Travelling

Il viaggiatore immorale

Viaggiare è immorale, diceva Weininger viaggiando; è crudele, incalza Canetti. Immorale è la vanità della fuga, ben nota a Orazio che ammoniva a non cercare di eludere i dolori e gli affanni spronando il cavallo, perché la nera angoscia, dice il suo verso, siede in groppa dietro il cavaliere che spera di farle perdere le proprie tracce. L’io forte, secondo il filosofo viennese presto stroncato dalla convivenza con l’assoluto, deve restare a casa, guardare in faccia angoscia e disperazione senza volerne essere distratto o stordito, non distogliere lo sguardo dalla realtà e dal combattimento; la metafisica è residente, non cerca evasioni né vacanze. Forse talora l’io resta a casa e a viaggiare è un suo sembiante, un simulacro simile a quello di Elena che, secondo una delle versioni del mito, aveva seguito Paride a Troia, mentre la vera Elena sarebbe rimasta, per tutti i lunghi anni della guerra, altrove, in Egitto.

Weininger denunciava nel viaggio la tentazione dell’irresponsabilità; chi viaggia è spettatore, non è coinvolto a fondo nella realtà che attraversa, non è colpevole delle brutture, delle infamie e delle tragedie del paese in cui s’inoltra. Non ha fatto lui quelle leggi inique e non ha da rimproverarsi di non averle combattute; se il tetto di una notte crolla ed egli non ha proprio la disgrazie di restare sotto le macerie, non ha altro da fare che prendere la sua valigia e spostarsi un po’ più in là. In viaggio si sta bene perché, a parte qualche sciagura, terremoto o disastro aereo, non può veramente accaderci nulla; non si mette in gioco la propria vita.

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L’avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o l’incapacità di amare e costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell’esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all’errore, alla sopraffazione e all’aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante – per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli – e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall’intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente – immoralmente, secondo Weininger – al fluire delle cose.

C’è un’altra immoralità del viaggio, la chiusura dinanzi alla diversità del mondo. Il viaggiatore mitteleuropeo è facilmente un Ulisse in veste da camera, come ha scritto Giorgio Bergamini, uno che vorrebbe navigare fra una poltrona e una biblioteca, sul blu oceanico dell’atlante piuttosto che su quello delle onde; uno per il quale l’infinito è il segno matematico dell’infinito. Chi viaggia sulla carta si disabitua impercettibilmente alla vita e rivolge le proprie passioni al grafico della vita, alle curve statistiche dei suoi fenomeni; diviene un uomo senza qualità per il quale, scrive Musil, la verdura in scatola diventa il vero senso della verdura fresca.

Anche quando viaggia nel mondo, il viaggiatore conserva tale tendenza ad abbottonarsi bene il pastrano e ad alzare il bavero, quasi a porre una difesa fra sé e le cose. Per fortuna pure i viaggiatori danubiani amano il mare e forse, come quelli del mio Danubio, attraversano le grandi pianure della Mitteleuropa sotto cieli pesanti soprattutto per raggiungere il mare. È sulle rive del mare “inesplicabile”, come lo chiamava Camoes, che s’incontra il respiro largo della vita, che apre alle grandi domande sul destino e al senso del bene e del male; il mare pone a confronto con l’ambiguità, invita a sfidarla – sul mare immortale, scrive Conrad, si conquista il perdono delle proprie anime peccatrici. Al mare ci si spoglia, ci si toglie le soffocanti difese e ci si apre a ciò che sta davanti. Anche questa è la salvezza del viaggiatore, il quale pure sul lastricato delle città o sulle montagne si sente sulla traballante tolda una nave sbattuta dai marosi, arca precaria o salvifica.

Crudeltà del viaggio, ammonisce Canetti: il viaggiatore guarda al mondo con curiosità ed è in qualche modo propenso ad accettare ciò che vede, anche il male e l’ingiustizia, a conoscerli e a capirli piuttosto che a combatterli e a respingerli. Il viaggio nei paesi totalitari, ad esempio, è sempre un po’ colpevole, una complicità o almeno neutralità di fatto nei confronti delle violenze e delle infamie celate dietro i villaggi Potemkin che si attraversano e dove si trova ospitalità. Eppure, a poco a poco, il viaggiatore scopre, è costretto a scoprire la fraternità e il comune destino del mondo, a sentire che il mondo intero è la sua casa e che solo questo sentimento rende vero il suo amore per la casa lasciata al suo paese, che altrimenti sarebbe un orrido e regressivo feticismo.

Come per il vagabondo buonannulla di Eichendorff, amore delle lontananze e amore del focolare coincidono, perché in quel focolare si ama pure il vasto mondo sconosciuto e in quest’ultimo si coglie, anche nelle forme più diverse, l’intimità del focolare. Dante diceva che bevendo l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma che la nostra patria è il mondo come per i pesci il mare – ognuna delle due acque, da sola, è insufficiente e inquinata. Viaggiare insegna lo spaesamento, a sentirsi sempre stranieri nella vita, anche a casa propria, ma essere straniero fra stranieri è forse l’unico modo di essere veramente fratelli. Per questo la meta del viaggio sono gli uomini: non si va in Spagna o in Germania ma fra gli spagnoli o fra i tedeschi. “Legga letteratura di viaggio” diceva a un teologo Kant, che pure non voleva muoversi da Konigsberg.

Claudio Magris – L’infinito viaggiare

Categorie: Ritagli, Travelling | Tag: , , | 2 commenti

Brevi incontri con donne straordinarie

127
Quando Julie ha detto a Rosemary di essere nata e cresciuta a Norseman, appena sopra la piana del Nullarbor, la mia ospite ha avuto un sussulto. “Quella sì che è terra selvaggia”, ha detto stringendosi nelle spalle nel suo accento inglese posh che cinquant’anni di Australia non sono serviti a imbastardire. Rosemary e Julie si sono appena conosciute ma, come entrambe concordano, nulla avviene per caso. Nella sua casa piena di luce, e che pure lei definisce boring, Rosemary sembra aver bisogno di aiuto nel ripulire il suo piccolo bosco privato da tutti i rami e le foglie secche accumulatisi mentre era in viaggio. Julie fa molte cose: è cresciuta in terra selvaggia e abituata a sparare al proprio cibo. Ella chiama mate tutti gli animali che incontra per la sua strada, si prende cura di loro se sono feriti “o anche tristi”, ma non esitava a puntare il fucile contro l’abbondante selvaggina della vasta distesa di terra sopra il deserto del nulla. In questo periodo della sua vita Julie sopravvive facendo le pulizie. “Non ho bisogno di molto. Sono anzi felice di possedere poche cose. Le cose finiscono con il possedere te, e mi dà soddisfazione che quel poco che possiedo è di seconda mano ma perfettamente funzionante. Da quando decisi di andar via da Esperance molte cose sono successe, e ho persino vissuto per un periodo nella mia macchina. Sai come l’ho ottenuta, Alex? Chiedendola. Non sai quante cose ottieni se chiedi. Costava mille dollari, la metà dei quali ho ripagato lavorando. Per me non esiste lavoro abbastanza duro”.

Le due nuove amiche si perdono in lunghe conversazioni. Rosemary è un’artista. In ogni stanza c’è una libreria straripante, oggetti collezionati durante i suoi viaggi e i suoi oli su tela. Mi mostra la sua stanza dei giochi. “Ho dovuto aspettare una vita per averne una, ma ora finalmente mi diverto”. Quando mi fa accomodare nella mia stanza mi mostra i libri che ha messo sul tavolo. “Ho pensato che potrebbero interessarti”. Da quando avevo scritto a Rosemary di essere interessato alla cultura Aborigena, non solo lei si è prodigata ad ospitarmi, disponibile a condividere la sua esperienza di social worker in remote comunità del Western Australia, ma durante la nostra prima cena insieme ha fatto sì che si unisse a noi Richard, consigliere qui ad Albany. Richard ha portato un vino della Barossa Valley, e la sua voce pastosa durante il brindisi alla nostra conoscenza mi suggerisce che non è il primo bicchiere della giornata. E poi c’è Julie. Noi quattro provenienti dagli angoli più remoti della terra riuniti per una cena illuminata da poche candele, per parlare del nostro interesse comune. Julie rifiuta di toccare i nostri bicchieri, e dopo aver studiato l’agnello che era servito nel suo piatto per buoni due minuti, comincia a mangiarlo con l’aria di chi ha appena avuto una lunga battaglia interiore.

Il giorno dopo ci mettiamo in macchina. “Ti va una birra”? Julie sembra non badare troppo alle rigide regole australiane che, quando si tratta di alcol e guida, sono molto severe. Ma probabilmente qui, in queste lunghe strade semiasfaltate che portano da un piccolo centro all’altro, troppo preciso non lo è nessuno. Ci fermiamo ad un bottle shop e facciamo il pieno di Becks. Apro la sua con il mio accendino, prima che lei faccia saltare il tappo per aria – ne sono sicuro – con i denti. Sul cruscotto dell’auto sono riposti ordinatamente una piccola radio, un binocolo, una spazzola, un pacchetto con delle salsicce che di tanto in tanto spezzetta e butta indietro dove un barbuto cagnolino fa piazza pulita. Mi porta a Frenchmen Bay, guidando per il circuito della baia di Albany. Guidiamo per il porto, una volta il più importante di tutto il WA, prima che venisse costruito quello di Fremantle. Mi pare di essere in un loop ma non per la conformazione della baia, quanto piuttosto per le storie che si susseguono e che trovano un ulteriore senso successivamente in questo vasto e remoto stato. Da qui partirono le truppe Anzac per Gallipoli, Turchia, e la comunità ricorda i suoi caduti con particolare commozione. “La vedi quella lassù? È la prigione di Albany. Lì c’è mio figlio, è per lui che sono venuta qui, per stargli vicino. Una volta andavo a trovarlo due volte a settimana, ma da quando ho saputo che lo spogliavano nudo prima e dopo ogni mia visita, mi limito a telefonarlo. Così, per tenergli su il morale. Potrei anche tornare ad Esperance ma troppe brutte cose sono successe laggiù, e credo che la mia presenza qui significhi molto per lui”.

Prima di riaccompagnarmi da Rosemary decide di passare per casa sua. Il posto sembra essere stato occupato abusivamente nel giro di una notte. Mi mostra i suoi strumenti musicali, i suoi disegni. Sono incuriosito da uno, in particolare. The Italian chef, si chiamava. Raffigurava un pescatore dai tratti mediterranei in piedi sulla sua barca, in mezzo al mare, aspettando di tirar su la rete o scrutando la rotta. Julie doveva aver capito il lampo nei miei occhi, perché un altro si era acceso nei suoi. “Puoi prenderlo, l’ho fatto per te.” “Ma se ci siamo appena conosciuti” faccio io, e lei mi risponde che evidentemente aveva avuto quell’ispirazione in previsione del nostro incontro, e che la cosa più giusta era che mi prendessi il disegno. Il ragionamento mi parve a suo modo logico.

Ad Esperance ci sono rimasto tre mesi. Julie aveva detto che quando scopri il suo mare non puoi fare a meno di esserne hooked. Riguardo le fotografie di quei giorni e mi viene in mente che questa è una bella risposta a chi mi chiede dove sono stato, in quasi un anno. Vedi – d’ora in poi risponderò – non sono tanto uno da sightseeing. Ho fatto i miei viaggi dove un giorno dormivo in un posto e il giorno successivo chissà, ma ora sono un po’ stanco. Non di viaggiare, ma dell’evanescenza di esperienze forti che non hanno il tempo di sedimentarsi. Ora viaggio così: mi stabilisco in un luogo per qualche tempo, cerco di conoscere i locali, ascolto le loro storie e con esse mi pare che il mio viaggio non si limiti lì dove termina il mio sguardo.

Julie è stata la prima di una serie di donne straordinarie che ho conosciuto qui. Scriveva Chatwin nel suo The songlines: “One commonly held delusion is that men are the wanderers and women the guardians of hearth and home. This can, of course, be so. But women, above all, are the guardians of continuity: if the hearth moves, they move with it. In Australia, women are the driving force behind the return to the old ways of life. As one woman said to a friend of mine, women are ones for country.” Mi accorgo che tra le foto che ho di quei giorni, in soltanto una appare Julie, ed è di spalle. Mi doveva accompagnare alla stazione da dove avrei preso il bus per Esperance, e stavamo fumando l’ultima sigaretta sul pontile di Albany. A un tratto, la piccola scialuppa di un pescatore dalla barba bianca appare all’orizzonte. Julie cammina lentamente fino alla fine del pontile, e da lì aspetta che gli sbuffi del motore portino la barca ad attraccare. Julie rimane ferma tutto il tempo mentre il vento le scuote i capelli, e il pescatore ride di gusto. In macchina poi parlammo di tutt’altro, e ricordo che, una volta nel bus, mi piacque pensare che la bruschezza con la quale mi aveva augurato l’addio non era dovuta ai modi di chi è cresciuto in terra selvaggia, bensì all’impazienza di tornare su quel pontile dove ad attenderla c’era, chissà, un capitolo felice della sua vita.

012

 

Categorie: Downunder, Travelling | Tag: , , , , | 6 commenti

Anzac Day, il 25 Aprile australiano

Ogni tanto mi ricordo che il portale ANordestdiche mi dà l’occasione di pubblicare qualche articolo da questo pezzo di terra sottosopra nel quale sono da quasi un anno, ormai. Quale migliore occasione di questa giornata per provare a raccontare cosa significa il 25 Aprile in Australia? Per chi fosse interessato, quindi, è possibile leggere l’articolo qui.

In questo spazio più personale voglio invece aggiungere le sensazioni che ho provato questa mattina, quando all’alba ho partecipato al Dawn Service. Era ancora buio quando le prime parole dell’inno australiano risuonavano sul Five Rivers Lookout, punto di confluenza dei grandi fiumi che si incontrano nel Cambrige Gulf. Siamo nel Kimberley, a ridosso del Northern Territory. Lo scenario era drammatico, e la stessa transizione dal buio alla luce conferiva a quella che dopotutto è una normale cerimonia di alzabandiera l’aura di un accadimento.

Non mi dilungo molto, e per una volta lascio parlare poche, sfocate immagini. Quello che voglio dire è che nonostante la tristezza di non potere essere in madrepatria e festeggiare la ricorrenza che sento più mia, in quanto Italiano, ho avvertito una sensazione di pace nel notare i volti delle persone che seguivano attente una cerimonia che non è strumentalizzata da nessuna fazione politica, sulla quale c’è una memoria condivisa e che, soprattutto, serve da monito alle future generazioni per far sì che tali orrori non accadano più. Ho potuto constatare, seppur in minima parte e con l’ausilio di racconti e testimonianze, quello che mi era stato raccontato: che qui il 25 Aprile è la festa di tutti.

Categorie: Reporting, Travelling | Tag: | 7 commenti

Lo Zen e l’Arte della Manutenzione del Cesso – Prologo

159

Tutto quello che so l’ho imparato a mie spese. Attento ai tuoi desideri, potrebbero avverarsi. La voce di Tim e gli accordi della sua chitarra fanno da contraltare al frinire delle cicale. Quando riceve la telefonata di sua moglie Jacqueline – la prima persona che avevo contattato per organizzare la mia esperienza in una organic farm – il trillo del telefono mi riporta alla realtà. Attorno alla fattoria di Tim ci sono chilometri e chilometri di nulla. Il centro abitato più vicino è Esperance, a un’ora e mezzo di macchina (nell’outback la distanza non si misura in spazio ma in tempo, oppure in cartoni di birra, mi viene detto). Adoro Tim, i suoi modi gentili e gli occhi azzurri che si stringono in fessure quando sorride. Tim ha davvero bisogno di una cosa ed io sono qui per aiutarlo: un cesso, o meglio, un cesso con lo sciacquone. La sua famiglia è in arrivo dall’Europa e tutto ciò che è disponibile per il soddisfacimento dei bisogni primari è una tazza adagiata sulla precaria sommità di un pozzo scavato a mano, protetta da tre paratie di alluminio e coperta da un panno che non lascia filtrare gli odori dalla fogna. Un sistema che funziona con i ritmi e i numeri della vita quotidiana, ma non quando valanghe di figli e nipoti si apprestano a trascorrere le vacanze natalizie in fattoria. Peccato che io non sappia fare nulla. Come posso essere di alcun aiuto quando a malapena posso appendere un quadro che non abbia pretese di essere rimirato troppo a lungo?

Nonostante la disperazione di questi giorni solitari, sento che c’è dentro di me una fiammella. La osservo con la coda dell’occhio mentre la mia intera visione è centrata sul grande cielo sopra di me. Incredibile cosa può fare un cielo stellato all’anima di un uomo. Questa piccola fiamma di speranza che la mia vita è degna di essere vissuta, senza rimpianti e senza auto denigrazioni, è molto debole e ha bisogno di essere continuamente alimentata. Non riesco a comunicare bene con Tim e per questo mi sono dato il compito di manovale. Abbiamo iniziato e quasi finito il cunicolo lungo il quale passerà il tubo di scarico. Un lavoro moderatamente duro, reso però infame dal miliardo di mosche e formiche che sovrapopolano il cortile. Quando vado in città devo ricordarmi di comprare uno di quei cappelli con zanzariera incorporata. Con quello e con la barba lunga, vestiti da lavoro, guanti e piccone in mano, pelle bruciata dal sole, sono irriconoscibile. La nostra idea di cesso sarà realtà in due settimane. Costruire una casa, dice Tim, non è molto dissimile: si comincia con un’idea, la si smonta in piccoli sistemi e si rendono questi sistemi autosufficienti e funzionanti, capaci di resistere alle eccezioni che per loro natura vi sono insite. Solo alla fine si collegano i risultati pratici di queste idee con il mezzo di volta in volta più opportuno: tubi, cemento, legno, mattoni o ceramica. Poco importa, quello che conta sono le idee.

Chris è il ragazzo canadese che come me fa volontariato – wwoofing – in questa fattoria di mucche e agnelli. È davvero in gamba. Ha 26 anni ma sembra avere tante risorse. Lo immagino perso nel deserto, senza mezzi e con la sua sola intelligenza, e lo vedo tornare indietro sano e salvo, con il sorriso sulle labbra. In questi primi giorni di lavoro ho fatto quel che lui diceva. La mia coscienza fortemente illuminata dalla splendente solitudine dell’outback continua a dirmi che sono un incapace. È chiaro che non posso andare avanti così, devo prendere delle contromisure, quindi tanto vale ammetterlo una volta per tutte: non so fare nulla. Se mi perdessi nel deserto probabilmente avrei appena le energie per scavarmi una fossa. Non so nulla di tubature e di falegnameria, e va da sé che non so costruire un cesso. Mi verrebbe da dire che sono un fallimento, se non fosse che il vero fallimento è la paura di provarci. Di sera ho provato a fare la pizza, o meglio a dotare di una forma genuina l’ammasso di pasta che ci è stato comodamente restituito dal robot tuttofare Thermomix©. La giornata finisce improvvisamente, mentre penso che non sia possibile che in due settimane il nostro cesso sarà completo, e soprattutto non riesco a quantificare l’utilità del mio apporto.

continua


Categorie: Downunder, Travelling | Tag: , , , , | Lascia un commento

Storie di Freo

Stamattina mi ero svegliato infastidito dal gracchiare degli onnipresenti corvi e dalla musica proveniente dalla stanza di uno sconosciuto nuovo coinquilino. Seppure il silenzio è dentro se stessi che bisogna trovarlo, avevo bisogno di un qualcosa di meno astratto. E allora, non sapendo bene se mi sarei fermato su una spiaggia a trascorrere pigramente il mio giorno libero, mi sono ritrovato sul treno che mi ha portato a Fremantle. Ho sempre pensato – anzi, sono giunto alla conclusione – che un racconto di viaggio non deve essere una mera cronaca e una descrizione, per quanto accurata, dei luoghi in cui ci si imbatte. Dovrebbe piuttosto registrare le sensazioni che il luogo trasmette. Il racconto è una rappresentazione, non importa quanto veritiera: lo è per definizione. Anche il supporto della fotografia mi è sempre parso ipocrita, come a dire: questo è quello che ho visto, non è magnifico? Senza dubbio questo è a volte il metodo migliore, ma nel caso di Fremantle non mi pare funzionare. Certo, gli edifici vittoriani color pastello, oppure la Round House, l’edificio più antico di tutto il Western Australia, valgono una foto e una descrizione quanto più possibile oggettiva. Vorrei poter descrivere le stradine allegre e colme di cafe alla moda, oppure trasmettere la sensazione di pace che provo sedendo qui, sul molo che sorveglia una spiaggia desolata, nella baia abbracciata dal faro sul lungo pontile. Eppure, ciò che questo luogo rappresenta in prima istanza – ciò che evoca – è la sua storia.

Storie che si tramandano. George Kailis era arrivato qui nel 1914 da un’isoletta greca chiamata Kastellorizo. David Gilmour ha anche dedicato un pezzo a questo che deve essere un vero e proprio paradiso. Non doveva esserlo, però, negli anni prima della grande guerra. Greci, Croati, Portoghesi e Italiani – parecchi Italiani – compirono viaggi di più di 100 giorni a bordo delle prime navi a vapore. I più poveri dovettero imbarcarsi come equipaggio mentre per i più ricchi fu una lunga crociera. Tra speranze e malattie finalmente arrivarono, e a quel punto il destino tornò ad essere uguale per tutti: quella era la loro nuova vita e fu proprio Fremantle ad accoglierli. A quei tempi non esisteva ancora il lungo pontile e lo sbarco deve essere stato difficoltoso, se come probabile l’Oceano Indiano era in tempesta. Tutti avevano in mente le locandine che nella vecchia Europa dipingevano l’Australia come una terra fertile e ricca di opportunità. Eppure, quando arrivarono, furono in pochi a non provare una sensazione di smarrimento di fronte alle strade polverose e ai severi controlli della dogana australiana. Temevano che il sole inflessibile avrebbe desertificato anche le loro anime. Kailis evidentemente non si fece scoraggiare. In poco tempo divenne il primo distributore di pescato in WA, divenne presidente della comunità greca e ebbe il privilegio di incontrare la Regina nel 1956. Dopo 75 anni, il figlio di Kailis serve a locali e turisti il migliore fish and chips della città. Ora, la garanzia di freschezza e alti parametri di qualità mi hanno convinto a pranzare qui. Lo faccio in un momento in cui sono ossessionato dal dilemma dell’onnivoro selettivo, di cui vi parlerò un’altra volta. Il posto è anche famoso per il suo gelato al fish‘n’chips. Nonostante nutra un profondissimo rispetto per la storia di questa famiglia greca, ritengo più opportuno fermare qui le mie esplorazioni culinarie e dirigermi invece verso la Little Creatures Brewery.

Storie che si intrecciano. Il mare è il comune denominatore. Lo osservo mentre siedo all’aperto del patio della birreria. Lo spazio è conteso tra i tavoli e i banconi che servono per ospitare il mondo esterno e i barili e i macchinari per la fermentazione della birra. Tutto pare in perfetta armonia: il ronzare inconsapevole dei bollitori e il brusio della prima folla pomeridiana, rada e rilassata al ritmo della nuvolosa controra. Quando si confrontano le storie delle comunità Aborigene con quelle degli Australiani, non ha più senso parlare di immigrati di seconda o terza generazione, o di origini o di radici culturali. Per i nativi, coloro che sono arrivati a bordo di grandi navi saranno sempre – anche a livello inconscio – gli oppressori. La maggioranza degli immigrati venne dall’Italia, e la maggioranza di questi era di Capo d’Orlando e di Molfetta, città oggi gemellate con Fremantle. Tutt’oggi le loro vergini vengono portate in processione una volta all’anno per benedire la buona fortuna dei pescatori. Si venne qui per fuggire da qualcosa, ma non da tutto si poteva fuggire: durante il ventennio fascista i lavoratori italiani vennero internati e allontanati dalle corporazioni che pure avevano contribuito a fondare. I Britannici poterono così riaffermare la propria supremazia senza davvero meritarlo. Penso a queste cose e mi paiono non avere senso, fin quando William non viene a riprendersi il bicchiere. Ha i dread biondi, i pantaloni colorati e un’aria spiritata. Il dress code non deve essere molto stretto, qui. Non credo di avergli detto di avere mangiato dal greco ma lui sollecitamente mi dice di odiarlo. Aveva lavorato per più di dieci anni in un ristorante a conduzione familiare – un vero ristorante – e la vista del molo e la reputazione del proprietario che consegnava personalmente al cuoco, ogni mattina, il pesce fresco, erano valse una discreta fama. Fin quando non sono arrivati Kailis Junior e i suoi fratelli, e con un’offerta oscena hanno comprato tutto e piazzato il loro logo sugli ombrelloni. E cominciato ad usare i loro distributori.

William mi porta il secondo bicchiere e si fionda nell’area sabbiosa del cortile, dove due pargoletti si stavano disputando l’attenzione di una biondina  a suon di colpi di paletta. Quella che sto per bere è l’American Pale Ale della casa. Ha un colore chiaro e un sapore fruttato. Il luppolo proviene dagli USA, lungo la cui costa ovest tre ragazzi australiani viaggiarono per mesi verso la fine degli anni ‘90, facendo l’autostop da un posto all’altro, percorrendo lunghe strade come erano abituati a vederle nel loro continente: strade che parevano allargarsi man mano che si procedeva, per poi scoprire che era solo l’effetto della luce del sole, l’asfalto rovente che si dilatava e perdeva dentro un magma fumante. Nella loro peregrinazione senza meta si imbatterono in numerose piccole birrerie e avevano scoperto il gusto insolito della Pale Ale: fruttata ma amara. Gli australiani ne sarebbero andati matti. E così la loro birreria ha conosciuto un’inarrestabile fortuna nei dieci anni a venire, vincendo numerosi premi. Poi è successo che sono arrivati i Giapponesi, e pur non cambiando nulla è cambiato tutto. Il sapore della birra è per me straordinariamente ricco, eppure mi viene detto che una volta era diversa. L’espressione desolata non lascia dubbi: quella diversità che non c’è più è una perdita e non un’evoluzione. Magari i soldi orientali consentiranno alla birreria di tornare a contrattare una buona materia prima dalle terre statunitensi, ma ho l’impressione che sia meglio tenere per me quest’opinione: ci sono persone per cui una volta è sempre meglio. Ma la storia non è un processo lineare – si avanza a tentoni, si prendono decisioni e alcune sono giuste e altre sbagliate e altre sono condizionate dal puro caso – e allo stesso modo queste storie raccontano in maniera ambigua un futuro che non è all’altezza del suo passato. L’unico possibile, tuttavia, penso mentre finisco in fretta l’ultimo bicchiere. Gli avventori si moltiplicano e il cielo comincia ad imbrunire. Tra la birreria e la stazione c’è l’intera città di mezzo, e la percorro tutta – tra i cartelli luminosi che si stagliano nell’aria frizzante della sera – con passo leggero leggero.

Categorie: Downunder, Travelling | Tag: | 7 commenti

A day in the life

Mattino

Dalla mia finestra noto che un vento caldo spira forte e spazza via le nuvole anomale di questa primavera australe. È il mio compleanno e decido che mi concederò tanti piccoli festeggiamenti. Vado a far colazione in quel caffè art-decò dove si suonano cover jazz e funky di classici rock. Il barista ha l’aria di uno che non ha dormito la notte, e mi dice che una buona cover non dovrebbe mai essere troppo fedele all’originale bensì svelarne gli aspetti nascosti, soffermandosi su una sezione ritmica e/o melodica ed esaltarla, o renderla meno pervasiva. Ancora assonnato, leggo dei numerosi eventi culturali in atto in questo territorio – e non dico solo Perth perché qui si è in qualche modo consapevoli di quelle radici che si estendono per tutto il Western Australia, risalenti a un tempo in cui l’umanità “occidentale”, per come la conosciamo noi, ancora non esisteva. Mi viene in mente che forse è strano che ci sia questa consapevole e benefica apertura verso l’arte Aborigena e una discrepanza così evidente nelle vite quotidiane di due gruppi di persone o etnie evidentemente autonome e autoreferenziali, che non si incrociano mai, nemmeno per sbaglio. Eppure ieri sera, quando avevo deciso di festeggiare in anticipo offrendo una cena alle persone che mi avevano accolto nei miei primi giorni australiani, mi sono reso conto che questi schemi che funzionano a livello mediatico, come categorie informative, non sono sempre applicabili alla vita reale. Colei che mi ha ospitato per tre settimane, in nome dell’universale spirito di fratellanza di Couchsurfing (il motivo ispiratore di tutti i miei viaggi, inesauribile fonte di storie e persone per chi, come me, è talvolta troppo timido per lasciarsi andare all’incontro imprevisto), è ella stessa per metà di razza Aborigena. I miei sensi resi fluidi e senza veli da un indomito Shiraz potevano ora distinguere nella fisionomia del volto della mia amica la tipica asimmetria di un volto nativo, o meglio, la sua inusuale – per una mente occidentale – simmetria che andava a convergere nella forma del naso. Due mesi fa mi ero fermato al colore della pelle e all’accento bogan. E ancora, un mio amico gay mi diceva che una volta è uscito con un ragazzo Aborigeno, persona colta e adorabile, e che le sue ultime relazioni con WASP erano state tutte con personalità di tipo border-line, con il contributo di numerose dipendenze, non ultima la dipendenza dagli stereotipi culturali. E in generale mi pare che l’esperienza personale sia molto limitata, e che per pigrizia si plasma la propria opinione su un palinsesto culturale previamente costruito. I miei amici improvvisano una gara a Jenga, e la serata si è conclusa con noi che ci divertivamo come matti quando qualcuno faceva cadere la torre. I vini australiani sono molto buoni.

Pomeriggio

Nonostante trascorra molto tempo in solitudine, non mi sento affatto solo. Ho imparato a condividere quel che ho con le persone che, di volta in volta, reputo importanti. Sto capendo che in qualsiasi luogo possiamo realizzare il nostro sogno, se restiamo fedeli all’idea di noi stessi, se un’idea di noi stessi siamo arrivati non dico a possederla, ma ad immaginarla. Mi concedo un altro regalo, in questa giornata di sole così straordinariamente ricca seppur solitaria.  Ho comprato la mia adesione al Woofing Australia. Già immagino i miei futuri vagabondaggi per organic farms e comunità aborigene. Ma non voglio idealizzare, la realtà sarà necessariamente diversa da come la immagino in questo preciso istante. Imparare a pensare è un po’ come essere in grado di apprezzare il grado di vicinanza e lontananza da una ricostruzione oggettiva dei fatti, senza che il nostro uterino temperamento se ne senta coinvolto. La giusta distanza, e dunque il mito di ciò che verrà dopo è da allontanare. Quel che è certo però è che questa vita di città mi sembrerà uno strano sogno plastificato, la vita notturna popolata da esseri scalzi e disinibiti, il rapporto strano e a volte doloroso che hanno a volte gli australiani con l’alcol. Le strade bagnate: come avevo potuto non collegare l’aria eccessivamente calda dei giorni appena trascorsi e la serie di temporali in coda alle porte della città? Non andrò lontano nell’outback se i miei istinti e conoscenze primordiali e recondite non si riattivano. Eppure sarò via, e scriverò ai miei nuovi amici cartoline virtuali e già nostalgiche. Il poco tempo che il viaggiatore ha a disposizione acuisce la sua propensione al rapporto, che diventa fulmineamente passionale e altrettanto caduco. L’isola dei musei è per me l’epicentro magico di questa città, con i suoi muri parlanti, con le sue installazioni audio-visive, musei e scalinate colorate nella cui lunghezza è vergato un poema che prima o poi mi ricorderò di leggere, e con il suo spettacolo per bambini al quale, oggi, ho fatto troppo tardi per assistere. Sì, perché dopo la cena di ieri sera mi pareva che assistere a una piece teatrale dove si raccontava del Dreamtime aborigeno, del tempo della creazione del mondo dal punto di vista dei Nongaar, fosse un altro piccolo lusso prima di cominciare l’implacabile turno al ristorante. Ma sono arrivato tardi, le risate dei bambini già risuonavano nel villaggio costruito nel bel mezzo del polo museale, ed io non me la sono sentita di forzare gli eventi. Leggo la scritta reading helps kids fly. Mi ricordo che in fondo la suggestione non è troppo dissimile da quella italiana, il cui librarsi evoca l’eterea condizione di chi è immerso in una lettura appagante. Stasera, dopo il turno, offrirò una birra a chi si sarà attardato. Ho scoperto di recente che allo staff le birre costano due dollari e cinquanta. Potrò quindi fare una bella figura senza troppe dispersioni di valuta.

Sera

Questa città è così piccola. Chi arriva qui e non conosce null’altro di questo continente, la odia con tutto il cuore, mentre  a chi ha girato in lungo e largo questo presunto equilibrio perfetto non sembra vero. Attorno al chioschetto di Devis gravitano italiani. A prima vista non li si riconosce, quando si cammina per la strada. L’aneddoto che va per la maggiore è quando uno di loro commenta una ragazza con qualcosa del tipo ammazzachefregna!, e la risposta è stata un secco sò de Roma! A volte provo il piacere di andare più a fondo coi ragionamenti, come quando ho detto alla francese che forse gli orientali non ci ringraziano non perché sono rudi o ineducati, probabilmente la loro cultura non prevede un atteggiamento deferente verso il servitore, se loro fossero al nostro posto non si aspetterebbero nessun ringraziamento. Ogni occasione in cui il nostro ego è braccato dalla routine e dallo stress e dalla frustrazione è un’occasione per provare a divergere da quella modalità di default sulla quale siamo tutti settati: quella dello sfogo rancoroso ed egocentrico, quella dello sguardo cieco rivolto a chi ci circonda, appigliandoci agli elementi più facili per poter costruire quel giudizio che, nel nostro mondo, e solo nel nostro, avrà funzione assolutoria nei nostri riguardi. Scegliere cosa pensare. Cosa pensare allora della mia gelosia, del mio amor proprio ferito nel notare attenzioni non ricambiate? Provo a razionalizzare: troppi occhi ammalianti e troppe mani sottili e misteriose e troppe risate contagiose e ingenue e troppi gesti timidi eppur sensuali si possono trovare in giro per questo mappamondo per potere soffermarsi solo su quelli di lei. E poi mi sembra di non essere andato tanto a fondo, perché razionalizzando ancora mi accorgo che di occhi e di mani e di timidi gesti voglio solo quelli di lei. Ma ce ne andremo, non sempre le partenze nell’aria danno corpo alle scintille, qualche fuoco è destinato a rimanere fatuo. Javier, il cuoco argentino, insiste nel reclamare 50 dollari per vendermi la sua ricetta delle empanadas. Gli propongo allora una birra, a lui e alla sua ragazza, e l’affare è fatto. Finisce però che la birra andiamo a prendercela in un locale che stava per chiudere, dietro il cui bancone del bar si estende uno specchio che riflette le nostre stanchezze. Finisce però anche che la compagnia è stata più piacevole del previsto, anche perché c’è lei, finisce che, retrospettivamente, l’unico modo per festeggiare questa giornata non poteva che essere noi quattro, in quel luogo, a raccontare di pellegrinaggi e nostalgie di casa.

Notte

Ho felicemente ripreso a fumare. Non capisco chi dice che smettere è difficilissimo, io l’ho fatto migliaia di volte. Forse ciò che mi mancava era una scusa per affacciarmi di notte fuori al mio giardino e guardare il cielo. Mi ripeto che quando tutto questo finirà non ci sarà nessuna commemorazione tardiva, nessuna retrospettiva delle solitarie camminate verso casa dopo il lavoro, guardando il cielo e provando senza successo a nominare le stelle che puntano a sud, e nessuno struggimento per quelle risate che erano spontanee e che a volerle ricreare ci sarebbe sempre un qualcosa che andrebbe storto. Perth mi sta dando qualcosa e altro si sta prendendo. Quando sarà alle mie spalle, la celebrazione della magia che ho raccattato, spesso per caso, nelle sue strade e nei suoi locali, e lo spauracchio e la frustrazione di giornate senza sapere cosa fare o senza voglia di fare, avverrà così, alla giusta distanza. La tradizione yogica si e’ concentrata sul saluto al sole, nelle ore dell’alba ancora non troppo calde e luminose, quasi a suggellare l’ottimismo e l’apertura ad una giornata ancora da venire , il prologo all’ennesima danza del nostro astro attorno alla fonte di vita primigenia. Salutare la luna significherebbe invece abdicare alle tenebre che irrevocabilmente sono tornate, contro cui il nostro satellite è l’unico baluardo. Significa farlo quando il nostro corpo e’ spossato e quando probabilmente le promesse della mattina si sono diluite in qualcosa di diverso, non necessariamente peggiore ma aventi un’altra fisionomia. Nonostante tutto, salutare la luna sarebbe un atto di profonda gratitudine e di accettazione per quello che la giornata ci ha regalato, un momento di raccoglimento che guarda verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Ripenso a tutti i sorrisi che potevo dare e che non ho dato, a tutto il conforto che potevo ricevere e che non ho accettato. Salutare il sole ti carica dell’aspettativa positiva di riuscire ad essere la persona che vorresti. Salutare la luna significherebbe accettare il fatto che, da qualche parte, potremmo aver fallito, e questo è il primo passo consistente che faremmo verso il più grande e utopistico proposito. Aggiungere ora che prima di andare a letto il mio sguardo incrocia una stella cadente potrebbe suonare come un happyending un po’ forzato, ma è quello che è successo. Non so voi, ma i desideri che ho espresso in passato quando mi imbattevo nella magia del cielo erano tutti incentrati su di me. Questa volta ho fatto mio l’augurio che i miei amici mi hanno recapitato dall’altra parte del mondo: sono felice se le persone che amo sono felici. Perché alla fine questo è stato un giorno come un altro, però ho capito che crescere significa condividere quello che hai con le persone che reputi di volta in volta importanti.

Categorie: Diario notturno, Downunder, Riflessioni, Travelling | Tag: , | 7 commenti

Extraviados

Gli extraviados sono i persi in giro per il mondo,quelli colti dalla febbre di vedere e toccare con mano i pezzi di umanità che li circondano. Sono quelli che si trovano in capo al mondo per scelta, perché fare quella scelta è una necessità. Sono solitari che amano le persone, le amano a tal punto che poi sono costrette ad abbandonarle. Per loro non è importante possedere oggetti ed eppure, anche senza di questi, hanno una loro propria identità. “La mia patria è il mondo intero”, direbbero, e conoscendoli si capirebbe che fanno sul serio. Non si preoccupano del futuro perché troppo impegnati a vivere il presente. Hanno anche un buon rapporto con il passato perché non lo rinnegano. Sono quelli che non spariscono ma si confondono tra la gente, e se non li si trova è perché li si cerca nel posto sbagliato. Degli extraviados la società è solita preoccuparsi. Per loro non c’è un posto preciso, non rientrano in nessuna categoria o forse rientrano in troppe. Loro talvolta ci pensano, si fanno prendere dalla nostalgia e dal senso di colpa, se sia giusto essere nostalgici di un luogo che si abbandona per scelta, di un ruolo che non hanno mai davvero ricoperto, e per un attimo viene loro in mente di tornare, eleggere un domicilio, pagare le bollette e comprare un nuovo televisore. Ma poi si affacciano dal finestrino e non ci pensano più.

Nella versione aggiornata della pagina about un piccolo retroscena su come questa parola è finita nel mio immaginario.

 

Categorie: Diario notturno, Riflessioni, Travelling | Tag: , | 1 commento

Appena arrivo

Sono in Australia da due settimane ma non sono ancora atterrato. Sono rimasto là dove la terra rossa accennava ad iniziare, rompendo la monotonia azzurra dell’Oceano Indiano. Sono rimasto là ad osservare le infinite strade rettilinee che si perdevano nell’orizzonte, mentre l’aereo dolcemente guadagnava quote più basse nel bel mezzo del nulla. Poi sparute città, poi sobborghi ordinati, poi i grattacieli della city, e poi l’aeroporto e poi poggio il piede su questa terra che non so per quanto tempo mi ospiterà.

Sono in Australia da due settimane ma sono rintanato in una città costiera, la prima che si trova venendo dai vecchi mondi. Perth è la capitale del Western Australia, la più isolata al mondo, più prossima alle città asiatiche che alla capitale della nazione che la ospita. Non mi sono spostato un granché: sto qua ad osservare, impaurito a tratti, osando un’affacciata sulle spiagge bagnate da quell’Oceano infestato da squali. Non sono realmente qui, l’Australia è l’outback, la natura selvaggia, e io sono in una città come tante.

In realtà non proprio come tante. Perth cresce ad un ritmo superiore a quello cinese, qualunque cosa questo voglia dire. Scheletri di grattacieli già osservano la città con boria, recintati da palizzate le quali assicurano che, nel frattempo, business as usual. In una città dove i concetti di antico, storia, tradizioni si fermano al XIX secolo non è difficile immaginare la propensione allo sviluppo. I nuovi lavori avranno anche l’effetto di restituire il fiume Swan alla città, permettendo la loro ricongiunzione. I locali non capiscono, dicono che giunti, fiume e città, non lo sono mai stati. Chissà che gli amministratori non si siano riferiti ai tempi remoti in cui i coloni inglesi erano ancora da venire, quando i nativi vivevano effettivamente nella comunione dello spirito della terra e quello dell’acqua.

Terra. Le canzoni degli antenati cantavano e descrivevano la terra, tracciando i percorsi che ogni uomo era tenuto a percorrere. Ben più di una terra promessa: nonostante le infinite distese di questa che rimane un’isola, le leggi di natura dicevano che questa era l’unica possibile, l’unica che era dato a loro comprendere. Ma non ne so molto, leggendo non si impara granché, ci sarebbe da addentrarsi e io sono fermo qui sulla costa, vicino alle acque furenti.

Acqua. I sea gypsies non hanno una patria, sono apolidi del mare. I Bajau Laut vagano per le acque del nord  dell’Australia, la loro barca come casa itinerante, porto e insieme scialuppa. Se vengono sulla terraferma è solo per vendere il pesce ingegnosamente pescato, e in fretta: se li fermano rischiano di essere cacciati. Da dove? Anche se non hai nulla c’è sempre un modo per espropriarti, anche se non hai un luogo dove andare è sempre possibile cacciarti via. E loro vagano, intere famiglie su una barca, vivendo a stretto contatto, i più grandi facendo l’amore in silenzio.

Tanto da scoprire ma io non so nulla, capto storie, leggo un po’ ma leggendo non si impara granché, faccio domande e talvolta c’è qualcuno che mi ascolta davvero e che mi risponde. Forse è il caso di affacciarsi su quelle acque, di vagare per quelle strade, di camminare come un equilibrista sul filo della frontiera. Ma non sono ancora arrivato, appena arrivo lo faccio, giuro.

Categorie: Downunder, Travelling | Tag: , , | 7 commenti

continued: Il termine dell’Europa

Mentre nel bus osservo i Paesi Bassi estendersi in lunghezza sotto l’irrevocabile grigio di quel lunedì mattina, ripenso alla pedalata dalla barca fino in città. Fintomi un pendolare, mi districavo tra gli incroci ora divenuti familiari. Raggiungere casa di Victor per rendergli la bici era stato perfettamente naturale, e anche il fatto che lui mi invitasse ad entrare era abbastanza prevedibile. Inaspettata è stata invece la sua faccia assonnata che mi diceva, quasi scusandosi, che l’app a cui aveva pensato esisteva già, e che quindi ora poteva dirmela. Ci ripensavo e ridevo, ora che ero finalmente in bus, pensando alle corse che avevamo fatto con la sua macchina per rimediare al tempo perduto per progettare fantastiche e profittevoli partnerships per esportare l’idea in Italia, almeno là. Durante quel tragitto nel ring di Amsterdam, tra i pochi pendolari che non avevano il lusso di una bici, avevamo progettato per filo e per segno i prossimi passi da fare: le analisi di mercato alla buona, se tra i nostri amici ci fosse il necessario know-wow tecnico (credo che abbia proprio detto “uao”), quanto pensavamo di poter guadagnare durante la fase di lancio dell’applicazione. Alla fine ci abbracciamo con la promessa di scriverci, e nel bus penso che forse sarebbe logico che non ci sentissimo mai più, ma non avevo il tempo e la voglia di indugiare su quei pensieri. La prima parte del mio viaggio era definitivamente conclusa, ora mi aspettavano Bruxelles e alcuni ricordi di un po’ di anni fa.

In generale, Bruxelles mi è parso il luogo più adatto per sballarsi. Più di Amsterdam. L’austerità dei palazzoni e l’ampiezza dei viali a misura di SUV risulterebbero ben più psichedelici. Uno si ritroverebbe a fare le smorfie ai compassati funzionari europei, quelli che dietro le vetrate a specchio prendono scelte efficientemente razionali improntate al progresso e all’integrazione comunitaria. Un po’ come quella donna che in francese inveiva di fronte alla sede del parlamento della comunità fiamminga. Questo è un buon posto per impazzire, nessuno ci farebbe caso, si avrebbe anzi la compassione del pubblico pagante. Oppure uno andrebbe di matto come quelli che bivaccano nei dintorni degli atri dei grandi alberghi, quelli che dormono sulle rare panchine al centro dei Boulevard, quando i negozi sono chiusi e non ha senso per i poliziotti in bicicletta venire a farsi un giro. Sono magari quelli che, avendo lavorato per nove mesi qui in Belgio, adesso brindano alla salute dell’inesistente governo belga, che continua a garantire loro, in virtù di quel duro lavoro, un cospicuo vitalizio mensile. Mentre osservo i pesci saltellare allegramente sotto il sole che abbraccia di luce il Parco Leopold, una sorta di cortile privato alle spalle del Parlamento Europeo, dove i rappresentanti delle Nazioni vengono a mangiare il loro tramezzino gourmet, penso che questo è un vero viaggio al termine dell’Europa. Tutto dovrebbe cominciare qui, e invece ho la sensazione che, per chi viene da lontano e per chi ha circumnavigato il continente parlando con la sua gente, solcando le sue strade, nuotando nelle sue acque, qui tutto finisca, tutto faccia sentire più distanti possibile dalla sensazione di “casa”.

Non so se di questa città esista un’altra faccia, una nascosta. Se esiste, non merita certamente di essere eclissata dall’alienante mondo dell’intellighenzia europea. È una città con una sua propria bellezza e storia, punto di incontro tra due comunità che fanno finta di essere in pace, perché farsi la guerra mascherati da cavalieri dell’ordine dei templari o gilde o cricche di monaci cappuccini e trappisti alcolizzati dalle loro stesse birre suonerebbe ridicolo in questo secolo, passabile almeno di una sanzione da parte della Commissione. Al massimo ci si concede una sfilata una volta all’anno, bevendo birra in piccole coppe e finendo la giornata al Delirium Cafe, che non chiude mai e che è una sorta di non luogo dove perdere la cognizione del tempo. Siamo nell’Europa a due, tre, quattro velocità, questi hanno una marcia più alta, e prima che arrivi anche da loro il tempo degli scioperi e dei tagli e delle spending rewiew, probabilmente l’euro sarà solo un qualcosa da raccontare ai nipoti di chi sarà stato abbastanza fortunato o folle da averne. Qui l’ultima fotografia che racconta un’esplosione di rabbia risale al 1963, quando i cittadini sventolarono un vessillo durante una manifestazione fiamminga ad Anversa, in reazione contro l’impiego del francese nelle Fiandre. Un anno prima era stata adottata una legge che aveva stabilito le aree linguistiche di ciascun comune belga, facendo coagulare nel bilinguismo la comunità cosmopolita della sua capitale.

Davide e Irene hanno risolto la loro contraddizione principale che consisteva nel non trovare un punto fisico di incontro dove continuare congiunti le loro vite. Bruxelles è il luogo adatto, mi dicono, in tanti sono lì, ed effettivamente è strano che tutti e tre incontriamo persone venute dalle nostre terre. Qui si cercano tante cose: la fortuna, la stabilità, il prestigio. La strada delle istituzioni è grigia e silenziosa, di notte diventa deserta, le corsie preferenziali per le bici non sono affollate e sigle su sigle si rincorrono tra i numeri civici, quelle stesse sigle che risulteranno familiari a chi abbia provato, nel corso della sua precaria giovinezza, ad entrare in contatto – ad entrare! – nel dorato mondo della burocrazia europea. Racconto loro di aver appena terminato una simulazione di proposta legislativa al Parlamentarium, era contro l’inquinamento globale, all’inizio avevo dalla mia la popolazione e in seconda lettura anche il Consiglio si era mostrato entusiasta, ma poi qualcosa era successo e in terza lettura la seduta plenaria mi aveva bocciato la relazione. Questo sarà anche quel pezzo di mondo dove ci si può sentire a posto con quella parte di coscienza che reclama una realizzazione nella società, all’interno e al riparo di regole predefinite, ma è stato un bene che la Comunità Europea non abbia avuto la ventura di avvalersi dei miei contributi. Forse non tutti sono destinati a venire qui, penso, ed è strano pensare a come cambino le cose in mezzo secolo: dopo il disastro di Marcinelle nel quale persero la vita 136 minatori Italiani, l’Italia sospese l’invio di lavoratori verso altri paesi europei fino a quando non fossero migliorate le condizioni di lavoro.

Saluti finali

La suggestione di ciò che questo posto rappresenta è più forte di ogni tentativo di osservazione distaccata. Mi è stato impossibile rimanere per quel poco tempo a Bruxelles senza essere travolto da ciò che quella città rappresenta. Durante le mie visite nei luoghi di culto dell’integrazione europea rimango colpito da frammenti di discorsi, e faccio vivere quelle parole nella mia testa mentre cammino. “Occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa: un saldo stato federale”. A Spinelli hanno intitolato un’aula del Parlamento. Oppure Churchill, che diceva che “dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di recuperare le semplici gioie e le speranze che danno un senso alla vita”. Profezie la cui visionarietà è messa in pericolo nel presente di questo particolare momento storico, con le troppe falle che si stanno scoprendo su questa grande nave nella quale siamo tutti intruppati. E allora preferisco concludere il mio viaggio indietro nel tempo con parole che non giudicano e che non augurano ma che solo accarezzano un’idea distante. Diceva Camus: “Mi capita a volte, all’angolo di una strada, in quei brevi momenti di pausa dalle lunghe ore di lotta, di pensare a tutti quei luoghi in Europa che conosco bene. È una terra bellissima, fatta di sofferenza e di storia”.

Ma siamo tutti concentrati sulla bellezza del nostro incontro. Era un anno e mezzo che non  vedevo i miei amici, e ricordo ancora l’ultima notte a Tel Aviv quando vidi entrambi infilarsi nel taxi che li avrebbe accompagnati all’aeroporto. Entrambi rappresentiamo per l’altro un periodo delle nostre vite che è irrimediabilmente passato. Forse ci aggrappiamo l’un l’altro per preservarne il ricordo. Nel frattempo, quasi senza accorgercene, un’amicizia sincera è nata, inaspettata e per questo ancora più piacevole, proprio come questa giornata di sole qui nel cuore dell’Europa. Ci raccontiamo gli aneddoti di quella vita lontana e quelli dei viaggi che sono venuti dopo, e man mano che riavvolgiamo il nastro ci avviciniamo sempre più a quell’istante in cui ci eravamo ritrovati in quel pezzo di mondo. E adesso, che farai, ci chiedevamo a vicenda, come a dire: “dove ti rincontrerò?” Ed entrambi proprio non lo sapevamo, perché questo destino di andare in giro senza sapere il perché, sperando che la meta ultima si rivelasse magicamente, ce l’eravamo anche un po’ scelti. La scelta di scrollarsi di dosso l’Italia era stata ponderata e, per noi, perfettamente razionale. Non importa dove ci rivedremo, forse a Bruxelles, quando lascio una città penso sempre che un giorno ci tornerò a vivere, bella o brutta che sia, perché un luogo dove lo sguardo su te stesso diventa un po’ più consapevole merita sempre di essere chiamato “casa”. Almeno per un po’.

Categorie: Travelling | Tag: , , | 1 commento

Amsterdam, part V – Dissolvenza

Avevo immaginato un finale diverso per la mia ultima giornata ad Amsterdam: un sole che splendeva indisturbato e non quella pioggia quasi invisibile ma costante, e nemmeno quell’aria insolitamente fredda per essere la prima domenica a ridosso dell’estate, aria che poi si manifestava in rivoli di fumo quando andava a sfregarsi sulle increspate acque più calde del fiume; immaginavo Onno che tornava per la cena e anche Victor che si univa, io che lo chiamavo e noi quattro che cenavamo per la prima e unica volta tutti quanti insieme, come vecchi amici, a parlare di viaggi, di Amsterdam, di arte e di progetti folli, e a quel punto io che convincevo Victor a rivelare la sua idea e tutti avremmo riso, e lui non avrebbe capito il perché e avrebbe iniziato a ridere anche lui con noi, fino a diventare serio di nuovo e intravedere nei suoi occhi la consapevolezza di avere avuto l’intuizione giusta. Sognavo insomma più linearità e non una giornata frammentata come quella, ad inseguire panchine umide sulle quali riposarsi. Probabilmente, l’essere finito per caso a ridosso della Dam Square mi aveva messo di cattivo umore. Quei vicoli sordidi, la puzza di erba, la musica dei negozi, i gruppi di italiani strafatti. Ad Amsterdam questo mi è sembrato troppo facile e riduttivo, mi  è parso che ci fossero cose più importanti da fare e che la mia visione non avesse bisogno di essere ampliata.

Grazie ai miei ospiti, ho conosciuto pezzi di città e tramite questi sono giunto a un’idea più grande, che affonda le sue radici nella storia. La storia per capire il futuro, come abbiamo concluso la conversazione io e Marc dopo la sua cena a base di salsicce e sformato di patate con formaggio e verdure, e dopo la mia bottiglia di vino di Mendoza. Abbiamo parlato di aerei, treni, di energie pulite, di decrescita, della loro barca e dell’autonomia che hanno di una sola settimana: “con un contenitore d’acqua che devi rifornire di tanto in tanto ti rendi conto di quanto consumi e capisci che le energie e le risorse che hai a disposizione non sono illimitate.” In questo, l’olandese mi è parsa la figura più gentile e sobria e oserei dire stoica cha io abbia mai incontrato in giro per l’Europa. Vedere intere famiglie su una bicicletta, con padri e madri che scarrozzavano i loro bambini, resistendo alle intemperie, mi ha fatto pensare che questa è un’ottima immagine per  descrivere la loro perseveranza nell’aderire a standard di efficienza ed economicità. La direzione che una società prende è determinata dalle scelte politiche, e la classe politica è lo specchio dei cittadini. Allora non sorprende che l’Olanda sia all’avanguardia (nonostante le parole che i miei ospiti hanno pronunciato a sfavore, evidentemente sottintendendo tutto ciò di cui andare fieri) nel campo della legislazione sociale, delle energie pulite, della finanza (qui nacque il primo stock Exchange) e degli scambi commerciali. Osservando questi bravi e diligenti cittadini mi è venuto da pensare che essi meritano di stare là dove sono, di essere arrivati là dove sono arrivati, hanno il diritto di ricevere così tanto dalla società perché loro sono i primi a non tirarsi indietro.

E poi con Marc abbiamo continuato, e parlato di Europa, dell’euro, della guerra e ancora dell’immigrazione, di Primo Levi e della sua chiave a stella, e qui io vado in coperta a fumare e ad osservare i vapori quasi fluorescenti del fiume, e poi vado a fare i piatti e poi vorrei dormire e forse anche tornare a casa già l’indomani e rivedere tutti gli amici che ho lasciato lì, e se devo essere grato ai viaggi per un motivo è perché spingendoti lontano ti fanno apprezzare sempre di più ciò che ti sei lasciato dietro. Ma poi viene Onno, stanco e distrutto, che si concede un bicchiere di vino e inizia a parlare come se io non stessi dormendo, mi dice che è provato fisicamente e che, sebbene non abbia mai fumato, in quel momento si sarebbe proprio fatto una canna. “In Olanda è paradossalmente proibito coltivare erba ma è possibile possederla. Tipico di noi olandesi: concedere da una parte e negare dall’altra.” Effettivamente ero sveglio e mi stavo lasciando travolgere dalle sue parole. In un impeto di franchezza, pensando di poter parlare liberamente con quello strano ospite che per due notti aveva dormito nella sua barca, aggiunge che deve molto a Marc e che, dopotutto, di paesi come quello dove dichiarare liberamente la propria omosessualità non ce n’erano molti, e in quel frangente mi ricordo della storica fotografia che immortala due uomini olandesi unitisi in matrimonio, per la prima volta in Europa, e mentre penso a quelle cose un’altra eterea ora passa prima che in riva all’Amstel non si sentono più le cantate di Zachow e le chiacchiere di una compagnia improvvisata. E’ notte fonda, mi alzo per abbracciarlo e per ringraziarlo. Mentre spengo la luce del lumetto mi affaccio per un’ultima volta da uno degli oblò e vedo i vapori del fiume che continuano a mulinellare nell’aria e penso che la dissolvenza sulla prima parte del mio viaggio era già cominciata.

Categorie: Travelling | Tag: , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: