprimo con forza involontaria. Immagini di scene appena vissute che sembrano far parte dei miei ricordi di una vita più lunga, probabilmente mai vissuta, si mescolano a desideri, paure, fantasie. Poco alla volta realizzo dove sono, riconosco gli oggetti della mia nuova vita: le poche cose che mi sono portato, cose insignificanti nella vita quotidiana ma che adesso sono tutto quello che ho, ogni cosa con un ruolo ben preciso, un simbolo che scandisce una parte del mio giorno; altre cose che ho raccolto per strada: manifesti, cartoncini, mattoni dipinti a mano, strane monete, accendini che non funzionano, pubblicità di locali in cui non andrò mai, una riga e una confezione di post-it; altri oggetti che sono stati riclassificati: il ventilatore è in realtà un armadio, la valigia un cassetto, il sacchetto di mandorle un sapore che mi ricorda casa e la possibilità di farvi ritorno, le pareti la mia nuova geografia con mappe e fantasiosi disegni. Per terra giornali e libri usati comprati su bancarelle. La nebbia è andata via, la musica comincia a suonare, aspetto che The great gig in the sky finisca,  mi affaccio alla finestra e osservo quel che resta del giorno.

Categorie: Melaviv | Lascia un commento

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: