Archivi del mese: marzo 2013

Preferivo l’odore del mare

È trascorso molto tempo dall’ultima cosa che ho scritto. Anche durante i momenti di silenzio virtuale, ho sempre avuto l’abitudine di scribacchiare su un taccuino, forse per mantenere il contatto con una parte di me che rimaneva sopita durante il giorno (ho sempre considerato lo scrivere come un atto notturno). Negli ultimi tre mesi non ho avuto voglia di scrivere nulla. Non ne ho sentito l’esigenza. Un’eternità mi pare trascorsa, e lo stesso atto di pigiare su questi tasti mi sembra ora ridicolo, affettato. Non ricordo come si fa.

Riprendo cose vecchie che non ho mai finito, che ho lasciato sonnecchiare nascostamente in una cartella. Parlavo di lavoro. Non era la prima volta che lo facevo: ho sempre danzato intorno all’argomento con fare un po’ fanciullesco. Quei girotondi mi aiutavano a lenire un senso di colpa.

Ho trovato su internet Lavorare Offline, una galleria di immagini che offre una panoramica di tutti quei lavori – raccontati attraverso uno scatto che immortala la misera vita di un misero essere umano – che escludono l’utilizzo del computer, e di internet. La nostra società terziarizzata e informatizzata continua ad avvalersi della parte fondamentale della catena di montaggio primordiale: ad ogni nuova tecnologia corrisponde un lavoro manuale che la rende possibile, e dietro l’impalcatura delle professioni c’è la rete di operai che mette l’olio negli ingranaggi affinché non si inceppino.

In rete trovai anche le parole di Erri De Luca, che in un intervento su Repubblica parlava dell’attività letteraria. Sapevo che quelle parole avevano un senso, anche se non sapevo cosa farmene. “Non posso chia­marla lavoro nel mio caso. Quello è stato ese­guito dal corpo che ha ven­duto il suo ser­vi­zio in cam­bio di sala­rio. Ho del verbo lavo­rare una noti­zia ristretta e manuale. Non le ho lasciate in pace, le mie mani, non le ho tenute in tasca o nel fodero dei guanti. Quando le uso per tenere aperto un qua­derno sopra le ginoc­chia e scri­verci qual­cosa, stanno riposando. Per me scri­vere è tempo festivo, oppo­sto al verbo lavo­rare. Il 1900 è stato il secolo degli ope­rai e del riscatto del lavoro manuale. Sca­duto quel tempo, dal riscatto si torna al ricatto del lavoro manuale: o si piega ser­vile, senza dignità e diritti o viene espulso.” Non ricordo più il sito dove lessi l’intervista.

Avevo lasciato decantare queste immagini e parole in attesa che trovassero una congruenza in me. Mi è tornata la voglia di scrivere perché ho lenito il mio senso di colpa. Mi si chiederà: e dovevi andare in Australia, in luoghi sperduti di poche anime, a lavorare la terra e dar da mangiare agli animali, a lavar piatti e a costruire cessi, a fare le pizze e a verniciare bungalow per far sì che non ti sentissi più in colpa al pronunciare la sola parola “lavoro”? La risposta è sì.

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Categorie: Riflessioni | Tag: , | 12 commenti

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