Reporting

Anzac Day, il 25 Aprile australiano

Ogni tanto mi ricordo che il portale ANordestdiche mi dà l’occasione di pubblicare qualche articolo da questo pezzo di terra sottosopra nel quale sono da quasi un anno, ormai. Quale migliore occasione di questa giornata per provare a raccontare cosa significa il 25 Aprile in Australia? Per chi fosse interessato, quindi, è possibile leggere l’articolo qui.

In questo spazio più personale voglio invece aggiungere le sensazioni che ho provato questa mattina, quando all’alba ho partecipato al Dawn Service. Era ancora buio quando le prime parole dell’inno australiano risuonavano sul Five Rivers Lookout, punto di confluenza dei grandi fiumi che si incontrano nel Cambrige Gulf. Siamo nel Kimberley, a ridosso del Northern Territory. Lo scenario era drammatico, e la stessa transizione dal buio alla luce conferiva a quella che dopotutto è una normale cerimonia di alzabandiera l’aura di un accadimento.

Non mi dilungo molto, e per una volta lascio parlare poche, sfocate immagini. Quello che voglio dire è che nonostante la tristezza di non potere essere in madrepatria e festeggiare la ricorrenza che sento più mia, in quanto Italiano, ho avvertito una sensazione di pace nel notare i volti delle persone che seguivano attente una cerimonia che non è strumentalizzata da nessuna fazione politica, sulla quale c’è una memoria condivisa e che, soprattutto, serve da monito alle future generazioni per far sì che tali orrori non accadano più. Ho potuto constatare, seppur in minima parte e con l’ausilio di racconti e testimonianze, quello che mi era stato raccontato: che qui il 25 Aprile è la festa di tutti.

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Molto forte, incredibilmente vicino

Lo sherrut n. 18 che da Gerusalemme porta a Ramallah si regge in piedi per uno strano miracolo. La pioggia picchietta sul tetto in maniera furiosa, e ad ogni scossone cui la strada dissestata lo obbliga si teme che possa andare in mille pezzi. Non è la giornata ideale per andare in giro. L’unico colore è il grigio, e il campo visivo si arresta dopo pochi metri. Le mura della città vecchia di Gerusalemme sembrano provenire da un vecchio libro ammuffito, e sotto i tendoni delle bancarelle si raduna una folla vociante.

Le due città non distano molto, un cartello indica 15 km, ma per raggiungere la capitale temporanea dell’Autorità Nazionale Palestinese bisogna superare il checkpoint Israeliano. Con mia grande sorpresa il piccolo trabiccolo passa indisturbato, mentre una litania continua a scorrere in sottofondo nell’abitacolo (l’umore e le suggestioni della musica cambiano al variare di quelli del paesaggio: dalla spensieratezza relativa e l’ordine dal quale provengo ad un pugno nello stomaco: queste due potrebbero essere usate per descrivere insieme musica e paesaggio). Mi chiedo: che ci faccio qui? E non so darmi una risposta, sapevo che qui non avrei trovato posti da visitare, nessun monumento verso il quale volgere lo sguardo, nessuno scenario di cui rimanere estasiato. Eppure. La voglia di mettere la testa oltre la cortina e vedere cosa c’è in quest’altra parte di mondo è stata più forte di ogni considerazione razionale. D’altronde, la mia condizione è privilegiata: tutti sanno cosa c’è dall’altra parte, ma se hai avuto la fortuna o la sfortuna di nascere nell’una o nell’altra, allora tutto il resto ti sarà precluso. Io sono inoffensivo, pittoresco: chi ti ha detto di venire a Ramallah, mi chiede il tizio a cui chiedo informazioni, non lo so, nessuno, ero solo curioso, rispondo io, e la sua alzata di spalle vale più di mille parole. Continuiamo a camminare insieme. Il suo sguardo gentile stona con la bruschezza delle sue parole. Com’è la vita qui, chiedo, e lui mi risponde che è l’unica possibile. Mi sento in dovere di chiedergli qualche altra cosa, forse lui saprà dove si trova la tomba di Arafat, e se è possibile raggiungerla a piedi o con un economico sherrut. Non siamo mica a Tel Aviv, qui, mi risponde.

E in effetti la differenza non potrebbe essere più grande. La cosa che mi colpisce di più è la grande confusione che c’è in giro per le strade. Le persone camminano in maniera disordinata per la carreggiata, le macchine suonano mentre tuoni minacciosi incombono. Ma forse un motivo per tale trambusto c’è: in Manara Square saranno almeno in 1000 a dimostrare contro il recente veto degli Stati Uniti ad una risoluzione dell’ONU che condanna gli insediamenti israeliani in quello che è supposto essere il futuro Stato Palestinese. Il tono della musica e degli slogan e le foto del Presidente non lasciano spazio a dubbi: sebbene si alzino al vento le bandiere di Egitto e Tunisia, questo popolo supporta le decisioni dei suoi leader, più che volerne la fine. Non si possono fare paralleli, eccetto quello della uguale e comprensibile voglia di libertà. D’un tratto passa una macchina con appeso allo specchietto retrovisore un arbre magique con i colori della bandiera americana. Cerco di scrutare lo sguardo dei miei vicini, anch’essi attirati da quell’oggetto così piccolo, e fantastico sull’identità di quell’uomo, un soldato probabilmente.

Dopo un po’ sento il bisogno di allontanarmi. Giro senza meta per la città, come spesso mi è capitato, ma l’atmosfera è irreale. Un vento sferzante fa tremare le vecchie insegne di una famosa catena di pizza express, i palazzi sono scrostati e tutti sembrano correre da qualche parte, facendo attenzione a non mettere i piedi in un fosso, nel dedalo delle strade che sembrano dovere essere riasfaltate ma che invece sono lasciate così, terra e pietre e nessun cartello, e allora penso al senso di precarietà e penso al fatto che l’arredo urbano non è proprio una delle priorità, da queste parti. Ma sono pensieri superficiali che si arrestano non appena avverto l’odore di falafel dai chioschetti affollati. Ne chiedo uno e rimango estasiato dalla velocità con la quale il mio pranzo è preparato. Stavolta dentro vi sono pezzetti di limone e strane verdure sott’olio. Non ho mai mangiato una cosa così buona, da quando son qui.

Mi avvio verso la tomba del vecchio Presidente. Sul muro di cinta scorgo una targa che suggella il gemellaggio tra Ramallah e Rio de Janeiro. Vedere accostati i nomi di Abbas e di Lula mi fa uno strano effetto. Il monumento tombale è ancora più desolante, visto nella prospettiva di una giornata come questa. Due guardie a fare picchetto, nessuno in giro. Se dovessi giudicare la memoria storica, il lascito anche visivo ed empirico all’interno della città che funse da quartier generale dell’Autorità Palestinese, direi che questo è di poco effetto, capace di una presa blanda. Tutt’altra storia in Rabin Square a Tel Aviv, enorme e ariosa, con la sua nuova fontana che di notte si illumina. A due personaggi così distanti (ma avvicinatisi poi inaspettatamente, con quella famosa stretta di mano e quel Nobel infruttuoso) corrispondono due luoghi altrettanto diversi. Scatto le mie fotografie di rito, lancio uno sguardo alla valle. Non è necessario rimanere il quel luogo un minuto di più.

Ritorno nella piazza principale e vedo le stesse scene di prima. Le stesse persone, forse solo raddoppiate in numero, gli stessi carri che girano intorno alle sculture dei leoni al centro della piazza. Girano in tondo, tornano al punto di partenza, nulla di più, non si muovono da lì. Mi passa per la mente che non potrebbe essere altrimenti, che il parallelo con la situazione politica è ovvio ma preoccupante. Ad un tratto la folla si dirada e tutti iniziano a correre. Comincio a temere il peggio, ma è solo la pioggia che si abbatte violentemente sulla città.

Sono stanco, cerco un bus per tornare a Gerusalemme. Un ragazzo abbandona il suo chioschetto, visto che non è in grado di parlare inglese, e mi accompagna attraverso il mercato per raggiungere la stazione-parcheggio. Ma il bus che vuole farmi prendere è diretto a Jericho. Sono tentato dall’idea di farmi trasportare dagli eventi, ma il freddo e la stanchezza prendono il sopravvento. D’altronde, non bisogna sempre lasciare qualcosa di intentato, mentre si viaggia, allo scopo di lasciare spazio ad un ritorno venturo?

 

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Addio alle armi – part II

The revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron negli anni ’70. La tua rivoluzione non sarà spiata dall’occhio della telecamera, non ti sarà servita in casa come un qualunque film d’azione che puoi vedere stravaccato sul tuo divano. E si sbagliava. La rivoluzione nei paesi Arabi ha l’occhio di una videocamera, di un telefonino, si propaga su impulso di parole lanciate nella rete e captate con qualunque mezzo, nonostante la censura. Si dice che si tende ad esagerare il ruolo che internet ha avuto nell’aggregare una moltitudine di persone scontenta del suo destino e che impavidamente è scesa in piazza. Non c’è nulla di esagerato: se confiniamo la rete e l’interconnessione globale nell’ambito dei mezzi e non dei fini, ci rendiamo conto che un mezzo straordinario è ora usufruibile da una quantità di persone prima impensabile, anche se da ultimo il successo di una rivolta, il concretizzarsi di una presa di coscienza rimane in mano a molteplici ed incontrollabili fattori. Ma succede anche che la rivoluzione diventi un format: la CNN prepara sigla e titoli di testa, su youtube gira un montaggio delle scene più spettacolari degli scontri e delle parole dei manifestanti in Egitto, colmi di speranza e paura, e con un’avvincente canzone rock a fare da colonna sonora.

E poi c’è Wycleaf Jean che dedica una canzone dal titolo “Freedom” al successo delle manifestazioni che hanno costretto il presidente a dimettersi, e c’è un cantante egiziano che improvvisa poche strofe mentre è in piazza a festeggiare e subito c’è chi pensa di registrarle in presa diretta e montarle su una base drum and bass e metterle a disposizione di tutti, l’ennesimo inno della rivoluzione comodamente scaricabile, da tutti e in ogni momento. Musica e rete e rivoluzione, era di questo che volevo parlare, ma non proprio di questo.

Nel tumulto generale vi è stata un’altra cantante che ha scatenato un dibattito ampio, polemico, sull’opportunità o meno di tenere un concerto qui a Tel Aviv. Tutto è nato da una dichiarazione sulla sua pagina facebook. Scrive Macy Gray: “sto ricevendo tante lettere da attivisti che fanno pressione affinché io boicotti non presentandomi al concerto, in protesta dell’Apartheid contro i Palestinesi. Quello che il governo Israeliano sta facendo ai Palestinesi è disgustoso, ma io voglio venire. Ho un sacco di fans lì e non voglio annullare, anche perché non so se questo gesto cambierebbe qualcosa. Cosa ne pensate? Rinunciare o andare?”

Ora, il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) è il boicottaggio politico e culturale lanciato nel 2005 da 171 organizzazioni no-profit palestinesi contro Israele, fin quando questa non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani. A questo boicottaggio hanno aderito nel tempo artisti come Santana, Costello e lo stesso Scott-Heron citato all’inizio. Artisti con le idee chiare, a differenza di Macy Gray. Ciò che ne è risultato è stata una serie infinita di risposte al suo post, aspre e contrapposte. Alla fine la decisione dell’artista è stata quella di non cancellare lo show.

La questione è infinitamente lunga e complessa, e non sono in grado di semplificarla nelle poche righe di questo post, per la pazienza di chi legge. Gli eventi si sono susseguiti: in questa giornata era in previsione una rilettura della proposta di legge contro il boicottaggio. Le conseguenze, se questa legge passasse, potrebbero essere gravi, ma anche bizzarre: gravi perché qualunque colono che abbia il sospetto che un commento – uno qualsiasi, uno lanciato nella rete da un blogger qualunque – possa aver causato danni ai suoi prodotti per essere pro-boicottaggio, può citare in giudizio e vincere facilmente senza che occorrano prove del collegamento tra dichiarazione e danno; e bizzarre, perché in un altro articolo si dice che chiunque non cittadino di questo Stato che abbia un comportamento pro-boicottaggio può essere costretto a far cessare la sua condotta, e in ultimo vedersi negato l’ingresso nel territorio per 10 anni. Un po’ come dire che si costringerebbe Ken Loach a partecipare ad un film festival Israeliano, e dopodiché negargli l’entrata.

Mi sa che ho appena sfiorato la questione. Volevo che mi si formasse un’opinione sull’opportunità o meno di essere a favore del boicottaggio, volevo ragionare sui suoi effetti, non accontentandomi della prima risposta disponibile. Ma poi son dovuto andare in lavanderia, poi ho dovuto fare la spesa, poi è successo che ho un po’ alzato il gomito e poi è successo che, tra le altre cose, ho anche lavorato. La vita mi ha oltrepassato e le cose si sono confuse, proprio come in questo post. E il paradosso sarà che avrò le idee più chiare quando sarò lontano da tutto questo. Tra poco, per fortuna o purtroppo.


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Addio alle armi – part I

Mi è stato detto che non posso non avere una idea mia . Che il mio tentativo di essere imparziale, di mettere a fuoco gli eventi considerando entrambe le parti – scevro da ideologie, sfruttando la mia condizione di osservatore esterno – non può condurmi a non maturare una mia propria personale opinione sulle cose che racconto. In realtà io credevo che la mia posizione riflettesse in realtà un’opinione, e cioè che il peso di 60 anni e oltre di storia, l’essere accecati da ideologie religiose – in ultimo la naturale ed intrinseca conflittualità tra esseri umani, tra popoli – non abbia potuto che portare alla tragica realtà del presente. Mi si dirà: che opinione è? Provo ad arrivarci.

Io parlo del presente, ché degli eventi storici ne hanno parlato persone ben più titolate di me, e ciononostante il quadro non è chiaro. Le ultime rivelazioni dei Palestine Papers (i documenti riservati delle trattative di pace che coprono l’arco di 10 anni, divulgati da Al Jazeera) non hanno fatto che peggiorare le cose: è stato Israele a rifiutare le proposte di pace, oppure quelle proposte non erano razionalmente accettabili? La minoranza araba è sufficientemente tutelata, come chi dice chi ricorda che questo è l’unico Stato del Medioriente dove una minoranza siede in Parlamento, oppure la violazione dei diritti umani è palese ed esecrabile? La mia opinione è: entrambe le cose. Questa conta dei torti è un gioco a somma zero, la storia parla per sé, quando non è mistificata, e ai posteri l’ardua sentenza. L’unica cosa veramente esecrabile è che non esista nessuno in grado di imporsi evitando di strumentalizzare le rispettive battaglie per le libertà dell’uomo sotto la maschera della religione. E questo vale per entrambe le parti: ieri ad una piccola manifestazione ho parlato con un manifestante, il quale non ha esitato ad ammettere le colpe dell’Autorità Palestinese durante il processo di pace. Fin quando ci saranno Hamas e Fatah che si fanno la guerra tra di loro le voci di coloro che protestano, che si indignano – giustamente – sono destinate a perdersi nel vuoto. A questo punto non deve suonare paradossale che la maggioranza dei cittadini arabi di Gerusalemme Est, secondo un recente sondaggio, preferirebbe la cittadinanza Israeliana ad una Palestinese.

D’altro canto le cose non vanno meglio nello Stato ebraico. Dopo il susseguirsi di attentati suicida durante la Seconda Intifada, quando le mamme, mi raccontano, mandavano a scuola i figli in due bus diversi, per le ragioni che facilmente si immaginano, fu deciso di erigere un muro capace di mettere al sicuro la cittadinanza. A Tel Aviv ci furono centinaia di morti, la stessa città dove ora l’unico caos che si nota è quello fuori alle discoteche. Da quel momento non ci sono stati più cittadini israeliani morti per questo tipo di attentati. Ma a quale prezzo? I racconti sono agghiaccianti: famiglie smembrate, intrappolate nel loro ghetto, una sorta di legge marziale vigente che consente sistematiche annessioni illegali di territori, negando sostanzialmente accesso a servizi fondamentali e strozzando quella parvenza di economia. E’ un prezzo troppo alto, e penso che il più forte abbia l’onere di non pretenderlo. Esso non è nato dal nulla, e andando a ritroso ci si ritrova sempre a mordersi la coda.

Ma non volevo parlare di questo, o meglio questa era la premessa. Gli spazi si son dilatati mio malgrado. Nel trambusto della rivoluzione che si propaga negli stati arabi, dalla Tunisia all’Egitto alla Giordania, con le possibili ripercussioni che arrivano ad intimorire gli abitanti di questa terra, volevo parlare di una battaglia silenziosa, strisciante, di cui probabilmente non avrete avvertito l’eco. Volevo parlare di una cantante, e volevo capire se una sua controversa decisione fosse stata giusta o meno. Ma nel mio tentativo di chiarirmi le idee, trovo che queste siano ora ancora più confuse. Ci tornerò, nel poco tempo che mi resta.

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La banalità del male

La Memoria di questa giornata non si sottrae all’essenza di ciò che la memoria è e non è: non è storia né verità assoluta, ma un atto individuale che presuppone selezione e insieme oblio, in quanto ritagliata su una identità singola, seppur di massa o istituzionalizzata. L’Italia e l’Europa ricordano: cosa ricordano? Quel lontano 27 gennaio del 1945 in cui i soldati russi aprirono i cancelli di Auschwitz e videro l’orrore. Un simbolo che per alcuni non è più sufficiente, in un epoca in cui continuano a venire ai disonori delle cronache ridicole, ma pericolose, liste di proscrizione da parte dei gruppi neonazisti che sguazzano nella rete. Non sufficiente forse, ma necessario.

E’ pur vero che la giornata della memoria così come la intendiamo – da dieci anni a questa parte – lascia ai margini il ricordo di altri nomi, nomi di campi sui quali la nostra fantasia non è in grado di speculare: Belzec (tra le 500 e le 700 mila vittime), Jasenovac (700 mila sterminati) e Chelmno (200 mila uccisi), e ignora quasi del tutto le vittime della prima fase del genocidio, i moltissimi ammazzati nei luoghi dove vivevano. Soprattutto sembra mettere a fuoco un particolare periodo storico (la fine della seconda guerra mondiale) e  un movimento politico (nazi-fascismo). Quello che sembra mettere nell’ombra è la profonda, radicata connivenza da parte di larghi strati delle popolazioni europee e dei cosiddetti intellettuali con quell’ideologia xenofoba antisemita che dall’Europa di mezzo si diffuse fino in Italia. Inoltre, riduce ad un unico momento storico quella discriminazione atavica che gli ebrei hanno sempre subìto, e che non si è modificata con l’avvento dei lumi: clero, borghesia, addirittura frange del movimento operaio internazionale. La banalità del male, quella che ha permesso al comune cittadino di indicare, di collaborare, di dire ad un altro essere umano di preparare la propria valigia e vederlo poi allontanare su un treno. La nostra mente, in questa giornata, va lì ad Auschwitz, questo nome è il catalizzatore della nostra coscienza di cittadino del terzo millennio. Ed è un bene, sia chiaro. Ma forse non basta. Questa data non appartiene alla storia dell’Italia,  non ricorda ciò che dovrebbe e cioè che la Shoà è stato un delitto anche italiano.

Ed è anche vero che il ricordo della Shoà in questa terra non è legato a questa data. In primo luogo, vi sono delle separate festività religiose ebraiche. Più di tutto, però, vi è lo straordinario e quotidiano attaccamento ad una patria di cui si è sempre stati deprivati, nonostante la cui esistenza non è ancora possibile per questa gente considerare vivere all’interno dei propri confini come un diritto acquisito e definitivo. L’esercizio della memoria è qui un implicito atto quotidiano che permea ogni gesto, anche il più stupido.  Per questo la polemica sul moltiplicarsi delle parole e commemorazioni – e il chiedersi che senso abbiano – suona un po’ sterile vista da questa prospettiva. Ricordare è quanto mai necessario, ancor di più se il ricordo non si riduce ad un carosello mediatico quanto piuttosto costituisce il motivo di fondo da cui ricostruire le proprie esistenze di esseri umani.

Ancora una volta questa prospettiva può guardarsi da posizioni speculari: c’è chi prende questa memoria e ne fa un monito universale per le crudeltà che si perpetrano al giorno d’oggi e chi invece ne fa la base per la necessità di uno stato ebraico. La prima è inevitabile: dopo tutti questi anni, ricordare il passato non può avere più senso se il ricordo non è anche una lezione sul presente e un monito sul futuro. In poche parole, ricordare per non voltare più lo sguardo, e questo vale per tutti, anche per chi una volta ha visto gli altri sguardi voltarsi. Ma anche la seconda, me ne rendo conto, è una reazione così istintiva e naturale che non faccio fatica a comprenderla. Dopo aver vissuto quegli orrori è inevitabile sviluppare una combattività per difendere la vita e identità di una terra che può finalmente dirsi propria, di cui si è sovrani. Speriamo solo che la compensazione che la storia ha da offrire non diventi cieca come la tragedia che ora la rende così necessaria.

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Il filo rosso

Rosso è l’orizzonte che scorgo dietro un grattacielo in embrione. Percorro Rothschild Boulevard e la strada termina in modo innaturale: la fine della strada, ma non è una fine, o almeno non quella che la nuova costruzione offrirà allo sguardo. Tra quanto tempo? Non lo so, ma se dovessi fare una stima approssimativa credo che si tratti di pochi anni, pochi mesi, forse basta alzare lo sguardo adesso e la celere produttività israeliana avrà già aggiunto un paio di piani all’edificio ancora senza nome, ancora senza utilità. Già, quale utilità? Qui la popolazione aumenta a ritmi elevati (boom!) e bisogna fare spazio, creare spazio, riempire il vuoto. Occuparlo. Ok, l’ho detto.

Quali le reali esigenze demografiche di un paese in piena corsa verso il benessere, con le sue società quotate in borsa, con le sue start-up, dove è difficile camminare per i bei viali alberati di Tel Aviv senza incontrare coppie sempre più giovani con pargoli al seguito, pargoli che verranno mandati a servire l’esercito e poi scapperanno in giro per il mondo e poi torneranno? Perché si torna sempre. In qualche modo, in un modo del tutto peculiare, tornare è un diritto. Ma è un diritto che pian piano si è trasformato in qualcos’altro a cui non so dare nome, ma che so essere animato da una profonda mancanza di criterio. Ogni pezzo della vecchia terra santa deve ritornare nelle mani giuste, le uniche legittimate, è questo quello che sembrano pensare le ali meno moderate dell’ortodossia ebraica. E allora il filo rosso di questo pomeriggio mi riporta allo Sheperd Hotel.

Situato nel quartiere Sheikh Jarrah, nella parte orientale e araba di Gerusalemme, lo Sheperd Hotel fu costruito nel 1930 e doveva servire da residenza per il Gran Mufti di Gerusalemme, la suprema autorità giuridico religiosa del popolo arabo-musulmano in Palestina. Muhammad Amīn al-Husaynī, questo il suo nome, è noto per essere stato uno dei principali nazionalisti arabi, precursore del fondamentalismo islamico e antisionista, il quale non disdegnò l’appoggio alla Germania nazista per fermare l’immigrazione ebraica tedesca durante gli anni ’30. L’hotel è sempre rimasto inabitato.

L’hotel è stato ora demolito per decisione governativa, al fine di costruire “unità abitative” per gli ebrei. La disputa è laddove l’hotel sia stato comprato dagli ebrei, se invece sia stata solo la terra ad essere acquistata rimanendo l’hotel di proprietà dei discendenti di Husseini, se la transazione sia avvenuta o se sia invece da considerare nulla per effetto di vizi di forma. A questo punto è difficile capire: come spesso succede, la realtà è narrata da opposte posizioni, le quali non consistono semplicemente in opinioni (su quelle, talvolta, si può discutere) ma in due inconciliabili modi di raccontarla.

Ora, premessa la storia travagliata di cui sopra, e accettando il fatto che Gerusalemme sia la città santa del Giudaismo, e concordando sul fatto che gli ebrei abbiano il diritto di vivere ovunque vogliano in Israele; dando per scontata, inoltre, in uno sforzo immaginativo, la volontà di un Dio che al pari di un agente immobiliare si dà da fare per popolare ogni quartiere della città santa con membri del popolo eletto, ritorna la domanda di cui sopra: quale utilità? Se l’unica preoccupazione di un ebreo israeliano è l’acquisizione di ogni centimetro quadrato della Israele biblica, allora l’utilità è massima. Ma se gli interessi di questa persona si estendono alla pace, alla possibilità che un altro popolo meriti uno Stato in cui vivere, alla possibilità di poter continuare a chiamare democratico questo Stato, allora ciò che sta accadendo è perfettamente inutile e dannoso.

Andar contro questo tipo di politiche (auto-lesioniste in ultima istanza, perché minano la credibilità del paese a livello internazionale) può essere considerata una posizione che va contro l’interesse dello Stato, una posizione sovvenzionata dagli stati nemici e in quanto tale meritevole di essere trattata come Hezbollah? E’ questo quello che è stato affermato durante le manifestazioni pacifiste della scorsa settimana a Tel Aviv. La Knesset ha deciso di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per indagare sulle attività di gruppi di sinistra “e sul contributo che danno alla campagna di delegittimazione contro Israele”. Sembra che non sia più possibile, in questo luogo, essere di sinistra, e sembra che lo stesso partito laburista stia implodendo. Quei cittadini che manifestavano contro il razzismo, per i valori democratici e per la fine dell’occupazione sono destinati a rimanere senza voce (mi ricorda qualcosa).

Il rosso svanisce lasciando posto al grigio delle nuvole. Il rosso indica a tutti lo stop: avanti non si può andare. Sarebbe consolatorio pensare al verde di quella linea tracciata nel 1948 per indicare la possibile coesistenza di due popoli e due stati. Nonostante tutto, questa è l’unica soluzione possibile, e il ritardo con cui ce ne si accorge spiega gran parte delle tensioni che si vivono in questo pezzo di mondo.

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Back to the wall

C’era una volta il muro di Berlino. Era questo l’incipit che avevo in mente qualche giorno fa, quando, di ritorno da Betlemme, avevo in mente di raccontare quello che avevo visto spostandomi di pochi chilometri all’interno di quella che dovrebbe essere considerata la terra di tutti, e che invece non è. Quella terra che ho visto non è di tutti, appartiene ad una minoranza che è religiosa, economica, etnica, minoranza sociale in senso lato. Dall’altra parte della barricata c’è un altro mondo, si parla una lingua diversa, i volti sono differenti. Mi verrebbe da dire che sono più sorridenti, e questo è un paradosso enorme che lascia ancor più l’amaro in bocca quando si ritorna nei territori appartenenti agli ebreo-israeliani.  E dunque, c’era una volta il muro di Berlino non è appropriato. C’era una volta il muro di Betlemme, e c’era una volta il muro di Hebron, e c’erano una volta tanti muri, centinaia di chilometri di muro, alto il doppio rispetto a quello di sovietica memoria ma ugualmente privo di senso, ugualmente lesivo della dignità umana. Quando, dalla nostra remota distanza giudichiamo le cose del mondo, capiamo quest’ultime soltanto per la loro decima parte. Quando sentiamo parlare di un territorio che è frammentato, conteso, tragico, queste parole ci scivolano via dopo poco tempo, sopraffatte da altre nella continua bulimia mediatica. Quello che invece rimane ben impresso nella memoria è ciò che i propri sensi ti comunicano quando ti capita di mettere piede in quelle realtà così distanti, e il tatto e la vista e l’udito dicono soltanto una cosa, una cosa che è inutile provare a mettere in prosa perché è talmente evidente e in grado di causare un tale sgomento che le parole non servono. Se ci sto provando, in questo preciso istante in cui attendo l’aereo che mi riporterà a casa per pochi giorni, è perché a non tutti è dato di provare questo stesso sgomento. Le persone dotate di raziocinio, esseri umani ed equilibrati che vogliono vivere la propria vita in accordo a convinzioni morali non dico elevate, ma considerabili eque e guidate da uno spirito buono, sanno in cuor proprio ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, senza bisogno di meditare per argomentare la risposta. Giusto, o sbagliato. E allora penso a tutti quelli a cui non è permesso avvicinarsi a quei territori, a tutti quelli sottoposti al bombardamento di un’informazione che lascia filtrare ciò che le conviene, e soprattutto penso ai bambini, ai figli degli ortodossi che si insediano a ridosso di quelle terre che non spettano loro di diritto, e che crescendo non muteranno mai la propria convinzione che in casa loro c’è un nemico da combattere, piuttosto che un popolo con cui fare la pace. Non è permesso loro avvicinarsi per motivi di sicurezza, ma anche per un motivo di fondo che forse le stesse persone delle quali sto parlando non sarebbero in grado di accettare coscientemente: per evitare che sorgano dubbi, domande, per evitare che ci si chieda: noi siamo questo? Noi vogliamo essere questo? Può darsi che mi sbagli, nella mia posizione sento di non potere e non volere avere l’arroganza di dire ciò che è giusto o sbagliato, questi sono solo pensieri scritti di getto, in preda ad una forte emozione, scritti nel non-luogo per definizione, per provare a cacciare fuori un po’ di inquietudine che quel viaggio mi ha procurato. Quello a cui ripenso non sono soltanto i volti sorridenti delle persone, non penso soltanto alle scritte sul muro, scritte potenti nella loro semplicità, ma penso anche ai volti quasi sempre cupi e assenti dei ragazzi israeliani che servono l’esercito, ragazzi poco più che bambini ai quali è chiesto di dare il massimo che hanno negli anni della propria maturazione, quando si formano come uomini e come donne, la cui mente non sarà mai sfiorata dal dubbio, e ove anche lo fosse la risposta sarebbe l’alienazione e non la protesta. Penso insomma a tutto quello che fa svegliare le persone la mattina e che impedisce loro di dire “c’era una volta”, al tempo che dovrà passare e le coscienze che dovranno risvegliarsi per abbattere tutti quei fottuti muri.

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Stella distante

Un urlo lancinante squarciava l’aria fredda di novembre. Pioveva e nella stazione si trascinavano i passi stanchi di una giornata intera. Un nugolo di persone si era fermato sotto al porticato, al centro un uomo gridava. Le persone guardavano quell’uomo, e quell’uomo cantava il suo canto disperato, contorcendosi, agitando le mani al cielo e intonando una nenia afflitta, sgomenta. Yusuf serrava i pugni, lo sguardo perso nell’orizzonte non più ostruito dai decrepiti palazzi delle fabbriche di ceramica, e tutte le persone che parlavano la sua lingua avrebbero faticato a dirsi “connazionali”: non lo era più nessuno, connazionale. Non si era di una paese né di un altro, si era della stazione, la stazione li possedeva tutti e nessuno voleva fuggire, pur essendone disperatamente nauseati. Dove altro c’era da andare?. Guardava lontano, non capivo dove.

Tutto questo è insulso. Non mi importa nulla di me, della mia stupida vita. Ci sarebbe da camminare sotto la pioggia e guardare gli uomini, offrir loro un riparo, chieder loro da dove vengano, quanta strada hanno fatto. Risponderebbero che non è affar nostro, ma in cuor loro sentirebbero un calore che nessuno è in grado di dargli. Al mondo non esistono più fortune di quante oasi non esistano in tutti i deserti del mondo. Solo che le persone vagano al freddo, credendo ad ogni miraggio, non fermandosi davanti all’evidenza. La forza degli emigranti è la forza del viandante nel deserto del mondo. Passi stanchi, mani affamate. Ci si sfama con le mani, toccando quel cibo che si compra con monete spicciole. Lo si porta poi alla bocca, ma il senso più importante da appagare è il tatto, significa che quel cibo ci appartiene, che ne abbiamo diritto.

Yusuf era fermo sotto al porticato, e anche se tutti lo ritenevano un poco di buono lui continuava a cantare. Le persone riassumevano in un sorriso il giudizio che se ne erano fatte, e continuavano per la loro strada dopo essersi strette nei loro cappottini pettinati luccicanti. Sono rimasto lì, volevo capire. Yusuf aveva in mano una bottiglia ma non era ubriaco. I suoi sensi erano vigili, la sua anima cosciente. A tutta prima quei suoni mi avevano disturbato, avevano invaso la rigida schematicità del mio modo di ascoltare e di classificare ciò che ascolto. Se uno ci pensa, trova piacevoli soltanto le cose che gli sono familiari. Feci uno sforzo tremendo, maledicendo l’unta opulenza che appanna vista, udito, anima. Ad un tratto capii da dove provenisse quella melodia. Non era più fastidiosa, ne avvertivo distintamente il significato anche se non conosco l’arabo o quale altra cazzo di lingua fosse. L’ubriaco era il cittadino, assuefatto e sbronzo della fortuna che non sa di possedere. Il senso di colpa mi aveva fatto rimanere lì? Può darsi, ma ho altro di cui vergognarmi, mi son detto mentre chiudevo il mio ombrello comprato per pochi soldi.

Osservavo l’uomo che urlava, e pian piano son rimasto ipnotizzato dall’urlo cantilenante. Egli cantava per rievocare in quello squallido scorcio di una città straniera, in cui lui sarebbe sempre rimasto uno straniero, la sua patria e suoi dei. Non conoscevo la lingua ma mi son sorpreso ad annuire, a infondere mentalmente coraggio a quell’uomo, il cui canto raccontava la sua generazione ormai perduta, la sua speranza tradita. Siamo tutti nello stesso deserto, ma in troppi sono costretti ad una attraversata solitaria.

 

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La lingua salvata

Un alfabeto diverso è un universo diverso. Non è soltanto una questione di linguaggio ma di simboli. Le parole, anche quando espresse in una lingua che non conosciamo, sono appigli per la nostra immaginazione, attirano il concetto che vogliono intendere, e dopo un po’ diventano un tutt’uno, entrando a far parte del nostro sfocato vocabolario. Di fatto, simboli così lontani dalla mia cultura mi obbligano a valutare l’ebraico in quanto suono più che linguaggio. E fin ora l’ho captato nelle più diverse sfumature: intime e confidenziali, accese o irate, talvolta sentimentali. L’ho scambiato per francese quando ho ascoltato una voce femminile alla radio, mi è sembrato russo avendolo sentito urlare in lontananza, mentre ogni giorno mi pare di percepire un’intonazione arabica nelle parole del mio coinquilino. Non mi era mai capitato di sentirlo cantato, non dal vivo almeno.

Il locale si raggiunge percorrendo un pezzo di strada diroccata e male illuminata: due o tre incroci a veloce percorrenza, pompe di benzina che paiono abbandonate, una periferia dall’aspetto pericoloso che stona un po’ con l’anima Bauhaus della città. Non conosciamo la strada ma abbiamo la percezione di dover seguire le persone che sbucano fuori dalle buie stradine, tutti presi alla sprovvista dall’improvviso freddo e dalla pioggia imminente – la prima dopo mesi di un estate che sembrava non dovesse finir mai. Camminare insieme a loro mi rende felice, mi sento parte di un flusso vibrante che scuote le notti di questa città, ogni notte. All’ingresso troviamo una folla inaspettata, calda, impaziente di entrare. Dopo la perquisizione di rito, che ci fa sempre un po’ ridere, riusciamo a strappare due biglietti al sold out iniziale. Mentre sono stretto nella calca continuo a sperare che quello che sto per ascoltare sia un gruppo strumentale, in cui chitarre e batteria abbiano la meglio su quelle parole che non sono in grado di capire. Entriamo dal retro, avanti non c’è più posto, e strette scaline ci portano al piano superiore del locale. In una luce gialla e fumosa, facciamo in tempo ad ascoltare il boato della folla che accoglie la band, che si sta presentando al pubblico in quello che sarà uno tra tanti intermezzi parlati. Lunghi, incomprensibili intermezzi parlati.

La storia dell’ebraico moderno è abbastanza stupefacente: dopo millenni in cui è sopravvissuto soltanto nei testi sacri, ancorato ad una vetusta terminologia biblica, esso è rinato grazie alla determinazione di un ebreo russo nato in quel punto sperduto dell’Impero che ora è chiamato Bielorussia, tal Ben Yehuda, un lessicografo ed editor di giornali. Suo figlio fu il primo parlante ebraico nativo della storia. Era il 1882 e il suo nome era Ben Zion, figlio di Zion. Fu infatti l’ideologia sionista  il catalizzatore principale della rivivescenza della lingua: il melting pot della diaspora avrebbe creato lo stato d’Israele, una lingua comune sarebbe stata necessaria. Furono inventati nuovi termini per descrivere una realtà affatto diversa da quella millenaria, e furono prese in prestito parole dall’arabo e dall’inglese.

Si spengono le luci degli assurdi lampadari retrò del locale, che sembrano arrivare direttamente dal salone di una residenza reale del Rinascimento, e le Girafot iniziano a cantare. La loro è una storia comune tra i ragazzi qui: vengono da un lungo viaggio itinerante in India, e col loro furgoncino hippie  hanno assorbito le influenze della musica indiana cantando ogni volta con artisti locali, suonando e improvvisando insieme a loro. Sembra che il loro primo intento fu quello di raggiungere l’uditorio israeliano, sparpagliato lungo l’intero sub-continente indiano, subito dopo gli attacchi terroristici a Mumbai. L’idea del viaggio nasce in questo modo, e così la loro musica assume nuove sembianze: il nucleo folk-rock figlio della cultura ebraica si mescola ad influenze indiane, e il risultato è strabiliante.

Tutti conoscono le parole, tutti cantano, la folla e la band sono un’unica entità. Mi dicono che ogni loro concerto è diverso da ogni altro per i monologhi e le improvvisazioni del carismatico cantante; l’attualità è declinata secondo i ritmi dell’assurdo e del non senso, una verità forse si cela dietro quelle parole. Riesco a percepirne poche: quelle essenziali della sopravvivenza e quelle ibride. In un monologo particolarmente acceso colgo un superfuckyou che era rivolto al governo di Netanyahu, e un superthankyou che era invece dedicato agli elicotteri americani che sono venuti in soccorso per domare le fiamme del monte Carmel nell’incendio che ha devastato il nord del paese un paio di settimane fa. Il pubblico è interamente assorto. Mi guardo intorno e vedo facce sorridenti, ci si scambiano segni di approvazione, si cantano quelle parole in un modo dolce, inusitato per una lingua con tante lettere aspirate, e si balla sui momenti più psichedelici di alcuni brani. Mai come questa volta, provo un enorme dispiacere nel non comprendere le parole – anche se la gran parte dei concetti ci viene tradotta da una piacevole compagnia – e questa volta il dispiacere non deriva dalla sensazione di stare perdendo qualcosa di essenziale, quella comunicazione primaria con la quale entriamo in contatto con le persone in prima istanza, ma un qualcosa di più profondo, che scava la superficie delle frasi di rito che scandiscono la convivenza comune e i rapporti formali. Due ore e oltre passano velocemente, il concerto è finito e tutti aspettano il bis. Dopo un po’ i 5 componenti rientrano, e il cantante inizia a dialogare con il pubblico: mi dicono che vuole captare l’umore della platea e decidere insieme agli spettatori gli encores. Le luci si spengono di nuovo, tutti tornano in silenzio in attesa di intonare la prima strofa. Io resto in silenzio, ovviamente, ma paradossalmente vicino a quell’universo così lontano.

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Tutti i nomi

Averli visti elencati per giorni, tutti quei nomi, illustri professori e scienziati e persino ministri, ce li si immaginava diversi a vederseli di fronte che ti consegnano il bigliettino da visita su cui quel nome si ripete, quasi ad imprimere un sigillo che segna la propria persona, imprescindibile da quel nome ma eppure così diversa. Guardandoli ad uno ad uno, quei nomi, pensavo a quelle che dovevano essere le loro caratteristiche, con quelle fisionomie che nascevano dalla semplice associazione col cognome, e li guardavo e immaginavo che parlavano ogni lingua del mondo. Tra due piccole parentesi, e pronunciati con un sorriso sulle labbra, i soprannomi costituivano un livello inferiore ma paritario, una scorciatoia o sottochiave con la quale rompere il grado di formalità, un grimaldello, ed erano emblema della vicinanza e della pari dignità. Avevo un’immagine in testa ben chiara: la loro potenza evocativa mi parlava di loro, illustri partecipanti al seminario, e mi illudevo che potessi riconoscerli o essere riconosciuto sulla semplice base dell’essermi preso cura di loro per un po’ di tempo. E allora guardavo la successione di lettere che sembrava forzata ai miei occhi, le cui geometrie spigolose subito si dipanavano entrando in contatto con i loro sguardi, capendo che non poteva esserci altra chiave per decifrare il loro essere.

Nomi che spiegano tutto – la storia di un paese la cui forza economica risiede nell’ondata di immigrazione avvenuta verso la metà degli anni ’70 (gli immigranti non hanno paura di ricominciare da capo, mi dicono; essi corrono rischi per natura, e perciò una nazione di immigranti è una nazione di imprenditori) –  la cui differente pronuncia narrava del paese d’origine, del più o meno facile livello di integrazione e della setta ebraica dalla quale quel nome discende: un ebreo Ashkenazi è, nel significato comune e tralasciando le differenze religiose, etniche e culturali, un ebreo con un background europeo, più spesso proveniente dai paesi ex-comunisti o dal ceppo tedesco; un ebreo Sephardi ha origini iberiche. Quale nome dare ad un bambino è una questione diversa a seconda che si sia l’uno o l’altro: i primi non chiamano i bimbi come i loro nonni se questi sono ancora in vita, i secondi invece sì. Considerazioni su onore, superstizione o semplice tradizione che si guardano allo specchio, e che confliggono nel caso sempre più frequente di matrimoni misti. E nomi infine dietro i quali si cela il disegno sionista, ideologia per alcuni e sogno per gli altri che vivono nella diaspora, ma che sempre implica il concetto di ritorno: un tal Zimmermann mi parla del suo, di sogno, dopo tante perenigrazioni dall’America fino all’Europa, di stabilirsi nella terra dove i padri fondatori misero radici (altri nomi: Adamo, Isacco, Abramo, Giacobbe, nomi che per lui avevano un significato irrimediabilmente diverso dal mio).

Ma nel lussuoso hotel si aggiravano altri nomi, quasi indistinguibili su quelle minuscole targhette color marrone, nomi che non erano seguiti da soprannomi o da cognomi e che evidentemente bastavano in sé: il personale si aggirava furtivo, con lo sguardo quasi sempre basso, felpati più degli altri sull’asettica moquette, al posto giusto al momento giusto, ubiqui ed invisibili, presenti e distanti. I loro nomi non erano incorniciati da badges appena coniati, non appartenevano a nessuna azienda o università che avesse una storia che potesse ricomprenderli, avevano soltanto i loro volti che ricomprendevano la loro, di storia, un cammino chissà quanto lungo e quanto difficile o forse, chissà, quanto facile per essere stato agevolato dal governo che fornisce incentivi per coloro che vogliono tornare, pagando mesi e mesi di corso di lingua, offrendo loro quel “tappeto rosso” (carta d’identità, conto corrente bancario ed utenza telefonica nel giro di sole 24 ore dall’arrivo) per perseguire quell’assorbimento visto come una forza dalle autorità.

Ad un tratto entrano nella sala i nomi importanti: i ministri leggono discorsi dietro i quali si celano altri nomi, alcuni destinati a svelarsi col tempo e altri destinati a rimanere in un piacevole anonimato, i giornalisti annotano e fotografano, il giorno dopo riporteranno chi ha detto cosa, cosa è stato fatto da chi, chi ha conosciuto chi, ognuno a statuire in nome del proprio stato o città o kibbutz, e in una sala buffet sempre gremita, lontano dai microfoni, chiacchierate informali forse decidevano il prossimo futuro di pezzi di economia non irrilevanti. Presentazioni in power point scandiscono il ritmo delle ore, non c’è più il fermento dei momenti iniziali, strette di mano conclusive e fotografie di rito fanno da preludio al pranzo, rito collettivo al quale nessuno si sottrae, una profusione di cibo che non lascia scelta. Pochi minuti dopo la conclusione, mentre alla spicciolata vanno via tutti, la sala che abbiamo appena lasciato si trasforma, via le cartacce e le tazze di tè abbandonate sotto le sedie, via il tavolo principale e via la schiera di posti del pubblico. Il nuovo copione prevede nove o dieci tavoli, un piccolo podio che guarda verso le colonne e verso il placido panorama marino dell’albergo, e tovaglie appena inamidate svolazzano ignare. Lo stesso personale dai nomi misteriosi e distanti comincia a posizionare nuove cartelline ad ogni posto in tavola. Con un nuovo nome scritto su.

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